Astro News a cura di Piero Bianucci

Il razzo Antares della compagnia privata Orbital Sciences  che avrebbe dovuto portare il cargo Cygnus con 2,5 tonnellate di rifornimenti e strumenti scientifici alla Stazione Spaziale Internazionale è esploso a 6 secondi dal distacco dalla rampa di lancio alle 18,22 del 28 ottobre. William Gerstenmaier, direttore associato della Nasa per le attività spaziali di esplorazione umana, ha dichiarato che l’insuccesso della missione di rifornimento non ha conseguenze dannose per i sei astronauti a bordo della Space Station: le scorte di cibo, acqua e altri generi di necessità sono più che sufficienti e non esiste nessuna criticità in attesa che una nuova missione sia allestita. Il lancio del razzo Antares avveniva dalla base Nasa dell’isola di Wallops nel nord della costa atlantica. I frammenti del razzo esploso si sono sparsi anche al di là del poligono di lancio danneggiando alcune abitazioni. L’incidente è destinato a riaccendere le polemiche sull’eccessiva “privatizzazzione” delle attività spaziali. L'incarico alle compagnie private Orbital Sciences e Space-X per i lanci di rifornimento è stato voluto dal presidente Obama per promuovere le attività commerciali nello spazio. Il cargo distrutto era stato realizzato alla Thales Alenia Space di Torino.

Altre informazioni:

 

 http://www.nasa.gov/press/2014/october/nasa-statement-regarding-oct-28-orbital-sciences-corp-launch-mishap/

E’ competizione dura nella caccia all’impronta che le onde gravitazionali dovrebbero aver lasciato nella radiazione cosmica di fondo, il ”calore” residuo del Big Bang. Il gruppo di Polarbear con a capo Adrian Lee il 25 ottobre ha pubblicato su “The Astrophysical Journal” il risultato di osservazioni fatte con il radiotelescopio a microonde “Huan Tran” (foto) realizzato ad Atacama (sulle Ande del Cile, quota 5200 metri) dalle quali risulta una polarizzazione della radiazione primordiale attribuibile a un effetto di lente gravitazionale a sua volta dovuto a interazioni della radiazione con grandi masse lungo il cammino verso i nostri strumenti di osservazione. Il gruppo di Adrian Lee annunciò questi dati in via preliminare una settimana prima di quelli analoghi della collaborazione Bicep2, che usa un radiotelescopio per microonde collocato al polo Sud. I risultati di Bicep2 hanno fatto molto clamore ma poi la loro credibilità è stata messa fortemente in dubbio. Il gruppo rivale torna ora all’attacco con i propri dati ulteriormente raffinati. Da essi si ricavano argomenti a favore dell’inflazione cosmica e delle onde gravitazionali connesse al Big Bang. Se son rose, fioriranno.

Altre informazioni: http://bolo.berkeley.edu/polarbear/

Una cometa così, mentre sfiora Marte, non l’avevamo mai vista: il telescopio spaziale “Hubble” ha fotografato lo storico appuntamento della cometa Siding Spring, proveniente dalla Nube di Oort, con il pianeta rosso il 19 ottobre 2014. La coppia si trovava a oltre 200 milioni di chilometri dalla Terra, la distanza tra Marte e la cometa nel momento del massimo avvicinamento si è ridotta a meno di un terzo di quella che separa la Terra dalla Luna. Nell’immagine, la distanza angolare tra il pianeta e la cometa è di 1’ 30”. Si tratta di due fotogrammi sovrapposti in quanto Marte risultava diecimila volte più luminoso della cometa. 

Comete in quantità – circa 500! – ha osservato intorno alla stella Beta Pictoris lo strumento Harps montato su un telescopio dell’Eso, Osservatorio australe europeo in Cile. Come annuncia una pubblicazione su “Nature” del 23 ottobre, una équipe di astronomi francesi ha individuato due famiglie di esocomete: quelle più usurate, che sono passate più di una volta vicino alla loro stella, e altre esocomete ancora intatte, che derivano probabilmente dalla frammentazione recente di oggetti più grandi.

