Astro News a cura di Piero Bianucci

Abbiamo anticipato con molti particolari la prima osservazione diretta delle onde gravitazionali da parte della collaborazione americana LIGO (900 scienziati, due antenne interferometriche, mezzo miliardo di dollari di investimento). Alle 16,30 ora italiana dell'11 febbraio una conferenza congiunta LIGO-VIRGO ha confermato la scoperta. L'articolo compare su 'Physical Review Letters', la rivista della Società dei fisici americani.

Il segnale osservato risale al 14 settembre 2015, ore 10, 50 minuti e 45 secondi ora italiana ed è attribuito alla coalescenza (fusione) di due buchi neri che, nel vorticare attorno al loro comune baricentro, hanno raggiunto la folle velocità di 150 mila chilometri al secondo, la metà di quella della luce. Le antenne LIGO hanno registrato il passaggio dell'onda gravitazionale entro una finestra temporale di coincidenza di 10 millesimi di secondo. Il buco nero binario, si trovava a circa un miliardo e mezzo di anni luce da noi (410 megaparsec). Risulta così verificata una fondamentale previsione della teoria della relatività generale pubblicata da Albert Einstein cento anni fa, l'11 maggio 1916. Servirà ora una statistica più ampia e documentata, anche con il contributo di VIRGO. Dopodiché potrà avere inizio una nuova astronomia, che scruterà l'universo dalla 'finestra' gravitazionale.

Altre informazioni: http://journals.aps.org/prl/

 

 

 

Il 30 giugno in tutto il mondo si celebrerà l’”Asteroid Day”, la giornata mondiale degli asteroidi. Sono 120 gli eventi attualmente in programma. Lo ha annunciato il 9 febbraio una conferenza stampa (foto) dell’Agenzia spaziale europea (ESA) che si è svolta in Olanda ed è stata trasmessa in streaming in tutto il mondo. La “Giornata dell’Asteroide” ha lo scopo di sensibilizzare la popolazione su un tema che deve essere meglio conosciuto per solo per il suo grande interesse scientifico ma anche per i risvolti legati alla sicurezza e, in un futuro non lontano, all’economia. Parteciperanno alle manifestazioni del 30 giugno Brian May, chitarrista del gruppo rock dei Queen, e il regista Grigori Richters – cofondatori dell’Asteroid Day –, alcuni astronauti (tra cui Tom Jones), il premio Nobel Brian Schmidt (uno degli scopritori, nel 1998, dell’accelerazione del moto espansivo dell’universo), Bill Nye della Planetary Society, l’astronomo reale inglese Martin Rees, Amanda Sickafoose del South African Astronomical Observatory e il direttore tecnico dell’ESA Franco Ongaro. Nell’occasione verrà presentata la missione AIM, Asteroid Impact Mission, che entro 15 anni dovrebbe aiutarci a prevenire il rischio di impatto di piccoli asteroidi. La data del 30 giugno è stata scelta perché è l’anniversario dell’evento di Tunguska, il maggior impatto asteroidale registrato in epoca storica, avvenuto nel 1908 in Siberia.

Altre informazioni:

http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Engineering_Technology/Asteroid_day/Replay_of_Asteroid_Day_2016_press_conference

 

Mentre l’ultima parola sulla scoperta delle onde gravitazionali è annunciata per giovedì 11 febbraio pomeriggio con una conferenza stampa parallela degli esperimenti LIGO (Stati Uniti) e VIRGO (Europa, e in particolare Italia e Francia), “Nature Physics” pubblica un articolo di Terry Quinn che fa il punto sulla precisione con cui conosciamo la costante G o Costante di Newton, cioè il parametro fondamentale che caratterizza la forza di gravità. Dal 2000 ad oggi – ricorda – Terry Quinn – sono state pubblicate otto nuove determinazioni della costante G, alcune delle quali vengono dichiarate precise entro 20 parti per milione. Eppure la divaricazione complessiva tra le otto determinazioni è di ben 400 parti per milione, il che fa pensare che la precisione con cui G è nota sia in realtà assai meno buona. Per questo motivo la Royal Society e il NIST, l’istituto nazionale di metrologia americano, lanciarono nel 2014 una campagna per migliorare la determinazione di questa importantissima costante della natura misurata per la prima volta da Henry Cavendish (incisione) con la sua famosa bilancia di torsione e pubblicata nel 1798.

