Astro News a cura di Piero Bianucci

Forse la materia oscura si è finalmente svelata: il suo segnale è un picco di radiazione X con energia di 3,56 keV. Questa specifica “luce” X è stata osservata per la prima volta nel 2012 con il satellite “Chandra” (disegno) nell’ammasso di galassie della costellazione di Perseo, e non corrisponde a nessuna transizione atomica della materia ordinaria. Successivamente lo stesso picco nella banda X è stato riconosciuto in altri 73 ammassi di galassie e nella galassia di Andromeda. I ricercatori, guidati da Esra Bulbul dell’Harvard Center for Astrophysics, dopo aver escluso errori di misura e di altro tipo, si sono orientati sull’unica spiegazione rimasta: che quella transizione energetica corrisponda a una delle 60 forme di materia oscura ipotizzate dai fisici teorici che otrebbero emettere nella banda di energia corrispondente a 3,56 keV. La notizia, senza dubbio clamorosa, è riportata da “Nasa Science” del 25 luglio.

 

I tecnici della Nasa stanno preparandosi al passaggio vicino a Marte della cometa A1 Siding Spring che avverrà il 19 ottobre a una distanza di appena 132 mila chilometri dal pianeta, un terzo dello spazio che separa la Terra dalla Luna (disegno). Durante il transito ravvicinato le particelle che la cometa rilascia – 100 chilogrammi al secondo – potranno investire le navicelle spaziali al suolo e in orbita intorno al pianeta. Si stima che alcune di queste particelle possano avere un diametro di mezzo millimetro, quanto basta a creare danni gravi tenendo conto della velocità dell’eventuale impatto (56 chilometri al secondo). Le sonde attive intorno a Marte hanno un compito difficile: devono tenersi il più possibile in sicurezza ma nello stesso tempo raccogliere la maggior quantità di dati sulla cometa. La fase più pericolosa si avrà un’ora e mezza dopo il flyby, quando il pianeta si troverà immerso nella chioma della cometa appena transitata, il cui diametro è attualmente di 20 mila chilometri. Il riposizionamento riguarda le sonde MRO, Mars Reconnaissance Orbiter, e MAVEN, attualmente in viaggio verso Marte, che entrerà in orbita marziana il 21 settembre.

Altre informazioni: http://mars.nasa.gov/comets/sidingspring/

Un pianeta scoperto dal satellite “Kepler” della Nasa ha un “anno” di 704 giorni: è il periodo orbitale più lungo mai osservato con il metodo dei transiti in un pianeta extraterrestre, paragonabile a quello di Marte, che è di 780 giorni. Il pianeta in questione è Kepler-421b. Il suo sole è meno luminoso del nostro. Si tratta di una stella arancione di tipo K a mille anni luce da noi nella costellazione della Lira. Di solito si scoprono esopianeti molto vicini alle loro stelle perché è più facile individuarli. Nel caso di Kepler-421b, invece, il pianeta orbita a 200 milioni di chilometri e quindi è anche molto più freddo dei più comuni esopianeti: -93 °C, più o meno come Urano. Gli esopianeti confermati sono attualmente circa 1800. L’articolo comparirà su “The Astrophysical Journal” ed è disponibile online.

Altre informazioni:

https://www.cfa.harvard.edu/~dkipping/kepler421.html

 

Astronomi dell’Università di Toronto hanno analizzato con il telescopio spaziale “Hubble” l’atmosfera di tre pianeti extrasolari (disegno) alla ricerca di acqua ma la ricerca ha dato risultati negativi: la quantità di vapore acqueo rilevata è nettamente inferiore a quanto ci si poteva aspettare, e precisamente da un decimo a un millesimo del previsto stando ai modelli di formazione dei sistemi planetari. Le tre stelle studiate sono molto calde e si trovano tra 60 e 900 anni luce da noi. La ricerca dell’acqua è stata condotta analizzando lo spettro dei tre pianeti nel vicino infrarosso. Il ricorso al telescopio spaziale “Hubble” è stato necessario perché con strumenti al suolo lo spettro sarebbe stato falsato dall’abbondante vapore acqueo sempre presente nell’atmosfera terrestre. Bisognerà rivedere, probabilmente, le ipotesi sulla formazione dei pianeti, che attualmente presuppongono che la materia prima sia costituita da granuli di ghiaccio misti a granuli di silicati e altri composti di elementi pesanti. L’articolo originale è comparso il 24 luglio su “The Astrophysical Letters”.

