Astro News a cura di Piero Bianucci

 

Il satellite dell’Agenzia spaziale europea per il controllo dell’ambiente terrestre “Envisat” ha fornito per anni dati preziosi sull’inquinamento atmosferico a livello globale. Le ultime informazioni elaborate portano sia buone sia cattive notizie. In generale, calano le concentrazioni di ossidi di azoto mentre aumentano quelle di anidride carbonica (vedi il grafico). Entrambi i gas sono dannosi: gli ossidi di azoto fanno male alla salute (asma) e contribuiscono alle piogge acide, l’anidride carbonica è il più rilevante gas ad effetto serra e quindi è una delle cause del riscaldamento globale del nostro pianeta. Le concentrazioni di questi composti sono in forte aumento nell’Est dell’Asia, mentre diminuiscono in Europa e nel Nord America. Lo studio, pubblicato su “Nature Geoscience”, copre il periodo 2003-2011. Rispetto ai giorni della settimana, le minime emissioni di anidride carbonica si registrano il sabato e la domenica, la punta massima si raggiunge il martedì. “Envisat” è rimasto in funzione fino alla fine del 2012. A bordo aveva dieci strumenti. E’ il più complesso e potente satellite per lo studio dell’ambiente che sia stato lanciato.

Altre informazioni:

http://www.esa.int/Our_Activities/Observing_the_Earth/Space_for_our_climate/Good_and_bad_news_for_our_atmosphere

 

 

 

Il satellite GOCE per la misura ultra-precisa del campo gravitazionale della Terra ha fornito dati preziosi sulla perdita di massa glaciale nella regione Ovest dell’Antartide tra il novembre 2009 e il giugno 2012: alimentato dalla fusione dei ghiacci, il livello del Mare di Amundsen è aumentato di 0,51 millimetri l’anno; nella stessa regione, il satellite ha registrato a Pine Island, Thwaites e Getz Iceshelf una diminuzione del campo gravitazionale corrispondente alla massa di ghiaccio perduta. E’ una conferma molto eloquente del riscaldamento globale del pianeta attribuibile all’accumulo di gas serra nell’atmosfera, una conseguenza del consumo di risorse fossili (carbone, petrolio, metano).

Quello reso possibile da GOCE è un approccio nuovo alla misura della fusione dei ghiacci. La fusione, infatti, è direttamente rilevata da una lieve diminuzione del campo gravitazionale, cui fa da contraltare la salita del livello marino. Lo studio eseguito accedendo alla banca dati di GOCE è stato eseguito da ricercatori tedeschi, olandesi e statunitensi. Nel disegno, le variazioni del gradiente di gravità nell’Ovest dell’Antartide.

Il satellite GOCE (Gravity Field and Steady-State Ocean Circulation Explorer) è rientrato nell'atmosfera l’11 novembre 2013. I suoi strumenti hanno continuato a funzionare fino all'ultima orbita, registrata proprio da una stazione al suolo che si trova in Antartide, quando la navicella era ormai ad una quota inferiore a 120 chilometri. Per determinare la forma del nostro pianeta con l’errore massimo di 1 centimetro, è stato necessario collocare il satellite in un’orbita bassa, a 263 chilometri dal suolo, dove c’è ancora atmosfera sufficiente a creare attrito. Ecco perché, lanciato il 17 marzo 2009, GOCE, pur avendo una forma aerodinamica, ha perso rapidamente quota (tuttavia è vissuto il doppio del previsto!).