Il valore di G oggi correntemente accettato è 6,67408 + / - 0,00031 per 10 alla meno 11 kg-1 m3 s-2. Non è chiaro però quanto questo dato sia affidabile se nel 1986 Il Comitato Usa per i dati scientifici e tecnologici parlava di un’incertezza di 14 parti per milione, mentre nel 1995 un analogo istituto tedesco dichiarava una incertezza “inferiore a 100 parti per milione”. Il NIST ha ora pronto un nuovo esperimento per giungere a una misura migliore entro il 2016. Nuove tecniche analitiche, dati cosmologici e teorie quantistiche della gravità dovrebbero convergere – conclude Quinn, verso un valore finalmente soddisfacente.

Altre informazioni:

http://www.nature.com/nphys/journal/v12/n2/full/nphys3651.html

https://en.wikipedia.org/wiki/Henry_Cavendish

 

 

 

 

 Se lanciate un sasso verso l’alto, per un po’ salirà verso il cielo ma poi il suo volo parabolico invertirà la direzione e il sasso ricadrà a terra. Su scala enormemente più grande, è ciò che sta accadendo alla Nube di Smith rispetto alla nostra galassia, la Via Lattea (disegno). Uno studio di Andrew Fox e colleghi realizzato con il telescopio spaziale “Hubble” e pubblicato su “The Astrophysical Journal” ha accertato che questa immensa nube di idrogeno, la cui massa è pari a un milione di stelle come il Sole, è stata espulsa dal disco della Via Lattea 70 milioni di anni e ricadrà fra 30 milioni di anni, ovviamente a grande distanza dal punto di espulsione. Siamo dunque assistendo alla fase della parabola discendente. La caduta avviene alla velocità di un milione di chilometri orari. L’impatto innescherà la formazione di circa due milioni di stelle. Non si conoscono né l’origine della nube né la causa dell’espulsione.

Scoperta nel 1963 da Gail Smith, all’epoca giovane dottorando in astronomia, la Nube di Smith si trova nella costellazione dell’Aquila, ha la forma di una gigantesca cometa lunga 11 mila anni luce (un decimo del diametro della Via Lattea) ed è larga 2500 anni luce. La sua estensione apparente è pari a 30 volte il diametro della Luna piena ma la nube è così rarefatta che per “vederla” occorrono strumenti molto sofisticati come il Cosmic Origins Spectrograph montato su “Hubble”. A lungo si è pensato che fosse una galassia senza stelle o una nube di idrogeno primordiale in viaggio nello spazio esterno alla Via Lattea. Si è poi scoperto che la Nube di Smith contiene zolfo; non è quindi una nube primordiale ma è fatta di materiale già elaborato attraverso più generazioni stellari.

Altre informazioni:

https://en.wikipedia.org/wiki/Smith%27s_Cloud

 

 

 

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Dieci miliardi di tonnellate è il peso della cometa 67P / Churyumov-Gerasimenko (nel caso che la mettiate su una bilancia posta sulla superficie della Terra). Poiché il suo volume è di 18,7 chilometri cubi, se ne deduce che un metro cubo di questa cometa, portato sul nostro pianeta, peserebbe 533 chilogrammi, poco più di mezza tonnellata. Ciò corrisponde a 0,533 grammi per centimetro cubo, cioè a una densità di poco superiore a metà di quella dell’acqua. Da questi dati e da altri raccolti con gli strumenti a bordo della navicella europea “Rosetta”, si deduce che la struttura interna del nucleo della Churyumov-Gerasimenko è abbastanza omogenea e non nasconde grandi cavità. Questa conclusione però pone un problema: ghiaccio, silicati e composti carboniosi dovrebbero gli ingredienti principali del nucleo, ma se così fosse il peso specifico dovrebbe essere superiore a quello dell’acqua e non circa la metà. Il nucleo deve essere quindi poroso come una spugna, una sorta di “aggregato soffice” di polveri. I calcoli fatti partendo dall’orbita della sonda sono stati complessi: la forza di gravità della cometa 67P è infatti così debole che si è dovuto tenere conto delle perturbazioni gravitazionali dovute a tutti i pianeti e al Sole, nonché della pressione di radiazione e dell’effetto dei gas espulsi dal nucleo cometario. Gli strumenti usati sono il radar CONSERT, RSE (Radio Science Experiment), ROSINA, COSIMA e GIADA.

L’articolo è pubblicato su “Nature” del 4 febbraio 2016. Nella foto, alcune immagini della cometa 67P a grande campo e ravvicinate.