Altre informazioni: 

http://hubblesite.org/newscenter/archive/releases/2014/36

La Via Lattea, cioè la nostra galassia, ha la forma di una spirale barrata con un diametro di circa centomila anni luce e in questo spazio sono confinati da 100 a 200 miliardi di stelle (la stima è incerta perché è difficile valutare il numero delle nane rosse). Sorprenderà quindi apprendere che due stelle della Via Lattea si trovano rispettivamente a 775 mila e 900 mila anni luce, oltre la periferia dell’alone galattico, la gigantesca bolla di gas e stelle che racchiude la spirale. Per dare un’idea di questa distanza, basta pensare che la Piccola e la Grande Nube di Magellano, galassie satelliti della Via Lattea, sono ad appena 170-220 mila anni luce. Da un eventuale pianeta di quelle stelle remotissime la Via Lattea apparirebbe poco più grande e luminosa di come noi vediamo la galassia di Andromeda (disegno).  La notizia compare sulla rivista “The Astrophysical Journal Letters”. John Bochanski dell’Haverford College (Usa) ha guidato la ricerca, che si è avvalsa del Multi Mirror Telescope da 6,5 metri di Monte Hopkins in Arizona.

Altre informazioni:

http://www.haverford.edu/physics-astro/bochanski/mgiants_press.html

http://iopscience.iop.org/2041-8205/790/1/L5/

 

 

 

La crosta del pianetino Vesta (foto) potrebbe essere spessa 80 chilometri e forse anche di più. Si tratta di un dato sorprendente, dato che la crosta terrestre ha uno spessore variabile tra 25 e 50 chilometri, pur avendo il nostro pianeta un diametro 25 volte maggiore dell’asteroide. E’ quanto risulta dallo studio pubblicato sull’ultimo numero di “Nature” (17 luglio) da una équipe guidata da Harold Clenet dell’Ecole Polytechnique Fédérale di Losanna (Svizzera). Il lavoro si fonda sui dati della navicella spaziale “Dawn” della Nasa e riprende un altro studio a partecipazione italiana pubblicato da “Nature” nel novembre 2013 e basato sui dati dello spettrometro VIR. Entrambe le ricerche arrivano alle loro conclusioni partendo dalla distribuzione dell’olivina sulla superficie del pianetino. L’olivina è una componente prevalente del mantello. Quella che affiora in superficie e che si trova in alcune meteoriti è stata estratta dai due grandi impatti che hanno dato origine ai crateri Rea Silvia e Veneneia.

L’articolo originale:

http://www.nature.com/nature/journal/v504/n7478/full/nature12665.html

 

 

 

 

 

La navicella europea “Rosetta” si avvicina sempre di più alla sua meta, la cometa 67P / Chuyumov-Gerasimenko e incominciano le sorprese. Questa è la prima e non è da poco: fotografato il 14 luglio con la camera “Osiris” da una distanza di 12 mila chilometri, il nucleo cometario sembra costituito da due parti a contatto: una dalla forma allungata e l’altra dall’aspetto più tondeggiante. Una tale configurazione è ovviamente da considerare attentamente mentre si prepara, nei prossimi mesi, l’entrata in orbita della sonda intorno alla cometa e il successivo “sbarco” sul nucleo cometario del laboratorio chimico automatico “Philae”, previsto per novembre. Il diametro complessivo del nucleo cometario è di circa 4 chilometri. Nella foto i due nuclei sono ben evidenti.

