Astro News a cura di Piero Bianucci

Il satellite “Cheops” (disegno), concepito per scoprire le caratteristiche di esopianeti, specie in relazione alla possibilità di ospitare la vita, potrebbe portare nello spazio un vostro disegno. Il lancio è previsto per la fine del 2017 ma ovviamente i disegni in concorso devono essere presentati molto prima: verranno miniaturizzati rimpicciolendoli di un fattore mille e incisi su due targhe metalliche. In questo modo “Cheops” potrà portarne nello spazio circa tremila. Se ne arriveranno molti di più si estrarrà a sorte. Possono partecipare i ragazzi e le ragazze tra gli 8 e i 14 anni appartenenti a Stati membri dell’Agenzia Spaziale Europea. Termine ultimo è il 31 ottobre 2015; farà fede il timbro postale. “Cheops”, missione in collaborazione tra Esa e Svizzera, è un acronimo di CHaracterising ExOplanets Satellite: si tratta essenzialmente di un telescopio con spettroscopi per analizzare la luce di esopianeti delle stelle più vicine a noi. Per partecipare troverete le informazioni necessarie a questo indirizzo: http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Science/Send_your_drawing_into_space_with_Cheops_Rules

Sulla missione: http://cheops.unibe.ch/cheops-mission/executive-summary/

 

 

Resistono poco i primati di distanza su scala universale. Di nuovo è stato battuto il record della galassia più lontana. Lo annuncia “Astrophysical Journal Letters”: è l’oggetto EGS-zs8-1 (foto) e si trova ad oltre 13 miliardi di anni luce. Più precisamente, questa galassia risale a quando erano trascorsi soltanto 670 milioni di anni dal Big Bang (l’universo secondo le stime più accettate ha un’età di 13,7 miliardi di anni). La misura è stata possibile grazie al telescopio Keck-1 da 10 metri di apertura in funzione all’Osservatorio di Mauna Kea alle isole Hawaii, attrezzato con lo spettrometro MOSFIRE (Multiple Object Spectrometer for Infra-Red Exploration). E’ questo lo strumento sensibilissimo nel vicino infrarosso che ha permesso di valutare con precisione il redshift dell’oggetto (Z= 7,730), dal quale si ricava direttamente la distanza. L’epoca di EGS-zs8-1 vede il ritorno alla luce dell’universo dopo l’era del buio seguita al breve periodo in cui trovarono via libera i fotoni della “zuppa” primordiale' (donde l’immagine del fondo di radiazione cosmica). In quella galassia remotissima, le stelle si formavano ad un ritmo 80 volte più veloce che nella nostra attuale Via Lattea. Il lavoro è stato realizzato da ricercatori dell’Università di Yale e dell’Università della California.

Altre informazioni nell’articolo originale:

http://arxiv.org/pdf/1502.05399v2.pdf

 

 

Probabilmente Plutone ha una calotta polare di ghiacci (foto). La si indovina nelle immagini che la sonda della Nasa “New Horizons” ha inviato in questi giorni, quando si trovava a 107 milioni di chilometri dal pianeta nano che sorvolerà il 14 luglio passando ad appena 12 mila chilometri dalla sua superficie. La calotta è stata individuata grazie a una particolare tecnica di trattamento dei dati digitali dell’immagine chiamata (deconvoluzione). Un film costruito con più immagini mostra perfettamente la rivoluzione del satellite Caronte intorno a Plutone.

 

D’ora in poi la navicella della Nasa sarà in grado di rivelare strutture geologiche della superficie di Plutone e della sua luna principale, Caronte. Con la visita a Plutone, ora classificato come “pianeta nano” dopo il declassamento deciso dalla International Astronomical Union nel 2006, si concluderà l’esplorazione di tutti i corpi più importanti del Sistema solare iniziata negli Anni 60 del secolo scorso.

