Astro News a cura di Piero Bianucci

 

Due notizie dal mondo delle galassie. Il telescopio europeo per l’infrarosso “Herschel” ha mappato nella Via Lattea, la nostra galassia, strutture filamentose ad ogni scala di lunghezza. I filamenti più piccoli misurano pochi anni luce ma gli astronomi hanno individuato anche un filamento gigantesco lungo ben 1500 anni luce che attraversa uno dei bracci a spirale. I filamenti sono immersi in nubi molecolari o sono comunque connessi con masse gassose nelle quali per instabilità gravitazionali si formano nuove stelle. Poiché tali strutture contengono polveri, sono meglio osservabili nella banda infrarossa. Il filamento qui riprodotto si trova nella nube molecolare del Toro. Leonardo Testi dell’Eso e dell’Inaf è tra gli autori della ricerca. Gli astronomi hanno completato grazie a “Herschel” il “catasto” dei filamenti galattici. Lanciato nel 2009, “Herschel” ha terminato la sua missione alla fine di aprile del 2013 ma la miniera di dati e immagini che ha trasmesso continua a produrre scoperte.

La seconda notizia riguarda la fusione tra galassie. Si è scoperto che questo fenomeno grandioso rompe il silenzio radio dello spazio e genera una serie di altri fenomeni, come i jet relativistici, che sono più vistosi quando le galassie che collidono contengono buchi neri centrali massicci. Il lavoro è pubblicato su “Astrophysical Journal” ed è stato realizzato da un team internazionale guidato dal ricercatore Inaf Mario Chiaberge e di cui fa parte un altro italiano, Roberto Gilli. Il potente “rumore” radio è generato dall’interazione tra campi magnetici e particelle cariche accelerate nei getti a velocità vicine a quelle della luce. Sembra che la formazione di grandi buchi neri e di jet relativistici sia quasi sempre dovuta alla fusione tra galassie.

Altre informazioni:

http://arxiv.org/abs/1504.00647

http://www.spacetelescope.org/static/archives/releases/science_papers/heic1511a.pdf

 

 

 

Tre stelle antichissime, le più vecchie che oggi si conoscano, con una età di 13 miliardi di anni, scovate analizzando più di 180 mila astri della Sloan Digital Sky Survey, cambiano il quadro delle nostre idee sull’universo primordiale: le primissime stelle non erano di grande massa come si credeva ma più piccole del Sole, non si formarono in modo isolato ma a gruppi in piccoli aloni di gas di protogalassie e avevano una composizione diversa da quella che si supponeva. A queste conclusioni è arrivato un team guidato dall’italiano Piercarlo Bonifacio dell’Osservatorio di Parigi in collaborazione con Paolo Molaro (Inaf -Trieste), Marco Limongi e Alessandro Chieffi (Inaf-Roma), Simone Zaggia (Inaf-Padova) e ricercatori di altri paesi. Le tre stelle, il cui spettro è stato studiato con il VLT dell’Osservatorio australe europeo, si formarono nell’Era Oscura (disegno) che seguì l’apparizione della prima luce 380 mila anni dopo il Big Bang e precedette la nascita di stelle massicce e galassie. Il loro identikit è caratterizzato da una infinitesima quantità di ferro – centomila volte inferiore a quella del Sole – e da una abbondante quantità di carbonio. C’è tuttavia un aspetto inspiegabile: in esse non si trova traccia di litio, il terzo elemento più leggero dopo idrogeno ed elio, che invece dovette formarsi nel Big Bang. Piercarlo Bonifacio scoprì il prototipo di queste stelle nel 1998. Evidentemente c’è ancora molto lavoro per capire a fondo i primi passi dell’universo.

