Astro News a cura di Piero Bianucci

In questo simulatore completato nel gennaio 2015, il futuro telescopio spaziale “James Webb”, successore del glorioso “Hubble”, sta per affrontare test sempre più severi e cruciali in vista del suo lancio, previsto nel 2018 da Kourou con un razzo Ariane 5 (l’impresa ha già addosso un ritardo di parecchi anni e un costo triplicato rispetto alle previsioni).

Diversamente da “Hubble”, il nuovo telescopio spaziale – 6,5 metri di apertura – osserverà l’universo prevalentemente nell’infrarosso, cioè nella radiazione termica. La prima cosa da fare, quindi, è mantenere l’intero strumento a bassa temperatura, altrimenti diventerebbe esso stesso fonte di inquinamento luminoso. Telescopio, camere fotografiche, spettrometri e strumenti vari devono essere messi alla prova in un ambiente severo che simuli lo spazio nel quale “James Webb” andrà a collocarsi, un “punto di Lagrange” posto nell’ombra della Terra.

Come simulatore viene usata la camera termica a vuoto al Goddard Space Flight Center della Nasa nel Maryland. In essa con un sistema di pompe si ottiene un vuoto estremamente spinto e la temperatura viene abbassata a – 253 °C, cioè 20 gradi sopra lo zero assoluto. E’ un gelo superiore a quello che dovrà affrontare nello spazio, dove la temperatura ambiente sarà di – 233 °C grazie a uno scudo termico schermerà “James Webb” dalla radiazione diretta e indiretta. Gli strumenti di osservazione però dovranno essere più freddi: mentre i tre sensori nel vicino infrarosso lavoreranno a – 233 °C, lo strumento per il medio infrarosso per superare il suo test dovrà operare a – 226 °C per 166 giorni. Il mantenimento di queste basse temperature limiterà a 8 anni la vita del nuovo telescopio spaziale.

 

Altre informazioni:

http://www.jwst.nasa.gov/

http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Science/Improved_vision_for_James_Webb_Space_Telescope

http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Science/JWST

http://www.esa.int/spaceinimages/Images/2015/03/Simulating_space_for_JWST_s_four_infrared_instruments

http://sci.esa.int/jwst/55427-07-summer-2014-first-combined-test-of-all-four-instruments/

 

 

Una stella nana rossa accompagnata da una sua compagna nana bruna (disegno) attraversò la Nube di Oort settantamila anni fa passando a circa un anno luce dal Sole, il più stretto avvicinamento a noi noto. All'epoca Homo Sapiens stava migrando dall'Africa all'Asia e all'Europa. La scoperta si deve all'astronomo Eric Mamajek dell'Università di Rochester (Usa). La stella che osservò aveva un moto proprio particolarmente veloce, ben rilevabile rispetto a fotografie riprese vent'anni prima. La stella in questione è di classe spettrale M. Tenendo conto del suo percorso osservato ed estrapolandolo indietro nel tempo con simulazioni al computer che hanno tenuto conto dei vari influssi gravitazionali, nel 98 per cento dei casi  è risultato che la stella si trovò a transitare tra 0,6 e 1,2 anni luce dal Sole appunto settantamila anni fa alla velocità di 83 chilometri al secondo. Ciò significa che attraversò in pieno la Nube di Oort, un conglomerato di 100 miliardi di piccoli corpi ghiacciati tipo nuclei cometari che avvolge il Sistema solare, essendo un residuo della nebulosa primordiale che diede origine al Sole e a i pianeti. L'articolo scientifico è stato pubblicato su 'Astrophysical Journal' il 12 febbraio 2015.