Altre informazioni:

http://www.nasa.gov/press/2014/october/close-encounters-comet-siding-spring-seen-next-to-mars/

 

Sei millesimi di Kelvin, cioè sei millesimi di grado °C sopra lo zero assoluto, in uno spazio di un metro cubo: il metro cubo più freddo dell’universo, il quale, come è noto, non scende sotto i 2,7 Kelvin, il calore residuo del Big Bang. Questo eccezionale freezer è stato realizzato da un gruppo di fisici a guida italiana per l’esperimento CUORE dedicato a uno studio di frontiera sui neutrini nel Laboratorio Nazionale del Gran Sasso. Non si era mai raggiunta una temperatura così bassa in un volume così grande. La struttura raffreddata è costituita da 400 chilogrammi di rame ed ha mantenuto la sua bassissima temperatura per 15 giorni (foto).

 

CUORE (acronimo per Cryogenic Underground Observatory for Rare Events) è un esperimento ideato per studiare le proprietà dei neutrini che vede un’importante collaborazione tra Istituto Nazionale di Fisica nucleare e Università di Milano-Bicocca per la realizzazione del sistema criogenico necessario per raffreddarne i rivelatori. In particolare, l’esperimento cerca un fenomeno raro chiamato doppio decadimento beta senza emissione di neutrini. Rivelare questo processo consentirebbe, non solo di determinare la massa dei neutrini, ma anche di dimostrare la loro eventuale natura di particelle di Majorana fornendo una possibile interpretazione dell’asimmetria tra materia e antimateria che caratterizza il nostro Universo. Cuore è progettato per lavorare in condizioni di ultrafreddo: è infatti composto da cristalli di Tellurite impiegati come bolometri (rivelatori di radiazione) e progettati per funzionare a temperature di circa 10 millikelvin, cioè dieci millesimi di grado sopra lo zero assoluto.

Altre informazioni:

http://www.infn.it/index.php?option=com_content&view=article&id=592:il-metro-cubo-piu-freddo-dell-universo&catid=21&Itemid=453&lang=it

 

 

 

 

 

In questi giorni il Sole dà spettacolo. Pur essendo entrato nella parabola discendente del ventiquattresimo ciclo, la nostra stella mostra un notevole gruppo di macchie e, soprattutto, ha prodotto un vistosissimo brillamento (flare), particolarmente spettacolare se osservato il 19 ottobre (picco di intensità alle ore 1,01 EDT) nell’ultravioletto estremo. Il brillamento è stato classificato nella categoria X1-1, quella di massima intensità, fenomeno davvero raro (le tre categorie della classificazione differiscono tra loro di un fattore tre, sicché tra la X1 e la X 3 c’è una differenza 27). L’immagine, ripresa a 131 Angstrom dal telescopio spaziale della Nasa “Solar Dynamics Observatory”, rende perfettamente l’idea della potenza che si scatena quando avviene il ricongiungimento di linee di un intenso campo magnetico emergente dalla fotosfera. Quanto alla macchia solare, estesa più del doppio dell diametro della Terra, è seguita nella sua evoluzione da un team dell’Inaf-Osservatorio di Trieste sotto la guida di Conrad Boehm e Giulia Iafrate. La rotazione del Sole lo sta portando in posizione via via più favorevole per l’osservazione.

 

Altre informazioni:

 

http://www.nasa.gov/content/extreme-ultraviolet-image-of-a-significant-solar-flare/

 

http://www.media.inaf.it/2014/10/20/una-macchia-sulla-macchia/

 

 

 

Aiutato da una lente gravitazionale, il telescopio spaziale “Hubble” ha permesso di scoprire una galassia piccola e antichissima, una protogalassia che si è formata quando l’universo aveva il 3 per cento dell’età attuale, cioè 400 milioni di anni. Siamo nell’epoca in cui si accendono le prime stelle, che vanno a formare i primi sistemi destinati a evolversi in galassie. Come già altre volte, ha funzionato da lente gravitazionale l’ammasso Abell 2744, detto anche “ammasso di Pandora”: una lente non perfetta, in quanto ci dà una immagine tripla dell’antichissima mini-galassia, ma sufficiente ad aumentarne di dieci volte la luminosità, che è poi la cosa che interessa (foto). Anche le tre immagini comunque sono state utili in quanto hanno permesso di stimare la velocità di recessione e quindi la distanza in base alla diversa deformazione dello spazio-tempo. Così ora gli astronomi sanno che la mini-galassia si trova a 13 miliardi di anni luce. Il lavoro, di Adi Zitrin del Caltech, è pubblicato online su “Astrophysical Journal Letters”.