Altre informazioni: 

http://www.unipd.it/ilbo/content/locchio-di-rosetta-e-la-strana-forma-della-cometa-67p

 

Un articolo sull’ultimo numero di “Nature” (17 luglio) affronta il problema della struttura interna dei mille e più esopianeti molto massicci che sono già stati scoperti, un numero che statisticamente fa ritenere che ci si trovi davanti alla punta di un iceberg (grafico). Gli autori si basano sui più recenti sviluppi degli studi svolti con avanzatissimi esperimenti su materia sottoposta ad altissime pressioni, con picchi di 5 terapascal (50 milioni di atmosfere). I dati sperimentali rilevati potranno ora essere messi a confronto con i calcoli teorici fatti secondo la statistica di Fermi sulle equazioni di stato riguardanti i pianeti massicci. Questi lavori, oltre a riguardare i modelli dell’interno profondo dei super-pianeti, contribuiscono anche alla comprensione del confinamento inerziale del plasma negli esperimenti di fusione nucleare. Inoltre pongono nuovi limiti sul rapporto massa-raggio per i pianeti ricchi di carbonio (talvolta descritti come pianeti-diamante).
Il link all’articolo di “Nature”:
http://www.nature.com/nature/journal/v511/n7509/full/nature13526.html?WT.ec_id=NATURE-20140717

La Nasa celebra i 45 anni dal primo sbarco sulla Luna (20-21 luglio 1969) con una elaborazione della storica fotografia dell’impronta lasciata da Armstrong (foto). Per metà l'orma è impressa nel grigio Mare della Tranquillità lunare, per l'altra metà nel rosso deserto di Marte. Sopra, lo slogan dice: “Il prossimo balzo da gigante dell’America”, parafrasando la frase pronunciata da Armstrong mentre scendeva dal modulo lunare (LEM). Le celebrazioni ufficiali comprendono un dibattito sul futuro dell’esplorazione spaziale, un confronto tra Buzz Aldrin (secondo uomo sulla Luna dopo Armstrong) e l’astronauta Mike Massimino e un ricordo di Armstrong (scomparso nel 2012) con la partecipazione di Aldrin e di Michael Collins, il terzo astronauta della missione Apollo 11, rimasto in orbita lunare ad attendere i compagni di viaggio.
Il tutto in streaming all’indirizzo: http://www.nasa,gov/nasatv
Altre informazioni:
http://www.nasa.gov/press/2014/july/nasa-honors-historic-first-moon-landing-eyes-first-mars-mission/

La velocità di rotazione di una stella funziona un po’ come il colore dei capelli per gli uomini: è un indicatore dell’età. Di solito, infatti, le stelle giovani sono più veloci e, con il passare di milioni e miliardi di anni rallentano (specialmente quando nella fase finale della loro esistenza si espandono fortemente). Con questo criterio, ricercatori dell’Harvard-Smithsonian Center for Astrpphiosics sono riusciti a stimare l’età di 22 stelle simili al Sole osservate dal satellite della Nasa “Kepler”, il cui obiettivo primario è la ricerca di pianeti con il metodo dei transiti (disegno). Poiché questa tecnica si basa su precisissime misure di luminosità, è stato possibile anche rilevare le lievi oscillazioni che hanno a che fare con la rotazione della stella. Il risultato è che in media le 22 stelle studiate ruotano su se stesse in 21 giorni, cioè un po’ più velocemente del Sole, che all’equatore ruota in 25 giorni e vicino ai poli in 28. Conclusione: questi Soli sono un po’ più giovani del nostro, un dato utile anche per farci un’idea delle possibilità che esista la vita sui loro pianeti posti nella fascia di abitabilità.
Altre informazioni:
http://www.media.inaf.it/2014/07/11/girocronologia-per-le-stelle/

