Astro News a cura di Piero Bianucci

 

 

Mercurio, il pianeta più vicino al Sole è al centro dell’attenzione di due missioni spaziali, una incorso e una che si svolgerà nel prossimo futuro. La navicella della Nasa “Messenger” ha completato il 26 marzo la quattromillesima orbita intorno al pianeta, che ora sta osservando da un’orbita estremamente bassa, tra i 6 e 38 chilometri di quota. L’impatto con la sua superficie è stato ulteriormente rinviato per utilizzare al massimo le opportunità offerte da una sonda così longeva, che ha già trasmesso 250 mila immagini. Le orbite originariamente previste erano solo 740. Nel disegno: l’ultima manovra per modificare l’orbita, eseguita il 19 marzo.

Guardando invece al futuro, la missione “Bepi Colombo” verso Mercurio dell’Agenzia spaziale europea e della Jaxa giapponese è stata riprogrammata per il 2017 con una finestra di lancio di un mese a partire dal 27 gennaio di quell’anno. L’Europa è responsabile dell’orbiter per lo studio geologico del pianeta, il Giappone dell’orbiter per la mappatura del campo magnetico. Si tratta di un piccolo rinvio rispetto al luglio 2016 in precedenza programmato. Nel gennaio 2024, dopo alcune manovre per sfruttare la gravità della Terra e di Venere, le sonde gemelle verranno catturate dall’attrazione gravitazionale di Mercurio, che studieranno da vicino per un anno.

Altre informazioni:

http://messenger.jhuapl.edu/the_mission/maneuvers.html

 

http://sci.esa.int/bepicolombo/55693-bepicolombo-launch-moved-to-2017/

Il sistema di navigazione “Galileo” dell’Unione Europea da oggi ha due satelliti in più e raggiunge quota 8. I due satelliti sono stati lanciati la sera del 27 marzo con un razzo russo Soyuz dallo spazioporto europeo della Guyane francese. Tutto ha funzionato secondo i piani nominali. I due satelliti sono entrati regolarmente in orbita a 23.500 chilometri dalla Terra tre ore e 48 minuti dopo il distacco dalla rampa di lancio. I sei satelliti “Galileo” già operativi in orbita sono partiti nell’ottobre 2011, nell’ottobre 2012 e nell’agosto 2014. Proseguono con successo i test in orbita in modo da rendere il sistema di posizionamento satellitare europeo completamente operativo nel 2020. La costellazione “Galileo” (24 satelliti attivi, 30 in totale – vedi disegno) ha carattere esclusivamente civile a differenza del GPS americano, che è sotto controllo militare. La precisione di posizionamento sarà migliore di quella assicurata dal GPS e i due sistemi saranno complementari. 

Altre informazioni: http://www.esa.int/Our_Activities/Navigation

Scoperta a scoppio ritardato. Nel 1670 gli astronomi osservarono la comparsa di una nuova stella nella costellazione estiva della Volpetta (Vulpecula) vicino alla “testa” del Cigno. Una “nova”, si pensò qualche secolo dopo quando si comprese meglio l’evoluzione stellare e si capì che le stelle di massa medio-piccola, esaurito il combustibile nucleare, si espandono e poi crollano trasformandosi in stelle nane bianche molto dense. Ma ora, 340 anni dopo, ecco un colpo di scena: un articolo sulla rivista “Nature” del 23 marzo interpreta il fenomeno registrato nel 1670 come una collisione stellare. La scoperta si deve a dati raccolti con il telescopio APEX nella banda submillimetrica. Il lavoro è firmato da Tomasz Kaminski dell’Osservatorio Australe Europeo e dell’Istituto di radioastronomia del Max Planck di Bonn. C’erano varie anomalie nella Nova Vulpeculae del 1670: osservata da Hevelius, la stella fu ben visibile a occhio nudo, la sua luminosità oscillò per due anni, apparve e scomparve due volte, non si vedeva intorno una normale nebulosa planetaria come di solito accade con le stelle nove che finiscono come nane bianche. Alla fine le osservazioni nella banda submillimetrica hanno messo in evidenza una lieve nebulosità (foto qui accanto) ma con una composizione isotopica che esclude l’ipotesi della stella nova. Rimane quindi solo la possibilità che si sia trattato di una collisione in una binaria molto stretta, evento molto raro che dà origine a una “nova eruttiva”.