 

Il link: http://iopscience.iop.org/2041-8205/793/1/L12/

 

 

 

Ormai vicinissima alla superficie di Mercurio, la sonda della Nasa “Messenger” per la prima volta ha ottenuto immagini che forniscono la prova visiva dell’esistenza di ghiaccio sul pianeta più vicino al Sole (foto). Le immagini indicano anche la presenza di altri materiali volatili ghiacciati. La regione interessata è quella del cratere Prokofiev. La notizia è stata pubblicata su “Geology” il 15 ottobre. Il primo indizio di ghiaccio presso i poli di Mercurio in regioni mai raggiunte dai raggi solari vennero parecchi anni fa dal radiotelescopio da 300 metri di Arecibo (Puerto Rico).

Intanto il telescopio spaziale “Hubble” ha identificato tre oggetti della Fascia di Kuiper che la sonda della Nasa “New Horizon” potrebbe visitare dopo aver sorvolato Plutone il 15 luglio del 2015.

Altre informazioni:

http://messenger.jhuapl.edu/

http://www.nasa.gov/press/2014/october/nasa-s-hubble-telescope-finds-potential-kuiper-belt-targets-for-new-horizons/

 

 

La sonda della Nasa MAVEN (Mars Atmosphere and Volatile Evolution) in orbita attorno a Marte sta inviando i primi dati sull’ambiente spaziale nei dintorni del pianeta e in particolare sull’interazione tra la sua alta atmosfera e il vento solare, interazione che ha portato alla dispersione nello spazio di gran parte dei gas che in tempi remoti avvolgevano Marte. La prima osservazione di una tempesta solare con particelle ad alta energia ha prodotto nell’ultravioletto una immagine senza precedenti del rarefattissimo miscuglio di ossigeno, idrogeno e atomi di carbonio intorno al pianeta, immagine che si presenta come una tenue corona (immafgine). Dall’immagine si può anche ricavare una mappa della distribuzione dell’ozono marziano, che è in quantità minima e altamente variabile. La carenza di ozono, la mancanza di campo magnetico e la rarefazione dell’atmosfera di Marte sono il motivo per cui sulla superficie del pianeta arrivano radiazioni pericolose per eventuali astronauti.

 

Altre informazioni:

http://www.nasa.gov/press/2014/october/nasa-mission-provides-its-first-look-at-martian-upper-atmosphere/

 

 

Dall’otto ottobre Beppe Fenoglio (foto) è titolare di un pianetino in orbita tra Marte e Giove, precisamente quello che porta il numero 7935. La motivazione con cui la International Astronomical Union ha dedicato il pianetino 7935 dice: “Beppe Fenoglio (1922-1963) è stato uno dei più grandi scrittori del ventesimo secolo. Combattente per la libertà e cultore della letteratura americana, ha raccontato l’Italia del secondo dopoguerra in pagine memorabili. La breve vita gli ha negato la gioia del successo, giunto dai romanzi pubblicati dopo la sua morte.”

 

Beppefenoglio (le norme impongono che i nomi degli asteroidi consistano in una sola parola e non abbiano più di 17 lettere) è stato scoperto con un telescopio dell’Osservatorio australe europeo il 1° marzo 1990 dall’astronomo belga Henri Debehogne. Astronomo dell’Observatoire Royal de Belgique a Uccle, nato nel 1928 e scomparso il 9 dicembre 2007, Debehogne resterà nella storia della scienza come il più grande cacciatore di asteroidi, avendone scovati ben 717. Il suo primato non sarà mai battuto perché ora la ricerca di questi oggetti celesti avviene con telescopi automatici che spazzano regolarmente il cielo assistiti da un computer, tecnica molto efficiente ma certo non romantica come quella che Debehogne praticava a La Silla, sulle Ande cilene, fotografando pazientemente per notti intere la fascia dell’eclittica dove c’era qualche probabilità di sorprendere un asteroide sconosciuto.

