Astro News a cura di Piero Bianucci

 

 

Un buco nero di medie dimensioni è stato scoperto nella galassia M 82 (foto) a 12 milioni di anni luce avendo come indizio una strana pulsazione in raggi X rilevata nei dati di archivio del satellite della Nasa “Rossi-RXTE”. La massa dei buchi neri che derivano da un collasso stellare di solito non superano le 25 masse solari: niente di paragonabile ai buchi neri da decine o centinaia di migliaia di masse solari che spesso occupano il centro delle galassie. L’interesse della scoperta sta proprio in questo: tra i buchi neri piccoli di origine stellare e quelli giganteschi c’è il deserto, si conosce solo mezza dozzina di buchi neri con massa intermedia e il buco nero individuato in M 82 fa parte di questo sparuto drappello. Dal suo olrizzonte degli eventi giungono pulsazioni in raggi x con periodi di 5,1 e 3,3 volte al secondo, e ciò ha permesso di stimarne la massa, notevolmente superiore a quella dei buchi neri di origine stellare ma di gran lunga inferiore a quella dei buchi neri galattici. M 82, nell’Orsa Maggiore, è una galassia a nucleo attivo: quindi ha nel suo centro un buco nero supermassiccio (http://it.wikipedia.org/wiki/Galassia_Sigaro ).

La notizia è comparsa su “Nature” del 17 agosto. Il satellite “Rossi”, dedicato al fisico italiano Bruno Rossi, un pioniere dell’astrofisica in raggi X, fu lanciato nel 1995 e ha funzionato fino al 2012.

Altre informazioni:

 

http://www.nasa.gov/press/2014/august/nasas-rxte-satellite-decodes-the-rhythm-of-an-unusual-black-hole/

 

L’asteroide 1950 DA è tra quelli tenuti sotto controllo perché la sua orbita è vicina a quella terrestre (i NEA). Osservato a lungo nell’infrarosso con il satellite WISE della Nasa, si è riusciti a determinare il suo periodo di rotazione: 2,1216 ore. Questo periodo è un po’ più breve di quello di 2,2 ore che secondo i calcoli sarebbe necessario perché la forza centrifuga non lo disgreghi spargendo nello spazio il materiale che si trova intorno al suo “equatore”. Poiché nonostante tutto 1950 DA sta insieme, tre astrofisici dell’Università del Tennesseee (Stati Uniti) hanno avanzato l’ipotesi che siano le forze di van der Waals a fornire la “colla” necessaria. Le forze di van der Waals sono deboli attrazioni o repulsioni che si instaurano tra molecole; alla loro origine c’è l’interazione elettrostatica tra nubi elettroniche e nuclei degli atomi coinvolti, interazione che viene modificata dalla presenza degli atomi delle molecole vicine e dall’ambiente circostante. Il fenomeno si manifesta solo a minima distanza, cioè a circa 0,4 nanometri, che è la scala atomica.  Lo studio è apparso su “Nature” del 15 agosto.

Un avvicinamento rischioso con 1950 DA e la Terra è previsto nel 2880: una su ventimila la probabilità di collisione. Poiché questo asteroide è così fragile, potrebbe frammentarsi prima. O forse creare più problemi per l’imprevedibilità delle traiettorie che seguirebbero i suoi frammenti durante il sorvolo del nostro pianeta. Misura 1,1 x 1,1 x 1,4 chilometri, la massa è di 2 miliardi di tonnellate. Lo scoprì Carl Wirtanen il 22 febbraio 1950.

Nell’immagine: 1950 DA ripreso con il radiotelescopio di Arecibo usato come radar.

