Astro News a cura di Piero Bianucci

 

 

Un pianetone con enormi anelli come Saturno intorno a una stella giovanissima (disegno) e cinque pianeti dalle dimensioni inferiori a quelle della Terra intono a una stella molto antica, tanto che, se fossero nella fascia di abitabilità, avrebbero avuto tutto il tempo per sviluppare forme di vita evolute e magari civiltà tecnologiche: due notizie di grande interesse che aiuteranno a comprendere meglio l’evoluzione dei sistemi planetari.

Il Super-Saturno si trova a 400 anni luce da noi intorno alla stella J1407 di recente formazione. I suoi anelli sono così grandi – 200 volte quelli del Saturno che ci è famigliare – che se fosse nel nostro sistema solare potremmo vederli a occhio nudo. Super-Saturno è noto dal 2012 ma ora l’astronomo Eric Mamajek dell’Università di Rochester e un gruppo di astronomi dell’Università di Leida hanno studiato l’oscuramento che gli anelli producono sulla luce della stella e hanno pubblicato i risultati sull’”Astrophysical Journal”. La massa degli anelli risulta paragonabile a quella Terra. Probabilmente stiamo assistendo alla formazione di un complesso sistema di lune intorno a un pianeta gigante gassoso.

I cinque pianeti di Kepler 444 hanno invece dimensioni comprese tra quelle di Mercurio e di Venere ma sono molto visini alla loro stella, che è di tipo solare, avendo periodi orbitali intorno ai dieci giorni (Mercurio gira intorno al Sole in 88 giorni). L’alta temperatura li rende quindi inadatti alla vita così come noi la conosciamo. L’età di Kepler 444 – che si trova a 117 anni luce da noi nella costellazione della Lira – è di 11,2 miliardi di anni. Questo sistema planetario risale quindi ad un’epoca in cui la Via Lattea stava nascendo e l’universo aveva appena il 20 per cento dell’età attuale.

Altre informazioni:

http://www.rochester.edu/newscenter/gigantic-ring-system-around-j1407b/

 

http://www.nasa.gov/ames/kepler/astronomers-discover-ancient-system-with-five-small-planets/

 

L’asteroide 2004 BL86 (disegno) che ci ha sfiorati la sera di ieri 26 gennaio ci ha riservato una straordinaria sorpresa: pur essendo piccolissimo – circa 550 metri il suo diametro – ha una luna, un satellite largo una settantina di metri. Lo ha annunciato la Nasa, che ha organizzato una campagna di osservazione radar dell’asteroide con le grandi antenne paraboliche del Deep Space Network di Goldstone, in California. Il passaggio di 2004 BL86 alla minima distanza dalla Terra è avvenuto a 1,2 milioni di chilometri, circa tre volte la distanza Terra-Luna.  Un altro transito con un NEO (Near Earth Object) di analoghe dimensioni non è previsto prima del 2027, quando transiterà il pianetino 1999 AN10. Da una ventina di fotogrammi radar la Nasa ha ricavato l'animazione del transito di 2004 BL86: in alcuni si distingue chiaramente il satellite, probabile frutto di una frammentazione per collisione.

Altre informazioni e filmato Nasa:

 

http://www.wired.it/scienza/spazio/2015/01/27/asteroide-2004-bl86-luna/

 

 

Con una conferenza del premio Nobel per la fisica Wolfgang Ketterle, l’Anno Internazionale della Luce si aprirà ufficialmente domani 26 gennaio in Italia, a Torino, aula del Senato di Palazzo Madama, dopo l’inaugurazione mondiale svoltasi a Parigi il 19 gennaio nel palazzo dell’Unesco. Centinaia di manifestazioni dedicate alla scienza e alla tecnologia della luce si terranno nel corso del 2015 nel nostro paese, e migliaia nel mondo. Molte ovviamente avranno a che fare con l’astronomia, l’astrofisica e il contenimento dell’inquinamento luminoso.  Proclamato dalle Nazioni Unite, l’Anno Internazionale della Luce in Italia vede in prima fila la SIF, Società Italiana di Fisica, affiancata dall’INAF e dall’INRiM, l’Istituto nazionale di ricerca metrologica, che ha sede a Torino, presieduto da Massimo Inguscio, un fisico all’avanguardia negli studi di ottica quantistica.