Link al comunicato ESO: http://www.eso.org/public/albania/news/eso1511/

 

 

 

Il sistema di navigazione “Galileo” dell’Unione Europea da oggi ha due satelliti in più e raggiunge quota 8. I due satelliti sono stati lanciati la sera del 27 marzo con un razzo russo Soyuz dallo spazioporto europeo della Guyane francese. Tutto ha funzionato secondo i piani nominali. I due satelliti sono entrati regolarmente in orbita a 23.500 chilometri dalla Terra tre ore e 48 minuti dopo il distacco dalla rampa di lancio. I sei satelliti “Galileo” già operativi in orbita sono partiti nell’ottobre 2011, nell’ottobre 2012 e nell’agosto 2014. Proseguono con successo i test in orbita in modo da rendere il sistema di posizionamento satellitare europeo completamente operativo nel 2020. La costellazione “Galileo” (24 satelliti attivi, 30 in totale – vedi disegno) ha carattere esclusivamente civile a differenza del GPS americano, che è sotto controllo militare. La precisione di posizionamento sarà migliore di quella assicurata dal GPS e i due sistemi saranno complementari.

Altre informazioni:

 

http://www.esa.int/Our_Activities/Navigation/The_future_-_Galileo/Launching_Galileo/Two_new_satellites_join_the_Galileo_constellation

 

Scoperta a scoppio ritardato. Nel 1670 gli astronomi osservarono la comparsa di una nuova stella nella costellazione estiva della Volpetta (Vulpecula) vicino alla “testa” del Cigno. Una “nova”, si pensò qualche secolo dopo quando si comprese meglio l’evoluzione stellare e si capì che le stelle di massa medio-piccola, esaurito il combustibile nucleare, si espandono e poi crollano trasformandosi in stelle nane bianche molto dense. Ma ora, 340 anni dopo, ecco un colpo di scena: un articolo sulla rivista “Nature” del 23 marzo interpreta il fenomeno registrato nel 1670 come una collisione stellare. La scoperta si deve a dati raccolti con il telescopio APEX nella banda submillimetrica. Il lavoro è firmato da Tomasz Kaminski dell’Osservatorio Australe Europeo e dell’Istituto di radioastronomia del Max Planck di Bonn. C’erano varie anomalie nella Nova Vulpeculae del 1670: osservata da Hevelius, la stella fu ben visibile a occhio nudo, la sua luminosità oscillò per due anni, apparve e scomparve due volte, non si vedeva intorno una normale nebulosa planetaria come di solito accade con le stelle nove che finiscono come nane bianche. Alla fine le osservazioni nella banda submillimetrica hanno messo in evidenza una lieve nebulosità (foto qui accanto) ma con una composizione isotopica che esclude l’ipotesi della stella nova. Rimane quindi solo la possibilità che si sia trattato di una collisione in una binaria molto stretta, evento molto raro che dà origine a una “nova eruttiva”.

Link al comunicato ESO:

 

http://www.eso.org/public/albania/news/eso1511/

 

Il 14 luglio la navicella della Nasa “New Horizons” sfiorerà Plutone e i suoi satelliti dopo nove anni di viaggio e una corsa di 7,5 miliardi di chilometri. Conosceremo allora la “geografia” di questi oggetti lontanissimi: montagne, crateri, vallate, pianure e chissà che altro. Tutte strutture geologiche che avranno bisogno di un nome. D’accordo con la International Astronomical Union la Nasa tramite il SETI Institute ha lanciato un appello per ricevere proposte. Se volete contribuire alla toponomastica di Plutone potete farlo: avete tempo fino al 7 aprile.