L’articolo su “Nature”:

http://www.nature.com/nature/journal/v512/n7513/full/nature13632.html

 

 

 

Sette microscopici granuli di polvere interstellare che forse risalgono all’esplosione di una supernova e che ci riportano alle origini del nostro sistema planetario. Questo è l’eccezionale bottino che gli scienziati hanno trovato esaminando più a fondo il materiale riportato a terra nel 2006 dalla navicella della Nasa “Stardust” dopo aver attraversato la coda della cometa Wild 2. Lo riferisce la rivista “Science” del 15 agosto. Altri 12 articoli approfondiranno l’argomento sul numero di “Meteoritics & Planetary Science” in uscita la prossima settimana. E’ la prima volta che gli scienziati riescono a osservare in laboratorio granuli di materia interstellare. I granelli hanno lasciato traccia di sé nel gel con cui “Stardust” ha catturato il materiale cometario. La traccia più grande è luna 35 micron ed è stata prodotta da un granello di 3 picogrammi (millesimi di miliardesimo di gramma). Due particelle hanno un diametro di 2 micron (millesimi di millimetro) si sono salvate, la più “pesante” impattando a 15 km/s si è vaporizzata. Un gruppo di volontari ha esaminato un milione di immagini per ottenere questi risultati.

Nella foto, il laboratorio dell’Università di Berkeley dove è stato analizzato il gel di 'Stardust' che ha catturato, come una specie di carta moschicida, le particelle della cometa Wild 2.

Altre informazioni: http://www.nasa.gov/mission_pages/stardust/main/index.html

 

 

La navicella della Nasa “New Horizon” (disegno) ha ripreso nella seconda metà di luglio dodici immagini del pianeta nano Plutone, traguardo che raggiungerà nel luglio 2015. Plutone in esse occupa solo quattro pixel, Caronte, il suo satellite maggiore, due. E’ stato però possibile seguire l’intera orbita dei due oggetti intorno al comune baricentro, che cade all’esterno della superficie di Plutone (mentre il baricentro del sistema Terra-Luna si trova all’interno della Terra. Intanto, tenendo come riferimento un quasar, con il radiotelescopio millimetrico ALMA si stanno compiendo misure di alta precisione della posizione di Plutone in vista del flyby del prossimo anno. L’orbita del pianeta nano, infatti, non è ancora ben nota, essendone stato percorso solo un terzo da quando, nel 1930, fu scoperto. “New Horizon” è ora a 400 milioni di chilometri da Plutone. Il 25 agosto attraverserà l’orbita di Nettuno, poi sarà ibernata fino al 6 dicembre. Verrà quindi risvegliata per avviare la preparazione del sorvolo.

 

Altre informazioni:

 

http://www.nasa.gov/mission_pages/newhorizons/main/#.U-yM0vl_u7I

 

Il satellite della Nasa “NuSTAR”, in orbita dal giugno 2012, ha osservato un evento rarissimo, che porta gli astrofisici fin sulla soglia di un buco nero supermassiccio. Con il suo telescopio per raggi X, “NuSTAR” ha captato un segnale dal quale si deduce che una sorgente di raggi X posta nella “corona” del buco nero si è mossa verso l’orlo dell’abisso che la inghiottirà. L’avvicinamento è avvenuto in pochi giorni: ciò suggerisce un’idea chiara della rapidità e della violenza dei fenomeni che avvengono nelle vicinanze dei buchi neri supermassicci. In questo caso si tratta di un buco nero al centro della galassia Markarian 335, posta a 324 milioni di anni luce dalla Terra. La massa stimata del buco nero è di 10 milioni di masse solari, il diametro circa 30 volte quello della nostra stella, qualcosa come 40 milioni di chilometri. Questo oggetto mostruoso è in rapida rotazione e attira nel suo vortice la materia circostante portandola ad altissima temperatura (disegno). “NuSTAR” tiene sotto controllo Markarian 335 da quando fu lanciato: negli ultimi tempi ha rilevato brusche oscillazioni dell’emissione di raggi X, preannuncio del dramma cosmico in corso.