Altre informazioni:

http://www.media.inaf.it/2016/02/05/pesata-la-cometa-di-rosetta-10-miliardi-di-tonnellate/

 

 

 

Un articolo di Adrian Cho su “Science Magazine” dà praticamente per sicura la scoperta delle onde gravitazionali. Il segnale osservato dalle antenne americane LIGO corrisponde a quello emesso da due buchi neri che spiraleggiano intorno al comune baricentro sempre più vorticosamente fino a fondersi tra loro formandone uno più massiccio dissipando una parte della massa-energia in onde gravitazionali. La pubblicazione è prevista per l’11 febbraio sulla rivista “Nature”. L’emissione di onde gravitazionali osservata da LIGO corrisponde a un evento cosmico davvero drammatico. La massa dei due buchi neri che formavano il sistema binario è stimata rispettivamente in 36 e 29 volte quella del Sole, l’oggetto generato dalla loro fusione sarebbe un buco nero di 62 masse solari. Tre le masse solari che mancano all’appello e che sarebbero state dissipate in vario modo. Tra i modi di dissipazione c’è anche l’emissione di radiazione elettromagnetica, dai raggi gamma all’X, alla luce visibile alle onde radio. Per identificare la controparte ottica (o meglio elettromagnetica) della coalescenza “vista” nelle onde gravitazionali sono stati allertati i maggiori telescopi del mondo, a terra e nello spazio.  

Nel suo articolo Adrian Cho riferisce informazioni di prima mano di Clifford Burgess, fisico teorico alla McMaster University di Hamilton, Canada, il quale a sua volta ha avuto la notizia da un collega che ha materialmente visto il lavoro scientifico in via di pubblicazione. La probabilità di errore, secondo Clifford Burgess, sarebbe soltanto una su 3 milioni e mezzo (5,1 sigma, cioè la stessa certezza con cui fu annunciata la scoperta della particella di Higgs). Arrotondando, la scoperta delle onde gravitazionali avrebbe una certezza superiore al 99,9 per cento. Un po’ minore ma sempre alta la probabilità che a questo risultato scientifico vada il premio Nobel per la fisica già quest’anno: Burgess azzarda un 90 per cento. A rigore siamo ancora fermi a notizie di fonte spionistica, osserva Adrian Cho, ma tanti particolari così precisi contribuiscono a rafforzarne la credibilità. Insomma, come direbbe il commissario Maigret, molti indizi fanno una prova.

Nella foto: l'antenna LIGO a Livingstone, in Louisiana. La sua gemella si trova ad Hanford, Washington.

Il link all’articolo di Adrian Cho:

http://www.sciencemag.org/news/2016/02/woohoo-email-stokes-rumor-gravitational-waves-have-been-spotted

 

 

 

 

E’ morto Edgar Mitchell, il sesto uomo che camminò sulla Luna, protagonista della missione “Apollo 14” svoltasi nel 1971, uno dei “magnifici dodici” astronauti americani che ebbero il privilegio di sbarcare sul nostro satellite. Aveva 85 anni. Nato a Hereford il 17 settembre 1930, Mitchell veniva da studi di economia aziendale ma poi si arruolò nella marina militare americana e nel 1958 divenne ufficiale dell’Aviazione in un settore che si occupava di ricerca. Dopo la missione Apollo 14, durante la quale trascorse 9 ore fuori del LEM (Modulo Lunare), uscì presto dalla Nasa (1° ottobre 1972) per fondare una propria azienda in Florida. Fece molto discutere, nel 2008, una sua dichiarazione, fatta nel corso di una intervista radiofonica, secondo la quale gli ambienti militari americani sarebbero da sessant’anni a conoscenza dell’effettiva esistenza degli Ufo e di contatti tra esseri umani ed extraterrestri: queste informazioni però verrebbero tenute nascoste per motivi oscuri. E’ la nota “teoria del complotto”, che ritorna in molte leggende metropolitane, da quella sull’origine dell’Aids e di altre epidemie all’attacco alle “torri gemelle”. Già al tempo della sua missione lunare aveva rivelato di aver compiuto nello spazio esperimenti sui poteri paranormali del cervello umano. Anche le descrizioni che Mitchell diede dell’ambiente lunare erano molto fantasiose ed espresse in linguaggio poetico, come ha fatto osservare l’attuale amministratore generale della Nasa Charles Bolden nel dare l’annuncio della scomparsa del “sesto uomo della Luna” avvenuta il 4 febbraio 2016 a Lake Worth, in Florida, dove Michell aveva fondato la sua azienda e dove viveva. Quella dell'Apollo 14 fu la terza missione a raggiungere il suolo lunare; lo sbarco avvenne nei pressi del cratere Fra' Mauro. Con Mitchell viaggiarono Shepard e Roosa.