Altre informazioni: http://www.nasa.gov/mission_pages/newhorizons/main/index.html

 

 

Osservare in diretta dalla Terra le eruzioni vulcaniche su Io, il satellite di Giove la cui attività vulcanica si deve al fatto che è periodicamente strizzato tra l’attrazione gravitazionale di Giove e quella del satellite Europa. Sembrava impossibile. Invece è riuscito nell’impresa il Large Binocular Telescope, LBT, un telescopio-interferometro formato da due specchi da 8,4 metri ciascuno messi sulla stessa montatura in modo da simulare una apertura complessiva, dal punto di vista della risoluzione, pari a quella di uno strumento da 23 metri. L’articolo sulle eruzioni di Io osservate con LBT è uscito il 30 aprile su “The Astrophysical Journal” e tra gli autori ci sono Carmelo Arcidiacono dell’Inaf e altri ricercatori italiani (Andrea La Camera,  Mario Bertero, Patrizia Boccacci). LBT sorge sul Mount Graham in Arizona a 3200 metri di quota ed è per un quarto italiano. Le immagini (nel vicino infrarosso) vengono ripulite dalla turbolenza atmosferica per mezzo di un’ottica adattiva integrata con tecniche di trattamento delle immagini sviluppate all’Università di Genova. La risoluzione ottenuta è di 100 chilometri, migliorata a 40 km grazie al trattamento delle immagini con il software genovese. La distanza di Io era di 450 milioni di km. Nell’immagine qui accanto si vede la Loki Patera del satellite gioviano (in arancione) sovrapposta a quella della depressione di origine vulcanica fotografata dalle sonde “Voyager”.

L’articolo originale: http://iopscience.iop.org/1538-3881/149/5/175/article

 

 

Da ieri sera c’è un cratere in più su Mercurio. Lo ha scavato l’impatto della sonda della Nasa “Messenger”, che nel tardo pomeriggio del 30 aprile ha concluso la sua missione intorno al pianeta più vicino al Sole. Tutto secondo programma, ma non senza rimpianto e commozione per il team che per più di dieci anni ha seguito giorno dopo giorno l’avventura di questa navicella spaziale. Si stima che il cratere creato da “Messenger” abbia un diametro di 15 metri. L’ultimo giorno di vita della sonda è iniziato con la trasmissione di dati e immagini riprese ad appena 70 metri dalla superficie di Mercurio, captate dall’antenna a parabola del Deep Space Network di Madrid, in Spagna. Altre immagini riprese da 34 metri di quota hanno ancora raggiunto l’antenna del Network in California un’ora e mezza dopo. Poi il segnale di “Messenger” è stato captato per altri 20 minuti, fino all’impatto. Le orbite complessivamente percorse intorno a Mercurio sono state 4105. Si è conclusa così una missione iniziata il 3 agosto 2004 con il lancio da Cape Canaveral ed entrata nel vivo con l’arrivo a Mercurio il 17 marzo 2011. Qui accanto una delle immagini inviate da 'Messenger' nelle ultime fasi della sua missione.

Altre informazioni nel video Nasa su TouTube: https://www.youtube.com/watch?v=ENwD31EDFjc

 

Il satellite per raggi X dell’Agenzia spaziale europea 'XMM-Newton' (disegno) ha accumulato, in 7.500 osservazioni compiute nell’arco di 15 anni, il più ampio catalogo-atlante di oggetti che emettono nella banda X mai prodotto da una singola missione: comprende qualcosa come 560 mila sorgenti. Ad ogni puntamento le sorgenti avvistate sono state da 50 a 100 in un’area di cielo simile a quella occupata dalla Luna piena. Sono pulsar (stelle di neutroni), buchi neri super-massicci, galassie attive. In gran parte questi oggetti non erano mai stati osservati prima. Nel catalogo potrebbero quindi nascondersi oggetti celesti di tipo inedito. 'XMM-Newton' mette quindi a disposizione dei ricercatori che verranno una miniera ancora in buona parte da esplorare e sfruttare. Singolari sono, per esempio, due sistemi doppi composti da stelle come il Sole e nane bianche nei quali le nane strappano materia alle loro stelle “normali”: questa materia interagisce con il campo magnetico della nana producendo emissione di raggi X. L’accumulo di massa, poi, porta la nana bianca a esplodere come una supernova.