Altre informazioni:

http://www.esa.int/Our_Activities/Observing_the_Earth/GOCE/GOCE_reveals_gravity_dip_from_ice_loss

 

 

 

 

La sede distaccata dell’Osservatorio astrofisico di Catania a Sierra La Nave, sull’Etna (foto), ha un nuovo telescopio, SST, Small Size Telescope, inaugurato il 24 settembre dal presidente dell’Inaf Giovanni Bignami e dal direttore dell’Osservatorio di Brera Giovanni Pareschi, responsabile del Programma ASTRI: è il prototipo di un gruppo di telescopi di piccole dimensioni (4 metri di apertura) che nel loro insieme formeranno una vasta rete di rivelatori chiamata CTA, Cherenkov Telescope Array il cui scopo è l’osservazione di sorgenti di radiazione gamma. Quando la rete sarà completata, CTA sarà il più sensibile Osservatorio per raggi gamma ad alta energia mai realizzato. Complessivamente i telescopi saranno un centinaio, distribuiti nei due emisferi del pianeta. Le dimensioni dei telescopi varieranno da 27 metri di apertura a 20, 25, 12 e 4 metri. Questi ultimi saranno una settantina.

Altre informazioni:

 

http://www.media.inaf.it/2014/09/25/letna-si-dota-del-telescopio-sst/

 

Notizie dal Sistema solare. Su Marte il rover della Nasa ha raggiunto la base del monte Sharp e il 24 settembre per la prima volta ne ha trivellato una roccia. Il trapano a percussione del rover è affondato per 6,7 centimetri, il foro (foto) ha un diametro di 16 millimetri. Le foto mostrano nitidamente i fini detriti prodotti dalla perforazione. I risultati di questo primo scavo verranno confrontati con quelli che si otterranno a quote più elevate, dove il suolo è più giovane.

Un articolo del planetologo giapponese K. Yoshioka sulla rivista “Science” del 26 settembre riporta uno studio della magnetosfera più interna di Giove dal quale risulta come essa acceleri elettroni ultra-relativistici (energia di qualche decina di milioni di elettronvolt) con un meccanismo non ancora ben compreso. In sostanza, un flusso di plasma caldo alimenta una sorta di acceleratore di particelle naturale con la sua immissione di energia; energia che è poi bilanciata da una uguale perdita di energia dovuta a collisioni con materia più fredda.

La terza notizia arriva dal team che sta seguendo la missione dell’ESA “Rosetta” intorno alla cometa Chryiumov-Gearasimenko. E’ stato deciso il giorno in cui il laboratorio automatico “Philae” scenderà sul nucleo ghiacciato: lo storico evento, una prima assoluta. è in programma per il 12 novembre. La manovra, molto delicata, inizierà al mattino e terminerà nelle prime ore del pomeriggio (ora italiana). Il 14 ottobre l’ESA lancerà un concorso pubblico per dare un nome al luogo in cui Philae si poserà.

Articolo di “Science” sulla magnetosfera di Giove:

 

http://www.sciencemag.org/content/345/6204/1581.short

 

 

Ci sono voluti tre telescopi spaziali della Nasa – Hubble, Spitzer e Kepler – ma alla fine gli astronomi ci sono riusciti: hanno scoperto il vapore acqueo su un esopianeta, e anche un’alternanza di nuvole e cielo sereno, proprio come sulla Terra. Diverso però è il tipo di pianeta, che ha all’incirca la taglia di Nettuno ed è essenzialmente un oggetto gassoso, il che ridimensiona l’eccezionalità della scoperta. Rimane tuttavia il fatto che questo è il più piccolo dei pianeti nei quali finora è stato possibile verificare la presenza di vapore acqueo tramite lo spettro che può essere rilevato all’inizio e alla fine del transito, quando la luce della stella filtra attraverso gli strati gassosi esterni del pianeta (grafico qui accanto). Gli scienziati della Nasa considerano quindi questo risultato come un passo significativo verso la scoperta in un giorno forse non lontano di vapore acqueo nell’atmosfera di un pianeta roccioso di tipo terrestre, possibilmente orbitante nella fascia di abitabilità della sua stella. L’esoNettuno  in questione si trova intorno a una stella della costellazione del Cigno posta a 120 anni luce da noi ed è indicato con la sigla HAT-P-11b.