Altre informazioni:

http://arxiv.org/abs/1504.05963

 

http://www.media.inaf.it/2015/05/26/un-po-di-luce-sull-epoca-oscura/

Si può procedere alla realizzazione del controverso telescopio americano da 30 metri di apertura sul Mauna Kea ma a condizione di rimuovere entro i prossimi dieci anni un quarto dei 13 telescopi esistenti sulla cima di questa isola-vulcano dell’arcipelago delle Hawaii. Lo scrive sull’ultimo numero di “Nature” Alexandra Witze riportando una dichiarazione rilasciata il 26 maggio dal governatore David Ige. Questa presa di posizione tende a proteggere l’aspetto paesaggistico e naturalistico dell’isola di Mauna Kea, la cui cima, a oltre 4000 metri di quota, a partire dagli Anni 60 del secolo scorso, è stata “colonizzata” da astronomi di varie parti del mondo che vi hanno installato telescopi via via sempre più grandi, fino ai due riflettori multispecchio Keck da 10 metri di apertura. Il governatore dello stato hawaiano David Ige con la sua richiesta ha aderito alle proteste dei nativi dell’isola, insofferenti verso l’”invasione” degli scienziati.

Il telescopio da 30 metri dovrebbe entrare in servizio intorno al 2025: per quell’epoca dovrebbero essere smantellati o spostati altrove almeno tre-quattro telescopi. Il primo strumento sfrattato sarà il telescopio submillimetrico del Caltech, la cui chiusura, annunciata nel 2009, dovrebbe avvenire entro quest’anno. Ma per nessuno degli altri 12 telescopi esiste al momento un piano di rimozione. In effetti gli osservatori astronomici hanno occupato un’area di 40 chilometri quadrati a quota 4200 metri, messi a disposizione dall’Università delle Hawaii. Alcune vette sono state spianate e la skyline del luogo è stata notevolmente modificata. Il telescopio da 30 metri è un progetto da 1,5 miliardi di dollari. Il sito hawaiano è stato preferito alle Ande del Cile dopo sei anni di discussioni per ottenere il permesso di costruzione.

Altre informazioni: http://www.nature.com/news/hawaiian-telescope-fight-prompts-new-rules-for-mauna-kea-1.17639

 

Il materiale scuro che si osserva in vaste regioni tra i misteriosi solchi scuri che attraversano la superficie di Europa come un reticolato quasi geometrico probabilmente è costituito da accumuli di sali marini affiorati dall’oceano che si trova sotto la crosta ghiacciata che avvolge questo satellite di Giove e il suo colore tra il marrone e il grigio sarebbe dovuto alla lunga esposizione alle radiazioni concentrate dal campo magnetico gioviano. A questa conclusione sono giunti ricercatori della Nasa-JPL simulando in laboratorio i minerali salini di Europa con l’obiettivo di capire se l’ambiente di questo satellite sia compatibile con la vita. Il lavoro è stato accettato per la pubblicazione sulla rivista “Journal Geophysical Research Letters”.  

I ricercatori del JPL di Pasadena (California) Kevin Hand e Robert Carlson hanno ricostruito in laboratorio diversi possibili campioni dei materiali scuri osservati tra i solchi di Europa e di ogni materiale hanno analizzato lo spettro della luce riflessa per poi confrontarlo con quello ottenuto da sonde spaziali che hanno osservato Europa da vicino. Una mistura di sale e acqua alla temperatura di -173 °C bombardata con un fascio di elettroni per qualche decina di ore ha dato ai sali una colorazione compatibile con quella effettiva rilevata dalla sonda “Galileo”. Più lunga è l’esposizione, più scuro diventa il colore (vedi foto qui accanto).

Altre informazioni: http://www.nasa.gov/press-release/nasa-research-reveals-europas-mystery-dark-material-could-be-sea-salt

http://solarsystem.nasa.gov/europa/home.cfm

 

 