Dopo un mese di tuffi nell’atmosfera di Venere, la navicella spaziale europea “Venus Express” (disegno) è ancora “viva”. E’ questo il primo risultato dell’ultima parte della sua missione, che consiste nello sperimentare un sistema di frenata aerodinamica in vista di future missioni di atterraggio sul pianeta. Per quindici volte “Venus Express” è penetrata nella densa atmosfera di Venere scendendo fino a una quota di 130 chilometri, e per altrettante ne è uscita quasi indenne, soltanto con qualche lieve sbruciacchiatura dovuta all’attrito. Talvolta ha già raggiunto la temperatura di 100 °C. Da una quota di 250 km sopra il polo nord ha inviato immagini complessive dell’intera atmosfera del pianeta. Da 8 anni la sonda europea, lanciata nel 2006, orbita intorno a Venere: il 7 luglio ha compiuto la tremillesima orbita. La quota della sonda continuerà a diminuire di giorno in giorno di qualche chilometro, proseguendo il test di frenata aerodinamica fino a quando non si arroventerà e disintegrerà negli strati atmosferici più densi, evento previsto intorno al 26 luglio. Differenze di densità alla stessa quota sono state registrate nella fascia tra 165 e 130 km. A 130 km di quota la densità dell’atmosfera venusiana risulta essere di 10 alla meno 8 kg per metro cubo. Sulla Terra al livello del mare è di 1 kg per metro cubo.

 

Informazioni:

 

http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Science/Venus_Express/Venus_Express_rises_again

Astronomia ben rappresentata alla cerimonia di consegna dei Premi dell’Accademia dei Lincei 2014, svoltasi il 1° luglio, come sempre alla chiusura dell’anno accademico, con l’intervento del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (foto). Tra i premiati c’erano infatti quattro astronomi: ex aequo Enrico Maria Corsini per le sue ricerche sulle galassie e Andrea Lapi per i suoi lavori teorici dedicati a buchi neri e materia oscura (rispettivamente Università di Padova e Università di Roma Tor Vergata): Andrea Comastri dell’Osservatorio di Bologna per i contributi allo studio dei nuclei galattici attivi (AGN); e Franco Vazza, ricercatore presso l’Osservatorio di Amburgo, autore di studi sulla formazione delle galassie realizzati con simulazioni al computer in alta risoluzione. I lettori de “le Stelle” conoscono bene Franco Vazza come assiduo collaboratore della rivista fondata da Margherita Hack. “Questo premio ha valorizzato la mia ricerca teorica sulle proprietà del gas e dell’accelerazione di particelle relativistiche negli ammassi di galassie – ha detto Vazza – Per questi lavori sono necessarie complesse simulazioni numeriche nei più grandi centri di supercalcolo al mondo. Soltanto grazie a tanti preziosi collaboratori posso affrontare una tematica così vasta: vorrei ringraziare alcuni dei più stretti: Gianfranco Brunetti (IRA) con il quale ho ottenuto il dottorato all’Università di Bologna, Claudio Gheller del Centro di Supercalcolo di Lugano (ETH), e Marcus Brüggen dell’Osservatorio di Amburgo”.

 

Estremamente grande ed estremamente piccolo, cosmo e particelle atomiche, sono sempre più vicini nella ricerca scientifica di frontiera. Il Telescope Array (nella foto uno dei suoi elementi), grande rivelatore di raggi cosmici dell’Utah (Usa) tra il 2008 e il 2013 ha catturato 72 eventi di raggi cosmici oltre mezzo milione di volte più energetici delle collisioni realizzabili nel super-acceleratore di protoni LHC, Large Hadron Collider, al Cern di Ginevra. Il lavoro è pubblicato su “Astrophysical Journal Letters”. Per l’emisfero australe un analogo esperimento internazionale a partecipazione italiana (Infn) è “Auger” in Argentina, che già un paio di anni fa ha fornito dati su particelle cosmiche di analoga energia.
I dati dell’Utah mostrano che 19 eventi su 72 provengono dalla direzione dell’Orsa Maggiore: ciò aiuterà a identificarne la sorgente (si pensa che siano nuclei galattici attivi, gli AGN, oppure le supernove).
L’altro esperimento di grande interesse sia per i fisici delle particelle sia per i cosmologi è stato eseguito a Firenze da ricercatori dell’Infn e riguarda il principio di equivalenza tra massa inerziale e massa gravitazionale, uno dei pilastri della relatività di Einstein. Il test ha riprodotto su scala atomica e quantistica l’esperimento di caduta dei gravi di galileiana memoria. Si tratta di una “prima” assoluta. La precisione raggiunta è di circa una parte su cento milioni.
L’articolo originale su “Physical Review Letters”: http://arxiv.org/abs/1403.1161

