Astro News a cura di Piero Bianucci

 

Il 21 agosto 2015 il satellite astrometrico europeo “Gaia” ha compiuto il suo primo anno di attività nello spazio, a 1,5 milioni di chilometri dalla Terra, nel Punto di Lagrange L2. Il bilancio scientifico si riassume in alcune cifre impressionanti: 272 miliardi di misure di posizione, 54,4 miliardi di misure fotometriche e 5,4 miliardi di rilievi spettrali. Obiettivo di Gaia è misurare posizione, moto proprio, distanza, luminosità,  caratteristiche spettrali e altri parametri di oltre un miliardo di stelle della nostra galassia. Un primo catalogo dei dati raccolti verrà rilasciato nell’estate del 2016 ma già in occasione del primo anniversario è stato reso pubblico il primo diagramma HR (Hertzsprung-Russell) elaborato sull’enorme campione di stelle esaminate. Questo diagramma (nell’immagine accanto) fornisce un importante contributo alla comprensione dell’evoluzione stellare su grande scala. Gaia ha anche osservato centinaia di sorgenti luminose transitorie, variabili cataclismatiche e una supernova appena esplosa.

Altre informazioni:

http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Science/Gaia/Gaia_s_first_year_of_scientific_observations

 

 

 Fino al 31 ottobre è possibile partecipare alle “primarie” per scegliere i nomi da assegnare a venti dei quasi duemila sistemi planetari di altre stelle ad oggi conosciuti. Con il concorso “Name ExoWorlds”, per la prima volta la International Astronomical Union (IAU), una cui commissione ha il compito di battezzare i nuovi oggetti del cielo, ha invitato il pubblico mondiale al voto per decidere “democraticamente” come dovranno essere chiamati questi nuovi mondi. L’INAF, Istituto nazionale di Astrofisica, e la SAIt, Società Italiana di Astronomia, appoggiano l’iniziativa della IAU sottoponendo sul portale IAU dedicato (nameexoworlds.iau.org) quelle che sono state individuate come le due migliori proposte italiane.

Potete leggere tutti i particolari su tali proposte scelte nel sito “Uno, Nessuno, Centomila Sistemi Solari” altrimondi.inaf.it/iaucontest Per i pianeti della stella doppia 55 Cancri, lontana 40 anni luce, Riccardo Balestrieri ha proposto nomi di Intelligenze Artificiali tratti da celebri opere di fantascienza. Mike & Michelle potrebbero essere i nomi delle due stelle A e B che compongono la binaria; Hal (da “2001 Odissea nello spazio” di Arthur C. Clarke), Jane, Joshua, Samantha e Simone i nomi dei cinque pianeti di 55 Cancri A, che è una stella molto simile al Sole. Per i quattro esopianeti scoperti intorno a Mu Arae, altra stella simile al Sole, a 50 anni luce da noi, Rossella Spiga, dell’Università di Padova, ha proposto nomi di fiori: Elianthus (girasole), Hibiscus, Camellia, Lotus. Bastano pochi minuti per votare su nameexoworlds.iau.org/ed E’ semplicissimo: cliccate nella sezione For Individuals. Non è richiesta nessuna iscrizione. Si aprirà una pagina dove sono elencati i 20 sistemi planetari. Possono votare tutti, compresi gli studenti di ogni ordine e grado.

Per informazioni scrivere a: nameexoworld@brera.inaf.it e consultare il sito altrimondi.inaf.it

 

 

Fu James Clerk Maxwell a scoprire per via matematica nel 1856 che gli anelli di Saturno (foto) sono costituiti da una miriadi di minuti frammenti, altrimenti non sarebbero stabili, e da anni sappiamo anche che si tratta essenzialmente di pezzi di ghiaccio che misurano da meno di un centimetro a qualche decina di metri. Ora un lavoro pubblicato negli Atti della National Academy of Sciences (PNAS, agosto 2015) stabilisce che negli anelli di Saturno, e più in generale in tutti gli anelli planetari, un rapporto matematico costante di tipo esponenziale collega il numero dei frammenti di una certa dimensione a quelli di dimensioni maggiori e inferiori: per esempio i frammenti di due metri sono 8 volte meno numerosi di quelli di un metro e quelli di tre metri sono 27 volte più rari di quelli di due. Ha scoperto la “regola aurea” degli anelli Nikolay Brilliantov dell’Università di Leicester, che firma la pubblicazione insieme con altri sei ricercatori. Il risultato è particolarmente interessante perché si applica, per esempio, anche agli anelli più o meno completi che circondano i pianeti Urano e Nettuno nonché ad asteroidi di notevoli dimensioni come Chiron e Chariklo, ed eventualmente ad anelli di esopianeti. La “regola di Brilliantov” aiuterà a chiarire il meccanismi di formazione, aggregazione e frammentazione degli anelli planetari.