 

L'articolo originale: http://arxiv.org/abs/1502.04655

 

Abbiamo la prima mappa globale delle piogge e delle precipitazioni nevose: l’ha prodotta, a un anno esatto dal suo avvio (27 gennaio 2014), il Global Precipitation Measurement Core Observatory, una collaborazione tra la Nasa e l’agenzia spaziale giapponese (Jaxa) che mette insieme i dati raccolti da 12 satelliti (disegno) per l'osservazione della Terra. Questo sistema di monitoraggio, che è in grado di coprire ogni tre ore l’intera superficie terrestre, permetterà a meteorologi e climatologi, nell’arco di alcuni anni, di comprendere meglio i meccanismi del cambiamento climatico planetario. Tempi e luoghi del ciclo dell’acqua evaporazione/precipitazioni potranno infatti essere sotto controllo ora per ora con una precisione mai raggiunta prima. La copertura non è del tutto completa ma raggiunge l’87 per cento del globo terrestre con misure ogni 30 minuti (fascia fino a 60° di latitudine a nord e a sud dell’equatore). Lo studio del pianeta Terra si rivelerà utile anche per la comprensione della climatologia di Marte e di Venere.

Altre informazioni:

http://www.nasa.gov/mission_pages/GPM/main/index.html

http://www.nasa.gov/press/goddard/2015/february/nasa-releases-first-global-rainfall-and-snowfall-map-from-new-mission/

 

http://www.nasa.gov/press/2015/february/new-nasa-earth-science-missions-expand-view-of-our-home-planet/

Ci sono volute 12 immagini riprese nello scorso mese di gennaio con la camera MAHLI posta sul braccio robotico per comporre questo selfie marziano che il rover della Nasa “Curiosity” ha scattato a se stesso nel sito “Mojave” (omonimo del deserto amaricano) del cratere Gale. Sullo sfondo, all’orizzonte, si vede il monte Sharp che rappresenta la meta del robot esploratore. L’attività di “Curiosity” continua intensa: identifica siti interessanti per i ricercatori e pratica trivellazioni per estrarre campioni geologici da esaminare. Il mosaico di immagini dà un’idea molto precisa ed emozionante dell’ambiente di Marte. “Curiosity” si trova sul pianeta rosso ormai da più di 900 sol (il sol è il giorno marziano, della durata di 24 ore e 39 minuti). Per avere una idea precisa della scala dell’inquadratura, le ruote di “Curiosity hanno un diametro di 50 centimetri e una larghezza di 40. I buchi perforati nella roccia dalla trivella del rover hanno un diametro di 1,6 centimetri.

Altre informazioni: 

http://www.nasa.gov/jpl/msl/pia19142/

 

Una misteriosa relazione lega i vulcani sottomarini all’anno solare: le eruzioni si concentrano nettamente nei mesi tra gennaio e luglio. Questo dato sorprendente è frutto di uno studio condotto dall’Earth Institute pubblicato sulla rivista “Geophysical Research Letters”. Al ritmo annuale se ne aggiungono altri più brevi – una eruzione ogni due settimane – e più lunghi, con periodi fino a centomila anni che rimandano ai cicli di Milankovich, legati a variazioni della ellitticità dell’orbita della Terra e dell’inclinazione dell’asse terrestre. I vulcani sottomarini sono circa diecimila e costituiscono le dorsali oceaniche che si levano talvolta per più di quattromila metri nel mezzo dell’Atlantico, intorno al Pacifico e nell’oceano indiano su una lunghezza complessiva di 38 mila chilometri (disegno).

 

La Terra passa al perielio, il punto della sua orbita più vicino al Sole, intorno al 4 gennaio. Potrebbe essere questa una causa di innesco dell’attività eruttiva? Il meccanismo è ancora da provare ma un dato è sicuro: le eruzioni sottomarine liberano grandi quantità di anidride carbonica che, risalendo fino a immettersi nell’atmosfera, accentuano l’effetto serra e quindi influenzano il clima. Si calcola che siano 88 milioni le tonnellate di anidride carbonica riversate nell’aria ogni anno dai vulcani sommersi. «Non possiamo continuare a ignorare l’azione svolta dai vulcani sottomarini, il ruolo che ricoprono non è né piccolo né trascurabile come ci hanno abituato a pensare», sostiene Maya Tolstoy, geofisica marina del Lamont-Doherty Earth Observatory della Columbia University, fra i firmatari dell’articolo pubblicato su “Geophysical Research Letters”

Altre informazioni: http://www.earthinstitute.columbia.edu/articles/view/3231

 

 

 

 

Paolo Maffei (foto) è stato uno degli astronomi italiani più rilevanti del Novecento. Lo ricorderà a Foligno, sabato 28 febbraio un convegno organizzato dal Laboratorio di Scienze sperimentali per presentare il suo libro “Una stella alla volta”, pubblicato recentemente da Gruppo B Editore.

