Astro News a cura di Piero Bianucci

Già negli Anni 70 del secolo scorso un giovanissimo Kip Thorne suggeriva l’idea che fosse possibile ricavare energia dai buchi neri. Su “Nature” in edicola oggi 20 novembre uno studio italiano diretto da Gabriele Ghisellini dell’Inaf-Osservatorio di Brera conferma che i buchi neri in rotazione sono eccezionali produttori di energia, di straordinaria efficienza: tanto che possono convertire in energia fino al 29 per cento della loro massa. Il lavoro pubblicato sulla prestigiosa rivista inglese rileva che in media su 10 buchi neri di grande massa tipici dei nuclei delle galassie attive, uno espelle una parte della materia attratta dal disco di accrescimento tramite due getti opposti allineati con l’asse di rotazione (disegno). Se il getto punta verso di noi, risulta molto brillante, è debole se l’orientamento è diverso. I ricercatori hanno calcolato la potenza necessaria perché i getti rivolti verso di noi siano così brillanti: il risultato è che la loro potenza supera quella generata dalla materia che precipita nel buco nero. Se la velocità di rotazione si avvicina al limite consentito tra attrazione del buco nero e forza centrifuga, quasi un terzo della massa in gioco può convertirsi in energia. Il meccanismo sembra consistere in una frenata della rotazione, connessa con un intenso campo magnetico.

 

Altri autori italiani dell’articolo su “Nature” “The power of relativistic jets is larger than the luminosity of their accretion disks”, oltre Ghisellini, sono Fabrizio Tavecchio e Laura Maraschi (INAF-Osservatorio Astronomico di Brera), Annalisa Celotti (Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati, Trieste e associata INAF) e Tullia Sbarrato (Università dell’Insubria e associata INAF).

Link all’articolo: http://www.nature.com/nature/journal/v476/n7361/full/nature10374.html

 

 

 

 

Fu una cometa, non un asteroide, a scavare il secondo più grande cratere da impatto di cui rimanga traccia sulla Terra, il Sudbury Bacin nell’Ontario, in Canada, 250 chilometri di diametro. Lo scrive il geologo Joseph A. Petrus sulla la rivista “Terra Nova”. Finora questa antichissima cicatrice della crosta terrestre, risalente a 1,8 miliardi di anni fa, era attribuita a un asteroide largo 10-15 chilometri che avrebbe colpito il nostro pianeta in una direzione obliqua. Le analisi più recenti fanno invece pensare a una cometa per la presenza nella struttura del cratere di un elemento del gruppo del platino che sarebbe caratteristico delle comete contenenti una componente di natura condritica refrattaria. I detriti dell’oggetto cosmico sono sparsi fino a 800 chilometri dall’impatto su una superficie di ,6 milioni di chilometri quadrati intorno alla città di Greater Sudbury. Dopo quasi due miliardi di anni, il bacino è lungo 62 chilometri e largo 30 (disegno).

Link alla rivista “Terra Nova”:

 

http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/ter.12125/abstract

La sonda spaziale europea “Bepi Colombo” (foto) sta provando in anteprima il torrido ambiente che troverà intorno a Mercurio, il pianeta più vicino al Sole che raggiungerà nel 2024 per studiarne la superficie, la struttura interna e la storia evolutiva. Da qualche settimana la navicella spaziale è stata inserita nel Large Space Simulator del centro ESTEC dell’Esa a Noordwijk, in Olanda, che in questo caso deve funzionare come una specie di forno. Sonda, sistemi di telecomunicazione e strumenti di bordo dovranno dimostrare di resistere a una temperatura di 350 °C. Mai finora una sonda europea ha avuto come traguardo Mercurio e mai quindi ha dovuto affrontare un ambiente con una radiazione solare tanto intensa. Il severissimo test inizierà il 19 novembre e durerà fino all’inizio di dicembre. Il lancio della navicella è previsto nel 2016.

 

Nella foto: la sonda 'Bpi Colombo' mentre viene inserita nel simulato spazile.

