Astro News a cura di Piero Bianucci

 

“Kepler”, il satellite della Nasa per la ricerca di esopianeti (disegno), fornisce anche importanti contributi collaterali: dall’osservazione di 33 sistemi planetari ha ricavato una serie di dati che permettono di stimare con precisione l’età delle loro stelle. Queste, che sono di tipo solare, hanno in alcuni casi ben 11 miliardi di anni e tuttora possiedono pianeti di tipo terrestre.  Notizia rssicurante a proposito della stabilità del Sistema solare e del futuro della Terra: il Sole ha infatti circa 4,5 miliardi di anni e dovrebbe averne altrettanti davanti a sé prima di espandersi e poi diventare una nana bianca. La ricerca condotta con “Kepler” è stata pubblicata su “Monthly Notices of the Royal Astronomical Society”.

Altri parametri misurati per la prima volta con alta precisione grazie a “Kepler” riguardano diametro, massa, densità e distanza delle 33 stelle studiate. La tecnica utilizzata ricorre alla astrosismologia, lo studio delle oscillazioni (lievi pulsazioni) delle stelle in questione, dalle quali si ricavano valutazioni affidabili sulla loro struttura interna e sui vari parametri fisici. Le incertezze delle misure per una stella di 5 miliardi di anni sono dell’ordine del 14% per l’età, dell’1,2% per il raggio, dell’1,7% per la densità, del 3,3% per la massa e del 4,4% per la distanza.

Altre informazioni: http://arxiv.org/pdf/1504.07992v2.pdf

 

 

 

Si celebra oggi 30 giugno la prima Giornata Mondiale degli Asteroidi, il cui obiettivo è quello di attirare l’attenzione pubblica su un tema astronomico di grande interesse non solo scientifico ma anche per la sicurezza dell’umanità e forse un giorno per l’accesso a preziose risorse minerarie. In coincidenza con la Giornata Mondiale degli Asteroidi si conclude anche il periodo particolarmente favorevole all’osservazione del pianetino doppio Didymos iniziato nel marzo scorso. Nei mesi scorsi telescopi sparsi nei vari continenti hanno puntato questo oggetto scoperto nel 1996 e appartenente alla famiglia dei NEA, costituito da un corpo principale di 800 metri di diametro e uno secondario di 170 metri (informalmente chiamato Didymoon). L’Agenzia Spaziale Europea e la Nasa hanno in progetto una missione che verso la fine del 2022 dovrebbe far impattare un “proiettile” sul satellite di Didymos (disegno) alterandone l’orbita per testare la possibilità di deviare un pianetino eventualmente in rotta di collisione con la Terra.  Per preparare la missione è cruciale conoscere la massa di questi oggetti – e quindi la loro densità – e l’inclinazione dell’orbita dell’oggetto secondario.  Le osservazioni pianificate nei tre mesi scorsi sono state in parte disturbate dal cattivo tempo meteorologico ma hanno comunque permesso una precisazione delle conoscenze su Dydimos. Nel 2017 ci sarà un altro periodo favorevole alle osservazioni. La missione spaziale potrà essere ulteriormente “mirata” nel 2019 e nel 2021.

 

Altre informazioni:

http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Engineering_Technology/Asteroid_Impact_Mission/Telescopes_focus_on_target_of_ESA_s_asteroid_mission

 

 

 

