Astro News a cura di Piero Bianucci

 

L’ipotesi che su Titano, il maggiore dei satelliti di Saturno, il metano, CH4, svolgesse un ruolo “meteorologico” analogo a quello dell’acqua sulla Terra, con piogge, nevicate, invasi di metano liquido e ghiacciato (foto), è stata convalidata dalla sonda “Huygens”, scesa sulla superficie di questo satellite il 14 gennaio 2005. Titano ha dimensioni paragonabili a quelle di Mercurio e un’atmosfera in gran parte costituita da azoto, proprio come la Terra: è interessante perché potrebbe presentare un ambiente che, temperatura a parte, non esclude forme di vita elementari. Ora la rivista “Icarus” pubblica uno studio condotto con la navicella “Cassini” dal quale risulta che nel sottosuolo di Titano esistono innumerevoli giacimenti non solo di metano ma anche di altri idrocarburi, in particolare propano ed etano. Questi composti, in forma liquida e ghiacciata, dalla superficie si infiltrano nel sottosuolo attraverso gli strati porosi della crosta e vanno a formare vasti bacini sotterranei collegati a quelli superficiali.

“Sapevamo che una frazione significativa dei laghi sulla superficie di Titano potrebbe essere collegata a bacini liquidi sotterranei, ma non avevamo idea di come questi interagissero” dice Olivier Mousis, uno degli autori dello studio. “Adesso però abbiamo modellato la struttura interna di Titano in grande dettaglio e questo ci consente di avere una visione migliore delle proprietà di questi bacini sotterranei”. Responsabili della lenta ma inesorabile trasformazione degli idrocarburi sarebbero dei particolari composti chimici presenti nei ghiacci di Titano, i cosiddetti clatrati. Una delle caratteristiche interessanti dei clatrati è che essi producono un frazionamento degli idrocarburi poiché intrappolano e spezzano le molecole in una miscela di fasi solida e liquida.

Altre informazioni:

 

http://sci.esa.int/cassini-huygens/54582-titans-subsurface-reservoirs-modify-methane-rainfall/

 

Quello delle Pleiadi (foto) è il più familiare degli ammassi stellari aperti, ne parlavano già Omero ed Esiodo, eppure nascondono un segreto: la loro effettiva distanza da noi. I manuali classici oscillavano tra 390 e 410 anni luce basandosi su studi fotometrici. Il satellite astrometrico Hipparcos ha convalidato la distanza minore: 390 anni luce. Ma ora la rete di dieci radiotelescopi intercontinentale VLBA trova, con il metodo astrometrico, una distanza ben maggiore: 443 anni luce, con l’incertezza dell’uno per cento. Sarà Gaia, il nuovo satellite astrometrico europeo, a dirimere la questione, se, come promesso, raggiungerà la precisione di 0,25 millesimi di secondo d’arco, ciò che ridurrebbe l’incertezza allo 0,3 per cento.

Le Pleiadi, M 45 nel Catalogo Messier, costellazione del Toro, sono l’ammasso stellare aperto più studiato. Le sue giovani stelle conservano ancora tracce della nebulosa in cui si sono formate. Si tratta in gran parte di giganti azzurre. Alcyone, magnitudine 2,86, è mille volte più luminosa del Sole.

Altre informazioni:

 

http://www.media.inaf.it/2014/08/29/pleiadi-piu-vicine-che-mai-anzi-no/

Una lente gravitazionale ha aiutato il radiotelescopio millimetrico ALMA e altri strumenti al suolo e nello spazio (“Hubble”, “Spitzer”) a mettere in evidenza una impressionante collisione tra galassie rappresentata dall’oggetto H-ATLAS J142935.3-002836 (foto). E’ probabilmente il miglior documento mai ottenuto di queste immani catastrofi cosmiche, peraltro frequenti e non drammatiche nelle conseguenze perché le stelle delle galassie sono abbastanza distanti da rendere molto improbabile uno scontro diretto tra due astri. L’aspetto più interessante in questo caso è forse il contributo dato dal fenomeno della lente gravitazionale. Il lavoro, frutto di ricercatori dell’Osservatorio Australe Europeo (ESO) è stato pubblicato il 26 agosto su “Astronomy & Astrophysics” online.