Altre informazioni:

http://www.esa.int/spaceinimages/Images/2014/11/Moving_BepiColombo_into_ESA_s_space_simulator

 

 

lle ore una e 36 minuti di questa notte (ora italiana) abbiamo perso il contatto con la sonda “Philae”, scesa 60 ore prima sulla superficie della cometa 67/P Churyumov-Gerasimenko (foto). La riserva di elettricità si è esaurita, e, poiché l’esposizione al Sole dei pannelli fotovoltaici è soltanto di 90 minuti al giorno, per ora la radiazione solare non basta a garantire l’autonomia energetica della sonda. Philae è quindi entrata automaticamente in standby. Gli scienziati confidano però in un risveglio quando la cometa sarà più vicina al Sole; inoltre la posizione della sonda, che è finita in un crepaccio dopo un atterraggio avventuroso e due rimbalzi, potrebbe migliorare quando il ghiaccio del nucleo cometario incomincerà a sublimare durante l’avvicinamento al perielio. Con un comando da terra si è fatto un tentativo per orientare meglio la sonda ma al momento non si sa se sia riuscito.

 

Ci sono anche buone notizie. Il trapano ha funzionato, non c’è stato il temuto ribaltamento della sonda, il materiale di scavo potrà probabilmente essere sottoposto all’analisi nel fornetto ad alta temperatura (800 °C) e i dati raccolti prima dell’entrata in standby potranno essere trasmessi quando le celle fotovoltaiche riusciranno a ricaricare la batteria. Inoltre le immagini e i dati già trasmessi dal laboratorio robotizzato, in buona parte concepito e realizzato in Italia, sono sufficienti per dire che la missione europea Rosetta-Philae segna un grande passo avanti nella conoscenza delle comete, e quindi delle origini del Sistema Solare.

Altre informazioni:  http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Science/Rosetta

La trivella di “Philae” è entrata in funzione. Alla fine gli scienziati della missione “Rosetta” hanno deciso di tentare, sperando che la pressione del trapano non complichi le cose ribaltando la sonda e portando ancora più in ombra i pannelli fotovoltaici. Intanto è stato ricostruito l’avventuroso atterraggio. “Philae” ha toccato la superficie della cometa entro i margini dell’ellisse di incertezza prevista – lo confermano gli strumenti a bordo e la camera OSIRIS sull’orbiter Rosetta – ma non ha funzionato l’ancoraggio per la mancata accensione del sistema che avrebbe dovuto sparare gli arpioni. Di conseguenza per un’ora e 50 minuti “Phlilae” è slittata per circa un chilometro sulla superficie della cometa alla velocità di 38 centimetri al secondo. Ha poi compiuto un secondo piccolo balzo e, scivolando a 3 centimetri al secondo, si è fermata definitivamente sette minuti dopo. Pare che lo scivolamento sia avvenuto in direzione del disto B selezionato per l’atterraggio e forse l’arresto è avvenuto in un crepaccio della crosta cometaria. Immagini riprese dall’orbiter confermano questa ricostruzione. Le immagini riprese al suolo mostrano materiale con dimensioni che vanno da un millimetro a un metro (nella foto, la superficie della cometa ripresa dalla distanza di 40 metri). La trivellazione è stata presa dopo una discussione tra scienziati tedeschi (contrari) e italiani (favorevoli). La disponibilità elettrica residua è di 24 ore e consente solo l’esperimento ad alta temperatura (800 °C). E’ possibile che con il procedere della cometa verso il Sole l’illuminazione diventi sufficiente a ricaricare la batteria.