Mentre cresce l’attesa per le immagini di Plutone che ci invierà il 13-14 luglio la sonda della Nasa “New Horizon”, il 28-29 giugno è iniziata una campagna di osservazione di possibili occultazioni di stelle da parte dell’ex pianeta, ora classificato come “pianeta nano” (disegno). Rispetto alla Terra, infatti, prospetticamente Plutone sta transitando davanti a un fitto campo stellare e le occultazioni offrono una buona opportunità per migliorare la conoscenza di questo oggetto e del suo sistema di lune, in particolare Caronte, che è di grandi dimensioni. La campagna osservativa si svolge con l’osservatorio volante della Nasa  SOFIA, un telescopio tedesco da un metro di apertura montato su un aereo Boeing 747 SP. Il telescopio è ottimizzato per la radiazione infrarossa ma può lavorare su un ampio spettro nel visibile meglio di qualsiasi altro strumento al suolo. Volando a 13 mila metri di quota, il 99 per cento dell’atmosfera si trova al di sotto del telescopio, che quindi non risente di assorbimenti della radiazione luminosa né di turbolenze. La base aerea utilizzata è in Nuova Zelanda perché le occultazioni sono visibili dall’emisfero australe.

Altre informazioni:

http://www.nasa.gov/mission_pages/SOFIA/videos/index.html

 

 

 

La vita di relazione delle galassie è ancora in gran parte da scoprire ma negli ultimi anni si sono fatti molti passi avanti. La galassia ellittica M 87 si conferma come un magnifico laboratorio per questi studi. Un gruppo di astronomi utilizzando il Very Large Telescope dell’Osservatorio australe europeo in Cile ha tracciato il moto di trecento nebulose planetarie di questa galassia di grandi dimensioni e così ha potuto accertare che essa qualche miliardo di anni fa fagocitò un’altra galassia, questa di medie dimensioni. Che le galassie crescano per cannibalismo è cosa ormai nota, ma i modi, i tempi e gli esisti con cui ciò avviene sono in gran parte da chiarire, anche perché – avvenuta la fusione – non resta quasi nessun indizio dell’episodio di cannibalismo e le stelle dell’una sono in pratica indistinguibili da quelle dell’altra.

Anziché osservare le stelle di Messier 87 – che sono troppo deboli e numerose per essere studiate singolarmente – il team di astronomi ha osservato le nebulose planetarie, i gusci di plasma delle stelle morenti. Poiché questi oggetti hanno un’emissione caratteristica, brillante in alcuni particolari colori, è più facile distinguerli dalle stelle nei loro dintorni. Osservazioni minuziose della luce che proviene dalle nebulose, usando un potente spettrografo, possono dare indicazioni sul loro moto. E’ così che si è riusciti a distinguere tra le due popolazioni stellari e a ricostruire il “fero pasto” di M87.

Altre informazioni nel comunicato dell’ESO:

http://www.eso.org/public/italy/news/eso1525/

 

 

Un buco nero a 8000 anni luce da noi nella costellazione del Cigno si è svegliato dopo 26 anni di “sonno” e il 15 giugno ha lanciato un forte segnale in raggi X e gamma. Il risveglio in realtà è dovuto al fatto che si tratta di un buco nero vampiro, che risucchia periodicamente materia da una stella con cui forma un sistema binario. Il lampo ad alta energia viene generato dall’accelerazione e dal riscaldamento estremo impressi alla materia risucchiata.  La sorgente che si è risvegliata è V404 Cygni. La materia stellare che fluisce spiraleggiando verso il buco nero si riscalda progressivamente emettendo prima nell’ottico, poi nell’ultravioletto e invine nei raggi X e gamma. Il risveglio è stato rilevato prima dal satellite Swift, poi da un rivelatore giapponese posto sulla Space Station. Il 17 giugno la sorgente è stata puntata con il satellite europeo “Integral” per raggi x e gamma (disegno). Sono così stati osservati ripetuti flash ad alta energia, cinque volte più brillanti della puklsar della Crab Nebula. Dal 1989 V404 non era così attivo: all’epoca lo osservarono il satellite giapponese Ginga e uno strumento a bordo della stazione spaziale russa Mir. Due flash minori si ebbero dopo il 1989.