Le stelle pulsano come cuori, hanno cioè moti di espansione e contrazione che possono essere più o meno veloci e più o meno ampi. Le pulsazioni sono interpretabili anche come stellemoti, cioè una manifestazione di sismicità della stella analoga ai terremoti, e poiché le onde sismiche si propagano attraverso la stella, ci danno informazioni sulla struttura che attraversano. Uno studio pubblicato sull’ultimo numero di “Science” ha messo in evidenza un rapporto tra la frequenza di oscillazione e l’età delle giovani stelle che stanno completando la loro formazione e si accingono a entrare nella maturità, che corrisponde a collocarsi nella “sequenza principale”, dove trascorreranno la maggior parte della loro esistenza fino a quando l’esaurimento del combustibile nucleare non ne causerà la fine.  La ricerca, guidata da Kostanze Zwintz dell’Università di Leuven e Luca Fossati dell’Argelander Institut di Bonn, ha stabilito che le stelle adolescenti ancora lontane dalla sequenza principale oscillano più lentamente (una oscillazione ogni 2 ore per una stella con appena 2 milioni di anni); il ritmo accelera a mano a mano che la stella si avvicina alla sequenza principale: all’età di 6 milioni di anni è di 17 minuti. Abbiamo così una specie di ecografia per seguire lo sviluppo delle stelle nascenti e conoscerne l’età. Alla ricerca hanno partecipato anche Ennio Poretti e Monica Rainer dell’Inaf-Osservatorio di Brera. Il Sole, che è una tipica stella di mezz’età, ha pulsazioni di 5 minuti.

Altre informazioni: http://it.wikipedia.org/wiki/Sequenza_principale

Sotto la crosta di Titano, la luna più grande di Saturno, potrebbe esserci un oceano di acqua molto salata: qualcosa di simile al Mar Morto del vicino oriente (Israele), dove si riscontra il record di salinità del nostro pianeta. E’ quanto risulta mettendo insieme tutti i dati raccolti in dieci anni dalla missione “Cassini-Huygens” a partire dalla discesa su Titano della sonda europea “Huygens”, dati integrati successivamente da numerosi sorvoli ravvicinati da parte della “Cassini”. Le analisi più recenti dei dati gravitazionali, riferisce Linda Spilker del Jet Propulsion Laboratory (Pasadena, California), suggeriscono che Titano nel raffreddarsi abbia assunto una struttura a gusci (disegno). Uno di questi dovrebbe essere costituito da acqua estremamente ricca di sali di zolfo, sodio e potassio, con una densità paragonabile, appunto, a quella del Mar Morto. Una salinità così elevata esclude ogni possibilità di vita, ma non è detto che sia stato così in passato, aggiunge Giuseppe Mitri dell’Università di Nantes (Francia). Una conseguenza della struttura a gusci concentrici tra i quali uno di acqua salata comporta che il metano, abbondante nell’atmosfera di Titano (5 per cento), filtri attraverso la crosta con un meccanismo di tipo vulcanico ma non derivi da moti convettivi all’interno del satellite.
Altre informazioni:
http://www.nasa.gov/press/2014/july/ocean-on-saturn-moon-could-be-as-salty-as-the-dead-sea/

La Nasa ha lanciato ieri 2 luglio un satellite che misurerà con grande precisione la quantità di anidride carbonica nell’atmosfera. Questo gas, responsabile di circa la metà dell’effetto serra da cui dipende il clima del nostro pianeta, è passato da 290 parti per milione al principio del Novecento alle attuali 400 parti per milione, raggiunte proprio in questi giorni. Nello stesso periodo la temperatura media globale dell’atmosfera terrestre è aumentata di poco meno di un grado. In gran parte l’incremento di anidride carbonica nell’atmosfera (che ormai avviene al ritmo di 2 parti per milione all’anno) è dovuto all’uso di fonti di energia fossili: carbone, petrolio, metano. Il limite oltre il quale le conseguenze sarebbero catastrofiche e forse irreversibili è posto dai modelli atmosferici a 600 parti per milione. Di qui l’importanza di tenere sotto controllo la quantità, le sorgenti e la distribuzione su scala planetaria di questo gas. Il lancio è avvenuto dalla base militare di Vandenberg, California (foto). In orbita polare a 705 chilometri di quota, OCO-2 (Orbiting Carbon Observatory) ha davanti a sé una missione di almeno due anni. L'inizio della raccolta dati è previsto a 45 giorni dal lancio. Molto attesi sono i dati sul ciclo del carbonio (assorbimento di CO2 da parte delle foreste e del fitoplancton).
Altre informazioni:
http://www.nasa.gov/press/2014/july/nasa-launches-new-carbon-sensing-mission-to-monitor-earth-s-breathing/