Beppefenoglio orbita nella fascia principale degli asteroidi tra Marte e Giove, il suo diametro è di una decina di chilometri, completa un’orbita intorno al Sole in 5 anni, 5 mesi e un giorno. L’orbita si discosta del 13 per cento dalla forma circolare: la minima distanza dal Sole è di poco meno di 402 milioni di chilometri, la massima di 523. Il nome Beppefenoglio è stato proposto dalla International Astronomical Union all'astronomo dell'Inaf Mario Di Martino e dal giornalista scientifico Piero Bianucci. In precedenza avevano già ottenuto il battesimo di Primolevi e Levimontalcini.

 

 

Il 19 ottobre alle 8,27 ora italiana, la cometa Siding Spring, proveniente dalla remotissima Nube di Oort, sfiorerà Marte avvolgendo il pianeta nella propria chioma e nella scia di polveri della coda (disegno). E’ la prima volta che si offre agli astronomi una simile opportunità di osservazione, e non manca qualche preoccupazione per le sonde in orbita intorno al pianeta e per i robot che ne stanno esplorando la superficie. E’ invece escluso un impatto del nucleo della cometa, ipotesi che in un primo tempo era stata presa in considerazione. Eccezionale è lo schieramento di strumenti predisposto dalla Nasa e da altri enti di ricerca per seguire l’evento raccogliendo tutti i dati possibili. Saranno puntati su Marte i telescopi spaziali Hubble, Spitzer, Kepler, Chandra, Soho, Neo-Wise, i satelliti Stereo e altri strumenti. Da Marte osserveranno il passaggio ravvicinato della cometa, che durerà una ventina di minuti, i satelliti MAVEN, Mars Express, MRO, Mars Odyssey e, al suolo, i rover Opportunity e Curiosity. Dalla Terra seguiranno l’evento molti telescopi, tra i quali quelli di Mauna Kea, alle isole Hawaii, e palloni stratosferici per osservazioni nell’infrarosso.

 

La cometa è particolarmente interessante perché, arrivando dalla Nube di Oort, una “nube” di 100 miliardi di nuclei ghiacciati che si pensa avvolga il Sistema solare da 5000 a 100 mila Unità Astronomiche, conserva testimonianze della nebulosa primordiale che diede origine al Sole e ai pianeti 4,6 miliardi di anni fa.

Tutte le informazioni nel sito Nasa:

 

http://mars.nasa.gov/comets/sidingspring/

 

Di questo passo l’atmosfera della Terra rischia di diventare simile a quella di Titano, il maggiore dei satelliti di Saturno, dove il metano costituisce l’1,6 per cento dell’atmosfera (sul nostro pianeta è attualmente lo 0,000002 per cento). I dati raccolti da satelliti per l’osservazione dell’atmosfera hanno rilevato concentrazioni di metano molto più alte della media in seguito ad attività di estrazione con la nuova tecnica del fracking, che consiste nel perforare rocce di scisti per poi fratturarle con getti di acqua ad altissima pressione ed estrarre lo bolle di metano in esse contenute. Le riserve di gas da scisti, o shale gas, sono immense e stanno cambiando la geopolitica delle fonti di energia fossile, scalzando i paesi arabi ricchi di petrolio dalla loro posizione dominante. Con il fracking gli Stati Uniti stanno riconquistando l’autonomia energetica ma creano seri rischi per l’ambiente mondiale. Il metano è infatti 21 volte più efficiente dell’anidride carbonica nel produrre l’effetto serra. Secondo i dati raccolti dal 2003 al 2009 da Arizona, Colorado e New Mexico sono state rilasciate 600 mila tonnellate di metano da una superficie complessiva di appena 6500 chilometri quadrati. Il triplo delle emissioni di metano dell’Europa. Il dato è così grande che alcuni scienziati sospettano qualche errore. Nell'immagine, i punti rossi indicano le concentrazioni maggiori.

Altre nformazioni:

 

http://www.nasa.gov/press/2014/october/satellite-data-shows-us-methane-hot-spot-bigger-than-expected/

 

Il satellite della Nasa per altissime energie NuSTAR ha osservato nella galassia M 82 una pulsar con l’energia di 10 milioni di Soli, che emette sotto forma di raggi X (foto). Con una sintesi irriverente potremmo dire: la stella è morta, ma sta meglio di quelle vive. La ricerca su questo straordinario “cadavere stellare”, una stella di neutroni del tutto particolare, è guidata da Fiona Harrison del California Institute of Tecnology di Pasadena, California. “Questa pulsar – dice Fiona Harrison – ha l’energia di un buco nero, ma con una massa molto inferiore. E inghiotte materia, ciò che spiega l’enorme energia registrata da NuStar”. M 82 si trova a 12 milioni di anni luce da noi. “NuSTAR” osserva il cielo in raggi X con un telescopio Wolter ed è stato lanciato il 13 giugno 2012 con l’obiettivo di di studiare i buchi neri supermassicci, con masse di miliardi di volte quella del Sole.