Naturalmente i nomi dovranno rispettare le linee guida della International Astronomical Union. I toponimi del mini-sistema di Plutone (disegno) fanno riferimento alla mitologia dell’Ade, con satelliti che si chiamano Caronte, Kèrberos, Hydra, Styx e Nix (Notte). Ma è possibile anche pensare a letterati, scienziati e tecnologi “imparentati” con i temi evocati da Plutone e dalla Fascia di Kuiper nella quale “New Horizons” si immergerà appena superato il pianeta nano che ora fa da sentinella al Sistema solare. Intanto dal 25 gennaio la sonda della Nasa ha iniziato il suo lavoro, inviando ogni giorno immagini più ravvicinate di Plutone e dintorni riprese con LORRI, il Long –Range Reconnaissance Imager, una sorta di potente teleobiettivo.

Per proporre toponimi destinati al sistema di Plutone basta collegarsi al sito: http://www.ourpluto.org/

Altre informazioni: http://en.wikipedia.org/wiki/Pluto#Small_moons

 

 

 

 

Quello che osserviamo sarebbe un Sistema solare di seconda generazione. Prima della nascita della Terra e degli altri pianeti rocciosi che conosciamo, sarebbero esistite nel Sistema solare interno molte super-terre con massa notevole, talvolta vicina a quella di Nettuno. Queste super-terre sarebbero poi precipitate sul Sole a causa della migrazione di Giove prima verso l’interno e poi verso la sua orbita attuale. E’ la teoria sostenuta da Konstantin Batygin, ricercatore al Caltech, e Gregory Laughlin dell’Università della California sull’ultimo numero della rivista “Procedings of National Academy of Sciences” (PNAS). Un’idea interessante, sostenuta da simulazioni al calcolatore (illustrazione qui accanto), ma difficile da “falsificare”, per metterci nella prospettiva del filosofo della scienza Karl Popper. Lavori come questo però ci dicono che grazie alla scoperta di un vasto campionario di esopianeti è in corso un profondo ripensamento sull’evoluzione dei sistemi planetari.

Il modello di Batygin e Laughlin è uno sviluppo di quello proposto nel 2001 da un team della Queen Mary University di Londra e sviluppato nel 2011 da ricercatori dell’Osservatorio di Nizza. Secondo questo modello Giove con la sua grande massa avrebbe aperto una varco nel disco protoplanetario aumentando ulteriormente la propria massa e modificando contestualmente la dinamica del Sistema solare in formazione. L’intervento di Saturno e l’entrata in risonanza della sua orbita con quella di Giove avrebbero poi portato alla stabilità e allo scenario che osserviamo.

Altre informazioni:

http://www.media.inaf.it/2015/03/24/super-terre-nel-passato-del-sistema-solare/

Nei pressi di Napoli, una vasta area dei Campi Flegrei si sta sollevando di mezzo centimetro al mese. Dall’altro lato della città di Napoli, l’area intorno al Vesuvio sta invece abbassandosi. E’ quanto risulta da dieci scansioni di quel territorio eseguite dal radar a microonde in funzione a bordo del satellite “Sentinel-1° dell’Agenzia Spaziale Europea tra il 7 ottobre 2014 e il 12 marzo 2015. L’immagine mostra in blu le aree in sollevamento al ritmo di mezzo centimetro al mese e in rosso le aree che stanno abbassandosi allo stesso ritmo. Gli altri colori indicano movimenti intermedi. Il quadratino violetto segnala il punto preso come riferimento di quota, posto nella città di Napoli.