Questa non è una foto ma un disegno d’artista. Lo sfolgorio della galassia rappresentata non potrete mai apprezzarlo perché essa è lontanissima, a 12,5 miliardi di anni luce, ed è meglio osservabile nell’infrarosso. Si tratta tuttavia della più luminosa galassia mai osservata nell'universo: brilla con la luce di 300 mila miliardi di stelle, numero da confrontare con i miseri 300 miliardi di stelle della nostra Via Lattea. L’immagine che ha ispirato l’artista è stata ripresa nel 2010 con il telescopio per la radiazione infrarossa WISE (Wide-field Infrared Survey Explorer) ed è pubblicata nel fascicolo di “The Astrophysical Journal” che porta la data del 22 maggio 2015. Dunque questa galassia remotissima nello spazio e nel tempo splende quanto mille galassie come la nostra messe insieme. Appartiene a una nuova classe di oggetti celesti, super-galassie primordiali, recentemente scoperta grazie a WISE. Nel centro della galassia-record, identificata con la sigla “WISE J224607.57-052635.0”, si nasconde probabilmente un buco nero ancora più antico intorno al quale vorticano miliardi di stelle e materia calda che emette raggi X e ultravioletti. Noi però vediamo soprattutto luce infrarossa perché le radiazioni più energetiche vengono assorbite da immense nubi di polveri e riemesse a lunghezza d’onda maggiore. Esistono anche altre spiegazioni: solo nuovi studi su un numero sufficiente di oggetti della stessa classe potrà chiarire quale meccanismo fisico tiene accesi questi eccezionali lampadari cosmici.

Altre informazioni:

http://www.nasa.gov/press-release/nasas-wise-spacecraft-discovers-most-luminous-galaxy-in-universe

 

 

 

 

Una sbirciata alla materia oscura. E’ riuscito a darla un gruppo di ricercatori dell’Università di Torino, dell’Infn e dell’Inaf mettendo a confronto una mappa dell’emissione extragalattica nei raggi gamma ottenuta con il satellite “Fermi” e la distribuzione della materia oscura tracciata dal catalogo 2MASS. Tra le due mappe emerge una correlazione che fa pensare all’osservazione delle famose WIMP, particelle a debole interazione dotate di massa, che si ipotizza costituiscano la materia oscura, o almeno una parte consistente di essa.  L’articolo scientifico che presenta la correlazione tra le due mappe (vedi figura qui accanto) è stato accettato per la pubblicazione su “Physical Review Letters”. Guida il gruppo di ricercatori Marco Regis dell’Università di Torino e dell’Infn (Istituto nazionale di fisica nucleare).

L’idea alla base della ricerca è che se la materia oscura è fatta di particelle accoppiate non gravitazionalmente alla materia ordinaria, la loro annichilazione o il loro decadimento potrebbe dare origine a una radiazione rilevabile: un segnale elettromagnetico che i ricercatori hanno cercato di isolare correlando un tracciante del potenziale gravitazionale della materia oscura con il cielo a raggi gamma osservato dallo strumento LAT del telescopio spaziale “Fermi” per alte energie della NASA. Secondo lo studio in via di pubblicazione, per la prima volta questa correlazione è emersa in modo significativo. «Il risultato ottenuto», scrivono Regis e colleghi, «è intrigante: abbiamo dimostrato che questa emissione gamma può essere spiegata ammettendo che la materia oscura sia costituita da particelle debolmente interagenti». In particolare, particelle WIMP per le quali lo studio suggerisce valori di massa compresi fra 10 e 100 GeV.

Altre informazioni: http://www.media.inaf.it/2015/05/22/dark-matter-fermi-lat/

 

 

 

 

Questa è una delle stupende immagini del nucleo della cometa 67/P Churyumov-Gearasimenko che la camera Osiris (Optical Spectroscopic and Infrared Remote Imaging System, per buona parte curata dall’Università di Padova) sta trasmettendoci dalla sonda “Rosetta” dell’Esa, Agenzia spaziale europea. Ci fa vedere tre grossi macigni in bilico nella regione chiamata Aker. La maggiore delle rocce dall’equilibrio precario misura circa 30 metri. Ci sarebbero quindi buoni motivi per mettere un cartello che segnali il pericolo di caduta massi come quelli che incontriamo sulle strade di montagna. E’ verò però che il traffico sulla cometa è scarso e in ogni caso il rischio è trascurabile perché il peso di quei macigni – data la piccolissima massa della cometa – è di pochi grammi. L’immagine è stata ripresa il 16 settembre da una distanza di 29 chilometri. Rocce in equilibrio (balancing rocks) molto simili esistono in Australia e sono il risultato di fenomeni di erosione differenziata su diversi materiali geologici. Lì le precauzioni per chi transita nelle vicinanze sono pienamente giustificate.