Altre informazioni:

 

http://www.irap.omp.eu/en/actualites/actu-3xmm2

 

 

Un lavoro teorico pubblicato su “Physical Review Letters” il 23 aprile 2015 fornisce un dato molto importante ai fisici sperimentali che stanno cercando di osservare le onde gravitazionali previste da Einstein nell'ambito della relatività generale pubblicata nel 1915-16. I firmatari dell’articolo, tra i quali spiccano gli italiani Alessandro Nagar e Sebastiano Bernuzzi, hanno calcolato con grande accuratezza le caratteristiche del segnale gravitazionale che verrebbe emesso da un sistema binario di stelle di neutroni nelle sue ultime orbite, quando i due oggetti ultradensi stanno per fondersi in un buco nero. Conoscere bene questo segnale è indispensabile per estrarlo dal rumore di fondo che lo sovrasta: si tratta infatti di isolare una deformazione dell’antenna gravitazionale dell’ordine di 10 alla meno 22 metri nel caso di una coppia di stelle di neutroni a 600 milioni di anni luce da noi (dieci volte la distanza del Virgo Cluster). Per un confronto, le dimensioni di un protone si collocano intorno a 10 alla meno 15 metri. Le due migliori antenne gravitazionali oggi esistenti, Virgo in Italia vicino a Pisa (una collaborazione italo-francese, nella foto) e Ligo negli Stati Uniti, stanno completando una fase di aggiornamento che migliorerà di 100 volte la loro sensibilità. Il lavoro appena pubblicato potrà quindi dimostrarsi prezioso entro pochi anni.

Lo studio ha richiesto l’unione di più competenze: Sebastiano Bernuzzi (Università di Parma e CalTech) e Tim Dietrich (Università di Jena) sono due giovani specialisti della soluzione numerica delle equazioni di Einstein con supercomputer. Thibault Damour e Alessandro Nagar (Institut des Hautes Études Scientifiques) hanno sviluppato una descrizione analitica (detta metodo Effective One Body) del moto orbitale e dell’emissione di onde gravitazionali da sistemi binari composti da stelle di neutroni o buchi neri.

Link a “Physical Review Letters”: http://journals.aps.org/prl/

 

 

 

Ancora lui, il primo esopianeta mai osservato: 51 Pegasi b scoperto nel 1995 dai pionieri Michel Mayor e Didier Queloz dell’Osservatorio di Ginevra. E’ suo il primo spettro che si sia riusciti a ottenere analizzando la luce riflessa dal pianeta di un’altra stella. L’impresa è stata possibile grazie allo spettrometro HARPS installato sul telescopio da 3,6 metri all’Osservatorio australe europeo di La Silla. Posto a 50 anni luce dalla Terra, l’esopianeta 51 Pegasi b è un “Giove caldo” (in realtà la sua massa è la metà di quella di Giove) chiamato anche Bellerofonte. Già vari tentativi sono stati fatti per registrare lo spettro di esopianeti, parzialmente riusciti. La novità sta però nella tecnica, e nelle prospettive che questo risultato apre: per la prima volta lo spettro è stato ottenuto per riflessione della luce, e quindi non durante un transito, circostanza che mescola lo spettro dell’atmosfera del pianeta con quello della stella. Si avvicina il giorno in cui potremo cercare nelle atmosfere degli esopianeti segnali della presenza di forme di vita simili a quelle terrestri. L’articolo compare nel sito dell’Osservatorio australe europeo.

Altre notizie: http://en.wikipedia.org/wiki/51_Pegasi_b

Il sito ESO: http://www.eso.org/public/albania/

 

 

Il telescopio spaziale “Hubble”, portato in orbita il 24 aprile 1990 con lo shuttle Discovery, ha compiuto un quarto di secolo e gode tuttora ottima salute. La Nasa ha celebrato solennemente i suoi 25 anni con un convegno di quattro giorni a Baltimora, ma quelli realmente fruttuosi per la scienza sono un po’ meno perché presto ci si accorse che un difetto nella lavorazione dello specchio principale gli impediva di formare immagini nitide. Nel 1993 una missione astronautica che comportò una delicata attività extra-veicolare, installò su “Hubble” un’ottica correttiva dal costo di 600 milioni di dollari e da allora, anche con ulteriori missioni di manutenzione e potenziamento (illustrate qui accanto), il telescopio spaziale non ha fatto che migliorare le sue prestazioni. Innumerevoli le sue imprese: ha fotografato galassie al confine dell’universo appena nate dopo il Big Bang, ha permesso di scoprire l’accelerazione del moto espansivo del cosmo, ha ripreso l’impatto dei frammenti di una cometa su Giove, ha utilizzato lenti gravitazionali per guardare ancora più lontano e riprendere oggetti ancora più deboli, ha mostrato il movimento orbitale di un esopianeta. Ora l’attenzione si concentra sul suo successore il “James Webb Space Telescope”, in forte ritardo sui tempi programmati e con costi triplicati rispetto al preventivo. Progettato per lavorare nell’infrarosso a lunghezze d’onda tra 1 e 27 micron, dovrebbe essere lanciato del 2018. Nel frattempo si spera che “Hubble”, come si usa dire, “tenga duro”.