 

Altre informazioni:

http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Science/Rosetta/Three_touchdowns_for_Rosetta_s_lander

 

 

 

 

La prima stampante in 3D esordirà nello spazio nella prima metà dell’anno prossimo sulla Stazione spaziale internazionale con l’astronauta italiana Samantha Cristoforetti, in partenza il 23 novembre da Baykonur. La stampante 3D destinata a funzionare in assenza di peso (disegno) è stata progettata e costruita in Italia, ha modeste esigenze di potenza elettrica e non richiederà un particolare impegno da parte dell’equipaggio della Stazione spaziale, già assorbito nelle numerose normali attività programmate. La “POP3D Portable On-Board Printer”, questo il nome tecnico, misura appena 25 centimetri di lato, precisa Luca Enrietti della Altran, l’azienda capofila della commessa, e per la stampa utilizza un materiale plastico biodegradabile. Principal Investigator sarà Giorgio Musso di Thales Alenia Space. Più di 300 esperti del settore stanno interessandosi a questo esperimento, che potrebbe aprire grandi opportunità sia nello spazio sia al suolo. La perdita del cargo che avrebbe dovuto portare alla Stazione spaziale rifornimenti e materiali per gli esperimenti tra cui la stampante non impedirà dunque che il programma venga svolto. Ci sarà solo un ritardo, per consentire un altro invio di rifornimenti durante il “semestre italiano” nello spazio di Samantha Cristoforetti.

Altre informazioni:

http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Engineering/Europe_s_3D_printer_set_for_Space_Station

Svapora l’entusiasmo di ieri sera dopo la discesa della sonda-robot “Philae” sulla cometa Churyumov-Gerasimenko. L’impresa di posare per la prima volta un laboratorio su una cometa è riuscita, ed è già un grande risultato per l’Agenzia spaziale europea, ma purtroppo “Philae”, invece di ancorarsi al suolo con i suoi tre arpioni, ha subito due o forse tre rimbalzi e si è fermata su un pendio. A questo punto ci sono vari problemi. La trivellazione è difficilmente realizzabile perché per penetrare nel suolo ghiacciato la trivella deve trovare una sufficiente resistenza che sarebbe stata assicurata dall’ancoraggio. Senza ancoraggio, poiché il peso della sonda, che sulla Terra sarebbe di circa 100 chilogrammi, sulla cometa è di pochi grammi, la trivella probabilmente non incontra abbastanza resistenza per penetrare nel sottosuolo. Un altro problema è che, essendo “Philae” inclinata, se la trivella non spinge nella direzione prevista potrebbe far ribaltare la sonda. Terzo problema, la posizione assunta dalla sonda non è favorevole a una piena esposizione delle celle fotovoltaiche alla luce del Sole, e quindi per ora si attinge alla scorta di elettricità accumulata nella batteria, che però è sufficiente solo per 24 ore. La situazione è aggravata dal fatto che a quanto pare “Philae” è caduta in una cavità che le fa ombra.

 

I tecnici dell’Esa stanno lavorando febbrilmente per precisare e risolvere i problemi che si sono creati. Ieri sera si è capito che le cose non erano andate del tutto bene perché i collegamenti radio, nella prima ora, sono stati discontinui, rivelando i rimbalzi e la instabilità della sonda. Non bisogna però allarmarsi eccessivamente. In molti altri casi missioni che sembravano compromesse sono state recuperate. E’ successo vent’anni fa con il satellite Hipparcos, con la navicella Soho, con l’osservatorio orbitante Kepler e di recente con due satelliti “Galileo” del Gps europeo. Un buon segno è che “Philae” ha comunque trasmesso subito un’ottima immagine del suolo della cometa, con una delle sue “zampe” in primo piano. La vediamo qui accanto.

Altre informazioni: http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Science/Rosetta

 

 

 