La Nasa ha aderito all’Anno della Luce distribuendo questa meravigliosa immagine ripresa con il satellite “Chandra”, il più potente osservatorio orbitale nella banda X mai messo a disposizione degli astrofisici. Si tratta dell’oggetto SNR 0519-69, una bolla di gas e polveri in espansione in seguito all’esplosione di una supernova avvenuta nella Grande Nube di Magellano, una piccola galassia satellite della Via Lattea. L’immagine combina radiazioni ottenute a lunghezze d’onda diverse. Le parti che appaiono in blu sono le più calde: hanno temperature di milioni di gradi. Le stelle intorno e l’alone rossastro della bolla sono riprese nella banda ottica dal telescopio spaziale “Hubble”.

Altre informazioni:

http://www.nasa.gov/content/chandra-celebrates-the-international-year-of-light/

 

http://www.nasa.gov/mission_pages/chandra/celebrate-intl-year-of-light.html

Grande successo della missione “Rosetta” alla cometa Churyumov-Gerasimenko e del team italiano dell’Inaf-Osservatorio di Padova che è responsabile del sistema di imaging OSIRIS: il numero del 23 gennaio della prestigiosa rivista americana “Science”  dedica la sua copertina e un grande spazio agli articoli scientifici frutto dei dati e delle immagini che è stato possibile ottenere a partire dal 6 agosto 2014, quando “Rosetta” con una delicata manovra riuscì a inserirsi perfettamente in orbita attorno al nucleo cometario.

 “Science” pubblica due lavori interamente dedicati ai risultati di OSIRIS, uno sulla struttura e attività del nucleo cometario e l’altro sulla sua morfologia e mineralogia. Un terzo articolo è stato scritto congiuntamente dai ricercatori di OSIRIS e dal team dello strumento GIADA, che è un altro grande contributo italiano alla missione. GIADA, fornito dai ricercatori di Roma e Napoli, misura dimensioni, masse e velocità dei grani di polvere emessi dalla cometa e che le immagini di Osiris mostrano in abbondanza attorno al nucleo. Anche l’altro strumento italiano, VIRTIS, fornito da ricercatori romani, ha un gran peso all’interno della rivista, avendo misurato varie caratteristiche termiche e spettrofotometriche della superficie cometaria.

 Ed ecco i nomi del “team delle Venezie” protagonista dell’impresa scientifica che ha generato un numero di “Science” quasi monografico: Università di Padova, Fisica e Astronomia: C. Barbieri, M. Lazzarin, F. La Forgia, S. Magrin, S. Marchi, F. Marzari,  M.Pajola Geoscienze: M. Massironi, L. Giacomini; Ingegneria dell’Informazione e CNR Luxor: G. Naletto, V. Da Deppo, E. Verroi; Ingegneria Industriale: S.Debei, P. Brunello, M. Zaccariotto; CISAS: I. Bertini, F. Ferri, M. Pertile, A. Aboudan, G. Colombatti; INAF- OA Padova: G. Cremonese, A. Lucchetti; INAF- OA Trieste: M. Fulle; Università di Trento: M. De Cecco.

 Foto: una delle straordinarie immagini di OSIRIS/Rosetta/ESA La RIVISTA “Science”: http://www.sciencemag.org/magazine

 

 

 

Probabilmente è stato individuato un nuovo tipo di galassia attiva appartenente alla famiglia delle Galassie di Seyfert. La galassia studiata ha la particolarità di emettere anche raggi gamma: il suo nucleo attivo è quindi eccezionalmente energetico e nasconde un buco nero di grande massa e voracità. A causa di questi “mostri”, il nucleo delle Galassie di Seyfert può brillare quanto 100 miliardi di stelle come il Sole, concentrando in uno spazio limitatissimo la luminosità di una intera galassia. La ricerca, in corso di pubblicazione sulla rivista inglese “Monthly Notices of the Royal Astronomical Society”, è opera di un gruppo internazionale guidato da Filippo D’Ammando dell’Università di Bologna e Monica Orienti dell’Inaf-Istituto di radioastronomia. Carl Keenan Seyfert osservò per la prima volta una galassia della categoria che ora porta il suo nome nel 1943. L’oggetto ora studiato è PMNJ0948 + 0022: ha attirato l’attenzione degli astrofisici quando il satellite “Fermi” nel 2008 ne rilevò una emissione in raggi gamma. L’oggetto è caratterizzato da potenti getti a velocità relativistiche (disegno). Si conoscono attualmente altre quattro galassie simili. Un numero sufficiente per parlare di una nuova sottoclasse di oggetti.