Nato ad Arezzo nel 1926 e morto a Foligno nel 2009, Paolo Maffei è stato e rimane importante per la scienza perché fu tra i primi astronomi a osservare il cielo nella radiazione infrarossa e da questa “finestra” scoprì due galassie che portano il suo nome. Ma è stato ed è importante anche per la divulgazione scientifica: divenne un “caso editoriale” nel 1973 pubblicando “Al di là della Luna” (Mondadori). Fu un successo che in astronomia non si ripeteva dai tempi di Camille Flammarion, la traduzione in inglese ne fece un best seller internazionale. Si deve a Maffei il telescopio per l'infrarosso da 80 centimetri in funzione in Antartide da qualche anno presso la base italo-francese 'Concordia'.

“Una stella alla volta” è un distillato del Maffei divulgatore. Il libro raccoglie 18 ampi articoli: 17 furono scritti per la rivista “l’astronomia”, progenitrice di “le Stelle”; il diciottesimo è tratto da “La Stampa”.

Nel trecentesco Palazzo Trinci di Foligno, ore 9,30, parleranno di Paolo Maffei il direttore del Laboratorio di Scienze sperimentali Pierluigi Mingarelli, l’assessore alle politiche scolastiche Rita Barbetti, Gino Tosti dell’Università di Pavia, Fabio Bettoni dell’Accademia Fulginea, Emilio Sassone Corsi (UAI).

 

http://www.astrofilimaffei.org/chi-era-paolo-maffei/

http://www.labscienze.org/

Beta Pictoris è una stella giovane – 20 milioni di anni – famosa perché fu la prima di cui si sia riusciti a osservare un disco protoplanetario: avvenne nel 1980 grazie al satellite per l’infrarosso IRAS della Nasa. Da allora questa stella, che si trova a 63 anni luce da noi, è stata molto studiata e ogni volta sono emerse notizie interessanti. L’ultima è frutto di osservazioni fatte con il telescopio spaziale “Hubble” distanziate tra loro di 15 anni. Immagini del 1997 e del 2012 (riportate qui accanto) mostrano piccoli cambiamenti nella struttura del disco di polveri e gas che occupa il piano equatoriale della stella. Le modifiche sono dovute in parte a un pianeta gigante che sta formandosi, scoperto nel 2009 nell’infrarosso con il Very Large Telescope dell’Osservatorio australe europeo.

 

Orbitando in 18-20 anni intorno a Beta Pictoris, il nascente pianeta gigante attrae a sé materia del disco e altra ne sposta creando turbolenze nel disco planetario. E’ sorprendente che su una scala temporale “umana” si riesca a osservare l’evoluzione di un sistema planetario ai suoi primi vagiti. L’immagine del 2012 riesce a mostrare particolari più vicini alla stella, fino a un miliardo di chilometri da essa (all’incirca una distanza intermedia tra quella di Giove e Saturno rispetto al Sole). Lo studio è stato svolto all’Università dell’Arizona da Daniel Apai e colleghi.