«Non è chiaro come una roccia in equilibrio si sia formata sulla superficie di 67/P – ha commentato Holger Sierks il Principal Investigator di OSIRIS per il Max Planck Institut in Germania –. E’ possibile che il processo di trasporto abbia fatto la sua parte anche sulla cometa dato che l’attività cometaria può causare il movimento delle rocce, facilitato dalla minima gravità”.

Altre informazioni:

 

http://www.media.inaf.it/2015/05/18/rocce-in-equilibrio-su-67p/

Siete pronti a progettare e realizzare una stampante 3D che permetta di costruire ambienti abitabili per l’esplorazione dello spazio profondo, e in particolare per il viaggio a Marte? Se la risposta è sì, attenti al bando da 2,25 milioni di dollari che hanno lanciato la NASA e il National Additive Manufactoring Innovation Institute, più noto negli Stati Uniti come America Makes. L’ideazione di una stampante 3D in grande stile è stata infatti individuata come uno snodo cruciale per costruire habitat adatti ad ambienti ostili e remoti, come Marte e altri pianeti, ma anche regioni terrestri dal clima estremo. Il motivo è semplice: questi dispositivi sono molto flessibili, una sola macchina è in grado di costruire direttamente sul posto i più disparati componenti di cui gli astronauti esploratori potrebbero avere bisogno, inclusi pezzi di ricambio per l’astronave. La prima fase del concorso si concluderà il 27 settembre. Le 30 migliori proposte verranno selezionate, il premio in palio è di 50 mila dollari. La seconda fase vedrà due livelli di competizione, il primo focalizzato allo sviluppo di tecnologie che usino materiali poveri e riciclabili, il secondo mirato a costruire habitat reali in scala 1:1 sempre combinando materiali poveri e riciclabili. Ogni livello mette in palio un premio di 1,1 milioni di dollari. La Nasa si occuperà poi dello sviluppo per adeguare i progetti alla effettiva utilizzazione spaziale.

Altre informazioni sul bando, chiamato “3-D-Printed Habitat Challenge” all’indirizzo: https://americamakes.us/Challenge

 

 

Nell’Anno Internazionale della Luce e a 100 anni dalla pubblicazione della Relatività generale, un laser di nuova generazione, con un ping-pong di fotoni tra la Terra e la Luna, metterà alla prova la teoria di Einstein a livelli di precisione finora mai raggiunti. Le basi per questa ricerca sono state gettate il 15 maggio con un accordo tra i Laboratori nazionali di Frascati dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn), l’azienda americana Moon Express e l’Università del Maryland. I nuovi strumenti MoonLIGHT (foto) saranno a bordo delle prime quattro missioni Moon Express e utilizzati in combinazione con i retroriflettori lasciati sulla Luna dagli astronauti delle missioni Apollo 11, 14 e 15. Il valore complessivo dell’impresa e di 24 milioni di dollari.

MoonLIGHT è una collaborazione tra Laboratori Nazionali di Frascati dell’Infn, Università del Maryland, il Matera Laser Ranging Observatory dell'Agenzia Spaziale Italiana, e l'Università di Padova. L’impegno congiunto ha portato alla progettazione, all’analisi, alla simulazione termica e ottica, alla fabbricazione e ai test termo-vuoto ottici per il dispositivo, che sarà trasportato sulla Luna a bordo dei lander Moon Express MX-1, con una missione in programma per il 2017.