Einstein accenna all’ipotesi “lente gravitazionali” in una lettera a Hale Neppure lui però credeva alla effettiva possibilità di osservarle e lo scrisse esplicitamente in un breve saggio del 1936. Fu quello scritto, forse, a sfidare la fantasia di Zwicky, per la quale niente era impossibile. Secondo la teoria, una lente gravitazionale, creando una sorta di miraggio, avrebbe potuto duplicare, quadruplicare o trasformare in un anello una sorgente luminosa più lontana con cui si trovasse più o meno accuratamente allineata. “Croci” e “anelli di Einstein”, come furono chiamate queste configurazioni, rimasero però fantasmi teorici fino al 1979, quando la scoperta di una coppia di quasar gemelli fece pensare all’effetto di una lente gravitazionale. Molte osservazioni successive hanno confermato il fenomeno e oggi quello che possiamo chiamare 'il telescopio di Einstein' è protagonista di ricerche d'avanguardia sulla materia oscura.

Altre informazioni nel sito dell’ESO:http://www.eso.org/public/

 http://www.eso.org/public/news/eso1426/

 

Lanciati il 22 agosto dallo spazioporto di Kourou nella Guyane francese, i due nuovi satelliti del sistema di navigazione europeo “Galileo”, il 5 e il 6, sono stati inseriti in un’orbita più bassa del previsto ed ellittica anziché circolare a causa di un malfunzionamento del rilascio dall’ultimo stadio del razzo vettore russo Soyuz-Fregat (rappresentato nel disegno). I due satelliti – ha comunicato l’Agenzia spaziale europea – sono però sotto il controllo del Centro di Darmstadt (vicino a Francoforte, Germania) e i tecnici sono riusciti a far dispiegare completamente i pannelli fotovoltaici, per cui ora sono regolarmente alimentati. L’ESA sta esaminando le possibilità di gestire i satelliti con il massimo vantaggio possibile nonostante l’orbita non nominale e le limitate capacità di propulsione. Si valutano attualmente vari scenari per il salvataggio della missione.

Altre informazioni:

 

http://www.esa.int/Our_Activities/Navigation/The_future_-_Galileo/Launching_Galileo/Update_on_Galileo_launch_injection_anomaly2

Per la prima volta gli astrofisici sono riusciti a misurare in tempo reale l’energia emessa dal Sole. Risultato: la produzione energetica della nostra stella è stabile e corrisponde a quella di centomila anni fa. L’esperimento che ha eseguito la misura è Borexino, un rivelatore di neutrini che si trova nel Laboratorio del Gran Sasso dell’Infn (disegno). L’articolo compare su “Nature” di oggi 28 agosto. I neutrini vengono emessi nelle reazioni di fusione nucleare che avvengono nel nucleo del Sole. A differenza dei fotoni gamma, i neutrini fuggono istantaneamente dalla nostra stella diffondendosi nello spazio e portando informazioni dirette sull’energia prodotta nel nucleo. Centomila anni impiegano invece i fotoni gamma a risalire fino alla fotosfera, da dove emergono degradati, soprattutto nel visibile e nell’infrarosso. “Grazie ai risultati di questa ricerca tocchiamo con mano, mediante i neutrini prodotti nella reazione protone-protone (p-p), che è la catena di fusioni nucleari p-p a far funzionare il Sole, fornendo proprio l’energia che si misura con i fotoni: e la prova che il Sole è una grande centrale a fusione nucleare”, dice Gianpaolo Bellini, uno dei responsabili dell’esperimento Borexino. Questo sensibilissimo rivelatore è frutto di una collaborazione fra Paesi europei (Italia, Germania, Francia, Polonia), Stati Uniti e Russia.

Altre informazioni nell'articolo su 'Nature':

http://www.nature.com/nature/journal/v512/n7515/full/nature13702.html?WT.ec_id=NATURE-20140828

 

Il 25 agosto la navicella della Nasa “New Horizon” (disegno) lanciata il 19 gennaio 2006 ha superato l’orbita di Nettuno a quasi 4 miliardi di chilometri dalla Terra, ultima tappa significativa prima dell’incontro con il suo principale traguardo, il pianeta nano Plutone. Per una felice coincidenza il 25 agosto 1989, cioè un quarto di secolo fa, un’altra sonda della Nasa, “Voyager 2”, lanciata nel 1977, per la prima volta inviava immagini ravvicinate di Nettuno. “New Horizon” sorvolerà Plutone il 14 luglio del 2015 per poi avventurarsi nella Fascia di Kuiper, la regione periferica del Sistema solare popolata da migliaia di planetoidi ghiacciati e da un numero ancora maggiore di nuclei di comete. “Voyager 2” si trova ora a 15 miliardi di chilometri dal Sole, la sua gemella “Voyager 1” a 19 miliardi.