Altre informazioni:

https://en.wikipedia.org/wiki/Edgar_Mitchell

http://www.nasa.gov/press-release/nasa-administrator-remembers-apollo-era-astronaut-edgar-mitchell

 

 

 

 

 

Lo specchio primario del futuro telescopio spaziale “James Webb” è finalmente completo: il diciottesimo e ultimo tassello è stato montato il 4 febbraio presso il Goddard Space Center della Nasa a Greenbelt, Maryland. “James Webb” sarà il più potente telescopio mai lanciato nello spazio. Con una apertura di sei metri e mezzo, sarà collocato nel Punto di Lagrange opposto alla Terra e opererà nel vicino infrarosso. I 18 segmenti dello specchio principale pesano 40 chilogrammi ciascuno e misurano diametralmente 1,3 metri. Per assemblarli con la necessaria precisione è stato usato un braccio robotico. Lo specchio dovrà ora affrontare una complessa serie di test ottici e termici.

Il lancio è previsto nel 2018 da Kourou con un razzo dell'Agenzia spaziale europea Ariane-5. Lo specchio primario partirà ripiegato come un ombrello e si aprirà dopo aver raggiunto la sua destinazione. Fino al 2020 dovrebbe continuare a funzionare il telescopio spaziale “Hubble”.

Altre informazioni:

http://www.nasa.gov/press-release/nasas-james-webb-space-telescope-primary-mirror-fully-assembled

 

 

 

 

Il 3 febbraio, nel corso di una passeggiata all’esterno della Stazione Spaziale (foto), i cosmonauti Yuri Malenchenko e Sergei Volkov hanno ritirato un laboratorio chimico che ha messo alla severa prova dell’ambiente cosmico 46 specie di piccoli organismi e 150 composti organici presenti negli esseri viventi. I campioni biologici sono stati esposti per 18 mesi a temperature estreme, al vuoto, a radiazioni ionizzanti e all’energia diretta del Sole; durante l’esperimento hanno completato 8500 orbite intorno alla Terra. Portati nel modulo russo “Zvezda”, verranno esaminati per scoprire quali mutazioni hanno subito sotto l’azione dell’ambiente spaziale. Questo studio orienterà la ricerca di forme di vita extraterrestri. Alcuni amminoacidi, mattoni fondamentali che formano le proteine degli organismi terrestri, sono stati trovati in meteoriti che hanno viaggiato per milioni di anni nello spazio: si tratta di capire quali sono i più stabili e quali modifiche subiscono i più fragili. Capo della ricerca è Hervé Cottin, dell’Università di Parigi-Est-Créteil. I dati verranno confrontati con quelli raccolti da “Rosetta” sulla cometa Churyumov-Gerasimenko e da “Huygens” su Titano, satellite di Saturno. Dal 2009 sono coinvolti nel progetto trenta ricercatori di 11 laboratori in Italia, Francia, Olanda e Stati Uniti.

Altre informazioni:

 

http://www.esa.int/Our_Activities/Human_Spaceflight/Principia/Russian_spacewalk_marks_end_of_ESA_s_exposed_space_chemistry

Un satellite grande come una scatola da scarpe che sarà costruito a Torino è stato scelto dalla Nasa per una missione lunare: la Exploration Mission 1 (EM-1) che partirà alla fine del 2018 con il primo volo del nuovo razzo Space Launch System, che a sua volta rappresenta la tappa iniziale di una missione verso un asteroide e poi di un eventuale viaggio con equipaggio verso Marte (2030-2040). Tra i progetti europei quello italiano è l’unico che abbia avuto l’approvazione dell’ente spaziale americano. Il microsatellite (due moduli CubeSat congiunti) si chiama “ArgoMoon” ed è progettato da Argotec, la piccola azienda di Torino che ha preparato i pasti “personalizzati”  consumati da Samantha Cristoforetti sulla Stazione Spaziale Internazionale durante la sua missione di sei mesi. “ArgoMoon” farà parte di uno sciame di 12 microsatelliti già selezionati dalla Nasa. Il satellite italiano, dotato di alimentazione elettrica a pannelli fotovoltaici e con dimensioni di 20 x 30 centimetri (disegno), si inserirà in orbita intorno alla Luna, sperimenterà i sistemi di comunicazione e riprenderà foto e video per qualche anno. Prima di 'ArgoMoon' sarà lanciato un satellite ancora più piccolo per un test sui materiali da impiegare per rendere il microsatellite italiano resistente alle radiazioni cosmiche. 