Altre informazioni:

http://www.nasa.gov/press/2014/september/nasa-telescopes-find-clear-skies-and-water-vapor-on-exoplanet/

 

 

La cometa C/2011 J2 LINEAR ha un nucleo doppio (foto). La scoperta si deve al team guidato da Federico Manzini della Stazione astrometrica di Sozzago (Novara), responsabile delle attività di ricerca dell’Osservatorio astronomico FOAM13 di Tradate (Varese). Il primo sospetto dell’esistenza del doppio nucleo risale a una osservazione del 20 agosto, quando la cometa si trovava nella costellazione di Cassiopea e si trovava a 600 milioni di chilometri dal Sole. La LINEAR (una delle centinaia di comete scoperte con questa collaborazione internazionale che si serve di un telescopio automatico da 1 metro in funzione nel New Mexixo) appariva di magnitudine 15, circondata da una chioma dal diametro angolare di 50”; si notava però anche una condensazione a nord del nucleo più luminoso, di magnitudine 16,5. La separazione tra i due oggetti era di un secondo d’arco. Poteva essere anche una nube di gas e detriti liberata dal nucleo cometario ma successivi accertamenti, che hanno coinvolto numerosi Osservatori amatoriali italiani e vari Osservatori professionali all’estero (tra questi Pic du Midi sui Pirenei e Haleakala nelle isole Hawaii), hanno confermato l’ipotesi del doppio nucleo, pur lasciando aperta la possibilità che si tratti di un frammento del nucleo principale che, dopo essersi staccato, potrebbe ora essere in dissoluzione. Il 19 settembre la scoperta del doppio nucleo è stata pubblicata in una circolare della International Astronomical Union.

Informazioni sul programma LINEAR:

http://en.wikipedia.org/wiki/Lincoln_Near-Earth_Asteroid_Research

https://www.ll.mit.edu/publications/journal/pdf/vol11_no1/11_1linear.pdf

Gli ultimi risultati del “cacciatore di antimateria”, l’esperimento AMS a bordo della Stazione Spaziale Internazionale (foto), sono stati pubblicati il 18 settembre sulla rivista “Physical Review Letters”. I dati riguardano nuove finestre di anergia: misura di positroni fino a energie di 500 GeV ed elettroni a energie fino a 700 GeV. I dati si basano su 10 milioni di elettroni e positroni identificati tra i 41 miliardi di raggi cosmici raccolti nei primi 30 mesi della missione. Tra le novità più interessanti c’è un eccesso di positroni (antiparticella dell’elettrone) che sembra provenire in modo uniforme da tutte le direzioni, con un valore massimo intorno all’energia di 275GeV. Non è chiaro se l’eccesso sia dovuto a una sorgente aggiuntiva di positroni o a una sparizione di elettroni. Un altro risultato interessante riguarda il flusso separato di elettroni e positroni, cioè la misura del numero di queste particelle che arriva nell’unità di tempo alla sommità dell’atmosfera terrestre. I dati indicano chiaramente che non ci sono brusche variazioni nello spettro dei flussi di elettroni, confermando che l’andamento con l’energia della componente dei positroni richiede la presenza di nuovi fenomeni per la loro produzione. Questi risultati sono di estrema importanza per tracciare un identikit di possibili sorgenti di antimateria e discriminare il contributo della materia oscura. Alla missione AMS collaborano l’INFN e l’ASI.