 

Altre informazioni: http://www.media.inaf.it/2015/04/24/nel-futuro-ce-webb/

 

 

La prima e l’ultima volta che gli astrofisici riuscirono a catturare neutrini provenienti dall’esplosione di una supernova fu nel 1987 ma non venivano dalla nostra galassia, la Via Lattea, bensì da una sua vicina, la galassia-satellite nota come Grande Nube di Magellano. All’epoca i “telescopi per neutrini” in grado di percepire il segnale di una supernova erano ad uno stadio primitivo. Da 21 anni invece nel Laboratorio nazionale del Gran Sasso c’è un grande rivelatore di neutrini, LVD, Large Volume Detector (foto). Purtroppo non ha mai registrato esplosioni di supernove, neppure nella nostra Via Lattea. Anche questo dato negativo tuttavia è interessante in quanto pone un limite alla frequenza di questi fenomeni, che in teoria, in una galassia, dovrebbero essere da 1 a 3 per secolo, mentre l’ultima supernova osservata (otticamente) nella Via Lattea risale al 1604. Come mai mancano all’appello da 4 a 12 supernove? La loro luce potrebbe essere stata assorbita da nubi di polvere interstellare ma i neutrini attraversano indisturbati anche enormi masse di materia. Quindi statisticamente LVD dovrebbe essere molto vicino all’osservazione di neutrini da una supernova galattica. Chi vivrà vedrà. Intanto il dato certo che in 21 anni supernove non ce ne sono state è stato pubblicato su “The Astrophysical Journal”.

L’esperimento LVD è costituito da mille tonnellate di liquido scintillatore contenute in 840 moduli. Data l’imprevedibilità del fenomeno da osservare, questi strumenti devono funzionare perfettamente e prendere dati continuamente, giorno e notte nel corso di molti decenni. Progettato da Antonino Zichichi, LVD è in funzione dal 1992 ed è frutto di una collaborazione internazionale che coinvolge 11 Istituti e Laboratori in Italia, Russia, USA, Brasile e Francia.

Link a “The Astrophysical Journal”: http://iopscience.iop.org/0004-637X/

 

 

 

 

Orologi di grande precisione sono indispensabili in molte applicazioni spaziali e in ricerche di fisica fondamentale, dai satelliti di navigazione tipo GPS e Galileo alla guida delle sonde interplanetarie, dalla sincronizzazione di antenne per onde gravitazionali o rivelatori di neutrini di supernove a delicatissimi test di relatività speciale e generale. Ora ricercatori del Nist, National Institute of Standards and Technology (Usa), dell’University of Colorado e del Jila sono riusciti a ottenere un orologio atomico che scarterebbe soltanto di un secondo su un tempo pari a quello trascorso dal Big Bang ad oggi. Il nuovo orologio è tre volte più preciso di quelli precedenti e soprattutto è 50 volte più stabile. L’incertezza del suo oscillatore – costituito da alcune migliaia di atomi di stronzio imprigionati in un reticolo ottico – è stimata in 2 miliardesimi di miliardesimi d’unità di frequenza. L’articolo che descrive questo straordinario risultato nella metrologia di tempo e frequenze è comparso su “Nature Communications”. Nell’immagine, particolare della camera da vuoto contenente gli atomi di stronzio; in primo piano i termometri di precisione. Crediti: Marti/JILA

 

Altre informazioni:

 

http://www.media.inaf.it/2015/04/21/orologio-atomico-stronzio/

 

Si arricchisce la lista delle molecole pre-biologiche osservate nello spazio: questa è la volta della formammide, un composto dal quale possono derivare zuccheri, aminoacidi e acidi nucleici. La novità interessante è che la formammide risulta presente intorno ai granuli di polvere sparsi nella piccola nebulosa diffusa NGC 1333, posta nella costellazione di Perseo, dove è in corso la formazione di alcune stelle con una massa vicina a quella del nostro Sole (nell’immagine, la NGC 1333 e la struttura della molecola di formammide). Possiamo quindi concludere che le molecole alla base della vita abbondano nelle stesse nebulose molecolari che collassando danno origine a stelle e pianeti. La ricerca, pubblicata su “Monthly Notices of the Royal Astronomical Society”, è stata condotta da astrofisici spagnoli e da astronomi italiani associati all’Inaf con il radiotelescopio da 30 metri per onde millimetriche IRAM in Sierra Nevada usato come spettroscopio. La formammide è composta da un atomo di carbonio, 3 atomi di idrogeno, uno di azoto e uno di ossigeno.