 

Altre informazioni:

http://www.media.inaf.it/2015/01/20/la-galassia-dal-getto-che-scotta/

 

http://mnras.oxfordjournals.org/content/current

 

 

Dal 2007 gli astronomi sanno dell’esistenza di lampi radio di notevole intensità, indicati come Fast Radio Burst, FRB. Lampi è la parola giusta: durano pochi millesimi di secondo e possono provenire da qualsiasi direzione del cielo. Quindi è difficilissimo studiarli in modo sistematico. Quando ci si accorge di un FRB è già tardi per approfondire l’osservazione: di solito il segnale viene rilevato sui tracciati dei radiotelescopi mesi dopo la sua registrazione. Ma questa volta un gruppo internazionale di astronomi è riuscito a osservare un Fast Radio Burst in diretta. Lo strumento che ha permesso questa impresa è il radiotelescopio da 64 metri di Parkes in Australia, uno dei più sensibili tra i ricevitori parabolici (foto). Tra gli scienziati che hanno partecipato all’osservazione c’è anche Andrea Possenti dell’Inaf. L’articolo compare sulla rivista inglese “Monthly Notices of the Royal Astronomical Society”. Il fenomeno è avvenuto il 14 maggio 2014. Rilevato mentre era in corso gli astronomi sono riusciti a puntare la regione del cielo da cui proveniva il lampo con 12 telescopi di vario tipo sparsi tra Australia, California, Isole Canarie, Germania, Hawaii e in orbita terrestre, osservando nelle bande infrarossa, ultravioletta e X. Nessun segnale però è stato captato al di fuori delle onde radio. «La mancata osservazione in altre bande elettromagnetiche non permette di dire quale sia la natura dei FRB – ha dichiarato Andrea Possenti, direttore dell’INAF-Osservatorio Astronomico di Cagliari – ma consente di escludere qualche ipotesi, come quella che essi siano associati a normali eventi di supernova che hanno luogo nell’universo vicino a noi». Altrettanto difficile è stimare la distanza percorsa dai segnali radio. L’analisi delle proprietà di quello osservato ‘in diretta’, basata sulla registrazione di tempi di arrivo leggermente diversi al variare della lunghezza d’onda di osservazione, indica che la sorgente poteva trovarsi fino a 5,5 miliardi di anni luce da noi.

Altre informazioni nell’articolo originale: http://arxiv.org/abs/1412.0342

 

 

 

Fine di un mistero che durava da undici anni. Il robot inglese “Beagle 2” perso nella fase di discesa su Marte il giorno di Natale del 2003 non andò distrutto: una immagine ad alta risoluzione ripresa il 15 dicembre 2014 dalla sonda americana “Mars Reconnaissance Orbiter” mostra il piccolo robot (foto) e, poco lontano, il suo paracadute e la copertura posteriore che proteggeva i pannelli solari. L’atterraggio avvenne nella regione prevista, la Isidis Planitia, un bacino da impatto vicino all’equatore del pianeta, il lander non solo appare intatto ma forse riuscì anche ad aprire una parte dei suoi quattro pannelli fotovoltaici. E’ probabile che l’insufficiente alimentazione elettrica abbia impedito di mantenere le telecomunicazioni con il robot. “Beagle 2” si era sganciato dalla navicella dell’Agenzia spaziale europea “Mars Express”, giunta a destinazione in orbita marziana nel dicembre 2003. Il robot misurava un metro di diametro, 4 metri con i pannelli solari aperti; pesava 69 chilogrammi sulla Terra al lancio, 33 all’arrivo su Marte.

Il robot britannico fu ideato da un gruppo di scienziati guidati da Colin Pillinger della Open University in collaborazione con l’Università di Leicester. L’obiettivo era la ricerca di tracce di vita marziana, per questo il suo nome riprendeva quello del brigantino su cui viaggiò Charles Darwin nel 1831-36 compiendo un giro del mondo che lo portò alla scoperta dell’evoluzione biologica.