 

La regione intorno a Napoli è tra le più attive del mondo dal punto di vista vulcanico e il suo monitoraggio è diventato molto più preciso e facile da quando esistono satelliti artificiali per l’osservazione della Terra. Mentre il Vesuvio è silente dalla fine della seconda guerra mondiale, i Campi Flegrei non hanno mai smesso la loro attività, che si esprime con fumarole e con moti di subsidenza. Il sollevamento dell’area, caratterizzata da un complesso di antichi crateri in parte sovrapposti che formano una vasta caldera, è in corso dagli Anni 70 del secolo scorso e indica un accumulo di pressione nel sottosuolo dovuta a gas e magma che risalgono dal mantello terrestre. Nel 2012 il ritmo di deformazione del suolo nei Campi Flegrei raggiunse i 3 centimetri al mese. La sensibilità delle misure da satellite è dell’ordine di qualche millimetro al mese. Anche l’estrazione di acqua dal sottosuolo della città contribuisce alla subsidenza. Il monitoraggio della Terra è una delle tante ricadute utili delle attività spaziali intraprese per l'esplorazione del Sistema solare.

Altre informazioni:

http://www.esa.int/Our_Activities/Observing_the_Earth/Slight_surface_movements_on_the_radar

 

 

 

Per la prima volta è stato osservato azoto molecolare su una cometa. Ci è riuscita a navicella europea “Rosetta”, che si trova dall’agosto 2014 in orbita attorno al nucleo della cometa 67/P Ghuryumov-Gerasimenko. L’azoto era già stato osservato ma in molecole composte da più elementi, come l’ammoniaca e la cianammide, dove è legato rispettivamente a tre atomi di idrogeno e a due atomi di idrogeno e uno di carbonio. La scoperta è importante se si ricorda che l’azoto costituisce il 78 per cento dell’atmosfera e una percentuale ancora più grande dell’atmosfera del satellite di Saturno Titano (disegno). Inoltre l’azoto entra in numerose molecole biologiche, a dispetto del suo nome tratto dal greco, che significa “senza vita”. L’osservazione dell’azoto sulla cometa Chiurymov-Gerasimenko è frutto di 138 misure eseguite con lo spettrometro ROSINA tra il 17 e il 23 ottobre 2014, quando la navicella si trovava ad appena 10 chilometri dal centro della cometa. I dati raccolti saranno molto utili per chiarire l’origine del Sistema solare e l’evoluzione delle comete sotto l’azione del vento solare.

Altre informazioni:

http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Science/Rosetta/Rosetta_makes_first_detection_of_molecular_nitrogen_at_a_comet

 

 

 

 

Una stella di neutroni insolita, caratterizzata da un debole campo magnetico, è protagonista dello studio pubblicato sull'ultimo numero di “Astronomy & Astrophysics” a firma di un team guidato da Rosario Ilaria, professore dell’Università di Palermo. Del gruppo fa parte anche Melania Del Santo (Inaf). La stella di neutroni in questione stabilisce un primato: ha il più basso campo magnetico mai misurato con tecniche dirette.

Le stelle di neutroni sono stelle massicce collassate in oggetti superdensi che concentrano in una sfera di una decina di chilometri una massa dell’ordine di 1,5 stelle come il nostro Sole. Di solito è associato un potente campo magnetico, e in questi casi si parla di magnetar. L’oggetto studiato è la sorgente 4U 1822-371, la tecnica applicata per misurarne il campo è quella di osservare le “righe di sincrotrone” generate dagli elettroni accelerati dal campo magnetico. Queste righe sono quantizzate, cioè possono avere solo determinati valori previsti dalla meccanica quantistica: sono gli “scalini di Landau”. Grazie ad essi e a righe di assorbimento la cui energia è proporzionale al campo magnetico, con i telescopi spaziali XMM-Newton, Integral dell’Esa, Chandra della Nasa e Suzaku del Giappone la misura ha avuto successo.

Il magnetar fa parte di un sistema binario. «Quando abbiamo aggiunto anche i dati del satellite Suzaku ci è apparso chiaramente il profilo di una riga di ciclotrone», dice Rosario Ilaria, riga di ciclotrone che possiede una energia molto vicina al limite minimo per la formazione dei Livelli di Landau. Il campo magnetico che si ricava è quindi il più basso direttamente misurato finora per una stella di neutroni: circa 90 miliardi di Gauss.