Altre informazioni: http://www.argotec.it/landing/

http://www.media.inaf.it/2016/02/02/argomoon-sale-a-bordo-di-orion/

 

 

 L’Europa è sempre più vicina ad avere il suo GPS pienamente operativo: il nono e il decimo satellite della costellazione “Galileo” il 29 gennaio hanno incominciato a trasmettere regolarmente i loro segnali di navigazione. I due satelliti sono stati lanciati insieme l’11 settembre dell’anno scorso. Da allora sono stati svolti tutti i test di calibrazione e ora, raggiunti gli standard di precisione richiesti, sono entrati in servizio. I controlli sono stati fatti con la parabola da 20 metri di apertura nel centro dell’Agenzia spaziale europea in Belgio. Altri centri di ascolto dei segnali sono in Italia nella piana del Fucino e in Germania.

Intanto a Estec in Olanda, i satelliti Galileo m13 e 14 hanno superato i test pre-volo in vista del lancio nei prossimi mesi. Prosegue la preparazione degli altri 12 satelliti che completeranno il sistema di navigazione europeo che, diversamente dal GPS americano, avrà esclusivamente applicazioni civili e commerciali. La costellazione completa sarà di 24 satelliti (30 con la ridondanza: vedi disegno). L’INRiM di Torino cura alcuni degli orologi atomici a bordo e al suolo.

Per informazioni più specialistiche:

http://www.gsc-europa.eu/system-status/Constellation-Information

http://www.esa.int/Our_Activities/Navigation/Galileo_signals_covering_more_of_the_sky

 

 

 

Molti satelliti in orbita bassa, per svolgere efficacemente il loro lavoro, devono “parlare” con altri satelliti in orbita geostazionaria che provvedono a rilanciare i dati su ampi settori del nostro pianeta. Un grande passo in questa direzione è stato fatto il 30 gennaio con il lancio da Baikonur di un satellite-relais che rappresenta un’autentica “autostrada spaziale dei dati”: ha infatti una velocità di trasmissione di 1,8 Gbit/s, risultato che è stato possibile ottenere perché per la prima volta viene impiegato un ricetrasmettitore laser spaziale (prima si sono fatti solo fatti alcuni test sperimentali). Il satellite è il primo dell’EDRS, European Data Relay System; un altro sarà lanciato l’anno prossimo, un terzo – a completamento della copertura dell’intero pianeta – è in programma per il 2020. L’inserimento in orbita geostazionaria è avvenuto con un razzo Proton. In realtà EDRS-A fa parte del satellite di telecomunicazioni Eutelsat-9B. Il satellite ha la sua collocazione finale a 9 gradi a Est sopra l’Europa in orbita geosincrona a 35.800 chilometri sopra l’equatore. Al programma EDRS collaborano pubblico e privato, rispettivamente con l’Agenzia Spaziale Europea e Airbus Defence and Space. Le reti satellitari in banda ottica sono il futuro delle telecomunicazioni intorno al nostro pianeta e non solo. Stazioni EDRS al suolo si trovano in Germania, Belgio e Regno Unito.

EDRS-A (disegno) effettuerà alcuni test di collegamento con i propri clienti, i satelliti Sentinel del programma della Commissione Europea Copernicus, a partire dalle prossime settimane fino all'inizio del servizio questa estate. La trasmissione dei dati dalla Stazione Spaziale Internazionale incomincerà nel 2018.

Altre informazioni e video:

http://www.esa.int/Our_Activities/Telecommunications_Integrated_Applications/EDRS

 

 

 

 

L’archeoastronomia unisce il fascino di due scienze: quella del cielo e quella del lontano passato dell’uomo. Ma spesso fatica a uscire da approssimazioni pseudoscientifiche. Giulio Magli, astrofisico e professore ordinario di archeoastronomia al Politecnico di Milano, affiancato da Franco Foresta Martin, geologo e astrofilo di lungo corso, ha pensato di colmare questa lacuna culturale progettando una Scuola di Archeoastronomia nell’isola di Ustica che si terrà dal 24 al 29 luglio. Dopo una conferenza introduttiva e una serata di osservazione del cielo, il secondo, terzo e quarto giorno si snoderà un ciclo di sette lezioni monografiche che toccheranno tutti i temi più importanti e interessanti di questa giovane disciplina che esplora il passato remoto: astronomia e paesaggio nell’antico Egitto, astronomia e cultura megalitica nel Nord Europa (Stonehenge – nella foto – e Newgrange), archeoastronomia dell’area mediterranea (Malta, Minorca, i nuraghi in Sardegna), la cultura astronomica dei Maya e degli Inca, astronomia, architettura e potere a Roma da Augusto ad Adriano; laboratori di astronomia pratica e di tecniche di rilievo in archeoastronomia. Un altro filone della Scuola sarà quello geologico, con una giornata di escursioni nell’isola e visita al Museo di archeologia.