Altre informazioni: http://sci.esa.int/integral/56094-monster-black-hole-wakes-up-after-26-years/

 

 

E’ ufficiale: la missione della navicella europea “Rosetta” da quasi un anno in orbita attorno alla cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko è stata prolungata fino alla fine del mese di settembre 2016. La sonda potrà così seguire l’attività cometaria non soltanto nella fase di passaggio al perielio ma anche per un lungo periodo di tempo durante il quale la cometa si allontanerà dal Sole rientrando gradualmente nello stato di ibernazione. Il termine della missione era originariamente programmato per la fine di dicembre di quest’anno. La buona notizia si aggiunge a quella del “risveglio” del laboratorio “Philae” sceso sul nucleo della cometa il 12 novembre scorso, ora che la radiazione solare riesce a far funzionare almeno in parte i pannelli solari, che prima erano rimasti in ombra. Il nucleo della cometa è attualmente in una fase molto attiva, come si vede nell’immagine qui accanto, ripresa il 5 giugno 2015.

“Rosetta” è stata lanciata nel 2004 ed è arrivata alla Churyumov-Gerasimenko il 14 agosto 2014. La missione estesa ora decisa permetterà agli scienziati di ottenere un quadro estremamente completo del ciclo di attività della cometa e di comprendere ancora meglio la natura di questi corpi considerati dei “fossili” del Sistema solare risalenti alla sua formazione, 4,6 miliardi di anni fa.

Altre notizie:http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Science/Rosetta/Rosetta_mission_extended

 

 

E’ felicemente in orbita il satellite “Sentinel 2A” (disegno) del sistema europeo Copernicus per l’osservazione ambientale ad alta risoluzione nella banda ottica. Il lancio del satellite, che ha una massa di 1100 chilogrammi, è avvenuto alle ore 1,52 ora di Greenwich di oggi 23 giugno dalla base di Kourou, Guyane francese, con un razzo Vega. Perfetta la sequenza di accensione degli stadi: distacco dal primo stadio a 1 minuto e 52 secondi, secondo stadio a 3 minuti e 37, terzo stadio a 6 e 32, entrata del satellite in orbita eliosincrona a 7 minuti e 42 secondi, separazione dall’ultimo stadio a 54 minuti e 43 secondi. Si sta ora procedendo alla calibrazione degli strumenti. La fase operativa di raccolta dati inizierà entro 3-4 mesi.

Il sistema Copernicus ha come obiettivo la sorveglianza delle terre emerse, degli oceani e dell’atmosfera in appoggio a una politica ambientale al servizio dei cittadini europei e non solo. Questo è il secondo di una costellazione di 20 satelliti. Quattordici sono attualmente programmati; alcuni saranno di tipo meteorologico. Il primo “Sentinel” fu lanciato il 3 aprile 2014, il prossimo è previsto verso la metà del 2016. Tra i parametri monitorati c’è la clorofilla, cioè la molecola che nella vegetazione tramite la fotosintesi provvede alla cattura dell’anidride carbonica atmosferica e al ricambio dell’ossigeno.

Altre informazioni:

http://www.esa.int/Our_Activities/Observing_the_Earth/Copernicus/Sentinel-2/Second_Copernicus_environmental_satellite_safely_in_orbit

 

 

 

Questa è la migliore immagine fino ad oggi diffusa delle misteriose macchie bianche - quasi abbaglianti - che occupano la platea di un cratere del pianeta nano Cerere largo circa 90 chilometri. La navicella della Nasa “Dawn” (Alba) l’ha ripresa il 6 giugno dalla distanza di 4400 chilometri, la risoluzione è di 410 metri per pixel e le macchie appaiono più numerose di quanto si immaginasse: sono almeno otto. Le più piccole hanno un diametro di circa tre chilometri, la maggiore raggiunge i nove chilometri. Rimane tuttavia da capire la loro natura fisica. I planetologi che seguono la missione ipotizzano che si tratti di depositi di sale o di ghiacci. “Si accettano scommesse”, dicono alla Nasa. Anche le altre regioni del pianeta nano scoperto da Giuseppe Piazzi nel 1801 sono molto interessanti. Si vedono grandi bacini circolari con orli poco rilevati simili a quelli della Luna (Crisium, Tranquillitatis, Serenitatis), crateri, solchi, strutture montuose rettilinee, una delle quali si innalza a 5000 metri sul terreno circostante.