Altre informazioni:

http://it.wikipedia.org/wiki/Beagle_2

http://www.media.inaf.it/2015/01/16/hirise-trova-beagle-dopo-11-anni/

 

 

 

Adesso è certo: a livello planetario il 2014 è stato l’anno più caldo dal 1880. Lo dicono le analisi indipendenti degli scienziati di due enti di ricerca autorevoli: la Nasa e la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA). I dieci anni più caldi del periodo considerato, con la sola eccezione del 1998, si sono registrati tutti a partire dal 2000. Questa fenomeno, secondo il Goddard Space Center della Nasa, non è una anomalia, cioè una oscillazione casuale, ma si inserisce in una tendenza a lungo termine coerente verso il riscaldamento globale della Terra. I dati NOAA sono stati diffusi il 16 gennaio 2015. La loro importanza sta nel fatto che, pur partendo da misurazioni diverse, concordano con quelli già forniti dalla Nasa. Inoltre i dati sono stati trattati tenendo conto delle oscillazioni termiche prodotte dal Ninio e dalla Ninia, rispettivamente sul Pacifico meridionale e sull’Atlantico settentrionale.

L’aumento di temperatura effettivo dal 1880 ad oggi è di 0,8 °C. Nasa e NOAA lo  mettono in diretta relazione con l’aumento di anidride carbonica nell’atmosfera da 290 a 400 parti per milione.

Accanto, mappa delle anomalie termiche registrate nel 2014 (blu verso il freddo; giallo-rosso verso il caldo) Altre informazioni:

http://www.nasa.gov/press/2015/january/nasa-determines-2014-warmest-year-in-modern-record/

http://data.giss.nasa.gov/gistemp/

http://data.giss.nasa.gov/gistemp/sources_v3/

 

 

 

La sonda della Nasa “New Horizon” (disegno), la prima destinata a esplorare Plutone e gli innumerevoli oggetti asteroidi ghiacciati della Fascia di Kuiper, inizierà il 26 gennaio le sue osservazioni fotografiche avviandosi all’appuntamento con Plutone fissato per il 14 luglio. Le immagini saranno di aiuto per pianificare questa fase critica della missione e per raccogliere tutte le informazioni possibili sul sistema di lune intono a Plutone: se ne conoscono cinque ma potrebbero essercene altre. La sonda raggiungerà questo pianeta nano a 7,5 miliardi di chilometri dalla Terra. Attualmente si trova a 220 milioni di chilometri da Plutone. Il viaggio è iniziato nel gennaio 2006 e ha avuto un giro di boa decisivo nel febbraio 2007 quando la navicella ha sorvolato Giove ricevendone la spinta gravitazionale necessaria per avviarsi il più rapidamente possibile alla sua meta primaria. Dopo l’incontro con Plutone, “New Horizon” si avventurerà tra le migliaia di oggetti che popolano la periferia del sistema solare, alcuni dei quali hanno dimensioni superiori a quelle di Plutone. 

 

Altre informazioni:

http://pluto.jhuapl.edu/

http://www.nasa.gov/press/2015/january/nasa-s-new-horizons-spacecraft-begins-first-stages-of-pluto-encounter/

 

 

Il 28 febbraio a Foligno (Palazzo Trinci, ore 9,30-12) un convegno ricorderà l’astronomo Paolo Maffei (foto), uno dei più importanti del Novecento, in occasione della pubblicazione del suo libro “Una stella alla volta” (Gruppo B Editore). Parteciperanno Gino Tosti, astrofisico dell'Università di Perugia e allievo di Maffei, che illustrerà il lato scientifico, Fabio Bettoni, storico, che tratterà dei suoi interessi per la storia della scienza e non solo, Piero Bianucci per l’aspetto divulgativo ed Emilio Sassone Corsi, già presidente dell’Unione Astrofili Italiani, per i rapporti tra Maffei e gli astronomi non professionisti. A differenza di molti scienziati, per i quali l'attività di ricerca è largamente predominante, Maffei curò sempre sia la diffusione delle conoscenze scientifiche verso il grande pubblico sia una vasta cultura personale, spaziando dalla storia alla filosofia, senza tralasciare le arti, in particolare la musica.

Nato nel 1926, Paolo Maffei studiò matematica all'Università di Firenze laureandosi con una tesi in astronomia nel 1952. Lavorò poi presso gli Osservatori di Arcetri, Bologna, Asiago e Amburgo e insegnò all'Università La Sapienza di Roma dal 1962 al 1975. Fu direttore dell'Osservatorio di Catania fino al 1980 e poi professore all'Università di Perugia fino al 1998. Tra i suoi lavori più importanti, la scoperta di due galassie nell'infrarosso (Maffei 1 e Maffei 2), la campagna di osservazione della cometa di Halley nel 1975/76, la realizzazione del primo telescopio robotico italiano (1992) e del telescopio robotico infrarosso antartico ITM.