Giulio Magli è anche il responsabile del Laboratorio di Formazione matematica di sperimentazione scientifica Effediesse. Franco Foresta Martin, già inviato scientifico del “Corriere della Sera”, dirige il Laboratorio Museo di Scienze della Terra Isola di Ustica ed è tra i docenti dei corsi di Comunicazione della scienza dell’Università di Padova e di Savona.

Tutte le informazioni al link:

http://fds.mate.polimi.it/?arg=divulgazione&id_pagina=282

 

 

Nel 2011 Francesco Massaro, ora ricercatore dell’Università di Torino, e Raffaele D’Abrusco, del gruppo di astrofisica dell’Università Federico II di Napoli, con il telescopio spaziale WISE della Nasa, scoprirono che una classe molto rara di galassie “attive”, i blazars, è caratterizzata da una emissione nell’infrarosso con proprietà specifiche: una sorta di “impronta digitale” utilizzabile per riconoscere i blazars tra tutte le altre classi di oggetti astronomici. Grazie a questa tecnica, i due astrofisici sono ora riusciti a stanare centinaia di oggetti che sembrano essere blazars tra le sorgenti non identificate osservate da un altro telescopio spaziale della NASA, “Fermi”, che esplora il cielo alle altissime energie dei raggi gamma. Per confermare senza ombra di dubbio la vera natura dei loro candidati blazars, Massaro e D’Abrusco hanno intrapreso una campagna osservativa con telescopi ottici da terra per ottenere gli spettri di tali sorgenti, coinvolgendo nel loro progetto un team internazionale di esperti del settore. Dopo cinque anni e decine di notti di osservazioni trascorse in Arizona (Osservatorio di Kitt Peak - telescopio Mayall  da 4 metri e il Telescopio Multiple Mirror), California (Osservatorio di Mount Palomar), Cile (Telescopio Southern Astrophysical Research Telescope e Magellan), Isole Canarie (Telescopio Nazionale Galileo e Telescopio William Herschel) e Messico (Osservatorio Astronomico Nazionale in San Pedro Martir e Telescopio Guillermo Haro), i due astrofisici italiani hanno concluso la loro campagna con la scoperta di oltre 200 nuovi blazars. La parola blazar deriva dall’oggetto BL Lacertae e fu coniata nel 1978 da Ed Spiegel. Esistono due tipi principali di blazar (disegno) ma tutti si collocano tra i fenomeni più violenti dell’universo. E’ interessante ricordare che Francesco Massaro e Raffaele d’Abrusco sono due “cervelli italiani” rientrati nel nostro paese. I loro lavori sono pubblicati su “The Astrophysical Journal”. “Queste osservazioni – dice Massaro – migliorano la conoscenza delle sorgenti gamma non identificate e dei blazars che emettono nei raggi gamma. I nostri dati mostrano anche l’esistenza di blazar che non hanno emissione nella banda delle radio frequenze, una rarità anche per la classe di sorgenti extra-galattiche più rara che esista. Presto potremo così porre vincoli stringenti sulla natura, l’abbondanza e il comportamento della materia oscura che permea l’universo.”

Altre informazioni:

http://www.media.inaf.it/2016/01/29/cacciatori-di-blazar/

http://adsabs.harvard.edu/abs/2011ApJ...740L..48M

 

 

 

Il futuro è dei microsatelliti e delle microsonde spaziali. E’ la rivoluzione delle nanotecnologie – nuovi materiali, sensori, motori e generatori di energia su scala molecolare – che si appresta a colonizzare l’orbita terrestre, Marte, gli asteroidi. La parola magica è “cubesat” e non è nuova: sono piccoli satelliti modulari, tipicamente di 10 centimetri di lato, peso tra 1 e 10 kg, controllo termico e schermatura antiradiazioni, che da un decennio vengono sviluppati da studenti delle università e dei politecnici come esercitazioni ma anche un po’ come supporto alla ricerca scientifica. Nuove sono però le prospettive che la nanotecnologia apre alla prossima generazione di “cubesat”. Avremo presto un gran numero di questi satelliti a basso costo di produzione e di lancio, e potranno lavorare in squadra nell’esplorazione e nella sorveglianza dello spazio. Più avanti nel tempo, ci saranno veri sciami di sonde, grandi come un insetto, che lavoreranno sulla Luna, su Marte, sugli asteroidi.