Altre informazioni nel sito di “Hubble”:

http://hubblesite.org/newscenter/archive/releases/2015/06

 

 

Tira un gran vento intorno ai buchi neri supermassicci che occupano il centro delle quasar e di molte galassie (disegno). Lo si sospettava, ma adesso è una certezza grazie a osservazioni fatte con due osservatori orbitanti, XMM-Newton, un telescopio per raggi X dell’Agenzia spaziale europea, e NuSTAR, osservatorio per raggi X ad altissima energia della Nasa. L’articolo compare sul numero di “Science” del 20 febbraio 2015, al quale hanno contribuito Emanuele Nardini come leader del gruppo di ricerca – italiano ma alla Keele University in Inghilterra – Guido Risaliti e Valentina Braito dell’Inaf, rispettivamente del’lOsservatorio di Arcetri e di Brera, e Giorgio Matt dell’Università di Roma Tre. «Sapevamo che i buchi neri al centro delle galassie possono ingurgitare enormi quantità di materia e ‘spararne’ via una parte sotto forma di potentissimi venti, che riescono a regolare la crescita delle stesse galassie ospiti - dice Emanuele Nardini – ma ora conoscere la distribuzione e l’estensione di questi venti ci permette di capire quanto essi siano intensi». La galassia studiata è PDS 456, a 2,4 miliardi di anni luce da noi, in realtà una galassia rimasta allo stadio di quasar. L’identificazione del “vento” che esce in forma di jet ai poli del buco nero è avvenuta grazie all’emissione di nuclei di ferro, identificati in due diverse bande dello spettro X, una banda meno energetica con “Newton” e una banda più energetica con “NuSTAR”. Gli effetti del vento di particelle accelerate ad altissima velocità sono stati osservati anche sulla struttura della galassia.

 

Link a 'Science' del 20 febbraio 201 http://www.sciencemag.org/content/current

 

 

Un articolo pubblicato su “Nature” il 18 febbraio con prima firma Eva Stueken spariglia le carte delle nostre conoscenze sull’origine della vita: sulla Terra le prime forme viventi risalgono a 3,2 miliardi di anni fa e la loro biologia era basata sull’azoto, il gas che costituisce oggi quasi l’ottanta per cento dell’atmosfera. Paradossalmente la parola “azoto” significa “senza vita” (dal greco zoos, animale, e alfa privativo). La scoperta è stata fatta da un team dell’Università di Washington su 52 campioni di roccia raccolti nel deserto del Northwestern Australia e in Sudafrica (foto), databili da 2,75 a 3,2 miliardi di anni. In essi sono stati riconosciuti meccanismi di azotofissazione che hanno aperto la strada alla vita. Riducendo l’azoto molecolare dell’atmosfera e formando ammoniaca (NH3), più di tre miliardi di anni fa si compì il primo passo verso la formazione di amminoacidi, i mattoni della vita che a loro volta sono mattoni delle proteine. Gli organismi primordiali traevano la loro energia da un metabolismo basato sull’azoto e comparvero quando la Terra aveva solo 1,34 miliardi di anni. Il meccanismo chimico che utilizza l’azoto è però poco efficiente energeticamente, e quando l’atmosfera incominciò grazie ai microorganismi primordiali ad arricchirsi di ossigeno, l’evoluzione sviluppò le forme di vita che oggi conosciamo, basate su questo gas. La scoperta annunciata da “Nature” porta a riesaminare tutte le attuali idee sulla ricerca di forme di vita extraterrestri.
Altre informazioni:
http://www.nature.com/nature/journal/vaop/ncurrent/full/nature14180.html

 

Sabato 14 febbraio a mezzogiorno la navicella europea “Rosetta” si è avvicinata ad appena 6 chilometri dalla superficie del nucleo della cometa Churyumov-Gerasimenko e ha inviato meravigliose immagini ad alta definizione, di cui vediamo qui accanto un esempio (in realtà in questo caso la distanza sonda/cometa era di 8,9 km). Quello di sabato scorso è il flyby finora più stretto realizzato dalla navicella che, dall’estate scorsa, è in orbita attorno al nucleo cometario, un oggetto a due lobi dal diametro di circa 4 chilometri. L’inquadratura che presentiamo è un mosaico ci immagini che nell’insieme corrisponde a una superficie di 1,35 per 1,37 chilometri: vi si distinguono irregolarità della superficie cometaria che misurano pochi metri. Un pixel corrisponde a 0,76 metri.