 

E’ curioso osservare che quando “New Horizon” partì nel gennaio 2006 Plutone era considerato un pianeta. La International Astronomical Union lo declassò mettendolo nella nuova categoria dei “pianeti nani” con la Risoluzione B5 nella sua assemblea del 24 agosto 2006 svoltasi a Praga.

Altre informazioni:

http://www.nasa.gov/mission_pages/newhorizons/main/index.html

 

http://www.nasa.gov/mission_pages/newhorizons/main/#.U_xDtfl_u7I

 

La sonda europea “Rosetta”, dal 6 agosto in orbita attorno alla cometa Churyumov-Gerasimenko, ha inviato un gran numero di fotografie del nucleo cometario che hanno permesso di identificare cinque possibili luoghi di atterraggio per il laboratorio automatico “Philae”, la cui massa è di 100 chilogrammi per un totale di 10 strumenti. La manovra di discesa è prevista verso la metà di novembre, quando la cometa sarà a 450 milioni di chilometri dal Sole. Identificare i cinque potenziali siti di atterraggio non è stato semplice a causa della forma tormentata del nucleo cometario, caratterizzato da due blocchi tondeggianti saldati tra di loro e bucherellati da crateri, con ripide scarpate, profondi avvallamenti e crepacci. La cometa passerà al perielio il 13 agosto 2015 ma restando alla rispettabile distanza dalla nostra stella di 185 milioni di chilometri. “Rosetta” ne riprenderà l’attività da un’orbita ravvicinata mentre “Philae” svolgerà le sue analisi ancorata da arpioni al nucleo cometario.

Per altre informazioni e immagini dei siti prescelti: 

http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Science/Rosetta/Rosetta_Landing_site_search_narrows  

 

Il 22 agosto dallo spazioporto di Kourou nella Guyane francese un vettore russo “Soyuz-Fregat” ha portato in orbita il quinto e il sesto satellite del sistema di navigazione europeo “Galileo”, analogo al GPS americano ma destinato esclusivamente all’uso civile e dotato di una precisione maggiore. Un dispositivo pirotecnico ha liberato i due satelliti, che però si sono inseriti su un’orbita più bassa di quella prevista a 23.500 chilometri dalla superficie terrestre. Sono in corso accertamenti per capire se questo inconveniente è rimediabile o compromette la piena funzionalità.  I due nuovi satelliti sono andati ad aggiungersi a quelli lanciati nell’ottobre 2011 e nell’ottobre 2012, già operativi e ad altri due precedenti. Questa prima costellazione di 6 satelliti ha il compito di dimostrare che il sistema “Galileo” funziona secondo gli standard di accuratezza programmati, consentendo un posizionamento con la precisione di un metro. Il progetto è finanziato e diretto dalla Commissione Europea tramite il braccio operativo rappresentato dall’ESA (Agenzia spaziale europea). Essendo un sistema esclusivamente per uso civile, non è esposto a degradazioni artificiali del segnale in caso di conflitti internazionali come può avvenire con il GPS. L’ESA ha offerto i certificati per le prime 50 stazioni fisse di “Galileo” ricevendo risposte molto positive da tutto il mondo. Quando il sistema sarà completato, potrà contare su 30 satelliti (disegno). Entro il 2014 è previsto il lancio di altri due satelliti.

 

Altre informazioni: http://it.wikipedia.org/wiki/Sistema_di_posizionamento_Galileo

 

 

 

 

 

Un buco nero di medie dimensioni è stato scoperto nella galassia M 82 (foto) a 12 milioni di anni luce avendo come indizio una strana pulsazione in raggi X rilevata nei dati di archivio del satellite della Nasa “Rossi-RXTE”. La massa dei buchi neri che derivano da un collasso stellare di solito non superano le 25 masse solari: niente di paragonabile ai buchi neri da decine o centinaia di migliaia di masse solari che spesso occupano il centro delle galassie. L’interesse della scoperta sta proprio in questo: tra i buchi neri piccoli di origine stellare e quelli giganteschi c’è il deserto, si conosce solo mezza dozzina di buchi neri con massa intermedia e il buco nero individuato in M 82 fa parte di questo sparuto drappello. Dal suo olrizzonte degli eventi giungono pulsazioni in raggi x con periodi di 5,1 e 3,3 volte al secondo, e ciò ha permesso di stimarne la massa, notevolmente superiore a quella dei buchi neri di origine stellare ma di gran lunga inferiore a quella dei buchi neri galattici. M 82, nell’Orsa Maggiore, è una galassia a nucleo attivo: quindi ha nel suo centro un buco nero supermassiccio (http://it.wikipedia.org/wiki/Galassia_Sigaro ).