 

L’articolo originale: http://arxiv.org/abs/1503.05090

 

Osservazioni fatte con il satellite “Fermi” per lo studio di fenomeni astrofisici ad altissime energie per la prima volta promettono informazioni sperimentali sullo spazio-tempo della relatività generale “visto” secondo l’interpretazione quantistica che lo descrive, a scala microscopica, come una “schiuma”. Il risultato compare sulla rivista “Nature Physics” del 16 marzo 2015. La ricerca è stata condotta dal fisico dell’Università di Roma La Sapienza Giovanni Amelino Camelia in collaborazione con gli astrofisici Vlasios Vasileiou (Université de Montpellier), Jonathan Granot (University of Israel) e Tsvi Piran (University of Jerusalem). “Siamo riusciti nell’impresa – spiega Amelino Camelia – perché i lunghissimi tempi di propagazione dalle sorgenti astrofisiche osservate dal telescopio Fermi, tempi di miliardi di anni, amplificano gli effetti piccolissimi della schiuma spaziotemporale, portando a un segnale complessivo che è potenzialmente osservabile”.

La scala a cui si sono spinte le osservazioni è dell’ordine di 10 alla meno 35 metri: la lunghezza di Planck, quella della teoria delle stringhe. L’analisi dei dati ha dimostrato l’infondatezza di alcuni modelli formulati dai fisici quantistici per spiegare la struttura di schiuma spazio-temporale. “Il fatto che per la prima volta dati sperimentali ci dicano qualcosa di significativo sulla schiuma – dice Amelino Camelia – anche solo per escludere ciò che essa non è, rappresenta un passo molto significativo nell’esplorazione di questo scenario”.

Giovanni Amelino Camelia, 49 anni, autore di una variante della teoria della relatività speciale secondo cui la costanza della velocità della luce dipende dalla sua lunghezza d’onda, dopo aver fatto ricerca nelle Università di Boston e Oxford e al MIT è tornato in Italia e ora insegna Gravità quantistica alla Sapienza. La sua home page:

http://www.roma1.infn.it/~amelino/

 

 

 

La nostra galassia, la Via Lattea, potrebbe essere del 50 per cento più grande di quanto pensiamo, cioè avere un diametro di 150 mila anni luce anziché di 100 mila. E’ l’ipotesi avanzata da un gruppo internazionale di astronomi che ha riesaminato i dati della Sloan Digital Sky Survey. Questa grande mappatura del cielo individuò nel 2002 un anello di stelle posto al di là dei confini della Via Lattea. Ora il gruppo di astronomi guidato da Heydi Jo Newberg e Yan Xu dell’Osservatorio nazionale cinese avanza l’ipotesi che la Via Lattea abbia alla periferia alcune “increspature” o “ondulazioni” nel suo disco, cioè alternanze di zone più dense di stelle con altre meno dense o quasi vuote. La densità cala rapidamente a 50 mila anni luce dal centro, ma si è scoperto un nuovo addensamento a 60 mila anni luce, e potrebbero essercene altre. In sostanza la forma della Via Lattea ricorda le onde che si formano gettando un sasso in uno stagno (diisegno). L’articolo che ridisegna radicalmente la nostra galassia è pubblicato sull’ultimo numero di ”The Astrophysical Journal”.

Altre informazioni:

http://iopscience.iop.org/0004-637X

http://www.media.inaf.it/2015/03/11/la-via-lattea-e-piu-grande/

 

 

 

 

Il satellite dell’Agenzia spaziale europea Proba-2 riprenderà l’eclisse totale di Sole del 20 marzo 2015 dalla sua orbita a 820 chilometri sopra la superficie terrestre. Le immagini saranno trasmesse in diretta dal portale Esa: http://www.esa.int/About_Us/ESRIN/ESA_Web_Portal

Proba-2 transiterà due volte nel cono d’ombra proiettato dal Sole sull’Atlantico settentrionale e altri piccoli satelliti riprenderanno l’ombra lunare che si sposta sulla superficie terrestre alla velocità di 6000 km/h. Il satellite è stato lanciato il 2 novembre 2009, ha una massa di 130 kg e il compito di sperimentare 17 nuove tecnologie hardware e software per veicoli spaziali.