 

Altre informazioni:

 

http://it.wikipedia.org/wiki/Alpha_Magnetic_Spectrometer

Dopo un viaggio di dieci mesi e un percorso di 700 milioni di chilometri la sonda MAVEN (Mars Atmosphere and Volatile Evolution) della Nasa il 21 settembre raggiungerà Marte e si inserirà in orbita a 350 chilometri sopra il polo nord del pianeta. La manovra inizierà con sei brevi accensioni dei motori per complessivi 33 minuti che consumeranno più della metà del propellente disponibile e serviranno a frenare la navicella. Raggiunta la giusta velocità si inserimento, MAVEN (disegno) percorrerà inizialmente un’orbita ellittica con un periodo di 35 ore. Seguiranno sei settimane di altre manovre e di taratura degli strumenti scientifici, dopodiché incomincerà la prima fase di raccolta dati su composizione, struttura e dispersione nello spazio dell’atmosfera marziana. Questa fase durerà un anno e permetterà di chiarire anche l’evoluzione dell’ambiente del pianeta nel lontano passato con riferimento all’abbondanza di anidride carbonica e all’eventuale comparsa di forme di vita batterica. L'orbita definitiva sarà ellittica con distanza da Marte variabile tra 145 e 6200 chilometri.

 

Altre informazioni:

http://www.nasa.gov/mission_pages/maven/main/index.html

 

 

 

 

Idra è uno dei piccolissimi satelliti di Plutone, un oggetto di difficilissima osservazione, ma la navicella della Nasa “New Horizon”, benché si trovi a 430 milioni dal pianeta nano (che raggiungerà nel luglio 2015) riesce già a vederlo. Gli scienziati della Nasa lo hanno individuato confrontando due immagini riprodotte qui accanto e riprese il 18 e il 20 luglio scorsi in una serie di 48 immagini con posa di 10 secondi ciascuna. Il satellite è saltato fuori rimuovendo lo sfondo di stelle e schermando la sovraesposizione data da Plutone e dal suo satellite maggiore, Caronte. Di Plutone si conoscono cinque satelliti. Dopo Caronte, scoperto da Jim Christy su una lastra fotografica, con il telescopio spaziale Hubble sono stati individuati Nix e Idra nel 2005, Cerbero nel 2011 e Stige nel 2012. Il loro diametro è di qualche decina di chilometri. Si esclude che esistano altri satelliti di Plutone con un diametro superiore ai 20 chilometri.

Altre informazioni:

http://www.media.inaf.it/2014/09/16/spunta-una-testa-didra/

 

La crocetta bianca indica il punto del nucleo della cometa Churuymov-Gerasimenko dove l’11 di novembre scenderà e si arpionerà il laboratorio chimico robotizzato “Philae”, al momento ancora a bordo della navicella “Rosetta”. Il sito è stato scelto oggi 15 settembre dagli scienziati che seguono questa missione europea, la prima che preveda l’inseguimento di una cometa fino al suo passaggio al perielio e oltre, nonché l’atterraggio di un complesso “pacco” di esperimenti da eseguire in loco. Il punto di atterraggio è stato scelto in quanto è pianeggiante e non dà segni di grande attività. Tra quelli selezionati e valutati nei giorni scorsi, questo sito, indicato con la lettera J, ha ottenuto la totalità dei consensi. Come sito di riserva è stato scelto il C. “Rosetta” sta affinando la sua orbita intorno al nucleo cometario, del quale ha completato una accuratissima mappa. La superficie della Churyumov-Gerasimenko è molto tormentata. Si tratta, infatti, di un nucleo “doppio” dal diametro di circa 4 chilometri, con scarpate molto ripide, crateri, solchi e avvallamenti. Il sito J è quello che garantisce le massime condizioni di sicurezza per i 100 chilogrammi di strumenti del laboratorio Philae, benché gli scienziati abbiano precisato che nessuno dei nove siti selezionati dia garanzie assolute. Il sito J, oltre ad essere il meno rischioso, sembra molto interessante per i materiali che vi si sono depositati.

Altre informazioni:

http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Science/Rosetta/J_marks_the_spot_for_Rosetta_s_lander

 

 

Il ciclo solare, ormai in fase di attività calante, ha avuto un colpo di coda il 10 settembre con un brillamento di classe X1.6 al quale sono seguite due vistose espulsioni di plasma coronale. Due giorni dopo, il 12 settembre, la tempesta di particelle ad alta energia ha investito la Terra, ha interagito con il campo magnetico del nostro pianeta, le particelle solari – essenzialmente protoni ed elettroni – sono state deviate verso i poli e sono seguite spettacolari aurore polari, avvistate anche a latitudini relativamente basse sul Nord America e sul Nord Europa. Non ci sono stati però i temuti danni ai satelliti geostazionari, alle telecomunicazioni e alle reti elettriche.