Entro il 30 giugno la navicella abbasserà la sua orbita fino a 1450 chilometri dalla superficie di Cerere. La lenta discesa si prolungherà per tutto luglio e in agosto incomincerà la ricognizione generale della superficie di Cerere ad alta risoluzione.

Il sito della missione: http://dawn.jpl.nasa.gov/mission/

 

         

Per la prima volta un esperimento si è avvicinato alla possibilità di sondare lo spaziotempo nel tentativo di coglierne il tessuto discontinuo. L’esperimento, realizzato da un team tutto italiano, è HUMOR (Heisenberg Uncertainty Measured with Opto-mechanical Resonators). “Nature Communications” ne ha pubblicato i risultati il 19 giugno. Originale è la tecnica applicata, che si basa “microspie” sensibilissime costituite da risuonatori con dimensioni micro e nanometriche. Tali “microspie”, raffreddate a temperature vicinissime allo zero assoluto, potranno in futuro “ascoltare” il debolissimo rumore delle fluttuazioni dello spaziotempo, una fondamentale manifestazione del principio di indeterminazione di Heisenberg. Esplorare le fluttuazioni dello spaziotempo fornirà dati importantissimi per la cosmologia e per la fisica delle particelle. 

Il problema cruciale della fisica contemporanea è mettere d’accordo la gravitazione (relatività generale di Einstein) con la meccanica quantistica. La teoria delle stringhe, uno dei tentativi più interessanti per ottenere questo obiettivo, presuppone che spazio e tempo, che a noi appaiono come un continuo, siano in realtà discontinui, cioè quantizzati, quando si scende alla “scala di Planck” (disegno), sulla quale la lunghezza minima discreta è di circa 10 alla meno 35 metri e il tempo minimo discreto è di circa 10 alla meno 43 secondi. HUMOR è ancora lontano dal raggiungere la scala di Planck ma le si è avvicinato abbastanza da far pensare a verifiche indirette delle teorie correnti. “Con esperimenti da tavolo a bassissime energie - spiega Francesco Marin, ricercatore di HUMOR, professore all’Università di Firenze, associato a INFN, LENS e CNR-Istituto Nazionale di Ottica – siamo riusciti a effettuare, per mezzo di laser e sensori elettromagnetici, misure di spostamenti e tempi con una precisione elevatissima, rilevando le microscopiche vibrazioni di oscillatori di diverse dimensioni e masse”. Questi strumenti non hanno ancora osservato una granulosità dello spaziotempo, ma hanno migliorato i precedenti record di precisione, aprendo la via verso scale sempre più piccole.

Il link alla pubblicazione su “Nature Communications”: 

http://www.nature.com/ncomms/2015/150619/ncomms8503/full/ncomms8503.html

 

 

L’Osservatorio australe europeo (ESO) ha assegnato a due ditte italiane riunite nel consorzio AdOptica una commessa del valore di 30 milioni di euro per la realizzazione di una delle componenti più importanti e tecnologicamente sofisticate del futuro super-telescopio E-ELT da 39 metri di apertura che sta sorgendo sulle Ande del Cile. La commessa riguarda lo specchio ad ottica adattiva M4 da 2,4 metri, il cui compito fondamentale è quello di compensare in tempo reale le distorsioni delle immagini causate dalla turbolenza atmosferica. Le ditte che formano il consorzio sono ADS International e Microgate Engineering. La commessa segue quella di 18,5 milioni di euro assegnata all’Inaf per la costruzione dello strumento MAORY. Il sistema a specchio deformabile di 2,4 metri M4 è essenziale per il funzionamento del supertelescopio E-ELT. Lo specchio, composto da sei “petali”, è dotato di attuatori e sistemi di controllo per adattarne continuamente la forma in modo da correggere i difetti delle immagini dovuti ai moti turbolenti della colonna d’aria sovrastante il telescopio e all’azione meccanica del vento sullo specchio principale. Nella foto: la soddisfazione dei rappresentanti di AdOptica subito dopo la firma del contratto da 30 milioni di euro