La notizia è comparsa su “Nature” del 17 agosto. Il satellite “Rossi”, dedicato al fisico italiano Bruno Rossi, un pioniere dell’astrofisica in raggi X, fu lanciato nel 1995 e ha funzionato fino al 2012.

Altre informazioni:

 

http://www.nasa.gov/press/2014/august/nasas-rxte-satellite-decodes-the-rhythm-of-an-unusual-black-hole/

 

L’asteroide 1950 DA è tra quelli tenuti sotto controllo perché la sua orbita è vicina a quella terrestre (i NEA). Osservato a lungo nell’infrarosso con il satellite WISE della Nasa, si è riusciti a determinare il suo periodo di rotazione: 2,1216 ore. Questo periodo è un po’ più breve di quello di 2,2 ore che secondo i calcoli sarebbe necessario perché la forza centrifuga non lo disgreghi spargendo nello spazio il materiale che si trova intorno al suo “equatore”. Poiché nonostante tutto 1950 DA sta insieme, tre astrofisici dell’Università del Tennesseee (Stati Uniti) hanno avanzato l’ipotesi che siano le forze di van der Waals a fornire la “colla” necessaria. Le forze di van der Waals sono deboli attrazioni o repulsioni che si instaurano tra molecole; alla loro origine c’è l’interazione elettrostatica tra nubi elettroniche e nuclei degli atomi coinvolti, interazione che viene modificata dalla presenza degli atomi delle molecole vicine e dall’ambiente circostante. Il fenomeno si manifesta solo a minima distanza, cioè a circa 0,4 nanometri, che è la scala atomica.  Lo studio è apparso su “Nature” del 15 agosto.

Un avvicinamento rischioso con 1950 DA e la Terra è previsto nel 2880: una su ventimila la probabilità di collisione. Poiché questo asteroide è così fragile, potrebbe frammentarsi prima. O forse creare più problemi per l’imprevedibilità delle traiettorie che seguirebbero i suoi frammenti durante il sorvolo del nostro pianeta. Misura 1,1 x 1,1 x 1,4 chilometri, la massa è di 2 miliardi di tonnellate. Lo scoprì Carl Wirtanen il 22 febbraio 1950.

Nell’immagine: 1950 DA ripreso con il radiotelescopio di Arecibo usato come radar.

L’articolo su “Nature”:

http://www.nature.com/nature/journal/v512/n7513/full/nature13632.html

 

 

 

Sette microscopici granuli di polvere interstellare che forse risalgono all’esplosione di una supernova e che ci riportano alle origini del nostro sistema planetario. Questo è l’eccezionale bottino che gli scienziati hanno trovato esaminando più a fondo il materiale riportato a terra nel 2006 dalla navicella della Nasa “Stardust” dopo aver attraversato la coda della cometa Wild 2. Lo riferisce la rivista “Science” del 15 agosto. Altri 12 articoli approfondiranno l’argomento sul numero di “Meteoritics & Planetary Science” in uscita la prossima settimana. E’ la prima volta che gli scienziati riescono a osservare in laboratorio granuli di materia interstellare. I granelli hanno lasciato traccia di sé nel gel con cui “Stardust” ha catturato il materiale cometario. La traccia più grande è luna 35 micron ed è stata prodotta da un granello di 3 picogrammi (millesimi di miliardesimo di gramma). Due particelle hanno un diametro di 2 micron (millesimi di millimetro) si sono salvate, la più “pesante” impattando a 15 km/s si è vaporizzata. Un gruppo di volontari ha esaminato un milione di immagini per ottenere questi risultati.

Nella foto, il laboratorio dell’Università di Berkeley dove è stato analizzato il gel di 'Stardust' che ha catturato, come una specie di carta moschicida, le particelle della cometa Wild 2.