L’eclisse di venerdì 20 marzo – ore 9,30-11,30 – sarà parziale vista dall’Italia, con una copertura del Sole dal 73% ad Aosta al 51% a Catania. Sarà invece totale alle isole Faroe e Svalbard, mentre raggiungerà il 98% in Islanda (vedi cartina).

 

Complice una rubrica radiofonica Rai, si è sparsa la voce che l’eclisse, facendo calare la produzione delle centrali fotovoltaiche, manderà in tilt la rede di distribuzione elettrica. E’ una bufala. Se così fosse qualunque passaggio di nuvole causerebbe un blackout. Per saperne di più: http://www.universetoday.com/119281/will-the-march-20th-total-solar-eclipse-impact-europes-solar-energy-grid/

 

Il telescopio spaziale “Hubble” ha confermato con la miglior evidenza finora raggiunta l’ipotesi che ci sia un oceano di acqua salata sotto la superficie di Ganimede, il più grande dei satelliti di Giove, una luna dotata di campo magnetico e di varie altre proprietà interessanti anche per la ricerca di forme di vita. L’oceano sotterraneo di Ganimede avrebbe più acqua di tutti i mari e gli oceani superficiali terrestri. “Hubble” ha fornito la prova dell’esistenza dell’oceano nascosto permettendo di osservare due aurore in moto rispettivamente nell’emisfero nord e sud di Ganimede (figura). Forma e distribuzione delle aurore sono sotto il controllo del campo magnetico e di conseguenza ne tracciano la conformazione. A sua volta il campo magnetico fornisce informazioni sull’interno del corpo celeste, dove esso viene generato. Inoltre, poiché Giove ha a sua volta un potente campo magnetico, si genera una sorta di “attrito” che sposta di alcuni gradi la latitudine delle aurore di Ganimede. L’ampiezza dello spostamento è in funzione della presenza o meno di acqua salata nel sottosuolo. L’idea di usare questa tecnica di ricerca è stata di Joachim Saur dell’Università di Cologna (Germania). Dai dati raccolti risulterebbe che sotto la crosta di Ganimede (stimata di 150 chilometri e fatta principalmente di ghiaccio) si nasconde uno strato di acqua salata spesso 100 chilometri (dieci volte più profondo dei maggiori abissi terrestri).

Altre informazioni: http://hubblesite.org/newscenter/archive/releases/2015/09

Da oggi il collisore di particelle LHC del Cern è di nuovo acceso e gradualmente raggiungerà l’energia di 14 TeV, quattordicimila miliardi di elettronvolt, una potenza mai toccata prima, il doppio dei 7 TeV che hanno permesso di scoprire nel 2012 il bosone di Higgs. La speranza dei tremila fisici che lavorano alla nuova fase sperimentale è quella di trovare particelle che spieghino l’enigma della materia oscura diffusa nell’universo (il 24 per cento del totale, mentre finora gli scienziati hanno potuto studiare solo lo 0,5 per cento che emette luce – stelle, galassie, nebulose – e il 4 per cento che non vediamo ma è fatto comunque di materia barionica, cioè di materia ordinaria). Si aprirebbe così una nuova fisica, che va al di là del cosiddetto “modello standard” delle particelle elementari. Un altro ovvio obiettivo è lo studio approfondito del bosone di Higgs.

 

LHC, Large Hadron Collider, è un anello di magneti lungo 27 chilometri nel sottosuolo presso Ginevra tra Svizzera e Francia. I suoi magneti sono raffreddati con elio liquido a una temperatura vicinissima allo zero assoluto (- 273 °C). Nei due anni scorsi si è provveduto alla manutenzione e al potenziamento della macchina, che rimane la più potente a disposizione dei fisici. L’italiana Fabiola Gianotti, già portavoce di uno dei due esperimenti che hanno osservato Higgs, è la nuova direttrice del Cern.