La sonda “Philae” è scesa sulla cometa Churyumov-Gerasimenko. Se ne è avuta certezza alle 17,05 ora italiana. Per la prima volta un oggetto costruito dall’uomo potrà esplorare direttamente, grazie a un laboratorio robotizzato chimico-fisico, un oggetto primordiale del Sistema solare, rimasto quasi intatto per 4,5 miliardi di anni. E’ un grande successo per la scienza europea e un giorno storico per l’astronomia. L’atterraggio sul nucleo ghiacciato della cometa, in un luogo battezzato Agilkia dal nome di un’isola nel fiume Nilo, ha tenuto in apprensione i tecnici dell’Agenzia spaziale europea fino all’ultimo istante perché non funzionava un piccolo motore che avrebbe dovuto rendere più dolce il contatto con la cometa evitando eventuali rimbalzi dovuti alla bassissima gravità della cometa, il cui diametro è di appena 4 chilometri. Questo problema, insieme con la rischiosità del luogo scelto per l’atterraggio, ha reso particolarmente difficile la decisione di tentare comunque la discesa. La manovra è avvenuta a circa 450 milioni di chilometri dalla Terra, con un ritardo nelle telecomunicazioni di 49 minuti complessivi tra andata e ritorno dei segnali radio. Ora un lavoro impegnativo attende “Philae”: accompagnare la cometa nella sua corsa verso il Sole e, mentre la cometa diventerà gradualmente sempre più attiva, sviluppando chioma e coda, trivellarne la superficie, estrarne dei campioni e analizzarli. I bioastronomi sperano di trovarvi tracce di amminoacidi, cioè dei mattoni che costituiscono le proteine, molecole fondamentali degli organismi viventi. “Philae” invierà i dati a “Rosetta”, che orbita intorno alla cometa, e “Rosetta” li trasmetterà alla Terra almeno fino al passaggio al perielio.

Qui accanto, la prima foto scattata da “Philae” subito dopo il suo distacco dalla navicella “Rosetta”.

Altre informazioni:

http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Science/Rosetta

 

 

Il laboratorio robotizzato “Philae” sta per scendere sulla cometa Churyumov-Gerasimenko dopo essersi separato dalla navicella “Rosetta” (disegno). E’ la prima volta che una impresa di questo tipo viene tentata. La decisione è stata presa dopo una notte di incertezza dovuta ai problemi che potrebbero insorgere al momento del contatto con la superficie ghiacciata del nucleo cometario. Il punto scelto per l’atterraggio di “Philae” è infatti scientificamente molto interessante ma potrebbe riservare sorprese: un masso o un grumo di ghiaccio, per esempio, potrebbero far ribaltare la sonda impedendole di ancorarsi alla cometa. La separazione è avvenuta alle 9,35 di oggi 12 novembre, ora italiana. Poiché i segnali radio impiegano 28 minuti e 20 secondi a raggiungere “Rosetta” e altrettanto da “Rosetta” alla Terra, le comunicazioni richiedono in pratica un’ora. Con questi “tempi morti”, l’ansia dei tecnici del centro di controllo dell’Agenzia spaziale europea a Darmstadt è facilmente immaginabile. Il programma prevede la conferma della corretta separazione intorno alle 10,30. La manovra finale di atterraggio richiede complessivamente sette ore. La certezza sull’esito dell’impresa si avrà intorno alle ore 18. Il laboratorio automatico “Philae” ha il compito di eseguire complesse analisi chimico-fisiche della superficie cometaria e potrà forse fare luce sulle condizioni che hanno fatto sbocciare la vita sulla Terra. 

Questa giornata eccezionale non solo per l’astronomia ma in generale per la scienza e la cultura dell’umanità si può vivere in diretta collegandosi al sito: www.esa.int/rosetta

 

 

I sistemi planetari di altre stelle diventano sempre più qualcosa di familiare. Hanno pianeti rocciosi e gassosi come il nostro sistema solare, alcuni dotati di atmosfera, hanno comete in aggregati paragonabili alla Nube di Oort e alla Kuiper Belt e così via. Ora possiamo dire che gli eventuali abitanti di quei pianeti hanno anche la possibilità di osservare nelle loro notti un chiarore analogo alla nostra luce zodiacale. La scoperta della luce esozodiacale (naturalmente non sarà il nostro zodiaco…) è frutto dell’altissima sensibilità dell’interferometro montato sul VLT di Monte Paranal, sulle Ande del Cile. Le osservazioni sono state fatte nella banda dell’infrarosso su 92 stelle e la luce zodiacale, dovuta a polveri residue sparse nelle vicinanze della zona abitabile dei sistemi esoplanetari studiati, è stata individuata in nove casi. Più esattamente, è stato individuato il pulviscolo che dà origine per riflessione alla luce zodiacale. La luce esozodiacale di cui stiamo parlando è circa mille volte più intensa della nostra ed è attribuita a detriti sparsi da collisioni tra esoasteroidi e tra esocomete.  Primo firmatario dell’articolo è Steve Ertel dell’Eso e dell’Università di Grenoble. La notizia è stata data con un comunicato stampa dell’Osservatorio australe europeo del 3 novembre. La luce zodiacale del nostro sistema planetario era probabilmente già nota agli antichi ma fu scoperta e descritta scientificamente da Gian Domenico Cassini nel 1683. Qui la vediamo in una immagine ripresa a Monte Paranal.