I siti della rivista e dell’articolo:

 http://mnras.oxfordjournals.org/

http://arxiv.org/abs/1502.05762

 

 

 

Una importante conferma della trasformazione dei neutrini da uno all’altro dei tre tipi noti (neutrino dell’elettrone, del muone e della particella Tau) viene dall’esperimento IceCube (disegno) in corso al Polo Sud con un rivelatore posto sotto un chilometro e mezzo di ghiaccio che funziona da schermo. Nel corso di tre anni sono state osservate 5200 interazioni tra i neutrini atmosferici e gli atomi del ghiaccio. In particolare i ricercatori si sono concentrati sui neutrini muonici, rilevando che solo una parte di quelli prodotti nell’atmosfera e in arrivo dal Polo Nord giunge effettivamente al Polo Sud. La parte rimanente, circa il 20 per cento, si trasforma in neutrini della particella Tau nel percorso attraverso la Terra, lungo quasi 13 mila chilometri. Ciò è in accordo con la teoria della “oscillazione” tra un tipo e l’altro avanzata da Bruno Pontecorvo nel secolo scorso. Trentacinque dei neutrini registrati sono ad altissima energia e provengono da regioni molto lontane dello spazio, probabilmente da supernove o da quasar. La ricerca, importante sia per la fisica delle particelle sia per l’astrofisica e la cosmologia, è pubblicata su “Physical Review D”.

Il link all’articolo: http://journals.aps.org/prd/abstract/10.1103/PhysRevD.91.072004

 

 

 

 

Nelle prime grandi galassie nate dal Big Bang la formazione di nuove stelle di ferma dopo tre miliardi di anni nella regione intorno al nucleo mentre prosegue vivacemente nelle regioni periferiche. E’ ciò che dimostra uno studio condotto con il VLT, Very Large Telescope, dell’Osservatorio australe europeo e con il telescopio spaziale “Hubble” pubblicato sulla rivista “Science” oggi 17 aprile. Il gruppo di ricercatori che ha ottenuto questo risultato molto importante per la comprensione dell’evoluzione delle galassie è guidato da Sandro Tacchella e Marcella Carollo, entrambi al Politecnico Federale di Zurigo, e da Alvio Renzini e Gianni Zamorani, dell’INAF – Osservatorio di Padova e Osservatorio di Bologna. Coautori dell’articolo sono Giovanni Cresci (Osservatorio Astrofisico di Arcetri) e Chiara Mancini (Osservatorio Astronomico di Padova). Le grandi galassie “morte” sono caratterizzate da una vasta struttura globosa centrale rossastra, fatto che si spiega con l’assenza di giovani stelle giganti azzurre e l’abbondanza di vecchie stelle rosse. Tacchella e colleghi hanno osservato un campione di 22 galassie, distribuite in un largo intervallo di masse, a un’epoca corrispondente a circa tre miliardi di anni dopo il Big Bang – cioè una decina di miliardi di anni fa, Questa luce, catturata dallo strumento SINFONI del Very Large Telescope che corregge le distorsioni dovute alla turbolenza dell’aria, ha permesso di individuare con precisione i luoghi nei quali le nuove stelle stavano formandosi. I ricercatori hanno quindi osservato lo stesso campione di galassie con il telescopio spaziale Hubble che non risente delle distorsioni dovute all’atmosfera. La camera WFC3 a bordo di Hubble ha scattato immagini nel vicino infrarosso, mettendo in evidenza la distribuzione spaziale delle stelle più vecchie e confermando che la “morte” delle galassie si propaga dal centro alla periferia, come illustra il disegno dell'ESO qui accanto.

 

Il sito di “Science”: http://www.sciencemag.org/

 

Una mappa della materia oscura a grande scala è stata presentata il 13 aprile al convegno della American Physical Society a Baltimore, Maryland, ed è in via di pubblicazione su “Monthly Notices of the Royal Astronomical Society”. Ha diretto il lavoro Chihway Chang dell’Istituto di tecnologia federale svizzero (Zurigo). Il risultato della ricerca è sintetizzato qui accanto: i cerchietti scuri rappresentano gli ammassi di galassie, le zone gialle e rosse corrispondono alle maggiori concentrazioni di materia oscura. Le zone blu sono “caverne” intergalattiche “vuote”.