Il sito di PNAS: http://www.pnas.org

 

 

 

Si stringe il cerchio intorno alla materia oscura che sembra costituire circa un quarto dell’universo e che tuttavia finora gli scienziati non sono riusciti a identificare. Ipotesi teoriche e alcune rilevazioni sperimentali fatte negli ultimi anni possono però essere scartate o reinterpretate alla luce di nuovi dati raccolti con l’esperimento XENON100 (disegno) in funzione nei Laboratori del Gran Sasso dell’Istituto nazionale di fisica nucleare: questi risultati sono in corso di pubblicazione sulla riviste “Science” e “Physical Review Letters”. 

Si pensa che la materia oscura pervada tutto lo spazio intorno a noi nella nostra galassia e nelle altre galassie ma che sia di natura diversa da quella ordinaria, con la quale interagirebbe molto raramente. Dal 1998 nel Laboratorio del Gran Sasso l’esperimento DAMA/LIBRA (Dark MAtter / Large sodium Iodide Bulk for Rare processes) cerca di intercettare particelle di materia oscura. Poiché la Terra gira intorno al Sole, l’esperimento dovrebbe osservare variazioni stagionali nel flusso di eventi interpretabili come antimateria (qualcosa come il “vento di etere” sulla luce sfatato dall’esperimento di Michelson e Morley nell’Ottocento). Queste variazioni sono effettivamente state osservate al Gran Sasso, ma non con altri esperimenti in corso nel mondo. Per spiegare il disaccordo una ipotesi era che la materia oscura reagisse più facilmente con gli elettroni e meno con i nucleoni. I dati di XENON100 però non sono in accordo con questa ipotesi. Il prossimo passo sarà un esperimento 20 volte più grande e 100 volte più sensibile di quello attuale che si chiama XENON1T. Il nuovo rivelatore entrerà in funzione nel prossimo autunno.

Altre informazioni:

http://xenon.astro.columbia.edu/XENON100_Experiment/

https://en.wikipedia.org/wiki/DAMA/NaI

 

 

 

 

 

La Nasa offre a tutti un viaggio virtuale su Marte con la sua prossima missione verso il pianeta rosso, che farà atterrare il robot “InSight”, progettato per lo studio della struttura geologica di Marte. Basta accontentarsi di trasferire su Marte solo il proprio nome e cognome, e inviarli entro l’8 settembre all’indirizzo:

http://go.usa.gov/3Aj3G

I nomi ricevuti dalla Nasa saranno trascritti in un microchip a bordo del rover, che partirà nel marzo 2016 dalla Vandenberg Air Force Base in California e scenderà su Marte nove mesi dopo, il 28 settembre.

Per promuovere le proprie attività a livello popolare, l’ufficio stampa della Nasa non è nuovo a questo genere di iniziative. L’ultimo caso risale allo scorso mese di dicembre, quando nomi e cognomi di 1.380.000 persone viaggiarono a bordo della prima missione della nuova navicella della Nasa “Orion”.

Informazioni sulla missione “InSight”:

http://insight.jpl.nasa.gov/home.cfm

 

http://www.nasa.gov/mission_pages/insight/main/index.html

 

 

Piero Benvenuti (foto) è stato eletto General Secretary (segretario generale) della International Astronomical Union (IAU per il prossimo triennio). E’ la prima volta che questa prestigiosa carica viene ricoperta da un astronomo italiano, ma è giusto ricordare che Franco Pacini ricoprì la carica ancora più prestigiosa di presidente dell’IAU dal 2000 al 2003 e che durante il suo mandato si batté presso l’Unesco per promuovere l’idea di quello che poi fu, nel 2009-2010, l’Anno Internazionale dell’Astronomia.

«Mi sento onorato ad essere il primo italiano a ricoprire questa carica in quasi cento anni di esistenza dell’IAU – ha dichiarato Benvenuti subito dopo la nomina – e spero di far bene un lavoro che sarà molto interessante ma anche molto impegnativo: la IAU ha oggi quasi 12.000 membri sparsi in tutto il mondo».