E’ un campo fecondo specie per paesi con pochi mezzi finanziari. Al Mektory Space Centre di Tallin, in Estonia, un gruppo di studenti universitari sta costruendo il suo primo nanosatellite: partirà nel 2018. Niente di eccezionale, per ora: 'Stiamo sviluppando un cubesat teleorientabile per riprendere immagini della Terra dallo spazio' dice Mart Vihmand, capo del Mektory Space Centre.

L'Agenzia Spaziale Europea lavora a nanosatelliti per missioni nello spazio profondo. Roger Walker coordina il programma Cubesat nel centro ESA di Nordwijk, Olanda. “Qarman” è uno dei prototipi in fase sperimentale, lancio entro un anno. Nel 2020 uno stormo di cubesat parteciperà alla missione per intercettare un piccolo asteroide.

Altre informazioni: https://en.wikipedia.org/wiki/CubeSat

http://www.esa.int/spaceinimages/Images/2015/01/QARMAN_CubeSat%20

 

 

 

 

 

Era un pianeta orfano ma anche il pianeta dei primati di distanza e con l’anno più lungo. Un articolo con la firma di Niall Deacon (University of Hertfordshire) sull’ultimo numero della rivista inglese “Monthly Notices of Royal Astronomical Society” (MNRAS) lo ha ricondotto alla sua “madre gravitazionale”, identificata nella stella TYC 9486-927-1, a 104 anni luce da noi, nascosta in un ammasso di stelle e di nane brune noto come Tucana Horologium Association.

Ricostituita l’unità familiare (vedi cartina), rimangono i record del pianeta, la cui sigla è 2MASS J2126: orbita a 7000 unità astronomiche dalla sua stella e impiega 900 mila anni a compiere una rivoluzione completa; e poiché la Tucana Horologium Association ha una età di 45 milioni di anni, un improbabile abitante di quel pianeta avrebbe visto in tutto questo tempo soltanto una cinquantina di primavere. Piuttosto gelide, considerando la grande distanza del pianeta dalla sua stella.

Il link alla rivista che pubblica l’articolo:

http://mnras.oxfordjournals.org/

La notizia su astronomy.com:

https://astronomynow.com/tag/tucana-horologium-association/

 

 

 

 

 

 

Big Bang con inflazione? Biga Bang come rimbalzo da un Big Crunch? Big Bang come transizione secondo le teorie di superstringa? Il documento che contiene il bandolo della aggrovigliata matassa è la radiazione cosmica di fondo, la “prima fotografia” dell’universo neonato, ora abbastanza nitida grazie alle misure del satellite europeo “Planck” che ne rivela piccole fluttuazioni di densità primordiali (foto). Ora Yi Wang, Xingang Chen e Mohammad Hossein della Hong Konk University propongono un nuovo metodo per discriminare tra i vari scenari: si tratta di particelle subatomiche “pesanti” che si comportano come pendoli in modo universale e standard e sono indicatori affidabili delle condizioni iniziali dell’universo, quando furono generate le fluttuazioni di densità. La loro impronta sulla radiazione cosmica di fondo, come quella delle onde gravitazionali, sarebbe un prezioso indizio per i cosmologi. Ma ci vorranno almeno dieci anni per approfondire questa ipotesi con esperimenti già in corso o ancora da realizzare.

L’articolo comparirà sul “Journal of Cosmology and astroparticle Physics”. Questo il link all’abstract:

 

http://arxiv.org/abs/1509.03930

 

 

Stati Uniti ed Europa, Nasa ed ESA, marceranno unite verso la conquista degli asteroidi. Non ha ancora l’approvazione definitiva, ma AIM, Asteroid Impact Mission (disegno), progetto dell’ESA per adesso in fase di concezione preliminare, dovrebbe diventare strettamente complementare del progetto americano AIDA, Asteroid Impact & Deflection Assessment e DART, “Double Asteroid Redirection Test”. In entrambi i casi la meta è l’asteroide binario Didymos, che ha un diametro di 800 metri e possiede una piccola luna di 170 metri di diametro chiamata Didymoon, destinata al ruolo di bersaglio.