Altre informazioni:

 

http://www.nasa.gov/press/2014/august/nasas-nustar-sees-rare-blurring-of-black-hole-light/

 

 

Mentre la sonda “Rosetta” dell’Agenzia spaziale europea sta svolgendo le operazioni di aggiustamento dell’orbita intorno al nucleo della cometa Churyomov-Gedrasimenko dalla cui debolissima gravità si è fatta agganciare il 6 agosto, la Nasa ha elaborato un video in 3D che mostra la dinamica e la chimica dei gas che circondano le comete formandone la chioma. L’elaborazione, curata dal Goddard Center for Astrobiology a Greenbelt, Maryland, rivela come le molecole di acido cianidrico (HCN), costituite un atomo di idrogeno, uno di carbonio e uno di azoto, vengano rilasciate dal nucleo della cometa C2012 F6 (Lemmon) e come si espandano nella chioma. Le osservazioni sono state eseguite nel 2013 con ALMA, il grande radiotelescopio millimetrico in funzione ad Atacama, sulle Ande del Cile. Il radiotelescopio ha ripreso numerose immagini 2D dei gas della chioma della Lemmon (foto) e della Ison, immagini che sono poi state combinate in modo da dare una rappresentazione tridimensionale. Oltre all’acido cianidrico sono state osservate le molecole di formaldeide. Lo studio apre nuove prospettive nelle scarse conoscenze che finora sono state raccolte sui composti organici delle comete. La Cometa C/2012 F6 (Lemmon) è stata scoperta il 23 marzo 2012 da Alex Gibbs dall’osservatorio di Monte Lemmon (Arizona), nell'ambito del Catalina Sky Survey per la ricerca di oggetti potenzialmente pericolosi per la Terra. Il telescopio automatico utilizzato è un riflettore di 1,5 metri di apertura.

L’animazione della Nasa:

 

https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=RDUVZ9MlW2I

 

 

Tre formidabili eruzioni vulcaniche si sono succedute sul satellite Io, una delle quattro lune di Giove scoperte da Galileo Galilei nel 1610, in un breve periodo dell’anno scorso: due settimane a cavallo tra agosto e settembre. Si tratta di una frequenza del tutto insolita, tenendo conto del fatto che tra il 1978 e il 2006 sino registrate soltanto 13 eruzioni.

L’articolo è in corso di pubblicazione sulla rivista “Icarus”.

Il satellite Io è stretto in un “tiro alla fune” gravitazionale tra il pianeta Giove e la luna Europa ogni volta che questa transita nei suoi pressi formando l’allineamento Giove-Io-Europa. Le forze di marea riscaldano l’interno di Io producendo la fuoriuscita di magma (anche esplosiva) dai suoi numerosi vulcani. Questa volta l’attività vulcanica è stata eccezionalmente intensa e ha interessato una vasta superficie del satellite, anche perché la bassa gravità favorisce la proiezione del materiale vulcanico a grande altezza e a grande distanza. Nella foto: l'eruzione del 29 agosto 2013 ripresa nell'infrarosso con il telescopio 'Gemini' (Usa).

Altre informazioni: http://www.jpl.nasa.gov/news/news.php?release=2014-260

 

 

 

 

Quando una stella esplode come supernova per qualche giorno brilla quanto una intera galassia. Sarebbe interessante individuarla prima dell’esplosione per capire le fasi preliminari di questo straordinario spettacolo ma gli astronomi si ritengono già fortunati se riescono a cogliere l’esplosione qualche ora prima che la luminosità raggiunga il culmine. Una categoria di supernove indicata come Iax dà tuttavia buone speranze. In esse una stella nana bianca con massa insufficiente a produrre l’esplosione risucchia materia da una stella compagna. L’innesco avviene quando l’aggiunta di materia fa raggiungere il limite critico oltre il quale l’astro esplode negli strati esterni e collassa in quelli interni. Bene: il telescopio spaziale “Hubble” ha forse colto alcuni anni fa la preparazione di un innesco. La notizia è su “Nature”. La firma un gruppo di ricercatori guidato dal dottorando Curtis McCully della Rutgers University (New Jersey, Usa).