Altre informazioni: http://en.wikipedia.org/wiki/Moon_Express

 

 

L’Osservatorio australe europeo (ESO) ha affidato all’Inaf, Istituto nazionale di astrofisica, la realizzazione di uno dei primi tre strumenti che raccoglieranno la luce del supertelescopio europeo da 39 metri di apertura E-Elt in costruzione sulle Ande del Cile. E’ un importante riconoscimento per la competenza tecnologica del nostro paese, ma è anche un fatto economicamente significativo: si tratta infatti di un contratto del valore di 18,5 milioni di euro che avrà un ritorno per l’Italia superiore all’investimento. Lo strumento in questione è noto con la sigla MAORY, che sta per Multi-coniugate Adaptive Optics Relay: si tratta di un equipaggiamento fondamentale perché consiste in un sistema di ottica adattiva che annulla o quasi gli effetti della turbolenza atmosferica, consentendo al super-telescopio di sfruttare al meglio le sue straordinarie capacità di risoluzione. MAORY funziona grazie a una costellazione di stelle artificiali prodotte tramite raggi laser puntati verso il cielo. Un sensore di fronte d’onda analizza la luce di queste stelle artificiali che, da circa 90 km di altitudine, torna a Terra.  Lo strumento, osservando oltre le stelle artificiali anche alcune sorgenti celesti naturali, riconosce le deformazioni sulle onde luminose indotte dalla turbolenza degli strati d’aria sovrastanti il telescopio e quindi impartisce in tempo reale i comandi per modellare opportunamente gli specchi di MAORY e restituire così riprese astronomiche praticamente perfette. Gli specchi adattivi sono basati sulla tecnologia “voice-coil motor”, sviluppata in collaborazione tra Inaf e industria italiana. Crediti disegno: ESO/L. Calçada/N. Risinger 

Altre informazioni: http://www.eso.org/public/albania/teles-instr/e-elt/

 

 

Nel fascicolo di “Nature” in uscita il 14 maggio uno studio svolto al Cern con LHC, Large Hadron Collider, conferma con grande precisione il Modello Standard delle particelle elementari e rende meno improbabile – ponendole nuovi limiti – l’esistenza delle particelle previste dalla teoria supersimmetrica (SUSY). Si è arrivati a questa conclusione grazie al riesame di un decadimento estremamente raro nel corso di una ricerca che vede impegnato l’Infn, Istituto nazionale di fisica nucleare. Il decadimento rarissimo osservato riguarda il mesone B_s (composto da un antiquark Beauty e di un quark Strange) in una coppia muone-antimuone. 

Il fenomeno è emerso in due esperimenti su LHC – rivelatori CMS (disegno) e LHCb – alle energie di 7 e di 8 TeV. E’ stato più difficile che trovare il proverbiale ago nel pagliaio: ogni miliardo di B_s e ogni 10 miliardi di B_d prodotti a LHC, solo qualcuno decade in una coppia di muoni. L’analisi congiunta dei due esperimenti e relative osservazioni (che risalgono al 2011) ha permesso di stabilire il tipo di decadimento con un rischio di errore trascurabile: appena una probabilità su un miliardo.

I fenomeni osservati sono dunque eventi rarissimi, esattamente nella misura prevista dal Modello Standard. Se esistessero, invece, altre particelle oltre a quelle contemplate dalla attuale teoria, come ad esempio le particelle supersimmetriche, questi decadimenti potrebbero essere, per così dire, facilitati e risulterebbero più frequenti.

Il sito di LHC al Cern: http://home.web.cern.ch/topics/large-hadron-collider

Link a “Nature”: http://www.nature.com/nature/index.html

 

 

 