Altre informazioni:

http://blogs.esa.int/rosetta/2015/02/16/cometwatch-14-february-flyby-special/

 

 

Su Marte possono formarsi nubi relativamente dense ad altissima quota, nonostante la sua atmosfera sia estremamente rarefatta. Lo documenta un articolo pubblicato il 16 febbraio 2015 su “Nature” con prima firma di A. Sànchez-Lavega. L’osservazione di nubi alte al bordo del disco del pianeta è ricorrente ma finora non trovava concorde la comunità scientifica sull’interpretazione del fenomeno. Del marzo e aprile 2012 sono due osservazioni di astronomi non professionisti: le nubi, in forma di “plumes”, si levavano a 250 chilometri sopra la superficie del pianeta, cioè praticamente dove l’atmosfera, già di per sé molto tenue, si confonde con il vuoto interplanetario. Quelle nubi si svilupparono in meno di 10 ore fino a coprire un’area di 1000 per 500 chilometri e rimasero visibili per dieci giorni cambiando continuamente struttura. Del fenomeno non fu possibile registrare traccia con sonde spaziali in orbita marziana. Immagini di nubi simili ma più basse, a quota 100 km, sono state riprese dal telescopio spaziale “Hubble” nel 1995 e 1999 (foto), e da astronomi non professionisti nel 2001 e 2014. Combinando tutte le informazioni gli astronomi hanno ipotizzato che si trattasse di nubi di acqua, ma ciò sarebbe in disaccordo con tutti i modelli di circolazione atmosferica. Un’altra possibilità è che si sia trattato di aurore di tipo polare, che però mai sono state osservate a quelle latitudini.

Altre informazioni:

 

http://sci.esa.int/hubble/55455-mystery-mars-plume-baffles-scientists/

 

 

C’è solo l’imbarazzo della scelta: sono 1346 gli asteroidi con caratteristiche interessanti per l’esplorazione umana. Nel 2010 erano 666: le scoperte si moltiplicano di anno in anno (vedi grafico). Chissà quanti se ne conosceranno prima che un equipaggio di astronauti coraggiosi possa davvero raggiungerne uno. Aggiorna il catalogo degli asteroidi da sbarco il Near-Earth Program Office del Jet Propulsion Laboratory (Nasa) tramite un sistema automatizzato di raccolta dati che si trova a Greenbelt nel Maryland. La definizione di questi oggetti è “Near Earth Object Human Spaceflight Accessible Targets Study (NHATS). Il presidente Obama, scartato il ritorno alla Luna e rimandato l’assalto a Marte, ha indicato come obiettivo intermedio lo sbarco su un asteroide scelto tra quelli che si avvicinano pericolosamente alla Terra: un NHATS, per l’appunto. La capsula “Orion” sperimentata con successo nel dicembre scorso è il primo passo verso questo traguardo: manca tutto il resto, e prima di tutto il razzo necessario per il lancio. Gli asteroidi stanno vivendo un periodo di grande popolarità e sono al centro della ricerca scientifica: la navicella “Dawn” della Nasa sta per raggiungere il Cerere, capostipite di questi corpi del Sistema solare e anche il più grande della famiglia, scoperto da Giuseppe Piazzi nel 1801. Secondo le attuali previsioni entrerà in orbita intorno ad esso il 6 marzo ma il programma è in via di definizione a mano a mano che si acquisiscono dati nella fase di avvicinamento. Le prime immagini sembrano mostrare due grandi aree ghiacciate sulla sua superficie.

Altre informazioni:

http://www.media.inaf.it/2015/02/12/la-moltiplicazione-degli-asteroidi/

http://en.wikipedia.org/wiki/Dawn_(spacecraft)

 

 

 

La traccia scura che attraversa diagonalmente l’immagine è uno dei più grandi “filamenti” mai osservati sul Sole, e sicuramente il più grande finora registrato durante questo ciclo di attività della nostra stella, il ventiquattresimo da quando sono iniziate osservazioni regolari. I filamenti sono protuberanze (getti di idrogeno imprigionati nel campo magnetico locale) viste in proiezione sulla fotosfera: appaiono più scuri perché assorbono parte della luce proveniente dalla fotosfera che sovrastano. Se questo filamento si trovasse in prossimità del lembo solare lo vedremmo come un immenso arco che si estende su tre quarti della circonferenza solare. In fenomeni di queste proporzioni si hanno anche “mass ejections”, cioè lancio nello spazio di materia solare, essenzialmente idrogeno. Seguono tempeste magnetiche sulla Terra a volte pericolose per gli astronauti e per i satelliti artificiali.