AIM dovrebbe fornire immagini ultraprecise di Didymoon nel visibile, nell’infrarosso e con un radar per sondare la struttura interna. Inoltre porterebbe con sé il piccolo lander “Mascot-2” (fornito dal centro spaziale tedesco DLR – Mascot 1 partì con la sonda giapponese Hayabusa) e un paio di CubeSat. Il proiettile di DART si schianterà al centro di Didymoon alla velocità di 6 chilometri al secondo. AIM dovrà osservare da vicino l’impatto. Le sue osservazioni e quelle fatte dalla Terra permetteranno di valutare diametro e profondità del cratere che si formerà e di verificare con precisione le previsioni dei modelli teorici.

Nel maggio del 2022 Didymos sarà in una posizione relativamente vicina alla Terra, a 11 milioni di chilometri. Alla fine del 2022 DART dovrebbe sparare il suo proiettile.

Altre informazioni:

http://www.nasa.gov/mission_pages/dart/main/

http://www.esa.int/fre/ESA_in_your_country/France/Asteroid_Impact_Mission

 

 

 

Quaranta milioni di galassie e 2 milioni e mezzo di quasar dentro un universo virtuale in 3D navigabile su Internet con il vostro computer: è la mappa DECaLS, il risultato aperto al pubblico del progetto DESI (foto). Sono immagini a risoluzione 520 megapixel della Dark Energy Survey Camera che vanno ad arricchire la prima versione di DESI (Dark Energy Spectroscopic Instrument). Questo grande progetto gestito dal Dipartimento Energia del Lawrence Berkeley Laboratory (California) si propone di migliorare la nostra comprensione e il ruolo dell’energia oscura. Le galassie e i quasar compresi nella mappa vanno dai dintorni della nostra Via Lattea fino a 12 miliardi di anni luce, tre volte più in profondità delle survey precedenti. Al lavoro, che porterà nuove informazioni sull’espansione dell’universo, ha contribuito il telescopio “Mayall” da 4 metri di Kitt Peak. Il software per la consultazione è stato sviluppato da Dustin Lang (Università di Toronto, Canada). 

Contando anche le stelle, i quasar etc., la mappa è attualmente arrivata a 370 milioni di oggetti; raggiungerà i 400 quando nel 2018 sarà completata. All’impresa hanno collaborato anche molti non professionisti, soprattutto astrofili e studenti, riuniti nel programma di citizen science “Galaxy Zoo”.

Altre informazioni:

http://www.media.inaf.it/2015/09/21/al-via-il-progetto-desi/

http://www.media.inaf.it/2016/01/22/decals-luniverso-e-online/

 

 

Dopo sei settimane di viaggio la navicella spaziale “LISA Pathfinder”, primo passo verso una colossale antenna spaziale per onde gravitazionali, ha raggiunto il suo posto di lavoro: il Punto di Lagrange L1, a un milione e mezzo di chilometri dalla Terra. Lanciata il 3 dicembre 2015 dall’Agenzia spaziale europea (ESA), questa navicella ha il compito di mettere alla prova una tecnologia mai sperimentata prima che, se funzionerà, permetterà agli scienziati non solo di comprovare la correttezza di una importante previsione della Relatività generale di Einstein ma anche di aprire una nuova “finestra” da cui guardare e studiare l’universo: le perturbazioni dello spazio-tempo prodotte da cataclismi cosmici come l’esplosione di supernove e la fusione di stelle di neutroni e di buchi neri. 

L1 è uno dei punti di equilibrio gravitazionali del sistema Sole-Terra, un caso particolare di soluzione del “problema dei tre corpi” che fu scoperto dal grande matematico torinese Giuseppe Lagrange. “LISA Pathfinder” vi è giunta lasciando l’orbita terrestre sotto la spinta del suo modulo di propulsione, rimasto acceso per 64 secondi. La meta è stata toccata il 22 gennaio 2016, qui è seguita la regolare separazione tra la sonda e il modulo propulsivo (disegno). La sonda è poi stata stabilizzata con un moto di rotazione su se stessa. L’accensione di tre piccoli motori ha permesso di raffinare la traiettoria di “LISA” fino all’orbita finale, che sarà una ellisse 500-800 mila chilometri intorno al punto L1. La “calma gravitazionale” è indispensabile per la riuscita dell’esperimento, che si basa su due gravi (masse) sospesi in assenza di peso e un interferometro laser.

Altre informazioni: http://www.esa.int/Our_Activities/Operations/LISA_Pathfinder_arrives_at_its_worksite

 

 







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