Nel fascicolo di “Nature” in uscita il 14 maggio uno studio svolto al Cern con LHC, Large Hadron Collider, conferma con grande precisione il Modello Standard delle particelle elementari e rende meno improbabile – ponendole nuovi limiti – l’esistenza delle particelle previste dalla teoria supersimmetrica (SUSY). Si è arrivati a questa conclusione grazie al riesame di un decadimento estremamente raro nel corso di una ricerca che vede impegnato l’Infn, Istituto nazionale di fisica nucleare. Il decadimento rarissimo osservato riguarda il mesone B_s (composto da un antiquark Beauty e di un quark Strange) in una coppia muone-antimuone.  Il fenomeno è emerso in due esperimenti su LHC – rivelatori CMS (disegno) e LHCb – alle energie di 7 e di 8 TeV. E’ stato più difficile che trovare il proverbiale ago nel pagliaio: ogni miliardo di B_s e ogni 10 miliardi di B_d prodotti a LHC, solo qualcuno decade in una coppia di muoni. L’analisi congiunta dei due esperimenti e relative osservazioni (che risalgono al 2011) ha permesso di stabilire il tipo di decadimento con un rischio di errore trascurabile: appena una probabilità su un miliardo. I fenomeni osservati sono dunque eventi rarissimi, esattamente nella misura prevista dal Modello Standard. Se esistessero, invece, altre particelle oltre a quelle contemplate dalla attuale teoria, come ad esempio le particelle supersimmetriche, questi decadimenti potrebbero essere, per così dire, facilitati e risulterebbero più frequenti.

Il sito di LHC al Cern: http://home.web.cern.ch/topics/large-hadron-collider

Link a “Nature”: http://www.nature.com/nature/index.html

 

Il 12 maggio 2009 andava in orbita il cacciatore di esopianeti della Nasa “Kepler”. A sei anni distanza il bilancio della missione è straordinariamente positivo e ci sono tutte le premesse perché il lavoro di questo osservatorio specializzato nel rilevare transiti planetari davanti a stelle della Via Lattea continui raccogliendo nuovi successi. I dati essenziali del medagliere di 'Kepler' sono riassunti qui accanto. Spiccano le trecentomila stelle osservate (la navicella è stata progettata per scandagliare una regione di cielo vicina alla costellazione del Cigno), i 4600 candidati esopianeti scoperti, dei quali 1024 confermati. Di questi, otto sono di piccole dimensioni e si trovano nella zona di abitabilità della loro stella: sono dunque potenziali Terre-bis. Dopo una fase di blocco del satellite sopravvenuta nel 2013, i ricercatori sono riusciti a recuperare la piena funzionalità del cacciatore di esopianeti e dal 2014 è in pieno sviluppo la nuova missione, denominata K 2.

Altre informazioni: http://www.nasa.gov/ames/kepler/astronomers-discover-ancient-system-with-five-small-planets

 

I prossimi giorni, fino al 17 maggio, potrebbero dirci se “Philae”, il laboratorio della sonda europea Rosetta sceso sulla cometa Churuymov Gerasmenko, è ancora 'vivo'. Intorno al 15-17 maggio, infatti, Rosetta sarà a 300 km soltanto dalla cometa, in una posizione particolarmente favorevole per captare eventuali flebili segnali da “Philae”; e “Philae”, finita in una cavità ombrosa, potrebbe riscaldarsi e forse esporre almeno in parte le sue celle fotovoltaiche ai raggi del Sole. Lo scrive Elizabeth Gibney sull’ultimo numero di “Nature”. “Philae” tace dal 15 novembre 2014, quando, a tre giorni dall’atterraggio sul nucleo della cometa 67/P, si esaurirono le sue batterie. In tutti questi mesi la temperatura interna della sonda è salita solo una volta a -45 °C – ha detto Stephan Ulamec, project manager del lander - e per un lungo tempo la temperatura è stata di -160 °C mentre l’area intorno, illuminata dal Sole, talvolta ha raggiunto i 40-50 °C.  La rotazione della cometa fa sì che, dove si trova Philae, a 80 minuti di luce seguano 11 ore di buio. Una condizione molto severa, che potrebbe aver “ucciso” il lander. La ricarica delle batterie è possibile solo al di sopra di 0 °C. Questa condizione potrebbe realizzarsi nei prossimi giorni, e ci saranno comunque speranze fino al passaggio della cometa al perielio intorno alla metà di agosto. Un ulteriore rischio è che delle polveri abbiano ricoperto le celle solari.