Altre informazioni: http://www.eso.org/public/news/eso1435/

Fare astronomia da altri pianeti ormai è una realtà quasi normale. Ne abbiamo già avuto alcuni esempi, ma l’ultimo caso è senza dubbio il più impressionante, ed è rappresentato dall’osservazione degli effetti sull’atmosfera di Marte dovuti al passaggio della cometa Siding Spring nelle immediate vicinanze (139 500 mila chilometri) del pianeta, passaggio avvenuto il 19 ottobre. Le navicella MAVEN e MRO della Nasa e il radar “Marsis” a bordo della sonda europea Mars Express hanno rilevato una forte interazione tra le particelle rilasciate dalla cometa e l’alta atmosfera (ionosfera) marziana. Cosa ancora più straordinaria, è stato possibile individuare uno sciame di meteore attribuibile a detriti persi dalla cometa durante il flyby. Questa osservazione è una prima assoluta, Terra inclusa. Lo sciame è stato rivelato indirettamente dall’intensa ionizzazione dell’atmosfera di Marte: 260 mila elettroni per centimetro cubo sul lato buio di Marte. Sette ore dopo la ionizzazione era scomparsa. Nel disegno Nasa, una ricostruzione artistica del transito della cometa nel cielo di Marte.

Altre informazioni:

http://www.nasa.gov/press/2014/november/mars-spacecraft-reveal-comet-flyby-effects-on-martian-atmosphere/

 

 

La materia oscura starebbe “consumandosi” a favore dell’energia oscura. Di conseguenza rallenterebbe il ritmo con cui stanno formandosi le strutture dell’universo a grande scala (immagine). E’ quanto sostiene uno studio teorico pubblicato su “Physical Review Letters” da un gruppo di ricercatori dell’Università di Portsmouth (Regno Unito) e Università di Roma “La Sapienza”. Ne fanno parte Alessandro Melchiorri con due sue dottorande – Valentina Salvatelli e Najla Said – e David Wands e Marco Bruni (Portsmouth). I dati di partenza sono la radiazione cosmica di fondo rilevata dal satellite “Planck” ad alta definizione e la mappatura tridimensionale della distribuzione di un grande numero di galassie ottenuta da varie survey. I dati sarebbero meglio interpretabili supponendo che qualche meccanismo fisico consenta la trasformazione di materia oscura in energia oscura. Un fenomeno del genere sarebbe in atto da circa sette miliardi di anni e tenderebbe a far evolvere l’universo verso una condizione di rarefazione sempre maggiore e verso una monotona uniformità.

Altre informazioni: http://arxiv.org/pdf/1406.7297.pdf

 

 

 

 

Dagli immediati dintorni di un buco nero escono getti di particelle ad altissima energia. E’ uno dei fenomeni più violenti dell’universo. Gli astrofisici però non ne avevano ancora mai osservato la formazione e la rapida variabilità in tempo reale. Ora ci sono riusciti. Grazie al telescopio MAGIC sono riusciti a misurare una intensa emissione di raggi gamma rapidamente variabile e ad altissima energia generata ai margini di un buco nero supermassiccio – 300 milioni di masse solari – che occupa il centro della galassia IC310. L’annuncio è stato pubblicato il 7 ottobre su “Science Express”.