L’immagine è stata ripresa dal satellite della Nasa SDO – Solar Dynamics Observatory – il 10 febbraio poco prima delle 18, ora di Greenwich, in luce H-alfa e in altre lunghezze d’onda, ognuna corrispondente a una specifica temperatura. L’estensione del filamento è di 870 mila chilometri, più del raggio solare (700 mila), oltre due volte la distanza Terra-Luna, e pari a 67 volte il diametro della Terra. SDO è stato lanciato cinque anni fa, l’11 febbraio 2010. Un magnifico modo per festeggiare il compleanno.

Altre informazioni:

http://www.nasa.gov/content/goddard/sdo/giant-filament-seen-on-the-sun-feb-10-2015/

 

 

 

 

Ha avuto pieno successo il volo sperimentale (ovviamente per ora senza equipaggio) del futuro spazioplano IXV dell’Agenzia spaziale europea, concepito nella versione attuale come veicolo di rientro per astronauti che si trovino sulla ISS, la Stazione orbitante di cui Esa è partner insieme con Usa, Canada, Russia e Giappone.

Il lancio (foto) è avvenuto alle 14,40 ora italiana di oggi 11 febbraio 2015 dallo spazioporto di Kourou nella Guyane francese con un razzo europeo Vega. La separazione tra il vettore e lo spazioplano è avvenuta a 340 chilometri dalla superficie terrestre e l’IXV ha proseguito la sua ascesa fino a 412 chilometri, la quota tipica della ISS. Più di 300 sensori hanno raccolto dati durante la missione, che si è conclusa con una discesa dolce nell’oceano Pacifico, regolarmente rallentata da paracadute. La velocità di ingresso nell’atmosfera è stata di 7,5 chilometri al secondo a una quota di 120 chilometri. A Torino la missione è stata sotto il controllo di Altec. L’analisi dei dati è affidata a Estec, in Olanda. I risultati tecnici saranno noti tra sei settimane.

Altre informazioni:

 

http://www.esa.int/Our_Activities/Launchers/IXV/ESA_experimental_spaceplane_completes_research_flight

Questa è una emoticon cosmica: una lente gravitazionale che sorride… La straordinaria immagine – scattata, manco a dirlo, dal telescopio spaziale “Hubble” – ritrae l’ammasso di galassie SDSS J1038+4849. La curvatura dello spazio prodotta dalla massa interposta deforma fortemente le galassie, generando l’ovale del volto e le labbra atteggiate in un sorriso. L’ovale è in realtà una variante dell’”anello di Einstein” che si produce quando l’allineamento tra le galassie lontane, la massa che curva lo spaziotempo e il nostro punto di vista è particolarmente accurato (Credit: NASA/ESA - Caption: ESA). 

Le lenti gravitazionali sono una spettacolare rappresentazione fisica della teoria della relatività generale. Einstein le aveva previste, ma non credeva che un giorno sarebbero state effettivamente osservate. Le prime conferme di fenomeni del genere sono arrivate più di trent’anni dopo la sua morte. Se oggi Einstein potesse vedere questa immagine ne sarebbe sorpreso e felice.