Distribuzione e massa della materia oscura sono state stimate in base alla deformazione dello spazio intorno a galassie e ammassi di galassie. Queste deformazioni – in sostanza si tratta di una estensione del concetto di lente gravitazionale – non sarebbero giustificate dalla materia visibile e quindi tracciano la presenza della materia oscura nello spazio intergalattico. Per la ricerca ci si è serviti della camera da 570 megapixel montata sul telescopio “Blanco” di Cerro Tololo, l’area coperta è stata pari a quella di 700 dischi apparenti del nostro Sole, circa il 3 per cento del cielo. La mappatura proseguirà fino al 2018. Dal lavoro emerge la presenza di materia oscura intorno a 12 mila galassie.

Altre informazioni: http://arxiv.org/abs/1504.03002

 

Sono stati presentati oggi 15 aprile 2015 al CERN (Ginevra) i nuovi dati raccolti a bordo della Stazione spaziale internazionale del “cacciatore di materia” AMS, esperimento con larga partecipazione italiana (foto). La nuova misura di precisione del rapporto tra il flusso di antiprotoni e di protoni nei raggi cosmici mostra per la prima volta una inattesa abbondanza di antiprotoni ad energie di centinaia di GeV.  Questo dato risulta complementare a quello del flusso di antielettroni (positroni) pubblicato da AMS nel 2014. Anche in quel caso si mise in luce un eccesso di antimateria ad alta energia. L’inaspettata abbondanza dell’antimateria nei raggi cosmici di alta energia potrebbe essere dovuta a qualche fenomeno fisico di tipo fondamentale ancora da identificare. Le nuove misure riguardano anche il flusso di protoni e di nuclei di elio fino a energie superiori al teraelettronvolt.

Gli attuali modelli delle interazioni dei raggi cosmici ordinari con la materia interstellare non spiegano i nuovi dati di AMS. Forniscono però informazioni importanti sui meccanismi di produzione e di propagazione dei raggi cosmici. Non è ancora possibile escludere che i risultati siano riconducibili all'esistenza di nuove sorgenti astrofisiche o a nuovi meccanismi di accelerazione e propagazione, ma questi ultimi dati di AMS potrebbero essere interpretabili come l’effetto di collisioni tra particelle di materia oscura, e quindi come un segnale indiretto della sua natura particellare.

Altre informazioni: http://www.ams02.org/it/

 

 

 

La cometa 67 Churyumov-Gerasimenko non ha un “nocciolo” dotato di campo magnetico. Lo hanno stabilito gli strumenti a bordo della sonda europea “Rosetta” e quelli del lander “Philae” durante la sua manovra di discesa sul nucleo cometario. Questo dato è interessante perché le comete risalgono alla formazione del Sistema solare, avvenuta 4,5 miliardi di anni fa in un disco turbolento di polveri e gas nel quale il ferro era relativamente abbondante. Il materiale di cui è fatta la cometa dovrebbe quindi conservare una sorta di memoria magnetica dell’ambiente primordiale: del testo granuli di minerali magnetizzati con dimensioni millimetriche risultano presenti in varie meteoriti, anch’esse riconducibili alla nebulosa originaria. La forza magnetica dovrebbe aver avuto un ruolo nella formazione dei planetesimi fino a quando ebbero piccole dimensioni, dell’ordine dei metri, prima che la forza di gravità prendesse il sopravvento nel pilotare l’aggregazione. Fino a “Rosetta” e “Philae” lo studio del magnetismo delle comete si era limitato a veloci sorvoli. Ora per la prima volta i dati raccolti sono circostanziati e riferiti a un tempo di osservazione abbastanza prolungato. I risultati di queste osservazioni sono stati pubblicati su “Science” e presentati all’assemblea generale della European Geosciences Union svoltasi il 14 aprile a Vienna.

Nell'immagine: ricostruzione della traiettoria e del rimbalzo di Philae durante la sua discesa sulla cometa Chruyumov-Gerasimenko il 12 novembre 2014.