Altre informazioni: http://www.nature.com/news/five-factors-that-will-decide-if-philae-wakes-1.17488

 

Tempo di battesimi. La International Astronomical Union (IAU) ha aperto 20 sistemi planetari alle proposte di nomi che potranno venire da chiunque sia intrigato dall’opportunità di alimentare la nuova toponomastica celeste: una situazione che ricorda quella dei primi cartografi della Luna, delle mappe celesti del cielo australe, della scoperta degli asteroidi e poi dell’esplorazione con sonde spaziali del Sistema solare. Ma questa volta il brivido è eccezionale: si tratta di battezzare altri pianeti e anche le loro stelle. Bisogna però sbrigarsi: i giochi si chiudono a mezzanotte del 20 maggio per chi risponderà al bando congiunto INAF-SAIt. Si potrà concorrere invece fino al 15 giugno per chi ha la possibilità di iscriversi nella directory della IAU. I particolari all’indirizzo: http://www.media.inaf.it/2015/04/27/ecco-la-top-twenty/

http://www.media.inaf.it/2015/01/15/date-un-nome-agli-esopianeti/

La lista dei 20 sistemi planetari in cerca di toponomastica è disponibile a questo indirizzo: http://www.nameexoworlds.org/the_exoworlds

Ci troverete anche stelle note, come Polluce e Fomalhaut, e il primo esopianeta scoperto, quello di Epsilon Eridani. Si tratta, complessivamente di 305 oggetti scoperti prima del 2008. La cerimonia di assegnazione finale si terrà durante la 39° Assemblea generale dell’UAI, in programma a Honolulu Isole Hawaii, Usa) da 3 al 14 agosto: http://astronomy2015.org/

 

 

La sonda “Messenger” della Nasa ha appena finito la sua missione intorno a Mercurio con un impatto sul pianeta ma i suoi dati continueranno per anni a dare lavoro alla comunità scientifica. Uno studio appena pubblicato sulla rivista americana “Science ”riguarda il campo magnetico di Mercurio, che per astronomi è sempre stato un problema. Ci si aspettava infatti un campo piuttosto intenso in quanto l’alta densità del pianeta fa pensare a un massiccio nucleo metallico, che di solito, con i suoi movimenti rotatori e convettivi, è all’origine di un effetto dinamo (disegno). Il campo magnetico di Mercurio è invece assai inferiore alle attese. Ora i dati trasmessi da “Messenger” hanno permesso di stabilire che 3,9-3,7 miliardi di anni fa Mercurio aveva un campo magnetico molto più forte di oggi. Lo si è stabilito rilevando da bassa quota la magnetizzazione della crosta del pianeta durante le ultime fasi della missione “Messenger”.

Altre informazioni: http://www.psi.edu/news/mercurymagnetism

Il satellite “Cheops” (disegno), concepito per scoprire le caratteristiche di esopianeti, specie in relazione alla possibilità di ospitare la vita, potrebbe portare nello spazio un vostro disegno. Il lancio è previsto per la fine del 2017 ma ovviamente i disegni in concorso devono essere presentati molto prima: verranno miniaturizzati rimpicciolendoli di un fattore mille e incisi su due targhe metalliche. In questo modo “Cheops” potrà portarne nello spazio circa tremila. Se ne arriveranno molti di più si estrarrà a sorte. Possono partecipare i ragazzi e le ragazze tra gli 8 e i 14 anni appartenenti a Stati membri dell’Agenzia Spaziale Europea. Termine ultimo è il 31 ottobre 2015; farà fede il timbro postale. “Cheops”, missione in collaborazione tra Esa e Svizzera, è un acronimo di CHaracterising ExOplanets Satellite: si tratta essenzialmente di un telescopio con spettroscopi per analizzare la luce di esopianeti delle stelle più vicine a noi. Per partecipare troverete le informazioni necessarie a questo indirizzo: http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Science/Send_your_drawing_into_space_with_Cheops_Rules

Sulla missione: http://cheops.unibe.ch/cheops-mission/executive-summary/

 

 