Nato nel 1946 a Conegliano (Treviso), Benvenuti si è laureato all’Università di Padova nel 1970. Ha diretto il Centro ESA per il telescopio spaziale “Hubble” presso l’ESO a Monaco di Baviera ed è stato fino al 2005 professore ordinario di astrofisica all’Università di Cagliari per poi tornare a Padova come ordinario di astrofisica delle alte energie.

Altre informazioni:

http://www.astro.unipd.it/benvenuti/Files%20Sito/CV_online/index.html

 

http://www.astro.unipd.it/benvenuti/index.htm

)

 

Materia e antimateria coincidono con l’incertezza di una parte su diecimila. Lo ha accertato al CERN l’esperimento Alice (disegno) sviluppato sotto la guida di Paolo Giubellino da un gruppo di ricercatori italiani dell’INFN, Istituto nazionale di astrofisica e il risultato compare sull’autorevole rivista “Nature Physics” (17 agosto 2015). Il parametro misurato con tanta precisione è la massa. Finora il confronto tra materia e antimateria aveva riguardato poco più che singole particelle. Ora per la prima volta si è lavorato su aggregazioni di materia e antimateria relativamente grandi, prodotte facendo scontrare ad altissima energia nuclei di piombo. Sono stati confrontati un campione di un milione di nuclei di antideuterio (nuclei di anti-idrogeno pesante, costituiti da un antiprotone e un antineutrone) e migliaia di nuclei dell’isotopo leggero dell’antielio. Rispetto ai rispettivi nuclei di materia ordinaria, la differenza di massa è risultata uguale a zero entro i limiti di incertezza dell’esperimento (incertezza che nel caso dell'antielio è di una parte su mille).

L’antimateria, prevista per via teorica da Maurice Dirac, fu scoperta sperimentalmente nel 1932 osservando il positrone, antiparticella dell’elettrone. Emilio Segré osservò poi.negli Anni 50, l’antiprotone; l’antideutone fu osservato nel 1965 al CERN da un gruppo di cui faceva parte Antonino Zichichi. Al CERN si riuscì successivamente a produrre i primi antinuclei leggeri: antiidrogeno, antitrizio e antielio. La massa è stata valutata in base al “tempo di volo” delle particelle prodotte nelle collisioni di nuclei di piombo su un percorso di circa 4 metri.

Altre informazioni nell’articolo originale:

 

http://www.nature.com/nphys/journal/vaop/ncurrent/full/nphys3432.html

 

 

La scoperta di pianeti di altre stelle è importante anche per il fatto che con il loro studio possiamo migliorare le conoscenze sul nostro Sistema solare, e in particolare sulla sua formazione, della quale sappiamo ancora piuttosto poco. Va in questa direzione la recente scoperta dell’esopianeta 51 Eridani b, un oggetto simile a Giove ma molto giovane e con una massa da due a cinque volte maggiore. Questo esopianeta è il primo che sia stato individuato con il nuovo strumento GPI montato al fuoco del telescopio da 8 metri Gemini Sud, in funzione sulle Ande del Cile.

Lo strumento GPI, sigla di Gemini Planet Imaginer, è stato progettato in modo specifico per scoprire e analizzare l’atmosfera di deboli giovani pianeti visualizzandoli in modo diretto mentre orbitano intorno alle loro stelle (e non solo in modo indiretto durante i transiti, come ha fatto “Kepler”). L’ottica adattiva di questo telescopio ha permesso di ottenere, il 21 dicembre 2014, una nitida immagine di 51 Eridani b nel vicino infrarosso (foto). L’immagine della brillante stella centrale è stata occultata per mettere in evidenza oggetti molto più deboli. 51 Eridani è una stella che si è accesa solo 20 milioni di anni fa: osservarla, quindi, è un po’ come vedere il Sistema solare (che oggi ha 4,5 miliardi di anni) nella sua primissima giovinezza.  In questo Super-Giove l’analisi spettrale ha rivelato la forte presenza di metano, gas abbondante anche nell’atmosfera dei nostri pianeti giganti gassosi. In altri esopianeti di tipo gioviano, invece, si è osservato soprattutto monossido di carbonio. Per quanto riguarda la composizione dell’atmosfera, 51 Eridan b è dunque l’esopianeta più simile a Giove che finora sia stato scoperto. L’articolo che lo annuncia comparirà sul fascicolo di “Science” del 20 agosto.