Altre informazioni: http://www.eso.org/public/italy/announcements/ann15045/

 

 Le attività spaziali sono trainanti per le industrie che lavorano su tecnologie avanzate, e questo è ben noto. Ma lo sono anche nel promuovere la nascita di aziende fortemente innovative generando nuovi posti di lavoro. In questo mese di giugno 2015 l’Agenzia spaziale europea taglia un traguardo storico: siamo arrivati alla trecentesima start-up sorta grazie agli incubatori ESA. E’ interessante far notare che molte di queste nuove piccole aziende, pur avendo una origine di tipo spaziale, riguardano settori di interesse pratico nella vita quotidiana di tutti noi come salute e medicina, gestione di risorse terrestri, tutela dell’ambiente, automazione. L’ESA non solo ha finora favorito la nascita di 300 start-up ma ha aiutato lo sviluppo di un centinaio di esse con il suo Programma di trasferimento tecnologico. Incubatori ESA si trovano in otto paesi: Italia, Olanda, Germania, Belgio, Regno Unito, Francia, Spagna e Portogallo (vedi cartina).

Altre informazioni:

http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Engineering_Technology/TTP2/From_ESA_more_than_300_new_companies

 

 

Su Venere, il nostro pianeta gemello per massa e dimensioni, c’è evidenza di attività vulcanica. Lo dicono i dati inviati dalla navicella europea “Venus Express”. Che Venere avesse avuto vulcani attivi era più che una ipotesi, ma la difficoltà di osservazione a causa del fitto velo costituito dalla densissima atmosfera del pianeta finora non aveva consentito di arrivare a conclusioni certe. Con otto anni di osservazioni compiute a diverse lunghezze d’onda, Venus Express ha ora portato prove molto convincenti dell’attività vulcanica venusiana. Risale al 2010 la prima identificazione di una emissione infrarossa da tre diverse regioni vulcaniche di Venere. Su questi indizi si è concentrata la ricerca. Il risultato è che, specie nella zona di Ganiki Chasma, ancora adesso affiora un po’ di calore dovuto a flussi di lava risalenti a due milioni e mezzo di anni fa. Le regioni calde hanno una temperatura di 830 °C, nettamente superiore alla media della superficie venusiana, che è di 480 °C.  La presenza di anidride solforosa nell’atmosfera conferma il paleovulcanismo segnalato dai “punti caldi” osservati. Non è invece stato possibile chiarire se l’attività vulcanica sia ancora in grado di svilupparsi attualmente. Lo studio, firmato da E:V: Shalygin e colleghi, compare su “Geophysical Research Letters”.

Link all’articolo: http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/2015GL064088/full

 

Ora il presidente dell’Inaf – Istituto nazionale di astrofisica – Giovanni F. Bignami (foto) è anche un asteroide. A lui è stato intitolato il pianetino 6852, in orbita poco al di là di Marte nella fascia principale, con un diametro di 5 chilometri e un periodo orbitale di poco meno di tre anni e mezzo. Lo scoprì Henri Debehogne il 1° settembre 1981. Giovanni F. Bignami ne è doppiamente soddisfatto: “perché ha un’orbita eccentrica, e in questo mi somiglia – dice – e perché ho appena pubblicato presso Mondadori Education un libro intitolato <Oro dagli asteroidi e asparagi da Marte>. Si pensa infatti di andare a cercare metalli preziosi sugli asteroidi e secondo la Nasa Marte ha un terreno particolarmente adatto alla coltivazione degli asparagi in quanto è ricco di ferro e la bassa gravità permetterebbe di far crescere asparagi grandissimi.”.