Altre informazioni:

 

http://www.nasa.gov/press/2014/october/nasa-s-nustar-telescope-discovers-shockingly-bright-dead-star/

 

 

La chiamano “particella di Majorana”, e batteva il suo stesso ideatore, perché Ettore Majorana (foto) è scomparso nel nulla ma la sua particella non è mai neppure comparsa in quasi settant’anni di esperimenti. Ora però l’hanno trovata. Lo annuncia un team di fisici di Princeton guidati da Jadwin Hall su “Science online” del 2 ottobre. Come colui che l’ha prevista nel 1937, la “particella di Majorana” ha una doppia personalità: è un fermione che si comporta contemporaneamente come materia e come antimateria. O, se volete, in queste particelle non è possibile distinguere l’una dall’altra. Sarebbe il primo mattone della materia esotica e potrà essere anche un ingranaggio dei futuri computer quantistici.

L’esperimento che ha stanato il fermione di Majorana è un gigantesco microscopio a effetto tunnel, alto come una casa di due piani ma tenuto sospeso in galleggiamento per ridurre al minimo le vibrazioni: si trattava infatti di osservare una fila di singoli atomi di ferro in mezzo a file di atomi di piombo, il tutto raffreddato a un grado sopra lo zero assoluto per conferirgli la superconduttività. Come aveva previsto nel 2001 il fisico teorico Alexei Kitaev, il microscopio ha permesso di osservare alle estremità del superconduttore, proprio là dove doveva essere, un segnale elettricamente neutro che è la traccia del fermione di Majorana. Qualche indizio si era avuto già nel 2012 in un laboratorio olandese ma ora sembra che il risultato ottenuto a Princeton non lascio dubbi. La scoperta ha implicazioni anche per il cosiddetto “neutrino di Majorana” e per la cosmologia.

L’articolo originale:

http://www.sciencemag.org/content/early/2014/10/01/science.1259327.abstract

 

La cometa Churyumov-Gerasimenko si sta svegliando: la sonda europea 'Rosetta' ha fotografato un jet che esce dal suo nucleo ghiacciato, possibile inizio dell'espandersi della chioma e successivamente della formazione della coda. Per la prima volta gli astronomi hanno potuto osservare il diretta la formazione di un jet di gas e polveri 'soffiato' nello spazio da una cometa che sta incominciando ad attivarsi a mano a mano che si avvicina al Sole. L'osservazione è ancora più importante in quanto dalla sonda 'Rosetta', attualmente in orbita ravvicinata intorno al nucleo cometario, il 12 novembre si staccherà il 'lander', cioè il laboratorio 'Philae', che andrà ad ancorarsi alla superficie della cometa: una eccessiva attività renderebbe la manovra più rischiosa e difficile. Gli scienziati hanno già identificato due punti di atterraggio. Quello al momento preferito è scientificamente più interessante ma è anche quello più rischioso. Se le cose dovessero complicarsi si opterà per il piano B, cioè per l'altro sito. L'immagine è il risultato di quattro fotografie scattate il 26 settembre e accostate a mosaico.

Altre informazioni:

 

http://www.nasa.gov/jpl/rosetta/pia18823/rosetta-comet-fires-its-jets/

 

I due satelliti gemelli della Nasa GRAIL, in orbita intorno alla Luna per studiarne la struttura interna tramite le anomalie gravitazionali, hanno forse sollevato il velo sull’origine dell’Oceanus Procellarum (oceano delle tempeste), la più vasta depressione della Luna, che occupa buona parte dell’emisfero rivolto verso la Terra, avendo un diametro di circa 3200-2600 chilometri. L’interpretazione finora più accettata è che l’Oceanus Procellarum sia la cicatrice lasciata dall’impatto di un grande asteroide che avrebbe fuso gran parte della crosta lunare cancellando i crateri preesistenti; il magma si sarebbe poi rappreso assumendo l’attuale aspetto pianeggiante, interrotto da pochi crateri di formazione più recente come Copernicus, Kepler e altri. I satelliti GRAIL (Gravity Recovery and Interior Laboratory) hanno invece mostrato una vasta struttura profonda di forma rettangolare che contraddice la teoria dell’impatto (foto). Il bacino sarebbe invece il risultato di una evoluzione geologica determinata dal differente raffreddamento del magma nell’interno della Luna primordiale e dalla sua fuoriuscita in superficie. In qualche modo, una evoluzione geologica alternativa a quella che sulla Terra è sottesa alla tettonica a placche.