Come divulgatore della scienza, oltre a numerosi articoli su giornali e periodici, Maffei ha lasciato libri di grandissima diffusione e pubblicati anche all'estero: Al di là della Luna, I mostri del cielo, L'Universo nel tempo, La cometa di Halley tutti editi da Mondadori). Medaglia d'Oro del Ministero della Pubblica Istruzione, Maffei ricevette diversi premi letterari e il Premio Lacchini per la divulgazione dell'astronomia.

 

Due strumenti a bordo della navicella “Rosetta” in orbita intorno alla cometa 67/p Churyumov-Gerasimenko hanno catturato alcuni granelli di polvere rilasciati dal nucleo cometario, che evidentemente sta iniziando la sua attività a mano a mano che diminuisce la sua distanza dal Sole. Attualmente la cometa si sta avvicinando alla nostra stella alla velocità di 21 chilometri al secondo. Il perielio verrà raggiunto il 13 agosto a 183 milioni di chilometri dal Sole. Gli strumenti a bordo di “Rosetta” che hanno rilevato le polveri sono Midas e Cosima. 

Percorrendo la sua orbita, la sonda si avvicina ora fino a 28 chilometri dal nucleo della cometa, distanza che, se tutto va bene, in febbraio verrò ridotta a 4 chilometri. Midas misura dimensioni e velocità dei granelli di polvere cometaria, Cosima ne analizza la massa. Il granello studiato da Cosima – chiamato “Boris”, lo si vede nella foto qui accanto – contiene sodio e magnesio. Quest’ultimo è comune nei minerali cometari, il sodio è stato spesso osservato nelle code di altre comete.

Altre informazioni: 

http://www.media.inaf.it/2015/01/13/una-cometa-polverosa-per-rosetta/

Il satellite “Fermi” per l’osservazione di fenomeni cosmici ad alte energie ha prodotto il suo terzo catalogo di sorgenti celesti: siamo così arrivati a 3033 oggetti che emettono raggi gamma (disegno) identificati nell’arco di quattro anni. Il catalogo dei primi due anni comprendeva 1873 sorgenti. Assistiamo dunque a una progressione quasi lineare che sta presentando una nuova visione dei fenomeni estremi dell’universo per certi aspetti inattesa.

La missione della Nasa “Fermi” è iniziata 66 mesi fa ma l’estrazione dei dati è molto laboriosa: per questo sono ora disponibili solo 48 mesi. Bisogna poi distinguere tra i fenomeni osservati e le singole sorgenti identificate con certezza: queste ultime sono 232. In gran parte (137) sono stelle di neutroni (pulsar). Seguono 38 quasar, 18 oggetti BL Lacertae e 12 resti di supernove nella Via Lattea. Per 992 sorgenti non si è riusciti a trovare alcuna associazione plausibile. Un terzo delle sorgenti non identificate si concentra nel piano galattico, le restanti 658 sono distribuite nel cielo in modo uniforme.

Altre informazioni: 

http://www.media.inaf.it/2015/01/13/il-catalogo-fermi-si-fa-in-tre/

 

Pulire lo spazio intorno alla Terra. E’ questo il tema dell’incontro che si svolgerà in Olanda il 17-18 marzo al centro ESTEC dell’Agenzia spaziale europea tra esperti delle aziende che si occupano di satelliti e lanciatori. Il problema riguarda soprattutto le orbite basse, dove si concentra il maggior numero di detriti di satelliti fuori servizio e ultimi stadi di razzi. Per evitare che la situazione peggiori verranno fissate regole di progettazione più severe di quelle attuali e saranno esaminate nuove tecnologie atte a rendere più pulite le orbite basse. Il meeting è promosso dall’ESA Clean Space Initiative.