Anche a Samantha Cristoforetti, prima donna astronauta italiana e detentrice del primato mondiale femminile di permanenza in orbita, è stato recentemente dedicato una asteroide scoperto dal Gruppo Astrofili Montelupo.

Altre informazioni:

https://www.youtube.com/watch?v=JMCBzFz8IHg

https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_minor_planets/6801%E2%80%936900

https://eo.wikipedia.org/wiki/6852_Nannibignami

http://gruppoastrofilimontelupo.com/2015/01/un-asteroide-per-samantha/

 

 

 

 

Marte è sempre in prima fila nella ricerca sul Sistema solare. L’amministratore della Nasa Charles Bolder, in visita all’Air Show di Parigi Le Bourget, ha firmato ieri un accordo con la Francia per la realizzazione della Super-camera che sarà a bordo del nuovo sofisticatissimo rover destinato a esplorare Marte nel 2020. Un altro accordo di collaborazione è stato firmato con la Spagna per la missione Nasa InSight che verrà lanciata nel 2016 per lo studio del nucleo di Marte, cruciale per comprendere l’assenza di campo magnetico del pianeta.

A proposito della struttura geologica di Marte, Robin Wordsworth della Paulson School of Engineering di Harvard ha avanzato una ipotesi controcorrente: il pianeta rosso non avrebbe avuto in passato un oceano di acqua allo stato liquido ma piuttosto uno scenario siberiano, con una gran parte della superficie planetaria coperta da ghiaccio in un ambiente a -50 °C (disegno). Questa ricostruzione sarebbe più compatibile con le forme di erosione del suolo che oggi si osservano. Lo studio compare sul “Journal of Geophysical Reasearch” ed è frutto di simulazioni con un modello 3D della circolazione atmosferica usato per riprodurre sia lo scenario caldo-umido sia lo scenario siberiano.

Altre informazioni:

http://www.nasa.gov/press-release/nasa-administrator-signs-agreements-to-advance-agencys-journey-to-mars

 

http://www.media.inaf.it/2015/06/16/marte-a-qualcuno-piace-freddo/

Esopianeti, fisica del plasma e l’universo nei raggi X: queste sono i temi di ricerca delle missioni scientifiche che l’Agenzia spaziale europea sta prendendo in considerazione nella categoria “medium-class”, quella delle missioni di dimensioni intermedie per impegno e costo nel quadro del programma Cosmic Vision, il cui orizzonte temporale è l’anno 2025. Le missioni che hanno superato questo esame preliminare verranno ora sottoposte a studi più approfonditi nei loro aspetti essenziali: il telerilevamento delle atmosfere degli esopianeti (Ariel), l’osservazione del riscaldamento turbolento del plasma (Thor) e un polarimetro per raggi X in grado di fornire immagini (Xipe). Ariel si propone di analizzare l’atmosfera di 500 esopianeti, Thor, in orbita terrestre, permetterebbe di comprendere meglio l’interazione tra il vento solare e il campo magnetico del nostro pianeta, Xipe accrescerebbe le conoscenze su buchi neri, pulsar, supernove e jet di galassie grazie allo studio della polarizzazione delle loro emissioni elettromagnetiche ad alta energia. Queste tre missioni sono le prescelte sulle 27 presentate all’ESA in seguito a un bando emesso l'anno scorso. Solo una sarà realizzata e affiancherà le missioni già decise Solar Orbiter, Euclid e Plato, che verranno lanciate rispettivamente nel 2018, 2020 e 2024.