 

Curiosamente, proprio in coincidenza con il fenomeno solare, i ricercatori del Plasma Physics Laboratory dell’Università di Princeton hanno pubblicato su “Nature Communications” i risultati di un esperimento che ha permesso di comprendere meglio il fenomeno della riconnessione magnetica (chiusura delle linee del campo) che, quando si verifica, può innescare le tempeste geomagnetiche all’origine, appunto, dei disturbi ai satelliti, alle telecomunicazioni e alle reti elettriche. La riconnessione trasforma l’energia magnetica in energia cinetica delle particelle e l’esperimento ha dimostrato che la conversione interessa circa la metà dell’energia magnetica. Un terzo dell’energia va a scaldare gli elettroni e gli altri due terzi accelerano gli ioni nel plasma. In un tipico fenomeno solare, l’energia in gioco è dell’ordine milioni di tonnellate di TNT.

Altre informazioni:

http://www.media.inaf.it/2014/09/11/scampare-a-una-tempesta-geomagnetica/

 

Grande festa al Centro operativo ESOC di Darmstadt (vicino a Francoforte) per il team del Programma “Galileo”, il GPS europeo: i due satelliti lanciati il 22 agosto con un vettore Soyuz-Fregat sono salvi e sotto controllo benché l’ultimo stadio del razzo russo partito dalla base di Kourou (Guyane francese) li avesse inseriti in un’orbita più bassa ed ellittica e i pannelli solari non si fossero debitamente aperti. I due satelliti recuperati, sia pure al prezzo di un notevole consumo di propellente, sono il quinto e il sesto della costellazione che dovrà assicurare una precisione di posizionamento di un metro. Il team ha lavorato 24 ore su 24 per portare a casa questo risultato, forte dell’esperienza già fatta una ventina di anni fa per recuperare il satellite astrometrico Hipparcos c he aveva avuto un incidente analogo. Il propellente era destinato alla gestione in orbita dei satelliti: poiché in parte è stato bruciato per portare più in alto la l’orbita, da 17 mila a 22 mila chilometri dalla Terra, la vita operativa dei satelliti sarà inevitabilmente più breve, ma l’importante è aver salvato il prezioso carico lanciato il 22 agosto. Il sistema di navigazione satellitare “Galileo”, realizzato per uso esclusivamente civile, incomincerà a funzionare nel 2016 e sarà completato qualche anno dopo.

Nella foto: il team di “Galileo” con il direttore generale Jean-Jacques Dordain nella sala di controllo dell’Esoc.

Altre informazioni:

http://www.esa.int/spaceinimages/Images/2014/09/Team_of_teams

 

 

 

Non era nata per questo genere di ricerche, ma è un piacevole effetto collaterale: la sonda astrometrica europea “GAIA” (disegno) ha scoperto una supernova in una galassia lontana mezzo miliardo di anni luce. La stella esplosa è stata denominata 'Gaia14aaa'. L’osservazione è stata fatta il 30 agosto confrontando l’immagine con quella dello stesso angolo di cielo ripresa il mese precedente. Lanciata nel dicembre dell’anno scorso, Gaia ha raggiunto la sua postazione a 1,5 milioni di chilometri dalla Terra in uno dei Punti di Lagrange. Dopo alcuni mesi trascorsi nella taratura degli strumenti il satellite astrometrico ha iniziato il suo lavoro scientifico il 25 luglio. Il compito per il quale è stata progettata consiste nella misura ultra-precisa della posizione e del moto di un miliardo di stelle della nostra galassia, la Via Lattea. Il cielo intero nel corso dei prossimi cinque anni verrà scandagliato da Gaia per cinque volte. La scoperta della remota supernova fa però prevedere che la sonda europea darà anche altri importanti contributi al progresso della conoscenza dell’universo.