La supernova fu osservata da una collaborazione del Lick Observatory nel gennaio 2012 nella galassia NGC 1309, a 110 milioni di anni luce da noi (foto). Era in realtà una mini-supernova. Quella zona della galassia era stata era stata più volte fotografata da “Hubble” tra il 2005 e il 2006. Indagando su questi documenti, McCully è riuscito a individuare i due probabili astri progenitori della supernova. Ma la cosa davvero interessante è che verso la fine del 2015 l’astro esploso dovrebbe riemergere dalle tenebre come nana bianca. Una stella zombi, che forse un giorno potrà di nuovo esplodere se riuscirà ancora a risucchiare materia dallo spazio che la circonda.

L’articolo su “Nature”:

 

http://www.nature.com/nature/journal/v512/n7512/full/nature13615.html

 

Questa è la straordinaria immagine della cometa Churyumov-Gerasimenko che la sonda europea 'Rosetta' ha inviato mentre raggiungeva il suo traguardo dopo 10 anni di viaggio e 6,5 miliardi di chilometri nello spazio interplanetario. Ripresa da una distanza di 130 chilometri, la fotografia ha una risoluzione di 2,4 metri per pixel. Lo strumento usato per la ripresa è OSIRIS, a larga partecipazione italiana. La superficie del nucleo cometario mostra chiaramente crateri, scarpate, massi, solchi serpeggianti e varie altre strutture geologiche. E' una data storica nello studio delle comete, come il 14 marzo 1986, quando la sonda 'Giotto' per la prima volta fotografò da vicino la cometa di Halley. E in entrambe le circostanze è stata protagonista l'Agenzia spaziale europea.

Per seguire in diretta le delicate fasi di inserimento in orbita, questo è il link:

 

http://www.livestream.com/eurospaceagency

 

La navicella europea “Rosetta” ha raggiunto oggi la cometa Churyumov-Gerasimenko e sta eseguendo la manovra per inserirsi in orbita intorno al suo nucleo, un grumo di ghiaccio, silicati (rocce, sabbia, ghiaia) dal diametro di circa 4 chilometri, costituito da due oggetti globulari accostati (nella foto, ripresa quando la sonda era a 1000 km), in moto intorno al Sole alla velocità di 15 chilometri al secondo. E’ facile capire quanto sia stato difficile per i tecnici dell’Agenzia spaziale europea portare la sonda alla giusta velocità perché potesse farsi catturare da una attrazione gravitazionale così debole. “Rosetta” è partita il 2 marzo 2004. Il viaggio è durato quindi più di dieci anni, durante i quali la sonda ha osservato due asteroidi e attraversato un lungo periodo di ibernazione. La missione vera e propria incomincia adesso. Per almeno un anno “Rosetta” accompagnerà la cometa nella corsa verso il Sole fino al passaggio al perielio e oltre. A novembre depositerà sulla crosta scura del nucleo ghiacciato il laboratorio chimico “Philae” che scaverà nella crosta e ne analizzerà in modo automatico la composizione. A bordo di “Rosetta” si trovano 21 strumenti a otto dei quali hanno collaborato ricercatori italiani. Attualmente la Churyumov-Gerasimenko si trova a 405 milioni di chilometri dalla Terra e a 530 milioni dal Sole. “Rosetta” ha percorso 6 miliardi e mezzo di chilometri.

Per seguire in diretta le operazioni:

 

http://www.esa.int/Our_Activities/Operations/Rosetta_timeline_countdown_to_comet_arrival

 

 

La navicella europea “Rosetta”, ha iniziato le misure con lo spettrometro infrarosso Virtis e tra il 13 e il 21 luglio, avvicinandosi da 14.000 a 5.000 chilometri dal suo traguardo, la cometa Churyumov-Gerasimenko, ne ha misurato la temperatura superficiale: -70 °C. Questa è una sorpresa: ci si aspettava una temperatura di 20-30 °C più bassa, intorno ai – 100 °C (disegno). E' come se avesse la 'febbre'. Una temperatura così elevata suggerisce che la crosta del nucleo cometario (che risulta doppio, cioè formato da due blocchi a contatto) non sia di ghiaccio nel suo strato più superficiale ma di polveri scure, che assorbono meglio la radiazione solare. La cometa si trova attualmente a 555 milioni di chilometri dal Sole, tre volte e mezza la distanza Terra-Sole, ma sta già sviluppando la sua chioma. La temperatura misurata va d’accordo con l’osservazione che la crosta della cometa sta già liberando polveri di materiali nerastri e acqua dal lato rivolto al Sole. Durante queste osservazioni la cometa occupava ancora pochi pixel ma è stato già possibile ricavare i primi dati sulle reazioni della crosta cometaria alla radiazione, constatandone il progressivo riscaldamento.