Altre informazioni:

 

http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Science/Rosetta/Rosetta_and_Philae_find_comet_not_magnetised

La cometa Churyumov-Gerasimenko aumenta la sua attività a mano a mano che si avvicina al Sole preparandosi a passare al perielio il 13 agosto prossimo. Lo dimostrano queste 18 immagini trasmesse dalla sonda europea “Rosetta”, che le ha riprese dall’inizio di gennaio (in alto a sinistra) al 25 marzo 2015 (in basso a destra), periodo durante il quale la distanza della cometa dal Sole è diminuita da 363 a 300 milioni di chilometri.

 

“Rosetta”, che dall’estate 2014 è in orbita intorno al nucleo della Churyumov-Gerasimenko, ha scattato queste fotografie da distanze variabili tra 100 e 30 chilometri. A seconda della prospettiva di ripresa i getti di polveri e gas appaiono più o meno vivaci. Si prevede che l’attività cometaria aumenterà almeno fino al passaggio al perielio. La navicella europea ne seguirà gli sviluppi anche nei mesi successivi.

Altre informazioni:

http://www.esa.int/spaceinimages/Images/2015/04/Comet_activity_31_January_25_March_2015

 

 

I risultati di uno studio pubblicato su “Geophysical Research Letters” ci dicono per la prima volta con buona affidabilità quanta acqua congelata rimane su Marte. La questione è complessa perché gran parte delle calotte polari del pianeta è fatta di ghiaccio secco, cioè di anidride carbonica allo stato solido, non di acqua (foto Nasa). Due fasce sotterranee di ghiaccio d’acqua sono però state scoperte a nord e a sud dell’equatore marziano grazie a misure radar eseguite nel corso di dieci anni con il satellite della Nasa “Mars Reconnaissance Orbiter” (MRO). Le due cinture di ghiaccio nel sottosuolo si trovano tra i 30 e i 50 gradi di latitudine a nord e a sud dell’equatore. La quantità stimata di acqua sarebbe complessivamente sufficiente a ricoprire Marte con uno strato di acqua spesso un metro e 10 centimetri. Si tratterebbe, in cifre, di 155 mila miliardi di metri cubi di acqua, con una incertezza del 25 per cento.

 

Link alla rivista “Geophysical Research Letters”:

http://onlinelibrary.wiley.com/journal/10.1002/(ISSN)1944-8007/issues?activeYear=2013

 

 

 

Era il 20 settembre 2001 quando veniva scoperto il primo asteroide triplo della categoria NEA, quella per i quali è ipotizzabile una collisione con la Terra: in questo caso addirittura una collisione tripla! Ora a distanza di quasi quindici anni questo oggetto raro e inquietante è stato ben caratterizzato grazie a una collaborazione internazionale con Minor Planet Center (Cambridge, Usa) a cui ha dato un importante contributo l’Osservatorio Regionale della Valle d’Aosta. Ritenuto un asteroide singolo fino al 2008, il NEA in questione – 2001 SN263 – ha rivelato la sua natura tripla quando è stato possibile osservarlo con il radiotelescopio di Arecibo, a Portorico. L'accurata curva di luce ottenuta all’Osservatorio della Valle d’Aosta da Albino Carbognani ha messo in evidenza le proprietà e la  dinamica del sistema con ricchezza di particolari (figura).

“Ora sappiamo - annuncia un comunicato dell'Osservatorio valdostano - che il corpo principale del sistema (Alpha) ha un diametro di circa 2,8 km e una densità di poco superiore a quella dell’acqua. Probabilmente il suo interno ha delle cavità ed è fratturato, quindi si tratta di quello che gli astronomi chiamano un “rubble-pile”, un corpo composto da diversi blocchi tenuti insieme dalla forza di gravità. La forma di Alpha assomiglia un po’ a quella di una trottola e non è un caso: la regione equatoriale è più spessa perché è da lì che si è staccato il materiale che è andato a formare i satelliti. Il satellite più piccolo e interno (Gamma), orbita attorno al corpo maggiore in 16 ore a una distanza di circa 4 km. La cosa interessante è ha una densità molto più elevata di Alpha e quindi si tratta di un corpo compatto, cioè monolitico. Il secondo satellite (Beta), si trova a quasi 17 km dal corpo centrale e descrive un’orbita in 6 giorni. Questo satellite ha la stessa densità del primario e deve avere una struttura composita. La forza di gravità di Alpha è talmente bassa che, con un balzo, un astronauta potrebbe alzarsi dalla sua superficie e viaggiare da un satellite all’altro.”

Il sito dell’OAVDA: www.oavda.it





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