MAGIC è uno strumento costituito da due grandi specchi orientabili (in primo piano nella foto) da qualche anno in funzione a La Palma, isole Canarie, frutto di una collaborazione tra Inaf e Infn (Istituto nazionale di fisica nucleare). Gli specchi, che hanno un diametro di 17 metri, catturano la luce Cerenkov che si genera quando raggi gamma ad alta energia penetrando nell’atmosfera sono costretti a rallentare. I raggi gamma a loro volta sono dovuti alla “tempesta di particelle” energetiche che è in corso nei pressi del buco nero. La galassia a nucleo attivo IC 310 si trova a 260 milioni di anni luce nell’ammasso di Perseo. Perché i getti gamma si formino, il buco nero deve ruotare a grande velocità possibile e deve essere avvolto in un campo magnetico.  Se la densità del plasma che precipita verso il buco nero diminuisce nelle regioni polari, si possono creare le zone di intensi campi elettrici in grado di accelerare le particelle a velocità prossime a quelle della luce. Una situazione analoga a quando si verificano le scariche elettriche dei fulmini durante le tempeste. Le particelle così accelerate, interagendo con i fotoni a bassa energia emessi dal disco di accrescimento, producono i raggi gamma captati da MAGIC, che rappresentano la prima osservazione diretta della regione in cui avviene la formazione dei getti nei nuclei galattici attivi.

 

Altre informazioni: http://it.wikipedia.org/wiki/MAGIC

 

Fabiola Gianotti è il nuovo direttore generale del CERN di Ginevra. Per la prima volta la più alta carica del più importante centro al mondo per la ricerca in fisica delle particelle viene ricoperta da una donna. Padre piemontese, geologo, madre siciliana, letterata, Fabiola Gianotti ha 52 anni. Come responsabile dell’esperimento Atlas, il 4 luglio 2012 ha annunciato la scoperta del bosone di Higgs, scoperta che nel 2013 ha dato a Higgs e ad Englert il premio Nobel per la fisica. Altri due fisici italiani, negli ultimi vent’anni, sono stati a capo del CERN: Carlo Rubbia (Nobel per la scoperta delle particelle W e Z) e Luciano Maiani (teorico del quark Charm).

Fabiola Gianotti dirigerà il CERN per quattro anni che potrebbero rivelarsi scientificamente decisivi nell'aprire nuove strade alla fisica. L’acceleratore LHC (Large Hadron Collider) sta infatti per riprendere l’attività dopo due anni di manutenzione e potenziamento e raggiungerà l’energia di 14 TeV, un limite mai finora esplorato. La speranza è che emergano particelle supersimmetriche o altre particelle (neutralini, assioni, neutrini sterili…) che potrebbero costituire la materia oscura di cui si osservano gli effetti gravitazionali nelle galassie e nell’universo a grande scala. Altri esperimenti sul plasmaquark saranno molto interessanti per la cosmologia in quanto riprodurranno condizioni fisiche che esistettero per frazioni di secondo subito dopo il Big Bang.

Nella foto: Fabiola Gianotti con Peter Higgs. Il fisico inglese pianse nell'ascoltare l'annuncio della scoperta della 'sua' particella.

Altre informazioni:

 

http://it.wikipedia.org/wiki/Fabiola_Gianotti

 

Questa straordinaria immagine di Titano, il maggiore tra i molti satelliti che orbitano intorno a Saturno, per la prima volta riunisce in un mosaico fotografie riprese nell’infrarosso della regione dei “mari” e delle nubi intorno al polo Nord. Titano, che ha dimensioni paragonabili a un pianeta come Mercurio ed è l’unico satellite dotato di atmosfera, ha una temperatura tale da consentire che metano ed etano esistano nei tre stati solido (ghiaccio), liquido e gassoso. Qui le regioni luminescenti che riflettono in modo suggestivo la luce solare sono nubi, ghiacci e mari di questi idrocarburi, e in particolare il Marfe Kraken e il Mare Ligeia. Dalla loro complessa struttura si può dedurre che le parti liquide sono state più estese nel passato. Le fotografie che compongono il mosaico (rilasciato dalla Nasa) sono frutto della missione “Cassini”, svolta in collaborazione con l’Agenzia spaziale europea, che su Titano fece scendere la sonda “Huygens”. Il mosaico ci offre la prima rappresentazione completa della meteorologia di Titano, piogge di idrocarburi incluse.