Altre informazioni:

http://www.esa.int/spaceinimages/Images/2014/09/Supernova_Gaia14aaa_and_its_host_galaxy

 

 

 

 

A due anni dall’arrivo su Marte nell’agosto 2012, e dopo aver percorso 9 chilometri nel cratere Gale, il rover della Nasa Curiosity è arrivato alla base del monte Sharp che si leva al centro del cratere. Incomincia ora una nuova fare dell’esplorazione del pianeta rosso. Non facile, perché finora il rover si è mosso su un terreno pianeggiante, mentre adesso dovrà affrontare un suolo più accidentato e con notevoli pendenze. Il robot si trova ora presso una struttura geologica denominata Murray. Questa formazione, rispetto al suolo della platea del cratere, è meno compatta. Gli scienziati che stanno esaminandone la natura nelle immagini che “Curiosity” ha trasmesso per decidere come proseguire la ricerca e per individuare un punto interessante per la trivellazione. Il cratere Gale (il nome è quello dell’astronomo dilettante che per primo lo osservò nel XIX secolo) ha un diametro di 154 chilometri e un’età di 3,6 miliardi di anni. Il picco centrale è alto 5500 metri rispetto alla platea nord del cratere e 4500 rispetto alla platea sud (foto).

Altre informazioni:

http://www.nasa.gov/press/2014/september/nasa-s-mars-curiosity-rover-arrives-at-martian-mountain/

 

http://en.wikipedia.org/wiki/Gale_(crater)

 

Nel 1993 una supernova esplose nella galassia Messier 81 (foto). Era una buona occasione per gli astrofisici, perché questa galassia, che si trova nella costellazione dell’Orsa Maggiore, è relativamente vicina, a 11 milioni di anni luce. Ma la supernova, denominata 1993J, ha manifestato uno strano comportamento, di difficile interpretazione. L'enigma è stato finalmente risolto grazie al telescopio spaziale Hubble: la stella esplosa faceva parte di un sistema binario nel quale la stella compagna secondaria aveva immesso una nube di idrogeno prima che la stella principale esplodesse, dopo di che ha continuato a emettere energia – soprattutto nella banda ultravioletta – come stella che brucia elio. Ci furono quindi due esplosioni: una minore, dovuta al passaggio al regime termonucleare dell’elio, e una maggiore, innescata dall’idrogeno disperso nell’esplosione minore. Che questo fosse il meccanismo però è rimasta una ipotesi per 21 anni, durante i quali il compagno della supernova è stato cercato invano con grandi telescopi, tra i quali i Keck da 10 metri alle isole Hawaii. Combinando osservazioni nell’ultravioletto e nel visibile eseguite con “Hubble”, ora gli astrofisici sono riusciti vedere anche direttamente la stella compagna. Benché si stimi che nell’intero universo esploda una supernova al secondo, la fisica delle esplosioni non è ancora ben conosciuta perché solo poche supernove sono effettivamente osservabili grazie alla loro luminosità e relativa vicinanza.

Altre informazioni:

 

http://www.nasa.gov/press/2014/september/hubble-finds-supernova-companion-star-after-two-decades-of-searching/

 

Il satellite di Giove Europa (foto) ha segni evidenti di una tettonica a placche simile a quella terrestre. In altre parole, la superficie di questa luna gioviana può essere considerata come un mosaico di “placche” o “zolle” in lento moto reciproco sotto la spinta di moti convettivi che avvengono nell’interno del satellite. Sul nostro pianeta la lenta salita e discesa di magma del mantello agisce come un nastro trasportatore smuovendo una dozzina di placche principali, solo in parte coincidenti con i fondali oceanici e con i continenti. Sui bordi delle placche si concentrano fenomeni geologici e geofisici come vulcani, terremoti, catene montuose, dorsali e fosse oceaniche. Nel caso di Europa la superficie è ghiacciata ma gli scienziati ritengono che sotto questa banchisa, che presenta numerosi solchi e fratturazioni, esista un oceano liquido.