Altre informazioni: http://www.nasa.gov/mission_pages/stardust/main/index.html

 

 

La navicella della Nasa “New Horizon” (disegno) ha ripreso nella seconda metà di luglio dodici immagini del pianeta nano Plutone, traguardo che raggiungerà nel luglio 2015. Plutone in esse occupa solo quattro pixel, Caronte, il suo satellite maggiore, due. E’ stato però possibile seguire l’intera orbita dei due oggetti intorno al comune baricentro, che cade all’esterno della superficie di Plutone (mentre il baricentro del sistema Terra-Luna si trova all’interno della Terra. Intanto, tenendo come riferimento un quasar, con il radiotelescopio millimetrico ALMA si stanno compiendo misure di alta precisione della posizione di Plutone in vista del flyby del prossimo anno. L’orbita del pianeta nano, infatti, non è ancora ben nota, essendone stato percorso solo un terzo da quando, nel 1930, fu scoperto. “New Horizon” è ora a 400 milioni di chilometri da Plutone. Il 25 agosto attraverserà l’orbita di Nettuno, poi sarà ibernata fino al 6 dicembre. Verrà quindi risvegliata per avviare la preparazione del sorvolo.

 

Altre informazioni:

 

http://www.nasa.gov/mission_pages/newhorizons/main/#.U-yM0vl_u7I

 

Il satellite della Nasa “NuSTAR”, in orbita dal giugno 2012, ha osservato un evento rarissimo, che porta gli astrofisici fin sulla soglia di un buco nero supermassiccio. Con il suo telescopio per raggi X, “NuSTAR” ha captato un segnale dal quale si deduce che una sorgente di raggi X posta nella “corona” del buco nero si è mossa verso l’orlo dell’abisso che la inghiottirà. L’avvicinamento è avvenuto in pochi giorni: ciò suggerisce un’idea chiara della rapidità e della violenza dei fenomeni che avvengono nelle vicinanze dei buchi neri supermassicci. In questo caso si tratta di un buco nero al centro della galassia Markarian 335, posta a 324 milioni di anni luce dalla Terra. La massa stimata del buco nero è di 10 milioni di masse solari, il diametro circa 30 volte quello della nostra stella, qualcosa come 40 milioni di chilometri. Questo oggetto mostruoso è in rapida rotazione e attira nel suo vortice la materia circostante portandola ad altissima temperatura (disegno). “NuSTAR” tiene sotto controllo Markarian 335 da quando fu lanciato: negli ultimi tempi ha rilevato brusche oscillazioni dell’emissione di raggi X, preannuncio del dramma cosmico in corso.

Altre informazioni:

 

http://www.nasa.gov/press/2014/august/nasas-nustar-sees-rare-blurring-of-black-hole-light/

 

 

Mentre la sonda “Rosetta” dell’Agenzia spaziale europea sta svolgendo le operazioni di aggiustamento dell’orbita intorno al nucleo della cometa Churyomov-Gedrasimenko dalla cui debolissima gravità si è fatta agganciare il 6 agosto, la Nasa ha elaborato un video in 3D che mostra la dinamica e la chimica dei gas che circondano le comete formandone la chioma. L’elaborazione, curata dal Goddard Center for Astrobiology a Greenbelt, Maryland, rivela come le molecole di acido cianidrico (HCN), costituite un atomo di idrogeno, uno di carbonio e uno di azoto, vengano rilasciate dal nucleo della cometa C2012 F6 (Lemmon) e come si espandano nella chioma. Le osservazioni sono state eseguite nel 2013 con ALMA, il grande radiotelescopio millimetrico in funzione ad Atacama, sulle Ande del Cile. Il radiotelescopio ha ripreso numerose immagini 2D dei gas della chioma della Lemmon (foto) e della Ison, immagini che sono poi state combinate in modo da dare una rappresentazione tridimensionale. Oltre all’acido cianidrico sono state osservate le molecole di formaldeide. Lo studio apre nuove prospettive nelle scarse conoscenze che finora sono state raccolte sui composti organici delle comete. La Cometa C/2012 F6 (Lemmon) è stata scoperta il 23 marzo 2012 da Alex Gibbs dall’osservatorio di Monte Lemmon (Arizona), nell'ambito del Catalina Sky Survey per la ricerca di oggetti potenzialmente pericolosi per la Terra. Il telescopio automatico utilizzato è un riflettore di 1,5 metri di apertura.