Altre informazioni:

 

http://sci.esa.int/rosetta/54437-rosetta-takes-comets-temperature/

 

 

Quaranta chilometri e 250 metri: dopo dieci anni di esplorazione di Marte, il rover della Nasa “Opportunity” ha battuto il record di percorrenza extraterrestre, finora detenuto con 39 chilometri dal Lunakhod 2, lanciato sul nostro satellite dall’ex Unione Sovietica nel 1973. “Opportunity era progettato per percorrere un solo chilometro. Partì con la missione Mars Exploration Rover (MER) insieme con il rover gemello “Spirit”. Tra la Terra e la Luna il tempo-luce di andata e ritorno è di circa due secondi e mezzo. I tecnici russi poterono quindi pilotarle il Lunakhod quasi in tempo reale, con una sorta di Joystick. Più complicato è stato guidare dal Jet Propulsion Laboratory (California) i due rover della missione MER perché i segnali radio impiegano un tempo variabile a collegare la Terra con Marte, in funzione della distanza tra i due pianeti. La differita oscilla intorno ai 20 minuti. Inoltre i piloti devono tenere presente il fatto che il sol (cioè il giorno marziano) dura 24 ore e 40 minuti e quindi gradualmente si sfasa rispetto agli orologi terrestri. Ogni giorno i piloti dei rover devono attendere 40 minuti per riavere il loro automezzo nella posizione della sera precedente rispetto alla Terra. La differita di decine di minuti può portare facilmente a incidenti su un terreno ostile e sconosciuto come quello esplorato su Marte. Per ora il rover “Curiosity” ha percorso in due anni solo 8,6 chilometri ma ha buone speranze di battere il primato di “Opportunity” perché è alimentato da un generatore a radioisotopi e quindi non dipende dai pannelli fotovoltaici.

Nel disegno: percorrenze extraterrestri a confronto.

Altre informazioni:

http://www.jpl.nasa.gov/news/news.php?release=2014-245

 

 

Sono 101 i geyser attivi sul satellite di Saturno Encelado. E’ questa la conclusione a cui sono arrivati gli scienziati che seguono la missione della Nasa “Cassini” dopo sette anni di osservazioni. Sembra che l’acqua eruttata provenga da un mare che si trova sotto la crosta ghiacciata del satellite (schema). Il primo avvistamento dei geyser ghiacciati di Encelado risale al 2005. L’ipotesi è che il fenomeno sia riconducibile alle forze di marea che deformano questa luna di Saturno con un meccanismo simile a quello che agisce sul satellite di Giove Io, dove però le eruzioni non sono di acqua ma di materiale magmatico.
Altre informazioni: http://www.ciclops.org/view_event/202?js=1


 

Due sonde, “Messenger” della Nasa in orbita intorno a Mercurio e “Venus Express” dell’Esa in orbita intorno a Venere si avvicinano alla fine della loro missione e, parallelamente, alla superficie dei loro pianeti per un ultimo sguardo ad alta risoluzione. “Messenger” è sceso a 100 chilometri e il 19 agosto si abbasserà ancora fino a 50 chilometri. Il massimo avvicinamento verrà raggiunto il 12 settembre a 25 chilometri. Due manovre previste per ottobre e dicembre lo porteranno al fatale impatto con la superficie di Mercurio nel marzo 2015. “Venus Express” (disegno) ha invece iniziato la fase di studio della frenata aerodinamica nell’atmosfera di Venere, una raccolta di dati che sarà utile per future missioni di atterraggio sul pianeta. Le misure indicano che da 165 a 130 chilometri di quota la densità dell’atmosferica di Venere aumenta di mille volte e la temperatura della sonda sale a 100 °C. 