I geologi Simon Kattenhorn e Louise Prokter sono giunti alla conclusione che Europa abbia una sua tettonica a placche basandosi sulle immagini riprese dalla sonda “Galileo” all’inizio degli anni 2000. Europa è un po’ più piccola della nostra Luna. ed è uno dei quattro satelliti di Giove scoperti da Galileo, il secondo per distanza dal pianeta dopo Io e prima di Ganimede e Callisto. I due geologi confrontando immagini riprese in tempi diversi hanno notato circa 20 mila chilometri quadrati della superficie del satellite sono “scomparsi”, cioè hanno assunto un nuovo a aspetto in seguito ai moti tettonici, che hanno fatto fondere, inghiottito e modificato la banchisa glaciale.  L’articolo è sull’edizione online di “Nature Geoscience”.

Altre informazioni:

http://solarsystem.nasa.gov/europa/home.cfm

 

 

Domenica 7 settembre alle 18,18 ora di Greenwich (20,18 in Italia) l’asteroide “2014 RC” sorvolerà la Nuova Zelanda a una distanza di 40 mila chilometri, circa un decimo della distanza della Luna, poco al di là dell’orbita dei satelliti geostazionari che assicurano telecomunicazioni e immagini per uso meteorologico. L’asteroide ha un diametro di 21 metri (le dimensioni di una villa). Nel punto di massimo avvicinamento sarà di magnitudine 11,5 e attraverserà la costellazione dei Pesci. Non c’è alcun rischio per la Terra, ma si tratta di uno dei più stretti passaggi di piccoli asteroidi da quando gli astronomi sono in grado di prevederli e osservarli. In un caso l’orbita percorsa è stata addirittura all’interno di quella geostazionaria, che si colloca a 35.800 chilometri sopra l’equatore. Sono catalogati 1498 asteroidi che sfiorano l’orbita della Terra, con dimensioni che vanno da qualche chilometro a una decina di metri. “2014 RC” è stato scoperto nella notte del 31 agosto con il telescopio automatico (foto) della Catalina Sky Survey (Tucson, Arizona) e osservato il 1°settembre dal telescopio Pan-STARRS 1 sulla cima del vulcano Haleakala, isola di Maui, arcipelago delle Hawaii.

 

Altre informazioni:

https://twitter.com/MinorPlanetCtr

http://www.minorplanetcenter.net/db_search/show_object?object_id=2014+RC&commit=Show&utm_content=buffera7d89&utm_medium=social&utm_source=twitter.com&utm_campaign=buffer

 

http://www.lpl.arizona.edu/css/

La nostra galassia, la Via Lattea, si trova in un superammasso di centomila galassie dal diametro mezzo miliardo di anni luce e con una massa complessiva di cento milioni di miliardi di masse solari. E’ questa la conclusione di un lavoro pubblicato su “Nature” del 4 settembre, firmato da R. Brent Tully dell’Istituto di astronomia delle isole Hawaii, considerato il massimo studioso della struttura dell’universo a grande scala. A questo superammasso, che ha un diametro pari a circa un trentesimo dell’universo intero, Tully ha dato il nome poetico di Laniakea, parola che in lingua hawaiana significa “immenso paradiso”. Ma la cosa più interessante è il metodo usato per individuare il “nostro” superammasso. I ricercatori guidati da Tully hanno tracciato una mappa delle velocità delle galassie nel nostro angolo di universo e così hanno potuto definire la regione di spazio sulla quale i vari ammassi e superammassi influiscono gravitazionalmente inducendo le accelerazioni (velocità) misurate. I campi di velocità mostrano una sorta di “pioggia di galassie” che convergono verso una regione primaria di attrazione gravitazionale (disegno). Si tratta di una estensione della ricerca che una ventina di anni fa aveva portato alla scoperta del “Grande Attrattore, una anomalia gravitazionale al centro del superammasso locale.