Altre informazioni all’indirizzo: http://www.spacetelescope.org/images/potw1506a/

Nei giorni 11, 12 e 13 febbraio molte città e paesi d’Italia spegneranno le loro luci, o almeno ne ridurranno la quantità per favorire la visione delle stelle e stimolare la sensibilità dei cittadini nella lotta all’inquinamento luminoso e al risparmio energetico. L’iniziativa rientra negli obiettivi dell’Anno Internazionale della Luce e delle Tecnologie basate sulla Luce 2015 proclamato dalle Nazioni Unite e avrà il sostegno del programma di Ra2 “Caterpillar” nel quadro della Giornata “M’illumino di meno” dedicata al risparmio energetico. Glia ascoltatori di “Caterpillar” sono invitati a contare le stelle dell’Orsa Minore che riescono a vedere in queste sere e a confrontarne il numero con quelle che potranno contare nelle sere dell’11, 12 e 13 febbraio nelle località che aderiscono alla riduzione dell’illuminazione. Dalla Stazione spaziale internazionale nelle stesse date l’astronauta Samantha Cristoforetti cercherà di documentare con fotografie la “riconquista della notte”.

 

A Torino il 12 febbraio si parlerà di inquinamento luminoso al Planetario di Pino Torinese, prima parte di un convegno che proseguirà il 13 febbraio a Torino nella sede della Regione a Palazzo Làscaris. Nell’occasione sarà consegnato alla Regione Piemonte il certificato di battesimo dell’asteroide “19968 Palazzolascaris”, scoperto da Walter Ferreri nel 1998 a La Silla. Tra gli interventi previsti, quelli di Maria Luisa Rastello (INRiM), Silvano Minuto (Pro Natura), Guido Cossard (SAIt) e Marco Delbò (Osservatorio della Costa Azzurra, Nizza).

Altre informazioni nel sito dell’Anno Internazionale della Luce/INAF:

http://iyl2015.inaf.it/

e su Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/19968_Palazzolascaris

 

 

Quando si accesero le prime stelle dopo il Big Bang? L’ultima risposta è che dovettero passare 550 milioni di anni. Finora si riteneva che l’accensione fosse avvenuta 100 milioni di anni prima. Quindi le stelle più vecchie sono in realtà un po’ più giovani di quanto si pensava fino a ieri.

 

La valutazione di 550 milioni di anni dopo il Big Bang compare sull’ultimo numero di “Astronomy and Astrophysics” ed è frutto dei dati del satellite europeo “Planck”, e in particolare dalle mappe della radiazione cosmica di fondo, il residuo del calore del Big Bang. L’analisi è stata realizzata dal Data Processing Centre di Trieste gestito da Inaf-Osservatorio astronomico di Trieste in collaborazione con la Sissa – Scuola superiore studi avanzati – e il Consorzio Lfi. Tra il Big Bang e l’accensione delle prime stelle si interpone l’era oscura, che termina con la reionizzazione. Dal Big Bang, infatti, esce una zuppa (plasma) di particelle. Circa 370 mila anni dopo il Big Bang i nuclei di idrogeno, elio e litio catturano gli elettroni e la luce può finalmente liberarsi illuminando il giovane universo. A quel punto l’universo aveva una temperatura di 3000 gradi e brillava quindi di una luce rossa. Procedendo il raffreddamento, il picco di emissione di corpo nero è passato su onde più lunghe e invisibili, sicché sull’universo calò il buio. Quando il gas tornò a comprimersi formando nuclei sufficientemente caldi (15 milioni di gradi), si innescarono reazioni termonucleari di fusione, e lì incominciò l’universo che conosciamo. La stima precedente che “Planck” ha postdatato derivava dai dati del satellite americano W-Map.

Altre informazioni:  http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Science/Planck/Planck_reveals_first_stars_were_born_late

 

 

Due buone notizie dall’Agenzia Spaziale Europea, una politica e una scientifica. L’Estonia ha firmato il 4 febbraio la convenzione con cui aderisce all’ESA diventando così il 21° paese dell’Europa dello spazio, dopo un periodo di collaborazione iniziato nel 2007. La notizia scientifica riguarda la navicella “Rosetta”, che sta entrando nella fase più importante della sua missione intorno alla cometa Churyumov-Gerasimenko. Il 4 febbraio alla sonda è stato inviato il comando che la porterà a percorrere una serie di orbite ancora più vicine al nucleo cometario, e il 14 febbraio ci sarà il sorvolo più ravvicinato, ad appena 6 chilometri, ciò che permetterà una analisi accurata dei gas che sublimano o vengono rilasciati da fessure del nucleo. Il potere riflettente della Churyumov-Gerasimenko è in media del 6%, circa la metà del potere riflettente medio della Luna. L’orientamento dei raggi solari durante il sorvolo a bassa quota permetterà di riprendere immagini eccezionali e di valutare le polveri emesse.