Altre informazioni:

http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Engineering_Technology/CDF/Three_candidates_for_ESA_s_next_medium-class_science_mission

“Philae” dà segni di vita. Il laboratorio automatico sganciato il 12 novembre 2014 dalla navicella europea “Rosetta” sul nucleo della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko si è risvegliato dall’ibernazione in cui era finito quando, tre giorni dopo l’atterraggio, essendo finito in una zona d’ombra, aveva esaurito le sue batterie senza poterle ricaricare con le celle fotovoltaiche. Un segnale proveniente dal lander è stato captato al Centro Esa di Darmstadt (Germania) il 13 giugno alle ore 22,28. Dopo sette mesi di silenzio, i dati spingono all’ottimismo. Il contatto tra Philae (fotomontaggio) e la navicella-madre Rosetta è durato 85 secondi durante i quali più di 300 pacchetti di impulsi sono stati captati e poi subito analizzati in poche ore dai ricercatori. Il laboratorio si trova a una temperatura di 35 °C sotto zero e ha una disponibilità elettrica di 24 Watt: “In queste condizioni – ha detto il project manager Stephan Ulamec – Philae è pronto a lavorare”. Nella memoria di Philae sono ancora stipati ben 8000 pacchetti di dati raccolti durante il breve periodo di funzionamento nel novembre scorso. Dal 12 marzo il team dell’Esa al Centro di Darmstadt aveva ricominciato a tentare il contatto tra Rosetta e Philae, che ora si trova più vicino al Sole e ha una esposizione che permette alle celle fotovoltaiche di produrre energia.

Altre informazioni: http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Science/Rosetta/Rosetta_s_lander_Philae_wakes_up_from_hibernation

Il fisico Claudio Pellegrini (foto), ottant’anni, è il vincitore del prestigioso “Enrico Fermi Award”, premio istituito nel 1956, a due anni dalla scomparsa del grande scienziato italiano “padre” della pila atomica. Riceverà il riconoscimento, insieme con il collega Charles Shank, dalle mani del presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Pellegrini è stato tra i realizzatori dell’acceleratore elettroni / positroni ADONE a Frascati negli Anni 60 del secolo scorso, dopo ADA la seconda macchina ad annichilazione materia/antimateria. Scoprendo una instabilità (detta effetto testa-coda) in queste macchine, poi evolutesi nei grandi collider più recenti (SPS, LEP, LHC al Cern di Ginevra, tutte macchine che sono servite a chiarire sia fenomeni subatomici sia fenomeni astrofisici e cosmologici), ne indicò anche il rimedio, consistente nell’uso di magneti sestupoli. Pellegrini è stato inoltre un pioniere del laser a elettroni liberi, che genera radiazione X a partire da elettroni accelerati. Emigrato negli Stati Uniti, Pellegrini ha fatto gran parte della sua carriera allo SLAC, l’acceleratore lineare lungo tre chilometri, presso Stanford, e all’UCLA, l’Università della California a Los Angeles. La sua ultima posizione è stata presso il Plasma Science and Technology Institute.

 

Altre informazioni:

http://www.pa.ucla.edu/directory/claudio-pellegrini

http://www.infn.it/index.php?option=com_content&view=article&id=695:a-claudio-pellegrini-l-enrico-fermi-award-ricevera-il-premio-dal-presidente-obama&catid=21:news&Itemid=453&lang=it

 

 

 

Samantha Cristoforetti è tornata a Terra alle 15 e 44 ora italiana dell’11 giugno 2015, con un minuto di ritardo sul programma del volo di rientro dalla Stazione Spaziale Internazionale. E’ uscita dalla Soyuz per seconda, dopo l’astronauta russo – il comandante Anton Shkaplerov – e prima dell’astronauta americano Terry Virts (Nasa). Ma con due primati: quello di permanenza nello spazio per una donna (199 giorni) e, naturalmente, quello di prima astronauta italiana. Nominali tutte le operazioni: il transito dalla Stazione spaziale alla Soyuz TMA-15M, il distacco dalla Stazione a 28 800 chilometri orari, la lunga parabola, l’apertura del paracadute principale che ha rallentato la discesa fino a 22 chilometri l’ora, i piccoli retrorazzi che hanno dato l’ultima frenata, l’atterraggio nella steppa del Kazakistan a 5 chilometri orari, la sempre faticosa e impacciata uscita dalla strettissima astronave russa. Appena a terra, adagiata sulla apposita poltrona per smaltire lo stress, ha incominciato a sgranchirsi le gambe con un po’ di ginnastica e ha parlato con la famiglia per mezzo di un telefono satellitare.