 

Altre informazioni con il video all'indirizzo http://irfu.cea.fr/laniakea L'articolo su 'Nature':

http://www.nature.com/nature/journal/v513/n7516/full/nature13674.html?WT.ec_id=NATURE-20140904

 

L’ipotesi che su Titano, il maggiore dei satelliti di Saturno, il metano, CH4, svolgesse un ruolo “meteorologico” analogo a quello dell’acqua sulla Terra, con piogge, nevicate, invasi di metano liquido e ghiacciato (foto), è stata convalidata dalla sonda “Huygens”, scesa sulla superficie di questo satellite il 14 gennaio 2005. Titano ha dimensioni paragonabili a quelle di Mercurio e un’atmosfera in gran parte costituita da azoto, proprio come la Terra: è interessante perché potrebbe presentare un ambiente che, temperatura a parte, non esclude forme di vita elementari. Ora la rivista “Icarus” pubblica uno studio condotto con la navicella “Cassini” dal quale risulta che nel sottosuolo di Titano esistono innumerevoli giacimenti non solo di metano ma anche di altri idrocarburi, in particolare propano ed etano. Questi composti, in forma liquida e ghiacciata, dalla superficie si infiltrano nel sottosuolo attraverso gli strati porosi della crosta e vanno a formare vasti bacini sotterranei collegati a quelli superficiali.

“Sapevamo che una frazione significativa dei laghi sulla superficie di Titano potrebbe essere collegata a bacini liquidi sotterranei, ma non avevamo idea di come questi interagissero” dice Olivier Mousis, uno degli autori dello studio. “Adesso però abbiamo modellato la struttura interna di Titano in grande dettaglio e questo ci consente di avere una visione migliore delle proprietà di questi bacini sotterranei”. Responsabili della lenta ma inesorabile trasformazione degli idrocarburi sarebbero dei particolari composti chimici presenti nei ghiacci di Titano, i cosiddetti clatrati. Una delle caratteristiche interessanti dei clatrati è che essi producono un frazionamento degli idrocarburi poiché intrappolano e spezzano le molecole in una miscela di fasi solida e liquida.

Altre informazioni:

 

http://sci.esa.int/cassini-huygens/54582-titans-subsurface-reservoirs-modify-methane-rainfall/

 

Quello delle Pleiadi (foto) è il più familiare degli ammassi stellari aperti, ne parlavano già Omero ed Esiodo, eppure nascondono un segreto: la loro effettiva distanza da noi. I manuali classici oscillavano tra 390 e 410 anni luce basandosi su studi fotometrici. Il satellite astrometrico Hipparcos ha convalidato la distanza minore: 390 anni luce. Ma ora la rete di dieci radiotelescopi intercontinentale VLBA trova, con il metodo astrometrico, una distanza ben maggiore: 443 anni luce, con l’incertezza dell’uno per cento. Sarà Gaia, il nuovo satellite astrometrico europeo, a dirimere la questione, se, come promesso, raggiungerà la precisione di 0,25 millesimi di secondo d’arco, ciò che ridurrebbe l’incertezza allo 0,3 per cento.

Le Pleiadi, M 45 nel Catalogo Messier, costellazione del Toro, sono l’ammasso stellare aperto più studiato. Le sue giovani stelle conservano ancora tracce della nebulosa in cui si sono formate. Si tratta in gran parte di giganti azzurre. Alcyone, magnitudine 2,86, è mille volte più luminosa del Sole.

Altre informazioni:

 

http://www.media.inaf.it/2014/08/29/pleiadi-piu-vicine-che-mai-anzi-no/





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