Altre informazioni su “Messenger”: 

https://webmail.lastampa.it/owa/?ae=Item&t=IPM.Note&id=RgAAAADCn4nmw5SURaBhcoUJ9miaBwDXrnAnoUIZSrcP2%2fFOX9r3AAAABF%2fNAABz0dPfOb4aQrkduLvWva%2bEAEFyU%2fEKAAAJ

Su “Venus Express”: 

http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Science/Venus_Express/Venus_Express_up_above_the_clouds_so_high

 

Come agisce la gravità sull’antimateria? Esattamente come sulla materia, e quindi secondo la Legge di Newton, o c’è qualche piccola differenza? Siamo ancora lontani dal poter rispondere a queste domande ma un primo passo sperimentale, non con la forza di gravità ma con la forza magnetica, viene da un esperimento realizzato al Cern di Ginevra (foto). Lo ha annunciato “Nature Communications” il 27 luglio. L’esperimento si chiama AEGIS, da Antimatter Experiment: Gravity Interferometry and Spectroscopy. Vi partecipa l’Infn con un ruolo importante. L’esperimento ha misurato la deflessione di un fascio di antiprotoni sotto l'effetto di una debolissima forza magnetica. E’ il primo test dello strumento che ne ha verificato l’efficienza e la sensibilità, nella prospettiva di eseguire in futuro misure degli effetti  della gravità su atomi di anti-idrogeno. Non esiste ad oggi una misura diretta del fatto che l'antimateria subisca la forza gravitazionale in modo del tutto equivalente alla materia. 'E' molto probabile che questa equivalenza sia vera - dice Gemma Testera, viceresponsabile di AE?IS e coordinatrice INFN della collaborazione italiana - ma la nostra misura fornirà in ogni caso un'indicazione molto utile per capire come costruire una teoria quantistica della gravità e quindi una visione unitaria delle forze fondamentali della natura,  di cui ancora non disponiamo.'

Altre informazioni: http://www.infn.it/index.php?lang=it

 

Forse la materia oscura si è finalmente svelata: il suo segnale è un picco di radiazione X con energia di 3,56 keV. Questa specifica “luce” X è stata osservata per la prima volta nel 2012 con il satellite “Chandra” (disegno) nell’ammasso di galassie della costellazione di Perseo, e non corrisponde a nessuna transizione atomica della materia ordinaria. Successivamente lo stesso picco nella banda X è stato riconosciuto in altri 73 ammassi di galassie e nella galassia di Andromeda. I ricercatori, guidati da Esra Bulbul dell’Harvard Center for Astrophysics, dopo aver escluso errori di misura e di altro tipo, si sono orientati sull’unica spiegazione rimasta: che quella transizione energetica corrisponda a una delle 60 forme di materia oscura ipotizzate dai fisici teorici che otrebbero emettere nella banda di energia corrispondente a 3,56 keV. La notizia, senza dubbio clamorosa, è riportata da “Nasa Science” del 25 luglio.

 

I tecnici della Nasa stanno preparandosi al passaggio vicino a Marte della cometa A1 Siding Spring che avverrà il 19 ottobre a una distanza di appena 132 mila chilometri dal pianeta, un terzo dello spazio che separa la Terra dalla Luna (disegno). Durante il transito ravvicinato le particelle che la cometa rilascia – 100 chilogrammi al secondo – potranno investire le navicelle spaziali al suolo e in orbita intorno al pianeta. Si stima che alcune di queste particelle possano avere un diametro di mezzo millimetro, quanto basta a creare danni gravi tenendo conto della velocità dell’eventuale impatto (56 chilometri al secondo). Le sonde attive intorno a Marte hanno un compito difficile: devono tenersi il più possibile in sicurezza ma nello stesso tempo raccogliere la maggior quantità di dati sulla cometa. La fase più pericolosa si avrà un’ora e mezza dopo il flyby, quando il pianeta si troverà immerso nella chioma della cometa appena transitata, il cui diametro è attualmente di 20 mila chilometri. Il riposizionamento riguarda le sonde MRO, Mars Reconnaissance Orbiter, e MAVEN, attualmente in viaggio verso Marte, che entrerà in orbita marziana il 21 settembre.