 

Attualmente sono censiti e monitorati in orbita oltre 12 mila detriti spaziali più grandi di 10 centimetri. Il numero di frammenti più piccoli è dell’ordine di milioni, centinaia di migliaia hanno dimensioni comprese tra 1 e 10 centimetri. Alle velocità orbitali un detrito di un centimetro ha un potere distruttivo pari a quello di una bomba a mano: un pericolo gravissimo per la Stazione spaziale internazionale e per i satelliti in servizio. Si dovranno quindi stabilire regole severe per eliminare i satelliti che hanno concluso la loro missione ed escogitare tecnologie che in futuro permettano di rimuovere i detriti dallo spazio circumterrestre tra 200 e 2000 chilometri di quota.

Nel disegno: satelliti in orbita bassa visti da un punto di osservazione sopra il polo nord terrestre.

Altre informazioni:

http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Engineering_Technology/Clean_Space/CleanSat_new_satellite_technologies_for_cleaner_low_orbits

 

 

Anche senza introdurre sofisticate teorie sul vuoto quantistico, sappiamo che lo spazio tra le stelle della nostra galassia, la Via Lattea, non è affatto vuoto ma è permeato dal cosiddetto “mezzo interstellare”. Lo rivela l’assorbimento che la luce stellare subisce, la cui intensità dipende sia dalla direzione in cui si guarda sia dalla distanza degli astri osservati attraverso il sottilissimo velo di questa nebbia. La scoperta risale al 1922 e al lavoro svolto da Mary Lea Heger al Lick Observatory. Sulla composizione del mezzo interstellare però si sa ancora poco. Un importante passo verso la sua comprensione è stato realizzato dagli astronomi della Sloan Digital Sky Survey. I ricercatori di questa vasta collaborazione internazionale, passando in rassegna lo spettro di sessantamila oggetti celesti, sono riusciti a disegnare la prima mappa completa delle molecole che compongono il mezzo interstellare (foto) e l’hanno presentata al congresso dell’American Astronomical Society in svolgimento a Seattle. Si tratta, in sostanza, di uno spettro le cui righe di assorbimento corrispondono a molecole che la radiazione stellare ha incontrato lungo il suo percorso. Benché ora si disponga di questa mappa, molte molecole rimangono misteriose. Servirà quindi un lungo lavoro di analisi e di verifiche in laboratorio per individuarle. 

Altre informazioni: 

https://docs.google.com/document/d/1a5Tu4ckyK82UKtfah50IoqyedyJbehXR9meZbViqxwc/pub

 Un razzo Falcon 9 è partito nella notte di oggi 10 gennaio dalla rampa 40 di Cape Canaveral ha portare in orbita e recapitare alla Stazione spaziale internazionale un cargo commerciale SpaceX Dragon con rifornimenti e materiale necessario per l’esecuzione di 250 esperimenti in programma per gli equipaggi delle missioni 42 e 43. L’astronauta Samantha Cristoforetti potrà così disporre di tutte le attrezzature previste per portare a termine il suo lavoro sulla Space Station. Un carico simile era andato distrutto in un lancio eseguito alla fine dell’anno scorso.

La Nasa si è congratulata con il partner privato SpaceX per il successo di questo primo lancio del 2015. L’aggancio e scarico del materiale avverrà lunedì. Il materiale scientifico comprende lo strumento CATS, Cloud-Aerosol Transport System per lo studio della distribuzione nell’atmosfera di inquinanti, polveri, fumi, aerosol e altri particolati. CATS sarà connesso al modulo giapponese della Stazione spaziale. Altri esperimenti riguardano studi biologici di rigenerazione dei tessuti in piccoli vermi nematodi in microgravità e il sistema immunitario del moscerino della frutta. Dal 2000 ad oggi più di 200 persone di varie nazionalità hanno visitato la Stazione spaziale internazionale.

Per altre informazioni:

http://www.nasa.gov/mission_pages/station/structure/launch/index.html

 

 

 

Il telescopio spaziale “Hubble” compie 25 anni, un quarto di secolo, e li festeggia con una nuova eccezionale immagine della nebulosa M 16 nella costellazione della Coda del Serpente già nota come “Aquila” ma ormai famosa come “I pilastri della creazione” perché in essa si manifestano con estrema chiarezza i fenomeni che preparano la nascita delle stelle. Non è solo un nostalgico ritorno alla fotografia scattata nel 1995. La nuova immagine dimostra che nei vent’anni trascorsi dalla prima ripresa non solo “Hubble” ha migliorato le sue prestazioni grazie agli aggiornamenti della strumentazione a valle dello specchio da 2,4 metri, ma anche nella nebulosa M 16 qualcosa è cambiato, a dimostrazione del continuo processo evolutivo di questi oggetti. L’immagine, più nitida, con un campo più vasto e integrata con l’emissione nell’infrarosso, documenta come tra i “pilastri” soffi un vento di particelle ionizzate che li scolpisce e li modifica, quasi impercettibilmente sulla scala di tempo umana ma molto velocemente sulla scala temporale astronomica.