L’animazione della Nasa:

 

https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=RDUVZ9MlW2I

 

 

Tre formidabili eruzioni vulcaniche si sono succedute sul satellite Io, una delle quattro lune di Giove scoperte da Galileo Galilei nel 1610, in un breve periodo dell’anno scorso: due settimane a cavallo tra agosto e settembre. Si tratta di una frequenza del tutto insolita, tenendo conto del fatto che tra il 1978 e il 2006 sino registrate soltanto 13 eruzioni.

L’articolo è in corso di pubblicazione sulla rivista “Icarus”.

Il satellite Io è stretto in un “tiro alla fune” gravitazionale tra il pianeta Giove e la luna Europa ogni volta che questa transita nei suoi pressi formando l’allineamento Giove-Io-Europa. Le forze di marea riscaldano l’interno di Io producendo la fuoriuscita di magma (anche esplosiva) dai suoi numerosi vulcani. Questa volta l’attività vulcanica è stata eccezionalmente intensa e ha interessato una vasta superficie del satellite, anche perché la bassa gravità favorisce la proiezione del materiale vulcanico a grande altezza e a grande distanza. Nella foto: l'eruzione del 29 agosto 2013 ripresa nell'infrarosso con il telescopio 'Gemini' (Usa).

Altre informazioni: http://www.jpl.nasa.gov/news/news.php?release=2014-260

 

 

 

 

Quando una stella esplode come supernova per qualche giorno brilla quanto una intera galassia. Sarebbe interessante individuarla prima dell’esplosione per capire le fasi preliminari di questo straordinario spettacolo ma gli astronomi si ritengono già fortunati se riescono a cogliere l’esplosione qualche ora prima che la luminosità raggiunga il culmine. Una categoria di supernove indicata come Iax dà tuttavia buone speranze. In esse una stella nana bianca con massa insufficiente a produrre l’esplosione risucchia materia da una stella compagna. L’innesco avviene quando l’aggiunta di materia fa raggiungere il limite critico oltre il quale l’astro esplode negli strati esterni e collassa in quelli interni. Bene: il telescopio spaziale “Hubble” ha forse colto alcuni anni fa la preparazione di un innesco. La notizia è su “Nature”. La firma un gruppo di ricercatori guidato dal dottorando Curtis McCully della Rutgers University (New Jersey, Usa).

La supernova fu osservata da una collaborazione del Lick Observatory nel gennaio 2012 nella galassia NGC 1309, a 110 milioni di anni luce da noi (foto). Era in realtà una mini-supernova. Quella zona della galassia era stata era stata più volte fotografata da “Hubble” tra il 2005 e il 2006. Indagando su questi documenti, McCully è riuscito a individuare i due probabili astri progenitori della supernova. Ma la cosa davvero interessante è che verso la fine del 2015 l’astro esploso dovrebbe riemergere dalle tenebre come nana bianca. Una stella zombi, che forse un giorno potrà di nuovo esplodere se riuscirà ancora a risucchiare materia dallo spazio che la circonda.

L’articolo su “Nature”:

 

http://www.nature.com/nature/journal/v512/n7512/full/nature13615.html

 

Questa è la straordinaria immagine della cometa Churyumov-Gerasimenko che la sonda europea 'Rosetta' ha inviato mentre raggiungeva il suo traguardo dopo 10 anni di viaggio e 6,5 miliardi di chilometri nello spazio interplanetario. Ripresa da una distanza di 130 chilometri, la fotografia ha una risoluzione di 2,4 metri per pixel. Lo strumento usato per la ripresa è OSIRIS, a larga partecipazione italiana. La superficie del nucleo cometario mostra chiaramente crateri, scarpate, massi, solchi serpeggianti e varie altre strutture geologiche. E' una data storica nello studio delle comete, come il 14 marzo 1986, quando la sonda 'Giotto' per la prima volta fotografò da vicino la cometa di Halley. E in entrambe le circostanze è stata protagonista l'Agenzia spaziale europea.

Per seguire in diretta le delicate fasi di inserimento in orbita, questo è il link:

 

http://www.livestream.com/eurospaceagency

 