Resistono poco i primati di distanza su scala universale. Di nuovo è stato battuto il record della galassia più lontana. Lo annuncia “Astrophysical Journal Letters”: è l’oggetto EGS-zs8-1 (foto) e si trova ad oltre 13 miliardi di anni luce. Più precisamente, questa galassia risale a quando erano trascorsi soltanto 670 milioni di anni dal Big Bang (l’universo secondo le stime più accettate ha un’età di 13,7 miliardi di anni). La misura è stata possibile grazie al telescopio Keck-1 da 10 metri di apertura in funzione all’Osservatorio di Mauna Kea alle isole Hawaii, attrezzato con lo spettrometro MOSFIRE (Multiple Object Spectrometer for Infra-Red Exploration). E’ questo lo strumento sensibilissimo nel vicino infrarosso che ha permesso di valutare con precisione il redshift dell’oggetto (Z= 7,730), dal quale si ricava direttamente la distanza. L’epoca di EGS-zs8-1 vede il ritorno alla luce dell’universo dopo l’era del buio seguita al breve periodo in cui trovarono via libera i fotoni della “zuppa” primordiale' (donde l’immagine del fondo di radiazione cosmica). In quella galassia remotissima, le stelle si formavano ad un ritmo 80 volte più veloce che nella nostra attuale Via Lattea. Il lavoro è stato realizzato da ricercatori dell’Università di Yale e dell’Università della California.

Altre informazioni nell’articolo originale:

http://arxiv.org/pdf/1502.05399v2.pdf

 

 

Probabilmente Plutone ha una calotta polare di ghiacci (foto). La si indovina nelle immagini che la sonda della Nasa “New Horizons” ha inviato in questi giorni, quando si trovava a 107 milioni di chilometri dal pianeta nano che sorvolerà il 14 luglio passando ad appena 12 mila chilometri dalla sua superficie. La calotta è stata individuata grazie a una particolare tecnica di trattamento dei dati digitali dell’immagine chiamata (deconvoluzione). Un film costruito con più immagini mostra perfettamente la rivoluzione del satellite Caronte intorno a Plutone.

 

D’ora in poi la navicella della Nasa sarà in grado di rivelare strutture geologiche della superficie di Plutone e della sua luna principale, Caronte. Con la visita a Plutone, ora classificato come “pianeta nano” dopo il declassamento deciso dalla International Astronomical Union nel 2006, si concluderà l’esplorazione di tutti i corpi più importanti del Sistema solare iniziata negli Anni 60 del secolo scorso.

Altre informazioni: http://www.nasa.gov/mission_pages/newhorizons/main/index.html

 

 

Osservare in diretta dalla Terra le eruzioni vulcaniche su Io, il satellite di Giove la cui attività vulcanica si deve al fatto che è periodicamente strizzato tra l’attrazione gravitazionale di Giove e quella del satellite Europa. Sembrava impossibile. Invece è riuscito nell’impresa il Large Binocular Telescope, LBT, un telescopio-interferometro formato da due specchi da 8,4 metri ciascuno messi sulla stessa montatura in modo da simulare una apertura complessiva, dal punto di vista della risoluzione, pari a quella di uno strumento da 23 metri. L’articolo sulle eruzioni di Io osservate con LBT è uscito il 30 aprile su “The Astrophysical Journal” e tra gli autori ci sono Carmelo Arcidiacono dell’Inaf e altri ricercatori italiani (Andrea La Camera,  Mario Bertero, Patrizia Boccacci). LBT sorge sul Mount Graham in Arizona a 3200 metri di quota ed è per un quarto italiano. Le immagini (nel vicino infrarosso) vengono ripulite dalla turbolenza atmosferica per mezzo di un’ottica adattiva integrata con tecniche di trattamento delle immagini sviluppate all’Università di Genova. La risoluzione ottenuta è di 100 chilometri, migliorata a 40 km grazie al trattamento delle immagini con il software genovese. La distanza di Io era di 450 milioni di km. Nell’immagine qui accanto si vede la Loki Patera del satellite gioviano (in arancione) sovrapposta a quella della depressione di origine vulcanica fotografata dalle sonde “Voyager”.

L’articolo originale: http://iopscience.iop.org/1538-3881/149/5/175/article





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