L’immagine del quarto di secolo di “Hubble” è stata commentata al convegno annuale della American Astronomical Society da Paul Scowen, l’astronomo dell’università dell’Arizona che nel 1995 con Jeff Hester diresse la prima ripresa di M 16. «Il carattere transitorio delle sue strutture m’impressiona – dice Scowen – perché il processo di erosione avviene praticamente sotto ai nostri occhi. La foschia bluastra e spettrale che avvolge il contorno dei pilastri è in realtà materia resa incandescente al punto da farla evaporare nello spazio. Abbiamo colto questi pilastri in un momento assai particolare e di breve durata della loro evoluzione». Nell’immagine, il confronto tra la fotografia del 1995 e quella di quasi vent’anni dopo. M 16 si trova a 5700 anni luce da noi. In essa è immerso un ammasso di varie decine di stelle giovanissime - 1-3 milioni di anni. La più luminosa è di magnitudine 8,3, alla portata di un binocolo.

Altre informazioni in questo video:

http://www.media.inaf.it/2015/01/06/m16-hubble/

 

 

 

Le materia dice allo spazio la forma da assumere e lo spazio dice alla materia come muoversi. In grande sintesi questa è la relatività generale che Albert Einstein completava e pubblicava cento anni fa. La prima misura diretta della curvatura del campo gravitazionale per verificare questa fondamentale teoria è l’importante risultato ottenuto da un gruppo di ricercatori dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn) e del Laboratorio Europeo di spettroscopia non libeare (Lens) dell’Università di Firenze. La misura, pubblicata su “Physical Review Letters” il 5 gennaio, è stata ottenuta grazie a un nuovo sensore quantistico costituito da tre interferometri atomici ultrafreddi disposti ad altezze diverse in modo da misurare simultaneamente l’effetto di una massa sulla curvatura del campo gravitazionale. L'esperimento in questione si chiama MAGIA, parola evocativa che però, ovviamente, è solo un acronimo (Misura Accurata di G mediante Interferometria Atomica). Il lavoro (firmato da G. Rosi, L. Cacciapuoti, F. Sorrentino, M. Menchetti, M. Prevedelli, e G. M. Tino) apre la strada a nuovi test della relatività generale e ad applicazioni in geologia per la mappatura di variazioni di densità nel sottosuolo (utili anche alla ricerca di giacimenti di petrolio).

Altre informazioni:

http://physics.aps.org/articles/v8/1

http://journals.aps.org/prl/abstract/10.1103/PhysRevLett.114.013001

 

 

Gli astrofisici che studiano il cielo con il satellite “Chandra” hanno registrato il più grande brillamento in raggi X mai osservato proveniente dal buco nero supermassiccio (4,5 milioni di masse solari) che si nasconde nel centro della nostra galassia, Via Lattea, nella sorgente Sagittarius A* (foto; credit: NASA/CXC/Stanford/I. Zhuravleva et al.). L’evento osservato è 400 volte più luminoso delle normali emissioni in raggi X connesse a buchi neri. Il fiotto di radiazione ad alta energia è stato emesso nelle vicinanze della nube di gas nota come G2. L’osservazione risale al 14 settembre 2013 e si deve a Dary Haggard dell’Armherst College (Massachusetts). Un altro brillamento, 200 volte superiore all’emissione normale, è stato osservato il 20 ottobre 2014. L’ipotesi è che questi brillamenti siano stati prodotti da qualche corpo celeste stritolato dalla potente attrazione del buco nero i cui detriti sarebbero rimasti per due ore a vorticare intorno al buco nero prima di essere inghiottiti. Si cerca inoltre di capire se vi sia un nesso con la nube di gas G2, che si trova a circa 25 miliardi di chilometri dal buco nero; i brillamenti X potrebbero anche essere dovuti a interazioni con il campo magnetico intorno a Sagittarius A* Un video e un podcast all’indirizzo:

 

http://chandra.si.edu/

 