La navicella europea “Rosetta” ha raggiunto oggi la cometa Churyumov-Gerasimenko e sta eseguendo la manovra per inserirsi in orbita intorno al suo nucleo, un grumo di ghiaccio, silicati (rocce, sabbia, ghiaia) dal diametro di circa 4 chilometri, costituito da due oggetti globulari accostati (nella foto, ripresa quando la sonda era a 1000 km), in moto intorno al Sole alla velocità di 15 chilometri al secondo. E’ facile capire quanto sia stato difficile per i tecnici dell’Agenzia spaziale europea portare la sonda alla giusta velocità perché potesse farsi catturare da una attrazione gravitazionale così debole. “Rosetta” è partita il 2 marzo 2004. Il viaggio è durato quindi più di dieci anni, durante i quali la sonda ha osservato due asteroidi e attraversato un lungo periodo di ibernazione. La missione vera e propria incomincia adesso. Per almeno un anno “Rosetta” accompagnerà la cometa nella corsa verso il Sole fino al passaggio al perielio e oltre. A novembre depositerà sulla crosta scura del nucleo ghiacciato il laboratorio chimico “Philae” che scaverà nella crosta e ne analizzerà in modo automatico la composizione. A bordo di “Rosetta” si trovano 21 strumenti a otto dei quali hanno collaborato ricercatori italiani. Attualmente la Churyumov-Gerasimenko si trova a 405 milioni di chilometri dalla Terra e a 530 milioni dal Sole. “Rosetta” ha percorso 6 miliardi e mezzo di chilometri.

Per seguire in diretta le operazioni:

 

http://www.esa.int/Our_Activities/Operations/Rosetta_timeline_countdown_to_comet_arrival

 

 

La navicella europea “Rosetta”, ha iniziato le misure con lo spettrometro infrarosso Virtis e tra il 13 e il 21 luglio, avvicinandosi da 14.000 a 5.000 chilometri dal suo traguardo, la cometa Churyumov-Gerasimenko, ne ha misurato la temperatura superficiale: -70 °C. Questa è una sorpresa: ci si aspettava una temperatura di 20-30 °C più bassa, intorno ai – 100 °C (disegno). E' come se avesse la 'febbre'. Una temperatura così elevata suggerisce che la crosta del nucleo cometario (che risulta doppio, cioè formato da due blocchi a contatto) non sia di ghiaccio nel suo strato più superficiale ma di polveri scure, che assorbono meglio la radiazione solare. La cometa si trova attualmente a 555 milioni di chilometri dal Sole, tre volte e mezza la distanza Terra-Sole, ma sta già sviluppando la sua chioma. La temperatura misurata va d’accordo con l’osservazione che la crosta della cometa sta già liberando polveri di materiali nerastri e acqua dal lato rivolto al Sole. Durante queste osservazioni la cometa occupava ancora pochi pixel ma è stato già possibile ricavare i primi dati sulle reazioni della crosta cometaria alla radiazione, constatandone il progressivo riscaldamento.

Altre informazioni:

 

http://sci.esa.int/rosetta/54437-rosetta-takes-comets-temperature/

 

 

Quaranta chilometri e 250 metri: dopo dieci anni di esplorazione di Marte, il rover della Nasa “Opportunity” ha battuto il record di percorrenza extraterrestre, finora detenuto con 39 chilometri dal Lunakhod 2, lanciato sul nostro satellite dall’ex Unione Sovietica nel 1973. “Opportunity era progettato per percorrere un solo chilometro. Partì con la missione Mars Exploration Rover (MER) insieme con il rover gemello “Spirit”. Tra la Terra e la Luna il tempo-luce di andata e ritorno è di circa due secondi e mezzo. I tecnici russi poterono quindi pilotarle il Lunakhod quasi in tempo reale, con una sorta di Joystick. Più complicato è stato guidare dal Jet Propulsion Laboratory (California) i due rover della missione MER perché i segnali radio impiegano un tempo variabile a collegare la Terra con Marte, in funzione della distanza tra i due pianeti. La differita oscilla intorno ai 20 minuti. Inoltre i piloti devono tenere presente il fatto che il sol (cioè il giorno marziano) dura 24 ore e 40 minuti e quindi gradualmente si sfasa rispetto agli orologi terrestri. Ogni giorno i piloti dei rover devono attendere 40 minuti per riavere il loro automezzo nella posizione della sera precedente rispetto alla Terra. La differita di decine di minuti può portare facilmente a incidenti su un terreno ostile e sconosciuto come quello esplorato su Marte. Per ora il rover “Curiosity” ha percorso in due anni solo 8,6 chilometri ma ha buone speranze di battere il primato di “Opportunity” perché è alimentato da un generatore a radioisotopi e quindi non dipende dai pannelli fotovoltaici.

Nel disegno: percorrenze extraterrestri a confronto.

Altre informazioni:

http://www.jpl.nasa.gov/news/news.php?release=2014-245

 

 





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