L’articolo è pubblicato sull’ultimo numero di “Nature” (2 ottobre 2014):

http://www.nature.com/nature/journal/v514/n7520/full/nature13697.html?WT.ec_id=NATURE-20141002

 

 

L’ESA, Agenzia spaziale europea, ha selezionato su Marte quattro siti su adatti per farvi discendere nel 2018 la missione ExoMars, che vede collaborare gli europei con l’agenzia spaziale russa Roscosmos. I punti di atterraggio (vedi mappa) sono stati scelti in funzione della probabilità di trovarvi indizi di forme di vita marziane presenti o passate. Il modulo per il test di discesa, battezzato “Schiaparelli” in onore dell’astronomo italiano, verrà lanciato nel gennaio 2016 e arriverà su Marte nove mesi dopo. Il rover partirà nel maggio 2018 e toccherà il suolo di Marte nel gennaio 2019.

 

La selezione dei siti atterraggio è iniziata nel dicembre dell’anno scorso. Il gruppo di lavoro ha valutato otto proposte. I quattro siti finalisti si trovano tutti presso l’equatore di Marte. Sono: Mawrth Vallis, Oxia Planum, Hypanis Vallis e Aram Dorsum.

Intanto la Nasa ha firmato con l’India un accordo di collaborazione per missioni di esplorazione di Marte e di osservazione della Terra da satelliti.

Altre informazioni:

http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Science/Four_candidate_landing_sites_for_ExoMars_2018

http://www.nasa.gov/press/2014/september/us-india-to-collaborate-on-mars-exploration-earth-observing-mission/

 

 

 

Il satellite dell’Agenzia spaziale europea per il controllo dell’ambiente terrestre “Envisat” ha fornito per anni dati preziosi sull’inquinamento atmosferico a livello globale. Le ultime informazioni elaborate portano sia buone sia cattive notizie. In generale, calano le concentrazioni di ossidi di azoto mentre aumentano quelle di anidride carbonica (vedi il grafico). Entrambi i gas sono dannosi: gli ossidi di azoto fanno male alla salute (asma) e contribuiscono alle piogge acide, l’anidride carbonica è il più rilevante gas ad effetto serra e quindi è una delle cause del riscaldamento globale del nostro pianeta. Le concentrazioni di questi composti sono in forte aumento nell’Est dell’Asia, mentre diminuiscono in Europa e nel Nord America. Lo studio, pubblicato su “Nature Geoscience”, copre il periodo 2003-2011. Rispetto ai giorni della settimana, le minime emissioni di anidride carbonica si registrano il sabato e la domenica, la punta massima si raggiunge il martedì. “Envisat” è rimasto in funzione fino alla fine del 2012. A bordo aveva dieci strumenti. E’ il più complesso e potente satellite per lo studio dell’ambiente che sia stato lanciato.

Altre informazioni:

http://www.esa.int/Our_Activities/Observing_the_Earth/Space_for_our_climate/Good_and_bad_news_for_our_atmosphere

 

 

 

Il satellite GOCE per la misura ultra-precisa del campo gravitazionale della Terra ha fornito dati preziosi sulla perdita di massa glaciale nella regione Ovest dell’Antartide tra il novembre 2009 e il giugno 2012: alimentato dalla fusione dei ghiacci, il livello del Mare di Amundsen è aumentato di 0,51 millimetri l’anno; nella stessa regione, il satellite ha registrato a Pine Island, Thwaites e Getz Iceshelf una diminuzione del campo gravitazionale corrispondente alla massa di ghiaccio perduta. E’ una conferma molto eloquente del riscaldamento globale del pianeta attribuibile all’accumulo di gas serra nell’atmosfera, una conseguenza del consumo di risorse fossili (carbone, petrolio, metano).