Altre informazioni:

http://www.nasa.gov/jpl/cassini/pia18432/ 

 

 

C’è un nuovo cratere da impatto sulla Luna, e questa volta lo ha prodotto l’uomo. Il 18 aprile 2014 la sonda della Nasa LADEE (Lunar Atmosphere and Dust Einvironment Explorer) si è abbattuta sulla superficie della faccia nascosta del nostro satellite dopo aver abbassato per sette giorni la sua orbita allo scopo di raccogliere dati su tracce di gas e polveri nelle immediate vicinanze della crosta lunare. L’impatto, pilotato dai tecnici della missione, è avvenuto a 780 metri dal lato orientale dell’anello montuoso del cratere Sundman V. Il nuovo cratere 'artificiale' ha un diametro di appena 3 tre metri perché LADEE era una sonda di piccola massa e al momento dell’impatto viaggiava ad appena 1,7 chilometri al secondo ma il materiale espulso occupa un’area triangolare espansa verso nord-ovest di 200-300 metri, in direzione opposta alla provenienza della sonda (foto). L’impresa di osservare una così piccola modifica nell’emisfero nascosto della Luna è merito di un’altra sonda della Nasa, LRO, Lunar Reconnaissance Orbiter, che ha già documentato i siti di discesa delle missioni Apollo mostrando persino lo scalpiccio lasciato dagli astronauti.

Altre informazioni e le immagini che mettono a confronto la regione intorno a Sundman V prima e dopo l’impatto di LADEE sono sulla pagina Internet di LRO:

http://www.nasa.gov/content/goddard/nasa-s-lro-spacecraft-captures-images-of-ladee-s-impact-crater/#.VFX7D_mG-7I

 

Sappiamo ancora poco di quando e come si formarono le galassie. Lo conferma il risultato dello studio svolto su decine di migliaia di immagini dello spazio profondo riprese dal telescopio “spaziale Hubble”, immagini analizzate nel programma di ricerca “Galaxy Zoo”, che ha visto la collaborazione di un grande numero di volontari corsi in aiuto degli astronomi professionisti.  Il dato importante, e imbarazzante, è che le galassie lontane sono di almeno due miliardi di anni più antiche rispetto a quanto prevedono i modelli teorici di evoluzione dell’universo. In sintesi, Galaxy Zoo ha messo in evidenza che galassie vecchie di 10 miliardi di anni sono già in tutto simili alle galassie dell’universo attuale, mentre i cosmologi hanno calcolato che la forma delle galassie “moderne” dovrebbe risalire soltanto a 8 miliardi di anni fa, cioè a 5-6 miliardi di anni dopo il Big Bang. Lo studio, diretto da Brooke Simmons della Oxford University, è pubblicato su “Monthly Notices” della Royal Astronomical Society (Regno Unito). Al programma di analisi statistica della forma delle galassie nelle immagini di “Hubble” hanno contribuito un milione di volontari appassionati di astronomia, che hanno utilizzato un apposito software per catalogare rapidamente le galassie in base alla loro forma. La mappa pubblicata qui accanto ne visualizza la distribuzione, in gran parte concentrata negli Stati Uniti e in Europa.