 

Altre notizie:

http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Science/Rosetta/Rosetta_swoops_in_for_a_close_encounter

 

 

 

Ettore Majorana (foto), scomparso misteriosamente il 28 marzo 1938 sul traghetto che collegava Palermo a Napoli, era ancora vivo tra il 1955 e il 1959. Se ne sono trovate tracce considerate certe in Venezuela, e precisamente nella città di Valencia, dove viveva sotto il falso nome di Bini. Le tracce consistono in una cartolina e una fotografia che i Ris hanno scovato svolgendo una inchiesta sotto la direzione del procuratore aggiunto di Roma Pierfilippo Laviani, che sul grande fisico allievo di Enrico Fermi aveva aperto un nuovo fascicolo nel 2011. Per il fascicolo è stata ora chiesta l’archiviazione.

Il “caso Majorana”, che fu anche il titolo di un famoso romanzo di Leonardo Sciascia, può quindi essere considerato finalmente chiuso. Il procuratore Laviani ritiene di aver accertato la fondatezza di quanto ipotizzato già alcuni anni fa: cioè che in una foto scattata in Venezuela nel ’55 e ora analizzata dal Ris, Majorana, conosciuto con il cognome Bini, appare – con occhiali scuri – accanto a un emigrato italiano, Francesco Fasani, meccanico, subito dopo aver ricevuto un prestito. Il viso dell’uomo della foto è compatibile con quello dello scienziato catanese. «I risultati della comparazione - scrive Laviani nella richiesta di archiviazione - hanno portato alla perfetta sovrapponibilità» dei tratti somatici di Majorana (fronte, naso zigomi, mento e orecchio) con quelle del padre. A conferma c’è poi anche una cartolina che Quirino Majorana, zio paterno di Ettore, scrisse nel 1920 a un americano, W.G. Conklin, e che fu trovata dallo stesso Fasani nella macchina di Bini-Majorana. Un dato che, per Laviani, dimostra la «vera identità di costui come Ettore Majorana, stante il rapporto di parentela con Quirino”.

Le teorie di Majorana sul neutrino sono tuttora un tema di ricerca di grande importanza per la fisica delle particelle e quindi anche per l’astrofisica.

Altre informazioni: http://it.wikipedia.org/wiki/Ettore_Majorana

 

La Nasa ha presentato (2 febbraio) il piano per i prossimi anni e le relative richieste di budget al Congresso degli Stati Uniti. Sono ben 657 pagine fitte di cifre e progetti che il presidente Barack Obama dovrà valutare. Nel 2014 l’ente spaziale americano ha ricevuto 17,6 miliardi di dollari che diventeranno 18 nell’anno appena iniziato. Il budget attualmente approvato dovrebbe poi passare a 18,5 nel 2016 e negli anni successivi a 18,8, 19, 19,3 e attestarsi su 19, 6 miliardi di dollari nel 2020. Si tratta, come è evidente, di piccoli incrementi che a stento compenseranno l’inflazione. Le richieste necessarie per un piano di sviluppo sono nettamente superiori, fino a 28 miliardi di dollari nel 2020. L’amministratore della Nasa Charles Bolden (foto) ha confermato tutte le linee programmatiche in corso, dallo studio della Terra all’esplorazione del sistema solare, con Marte in primo piano, allo sviluppo del sistema di trasporto spaziale Orion.

Il documento di 657 pagine:

 

http://www.nasa.gov/sites/default/files/files/NASA_FY_2016_Budget_Estimates.pdf





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