Quello reso possibile da GOCE è un approccio nuovo alla misura della fusione dei ghiacci. La fusione, infatti, è direttamente rilevata da una lieve diminuzione del campo gravitazionale, cui fa da contraltare la salita del livello marino. Lo studio eseguito accedendo alla banca dati di GOCE è stato eseguito da ricercatori tedeschi, olandesi e statunitensi. Nel disegno, le variazioni del gradiente di gravità nell’Ovest dell’Antartide.

Il satellite GOCE (Gravity Field and Steady-State Ocean Circulation Explorer) è rientrato nell'atmosfera l’11 novembre 2013. I suoi strumenti hanno continuato a funzionare fino all'ultima orbita, registrata proprio da una stazione al suolo che si trova in Antartide, quando la navicella era ormai ad una quota inferiore a 120 chilometri. Per determinare la forma del nostro pianeta con l’errore massimo di 1 centimetro, è stato necessario collocare il satellite in un’orbita bassa, a 263 chilometri dal suolo, dove c’è ancora atmosfera sufficiente a creare attrito. Ecco perché, lanciato il 17 marzo 2009, GOCE, pur avendo una forma aerodinamica, ha perso rapidamente quota (tuttavia è vissuto il doppio del previsto!).

Altre informazioni:

http://www.esa.int/Our_Activities/Observing_the_Earth/GOCE/GOCE_reveals_gravity_dip_from_ice_loss

 

 

 

 

La sede distaccata dell’Osservatorio astrofisico di Catania a Sierra La Nave, sull’Etna (foto), ha un nuovo telescopio, SST, Small Size Telescope, inaugurato il 24 settembre dal presidente dell’Inaf Giovanni Bignami e dal direttore dell’Osservatorio di Brera Giovanni Pareschi, responsabile del Programma ASTRI: è il prototipo di un gruppo di telescopi di piccole dimensioni (4 metri di apertura) che nel loro insieme formeranno una vasta rete di rivelatori chiamata CTA, Cherenkov Telescope Array il cui scopo è l’osservazione di sorgenti di radiazione gamma. Quando la rete sarà completata, CTA sarà il più sensibile Osservatorio per raggi gamma ad alta energia mai realizzato. Complessivamente i telescopi saranno un centinaio, distribuiti nei due emisferi del pianeta. Le dimensioni dei telescopi varieranno da 27 metri di apertura a 20, 25, 12 e 4 metri. Questi ultimi saranno una settantina.

Altre informazioni:

 

http://www.media.inaf.it/2014/09/25/letna-si-dota-del-telescopio-sst/

 

Notizie dal Sistema solare. Su Marte il rover della Nasa ha raggiunto la base del monte Sharp e il 24 settembre per la prima volta ne ha trivellato una roccia. Il trapano a percussione del rover è affondato per 6,7 centimetri, il foro (foto) ha un diametro di 16 millimetri. Le foto mostrano nitidamente i fini detriti prodotti dalla perforazione. I risultati di questo primo scavo verranno confrontati con quelli che si otterranno a quote più elevate, dove il suolo è più giovane.

Un articolo del planetologo giapponese K. Yoshioka sulla rivista “Science” del 26 settembre riporta uno studio della magnetosfera più interna di Giove dal quale risulta come essa acceleri elettroni ultra-relativistici (energia di qualche decina di milioni di elettronvolt) con un meccanismo non ancora ben compreso. In sostanza, un flusso di plasma caldo alimenta una sorta di acceleratore di particelle naturale con la sua immissione di energia; energia che è poi bilanciata da una uguale perdita di energia dovuta a collisioni con materia più fredda.

La terza notizia arriva dal team che sta seguendo la missione dell’ESA “Rosetta” intorno alla cometa Chryiumov-Gearasimenko. E’ stato deciso il giorno in cui il laboratorio automatico “Philae” scenderà sul nucleo ghiacciato: lo storico evento, una prima assoluta. è in programma per il 12 novembre. La manovra, molto delicata, inizierà al mattino e terminerà nelle prime ore del pomeriggio (ora italiana). Il 14 ottobre l’ESA lancerà un concorso pubblico per dare un nome al luogo in cui Philae si poserà.

Articolo di “Science” sulla magnetosfera di Giove:

 

http://www.sciencemag.org/content/345/6204/1581.short





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