C’è una Europa che funziona, e manco a dirlo è quella della scienza e della tecnologia, cioè quella meno influenzata dalla politica e dal residuo nazionalismo dei paesi dell’Unione. Un esempio di questa Europa è la cooperazione che ha portato all’autonomia del Vecchio Continente nell’accesso allo spazio. La storia di questo successo si chiama “Ariane”, una famiglia di lanciatori che ha appena compiuto 35 anni: il primo razzo della serie “Ariane” fu lanciato il 24 dicembre 1979. Gli inizi non erano stati facili. Tra gli scienziati lungimiranti che spinsero l’Europa a competere con le superpotenze (anche) spaziali dell’epoca, Unione Sovietica e Stati Uniti, ci fu il fisico Edoardo Amaldi, che già aveva promosso la nascita del Cern. Ma i primi passi mossi dall’ELDO (European Launcher Development Organisation) non erano stati all’altezza delle aspettative. L’ELDO, con sei paesi membri, operò dal 1964 al 1971 con 11 lanci, sette dei quali parziali. Il vettore si componeva dell’inglese “Bluie Strak” per il primo stadio, del francese “Coralie” per il secondo stadio e del tedesco “Astris” per il terzo. Ma due test con tutti gli stadi insieme tentati in Australia non ebbero successo. Un ulteriore fallimento dalla  base di Kourou con l’aggiunta di un quarto stadio fallì il 5 novembre 1971. Mentre Nixon negli Usa annunciava il programma Shuttle, l’Europa decise, il 20 dicembre 1972, di ripartire da zero.  L’ELDO si trasformò nell’ELDO. Ne nacque un razzo con primo stadio spinto da 140 tonnellate di propellente liquido, un secondo stadio da 33 tonnellate e un terzo da 8 tonnellate di propellente criogenico. Era l’embrione del primo “Ariane”, ufficialmente battezzato il 28 settembre 1973 e lanciato il 24 dicembre 1979 come “Ariane 3”. Maturava in tanto l’Agenzia spaziale europea, ESA, un grande successo. Seguirono l’Ariane 4 (104 lanci, solo tre fallimenti) e l’Ariane 5, vettore che si è dimostrato affidabilissimo (73 lanci, 69 successi). Ora si sta progettando l’Ariane 6: approvato il 4 dicembre 2014, dovrebbe affrontare il primo test nel 2020. Otto miliardi di euro di investimenti dal 2015 al 2025, il 10 per cento italiani.

Altre informazioni: http://www.esa.int/About_Us/Welcome_to_ESA/ESA_history/Thirty-

five_years_of_Ariane_how_Ariane_was_born

http://www.esa.int/ESA/Connect_with_us

http://www.esa.int/Our_Activities/Launchers/Launch_vehicles/Ariane_6

 

 

Il Sole non ha salutato il nuovo anno con fuochi d’artificio, cioè con brillamenti particolarmente intensi, ma con un eccezionale buco coronale nei pressi del suo polo sud. L’impressionante buco coronale registrato a Capodanno è ben apprezzabile come una chiazza scura in questa meravigliosa immagine ripresa dalla sonda della Nasa SDO, Solar Dynamics Observatory, con lo strumento AIA, Atmospheric Imaging Assembly. Il ciclo di attività solare in corso, il n. 24, non è stato intenso ma semmai anomalo, con una partenza molto ritardata giunta dopo uno dei più lunghi periodi di assenza di macchie dell’ultimo secolo. Nell’ultimo giorno del 2014 ci sono stati solo pochi brillamenti di classe C. I buchi coronali furono osservati per la prima volta dallo spazio nel 1973-1974 grazie allo Skylab, prima stazione spaziale nella storia dell’astronautica. Nei buchi coronali il plasma dell’atmosfera solare è molto meno denso, e quindi il “buco” appare scuro rispetto al resto della corona. Dai buchi coronali, che corrispondono a regioni dove le linee di forza del campo magnetico solare sono aperte, fluiscono verso lo spazio, e quindi verso la Terra quando il buco è rivolto verso di noi, intensi getti di particelle cariche elettricamente (protoni, elettroni, particelle alfa).

Altre informazioni:

http://www.nasa.gov/content/solar-dynamics-observatory-welcomes-the-new-year/

http://sdoisgo.blogspot.it/2015/01/a-big-sdo-welcome-to-2015.html

http://solarscience.msfc.nasa.gov/Skylab.shtml

 

 





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