Altre informazioni su Galaxi Zoo:

http://www.media.inaf.it/2014/02/19/un-milione-di-volontari-per-zooniverse/

 

 

 

 

Il satellite della Nasa “Chandra” per l’osservazione del cielo in raggi X ha festeggiato i 15 anni di attività. Per l’occasione la Nasa ha nuovamente diffuso questa immagine dell’ammasso Hydra A (o Abell 1060), un insieme di 157 galassie brillanti che a sua volta fa parte di un superammasso a 158 milioni di anni luce da noi. Questa regione dello spazio presenta forti indizi di materia oscura e contiene una grande nube (diametro di vari milioni di anni luce) di rarefattissimo gas alla temperatura di 40 milioni di gradi, che emette raggi X. L’immagine di Hydra A è del 30 ottobre 1999 e segnò l’inizio del lavoro scientifico di “Chandra”, al quale partecipa tuttora Riccardo Giacconi, premio Nobel per la fisica. Il lancio dell’Osservatorio in raggi X avvenne il 23 luglio 1999 con lo shuttle Columbia. “Chandra” è l’abbreviazione di Chandrasekhar, astrofisico indiano nato in Pakistan che calcolò la massa oltre la quale una stella, giunta all’esaurimento del suo combustibili nucleare, collassa in una stella di neutroni o in un buco nero (1,454 masse solari). Il satellite che porta il suo nome ha dato importanti contributi allo studio dei buchi neri e di altri fenomeni cosmici estremi.

Altre informazioni:

 

http://www.nasa.gov/content/fifteen-years-of-nasas-chandra-x-ray-observatory/

Il K2, seconda vetta del mondo dopo l’Everest, è alto 8609,022 metri, cioè due metri di meno della quota ufficiale riportata sulle carte geografiche. La nuova misurazione è stata eseguita grazie ai satelliti GPS e al ricevitore Gps Leica Viva GS14 portato fino alla vetta dall’alpinista pakistano Rehmat Ullah Baig. La registrazione dei dati è durata più di 20 minuti per ridurre al minino la forbice di errore, che è stimata dell’ordine dei dieci centimetri.

 

Il ricevitore ha seguito i satelliti disponibili delle costellazioni GPS (Usa) e GLONASS (Russia) e utilizzato i loro segnali per la determinazione dell’esatta latitudine, longitudine e altitudine di ogni singolo punto, con 1 Hz di frequenza di campionamento. Altri due GPS situati a Skardu e al Gilkey Memorial a quote e coordinate geodetiche note hanno fatto da stazioni di riferimento permettendo di elaborare i dati del GPS di vetta con precisione al decimetro, ed eliminando eventuali imprecisioni legate a fenomeni atmosferici e ionosferici. Il progetto di ricerca è stato realizzato dagli scienziati di EvK2CNR sotto la direzione di Giorgio Poretti in collaborazione con l’Università di Trieste e dei ricercatori della Karakorum International University, della Azad Jammu and Kashmir University e della Poonch University.

Altre informazioni:

http://www.evk2cnr.org/cms/files/evk2cnr.org/4pagine%20per%20web%20ita.pdf

 

 

Il razzo Antares della compagnia privata Orbital Sciences  che avrebbe dovuto portare il cargo Cygnus con 2,5 tonnellate di rifornimenti e strumenti scientifici alla Stazione Spaziale Internazionale è esploso a 6 secondi dal distacco dalla rampa di lancio alle 18,22 del 28 ottobre. William Gerstenmaier, direttore associato della Nasa per le attività spaziali di esplorazione umana, ha dichiarato che l’insuccesso della missione di rifornimento non ha conseguenze dannose per i sei astronauti a bordo della Space Station: le scorte di cibo, acqua e altri generi di necessità sono più che sufficienti e non esiste nessuna criticità in attesa che una nuova missione sia allestita. Il lancio del razzo Antares avveniva dalla base Nasa dell’isola di Wallops nel nord della costa atlantica. I frammenti del razzo esploso si sono sparsi anche al di là del poligono di lancio danneggiando alcune abitazioni. L’incidente è destinato a riaccendere le polemiche sull’eccessiva “privatizzazzione” delle attività spaziali. L'incarico alle compagnie private Orbital Sciences e Space-X per i lanci di rifornimento è stato voluto dal presidente Obama per promuovere le attività commerciali nello spazio. Il cargo distrutto era stato realizzato alla Thales Alenia Space di Torino.

Altre informazioni:

 

 http://www.nasa.gov/press/2014/october/nasa-statement-regarding-oct-28-orbital-sciences-corp-launch-mishap/





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