Due nuovi pianeti sono stati scoperti intorno alla stella XO-2S, a sua volta componente di un sistema binario con la stella-gemella XO-2, che pure possiede pianeti (Figura). Siamo dunque di fronte a un quadro complesso e interessante, che aggiunge qualcosa di nuovo alla vasta casistica dei sistemi planetari extra-solar: per la prima volta, abbiamo una stella doppia con entrambe le componenti attorniate pianeti. Dei due nuovi pianeti uno è un po’ più massiccio di Giove e orbita a una distanza dalla sua stella pari a circa metà del tragitto Terra-Sole, l’altro ha una massa vicina a quella di Saturno e si trova a 1,3 unità astronomiche.

La scoperta si colloca nell’ambito del progetto italiano GAPS. I due esopianeti sono stati identificati grazie alla misura di velocità radiali effettuata su XO-2S con lo spettrometro HARPS-N al Telescopio Nazionale Galileo (isole Canarie). Quando i ricercatori hanno cominciato a sospettare la presenza di pianeti attorno alla stella, è partito anche un programma di osservazioni fotometriche di supporto a quelle spettroscopiche.

I dati raccolti alla stazione osservativa “M. G. Fracastoro” di Serra la Nave dell’INAF di Catania e soprattutto all’Osservatorio Astronomico della Regione Autonoma Valle d’Aosta, centro di ricerca regionale associato all’INAF, hanno permesso di escludere che il segnale fosse imputabile a fenomeni dovuti alla stella. Ulteriori conferme sono venute dall’analisi di dati del sistema XO-2 presi nel 2011 alla stazione osservativa di Asiago dell’INAF di Padova.

L’Osservatorio della Valle d’Aosta, diretto da Enzo Bertolini, è particolarmente impegnato nella ricerca di pianeti extrasolari. Nei pressi dell’Osservatorio, a Saint Barthélemy, si svolgerà a fine settembre lo storico Star Party, affiancato quest'anno dall'AS&T-EXPO, con la collaborazione di “le Stelle” e “Nuovo Orione”.

 Altre notizie:

 http://www.media.inaf.it/2014/07/02/gemelli-diversi/

Una stella supergigante rossa che ha come nucleo una stella di neutroni. Questo inedito oggetto cosmico è annunciato sull’ultimo numero della rivista inglese “Monthly Notices of the Royal Astronomical Society Letters”. Si trova nella Piccola Nube di Magellano ed è indicato come HV 2112. L’idea che esistessero questi oggetti risale alla metà degli Anni 70 del secolo scorso quando Kip Thorne (California Institute of Technology) e Anna Zytkow (Università di Cambridge) pubblicarono un articolo in cui si analizzava la fisica di una ipotetica stella costituita da un nucleo di materia degenere – come una stella di neutroni – avvolta da un denso guscio gassoso di tipo stellare. I calcoli dicevano che è possibile raggiungere una condizione di stabilità per questa strana matrioska cosmica. Quasi quarant’anni dopo, arriva la conferma osservativa, con grande soddisfazione di Thorne (foto) e della Ziytkow, autori del nuovo articolo. Il riconoscimento del primo reale “oggetto di Thorne-Zytkow” si deve alla identificazione di specifici moti convettivi nell’involucro gassoso dove hanno una abbondanza anomala litio, rubidio, molibdeno e altri elementi che normalmente non vengono sintetizzati nelle stelle e che qui risalgono dalla stella di neutroni tramite violenti moti convettivi. Valutazioni statistiche dicono che nelle nostra galassia dovrebbero esistere da 20 a 200 Oggetti di Thorne-Zytkow ma finora c’erano solo due candidati, e molto sospetti. L’identificazione della stella-matrioska nella Piccola Nube di Magellano risulta invece altamente probabile.