Altre informazioni: http://mars.nasa.gov/comets/sidingspring/

Un pianeta scoperto dal satellite “Kepler” della Nasa ha un “anno” di 704 giorni: è il periodo orbitale più lungo mai osservato con il metodo dei transiti in un pianeta extraterrestre, paragonabile a quello di Marte, che è di 780 giorni. Il pianeta in questione è Kepler-421b. Il suo sole è meno luminoso del nostro. Si tratta di una stella arancione di tipo K a mille anni luce da noi nella costellazione della Lira. Di solito si scoprono esopianeti molto vicini alle loro stelle perché è più facile individuarli. Nel caso di Kepler-421b, invece, il pianeta orbita a 200 milioni di chilometri e quindi è anche molto più freddo dei più comuni esopianeti: -93 °C, più o meno come Urano. Gli esopianeti confermati sono attualmente circa 1800. L’articolo comparirà su “The Astrophysical Journal” ed è disponibile online.

Altre informazioni:

https://www.cfa.harvard.edu/~dkipping/kepler421.html

 

Astronomi dell’Università di Toronto hanno analizzato con il telescopio spaziale “Hubble” l’atmosfera di tre pianeti extrasolari (disegno) alla ricerca di acqua ma la ricerca ha dato risultati negativi: la quantità di vapore acqueo rilevata è nettamente inferiore a quanto ci si poteva aspettare, e precisamente da un decimo a un millesimo del previsto stando ai modelli di formazione dei sistemi planetari. Le tre stelle studiate sono molto calde e si trovano tra 60 e 900 anni luce da noi. La ricerca dell’acqua è stata condotta analizzando lo spettro dei tre pianeti nel vicino infrarosso. Il ricorso al telescopio spaziale “Hubble” è stato necessario perché con strumenti al suolo lo spettro sarebbe stato falsato dall’abbondante vapore acqueo sempre presente nell’atmosfera terrestre. Bisognerà rivedere, probabilmente, le ipotesi sulla formazione dei pianeti, che attualmente presuppongono che la materia prima sia costituita da granuli di ghiaccio misti a granuli di silicati e altri composti di elementi pesanti. L’articolo originale è comparso il 24 luglio su “The Astrophysical Letters”.

Altre informazioni: 

http://hubblesite.org/newscenter/archive/releases/2014/36

La Via Lattea, cioè la nostra galassia, ha la forma di una spirale barrata con un diametro di circa centomila anni luce e in questo spazio sono confinati da 100 a 200 miliardi di stelle (la stima è incerta perché è difficile valutare il numero delle nane rosse). Sorprenderà quindi apprendere che due stelle della Via Lattea si trovano rispettivamente a 775 mila e 900 mila anni luce, oltre la periferia dell’alone galattico, la gigantesca bolla di gas e stelle che racchiude la spirale. Per dare un’idea di questa distanza, basta pensare che la Piccola e la Grande Nube di Magellano, galassie satelliti della Via Lattea, sono ad appena 170-220 mila anni luce. Da un eventuale pianeta di quelle stelle remotissime la Via Lattea apparirebbe poco più grande e luminosa di come noi vediamo la galassia di Andromeda (disegno).  La notizia compare sulla rivista “The Astrophysical Journal Letters”. John Bochanski dell’Haverford College (Usa) ha guidato la ricerca, che si è avvalsa del Multi Mirror Telescope da 6,5 metri di Monte Hopkins in Arizona.

Altre informazioni:

http://www.haverford.edu/physics-astro/bochanski/mgiants_press.html

http://iopscience.iop.org/2041-8205/790/1/L5/

 





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