Sempre in tema di record, Samantha è stata anche la prima donna astronauta dell'ESA ad aver completato una missione di lunga durata nello spazio (e la settima astronauta contando i colleghi uomini). Un centinaio sono gli esperimenti che ha seguito o eseguito in microgravità e ha controllato il distacco dalla Stazione Spaziale del veicolo di rientro.

Altre informazioni e video dell’atterraggio:

http://www.nasa.gov/press-release/expedition-43-crew-departs-space-station-lands-safely-in-kazakhstan

 

http://www.esa.int/spaceinvideos/Videos/2015/06/Soyuz_TMA-15M_landing_crew_exit_the_capsule

Il Sole sorvegliato speciale. La sonda Deep Space Climate Observatory – DSCOVR, nel disegno – dell’agenzia americana per la ricerca sull’atmosfera e sugli oceani (NOAA) ha raggiunto il Punto di Lagrange n. 1 a un milione e mezzo di chilometri dalla Terra, da dove terrà sotto controllo ininterrottamente il vento solare e l’arrivo di tempeste geomagnetiche che potrebbero avere conseguenze anche gravi per le telecomunicazioni, i sistemi di navigazione satellitare come il Gps e le reti di distribuzione dell’energia elettrica. Attualmente si sta procedendo alla calibrazione degli strumenti. I dati, inseriti in un software che sarà pronto nel 2016, permetteranno previsioni di tempeste magnetiche su scala regionale. Un altro compito di DSCOVR è il monitoraggio dell’ozono e degli aerosol nell’atmosfera terrestre.
Il tema delle “previsioni del tempo spaziale” è attualissimo. Un gruppo guidato da Neel Savani al Goddard Space Center della Nasa ha sviluppato e pubblicato un nuovo strumento di misurazione e modellizzazione delle mass ejection solari (espulsione di materiale in occasione di grandi brillamenti e tempeste magnetiche della nostra stella). La nuova tecnica permette una previsione delle conseguenze sulla Terra con 24 ore di anticipo.


Sul satellite DSCOVR: http://www.nesdis.noaa.gov/DSCOVR/
Sulla previsione di mass ejection solari: 
http://www.media.inaf.it/2015/06/09/prevedere-le-tempeste-solari/

 

Ci si attacca a tutto nella speranza di trovare tracce di vita su Marte. Il satellite della Nasa “Mars Reconnaissance Orbiter” ha scoperto vetri da impatto in alcuni crateri marziani, tra i quali quello mostrato qui accanto, denominato Alga Crater. I vetri si formano in seguito alla fusione e rapida solidificazione di rocce, fenomeni conseguenti al calore che si sviluppa nell’impatto con meteoriti e asteroidi. Poiché in alcuni vetri da impatto formatisi milioni di anni fa in Argentina sono stati trovati residui di materia organica, Peter Schultz della Brown University ha ipotizzato che la stessa cosa potrebbe essere successa su Marte. I vetri da impatto marziani potrebbero quindi essere scrigni che custodiscono fossili che risalgono all’epoca in cui il pianeta rosso era ancora ricco di acqua e dotato di atmosfera. Tecniche di laboratorio e simulazioni sembrano dare attendibilità all’ipotesi di Schultz. Ora si programma una esplorazione robotica delle aree di Marte dove sono presenti vetri da impatto. Promettente è la regione vicina alle Nil Fossae, una depressione lunga 650 chilometri. L’esplorazione potrebbe avvenire nel 2020.

Altre informazioni:

 

http://www.nasa.gov/press-release/nasa-spacecraft-detects-impact-glass-on-surface-of-mars





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