Altre informazioni:

http://home.web.cern.ch/

http://home.web.cern.ch/topics/large-hadron-collider

 

 

 

 

 

I nostri occhi vedono solo attraverso una stretta banda delle onde elettromagnetiche, quella della luce visibile: qui facciamo una esperienza nuova, vediamo una immagine radio a “colori veri” di Abell 2256, un ammasso di galassie nella costellazione dell'Orsa Minore nel quale due componenti si scontrano tra loro dando origine a fenomeni grandiosamente pirotecnici in tutta la banda radio. Abell 2256 si trova a 800 milioni di anni luce da noi e occupa uno spazio di 4 milioni di anni luce. La larghezza dell'inquadratura corrisponde a circa mezzo grado, il diametro apparente della Luna. L’immagine è stata ottenuta con il VLA, Very Large Array, 27 antenne paraboliche mobili nel deserto del New Mexico a Socorro. Il radiotelescopio è stato sintonizzato sulle varie lunghezze d’onda a cui è sensibile in modo da rendere i “colori radio” di Abell 2256. Il rosso corrisponde alle zone dove prevalgono le onde più lunghe, il blu corrisponde alle più corte, in analogia con lo spettro della luce visibile. Il lavoro sta per essere pubblicato sull’”Astrophysical Journal” con la prima firma di Frazer Owen.

Altre informazioni:

http://arxiv.org/abs/1408.5931v1

 

http://www.media.inaf.it/2015/03/10/istantanea-dello-scontro-intergalattico/

 

 

Arriva un altro pezzo dell’eredità della sonda spaziale della Nasa “Messenger” che sta tuttora studiando Mercurio: sono le immagini e i dati raccolti al 37° al 42° mese trascorsi dalla navicella in orbita attorno al pianeta più vicino al Sole. I dati sono disponibili a tutti e scaricabili dal sito:

http://pds.nasa.gov/tools/subscription_service/SS-20150306.shtml

Nel sito http://pds.nasa.gov/ sono archiviati e disponibili tutti i dati dell’esplorazione planetaria (PDS, Planetary Data System). Il prossimo rilascio di dati di “Messenger” da parte della Nasa avverrà nel mese di ottobre. Le immagini finora trasmesse dalla sponda sono più di 250 mila, le orbite intorno a Mercurio quasi quattromila. Qui accanto la tabella che riassume l’impresa della navicella al compimento del decimo anno di missione.

“Messenger” (Mercury Surface Space ENvinronment GEochemistry and Ranging) fu lanciata il 3 agosto 2004 ed è entrata in orbita attorno a Mercurio il 18 marzo 2011.

Altre informazioni: http://messenger.jhuapl.edu/

 

 

Newton pensava fosse fatta di particelle, Huygens di onde. Ecco la notizia giusta per il 2015 Anno Internazionale della Luce: per la prima volta è stata “fotografata” la doppia “personalità” della luce, quella di particella (fotone) e quella di onda (elettromagnetica). L’esperimento, pubblicato sulla rivista “Nature Communications” il 4 marzo 2015, è opera dell gruppo coordinato dall’italiano Fabrizio Carbone al Politecnico di Losanna. Questo risultato, in prospettiva, rende più vicina la realizzazione di computer quantistici.

Nell’esperimento un impulso di luce laser è stato sparato su un nanofilo metallico. La luce sul filo ha cominciato a circolare come un’onda, in due direzioni opposte fino al punto in cui le onde si sono scontrate. Dallo scontro è nata una nuova onda, che è rimasta però sempre nella stessa zona di spazio. Gli scienziati hanno poi sparato un flusso di elettroni vicino al nanofilo: urtando l’onda stazionaria gli elettroni sono stati accelerati, rallentati o deflessi. Un microscopio ultraveloce ha fotografato la posizione in cui si è verificata la variazione di velocità, visualizzando l’onda. Nello stesso istante è stata fissata anche l’immagine delle particelle: quando gli elettroni passano vicino all’onda stazionaria, colpiscono le particelle della luce (fotoni) e queste subiscono un cambiamento di velocità che appare come uno scambio di pacchetti di energia tra elettroni e fotoni. La presenza dei pacchetti è la spia che gli elettroni hanno interagito con un’altra particella: quella della luce. 