 

Il primo articolo di Kip Thorne e Anna Zytkow:

http://articles.adsabs.harvard.edu/full/1975ApJ...199L..19T

 

 

Sono passati 10 anni da quel 1° luglio 2004 che vide la navicella “Cassini-Huygens” (Nasa ed Esa) inserirsi in orbita intorno a Saturno, e questo miracolo di tecnologia è ancora là, al lavoro, perfettamente funzionante (a parte “Huygens”, che ha concluso la sua missione il 14 gennaio 2015 scendendo sul satellite Titano). Salvo ripensamenti, l’impresa di “Cassini” si concluderà tra tre anni, nel settembre 2017, con un tuffo nell’atmosfera di Saturno. Il lancio risale al 15 ottobre 1997.
Bilancio sintetico di questi 10 anni: 2 milioni di comandi eseguiti, 3 miliardi di km percorsi per andare dalla Terra a Saturno, 514 gigabyte di dati raccolti, 3039 pubblicazioni scientifiche derivate da questi dati, scoperti 7 nuovi satelliti, 206 orbite completate, 132 sorvoli ravvicinati delle lune di Saturno, 332.000 immagini trasmesse, 291 riaccensioni dei motori, 26 nazioni coinvolte con i loro scienziati nella missione. A bordo di “Cassini” c’è anche un Cd con le firme di 616.420 persone di 81 Paesi.
«Cassini-Huygens» è una delle più grandi, complesse e costose sonde spaziali mai costruite: sei tonnellate il suo peso, più di tre miliardi di dollari l’investimento complessivo, 12 strumenti a bordo (più altri sei che erano sulla sonda Huygens), tre generatori nucleari a radioisotopi. L’itinerario che ha portato «Cassini» in prossimità della sua meta è stato necessariamente tortuoso. Poiché non era disponibile nessun razzo in grado di lanciare un oggetto di sei tonnellate verso l’esterno del sistema solare, «Cassini» è partita verso l’interno, in direzione di Venere. Per due volte ha sfiorato questo pianeta, ricevendone una spinta gravitazionale che l’ha ulteriormente accelerata, poi ha fatto la stessa manovra con la Terra e infine con Giove.
Il sito: http://saturn.jpl.nasa.gov/

 

Tre buchi neri supermassicci in una coppia di galassie che stanno scontrandosi: li ha descritti su “Nature” online del 25 giugno Roger Deane (foto), astronomo dell’Università di Città del Capo (Sud Africa). L’oggetto studiato è un quasar noto come SDSS j1115 nella costellazione di Bootes, posto alla distanza di 4,3 miliardi di anni luce. Il quasar risultò essere in realtà una coppia di galassie strettamente interagenti, ognuna con un buco nero al centro. Ora, con la tecnica della radiointerferometria a larghissima base, usando la rete di radiotelescopi europei insieme con il radiotelescopio da 300 metri di Arecibo a Puerto Rico, si sono ottenute immagini del quasar con una risoluzione 50 volte migliore di quella possibile nell’ottico con il telescopio spaziale “Hubble” e si è dedotto, dalla direzione dei flussi di materia e dalla loro velocità, che i buchi neri devono essere tre. Il terzo buco nero è molto più distante ed emette getti rettilinei. La massa di questi buchi neri è di circa 100 milioni di masse solari. Quella studiata da Deane è di gran lunga la coppia di buchi neri supermassicci più stretta che si conosca: tra loro ci sono appena 455 anni luce. Poiché la scoperta è stata fatta dopo aver analizzato solo sei quasar candidati, Deane ne ha concluso che le coppie strette di buchi neri supermassicci devono essere molto più comuni di quanto si pensava.

Altre notizie: 

http://www.space.com/26353-triple-black-hole-galaxy-discovery.html

 





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