Altre informazioni: http://www.nature.com/ncomms/index.html

 

 

 

La navicella della Nasa Dawn è in orbita attorno al pianeta nano Cerere. Il campo gravitazionale del maggiore degli asteroidi della fascia principale ha agganciato la sonda alle 13,39 ora italiana quando si trovava a 61 mila chilometri dalla sua meta e a un miliardo di chilometri dalla Terra. Un’ora dopo si è avuta la conferma del successo di questa fase delicatissima della missione.

 

Quella di oggi 6 marzo 2015 rimarrà una giornata storica nell’esplorazione del Sistema solare. Per la prima volta una navicella spaziale è in orbita intorno a un pianeta nano (categoria istituita dall’Unione Astronomica Internazionale nel 2006). A sua volta Cerere è l’unico oggetto di tipo planetario che sia stato scoperto da un astronomo italiano: Giuseppe Piazzi, valtellinese, avvistò Cerere il 1° gennaio 1801 lavorando all’Osservatorio che aveva fondato a Palermo. Per più di mezzo secolo Cerere fu considerato un pianeta, fino a quando le scoperte di corpi simili, ma più piccoli, portò a individuare la fascia degli asteroidi tra le orbite di Marte e Giove. La massa di Cerere è pari al 32 per cento dell’intera fascia principale. Con un diametro di 950 chilometri, condivide la qualifica di “pianeta nano” con Plutone, Makemake, Haumea ed Eris, questi ultimi tutti appartenenti alla Fascia di Kuiper. Scherzosamente la Nasa ha annunciato l’impresa come un cambio di indirizzo della sonda “Dawn”, che è già stata per un anno intorno al grosso asteroide Vesta ed ha alle spalle un viaggio di 4,9 miliardi di chilometri, essendo partita il 27 settembre 2007.

Altre informazioni:

http://www.nasa.gov/content/ceres-seen-from-nasas-dawn-spacecraft/

 

Su Marte c’era un oceano che conteneva più acqua dell'attuale Mare Artico della Terra ma l’87 per cento di questa acqua è andata perduta nello spazio (disegno). A questa conclusione è arrivato un gruppo di scienziati della Nasa al termine di una ricerca pubblicata dalla rivista “Science” nella sua edizione del 6 marzo. L’oceano di Marte risale a 4,3 miliardi di anni fa, cioè a circa 200 milioni di anni dopo la formazione del pianeta e del Sistema solare. Copriva quasi mezzo emisfero Nord con uno strato di acqua profondo in media 137 metri ma in alcuni punti aveva abissi di 1600 metri. Hanno collaborato alla ricerca il VLT dell’Osservatorio australe europeo, il Keck Observatory per l’infrarosso delle isole Hawaii. L’analisi si è fondata sul rapporto tra acqua normale (un atomo di ossigeno legato a due atomi di idrogeno) e acqua pesante, nella cui molecola uno dei due atomi legati all’ossigeno è deuterio, l’isotopo dell’idrogeno che ha nel suo nucleo un neutrone. Complessivamente l’oceano primordiale copriva il 17 per cento della superficie totale di Marte. Le prossime missioni “InSigth” della Nasa (2016) ed “Exomars” dell’ESA (2016 e 2018) approfondiranno lo studio dell’oceano di Marte con analisi sul posto.

Altre informazioni:

http://www.nasa.gov/press/2015/march/nasa-research-suggests-mars-once-had-more-water-than-earth-s-arctic-ocean/

 

 





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