Altre informazioni:

 

http://www.nasa.gov/feature/ames/nasa-scientists-help-understand-newly-discovered-planet

 

 

Il battesimo ufficiale di Laniakea, il superammasso di galassie a cui appartiene la nostra Via Lattea, e la firma di un accordo per la diffusione della cultura astronomica in cinque paesi in via di sviluppo: sono questi i due risultati più significativi dell’Assemblea generale della International Astronomical Union (IAU) in corso a Honolulu, nelle isole Hawaii. Nella lingua dei navigatori nativi della Polinesia, Laniakea significa “immenso paradiso”, un nome poetico e mediaticamente efficace per indicare la megastruttura cosmica dal diametro di 500 milioni di anni luce nella quale siamo immersi: per primo l’ha descritta su “Nature” del 4 settembre 2014 (foto) Brent Tully, dell’Istituto di Astronomia delle Hawaii. All’assemblea IAU, Brent Tully ha portato gli ultimi aggiornamenti su questa ricerca. La massa di Laniakea è dell’ordine di cento milioni di miliardi di stelle come il Sole ed è distribuita in circa centomila galassie. Tully e il suo team internazionale ne hanno dedotto la massa e la struttura analizzando il moto di un gran numero di galassie, e ora hanno scoperto che anche Laniakea nel suo insieme si muove verso un superammasso di galassie ancora più grande, chiamato Concentrazione di Shapley.

L’accordo per la diffusione della cultura astronomica porterà all’apertura di cinque nuovi uffici di coordinamento regionale in Armenia, Colombia, Giordania, Nigeria e Portogallo. Tali uffici rientrano negli obiettivi di “Astronomy for Development”, ente dell’IAU che promuove l’astronomia nei paesi in via di sviluppo.

Altre informazioni:

http://www.media.inaf.it/2014/09/03/limmenso-paradiso/

http://www.astro4dev.org/

 

 

 

Il 12 agosto 2015 l’Agenzia Spaziale Europea ha firmato i contratti con Airbus Safran Launchers (ASL) per lo sviluppo della nuova generazione di lanciatori “Ariane 6”, evoluzione degli attuali razzi “Ariane 5”. Contestualmente l’ESA ha firmato anche i contratti per la base di lancio del nuovo vettore (CNES, il centro francese per gli studi spaziali) e, con l’italiana ELV, per la realizzazione del razzo “Vega C”, versione potenziata dell’attuale lanciatore per carichi medio-piccoli.

“Ariane 6” sarà un vettore modulare, con due o con quattro booster ed esordirà nel 2020. Vega C avrà il suo battesimo nel 2018. Con questa serie di lanciatori adattabili ai carichi più diversi l’Agenzia Spaziale Europea manterrà la sua posizione di preminenza sul mercato mondiale della messa in orbita di satelliti. L’importo dei contratti è di 2,4 miliardi di euro per “Ariane 6” (ASL), 600 milioni per la base di lancio (CNES) e 395 milioni per Vega C (ELV).

Nel disegno, 'Ariane 6' a confronto con i suoi competitori, l'americano 'Falcon-9' e il russo 'Proton-M'.

Altre informazioni:

http://www.esa.int/Our_Activities/Launchers/Ariane_6_and_Vega_C_begin_development

 

 

 

 

La cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko è transitata al perielio oggi 13 agosto alle 3 e 3 minuti ora italiana sotto l’attenta osservazione degli strumenti della sonda europea “Rosetta” e non ha mancato di festeggiare l’evento con una spettacolare esibizione di getti di gas e polveri emessi dal suo nucleo, come si vede nelle bellissime immagini che “Rosetta” ha ripreso un’ora prima del transito, operando a una distanza di 327 chilometri.

Il perielio della Churyumov-Gerasimenko è esterno all’orbita della Terra e si trova a 186 milioni di chilometri dal Sole (1,24 U.A.). Nonostante questa non piccola distanza, la radiazione solare ha notevolmente riscaldato il nucleo cometario. La temperatura superficiale, che un anno fa era di -70 °C, è salita a pochi gradi sotto lo zero nel maggio scorso e si prevede che nel prossimo mese sarà di qualche decina di gradi sopra lo zero.

I gas e le polveri liberati hanno incrementato la chioma e la coda. Secondo le misure effettuate, attualmente ogni secondo la cometa rilascia nello spazio 300 chilogrammi di vapore acqueo, mille volte di più di quanto faceva un anno fa, quando fu raggiunta dalla sonda. La massa delle poveri rilasciate è stimata in mille chilogrammi al secondo, una quantità che può creare problemi per l’incolumità di “Rosetta”. Per prudenza, la sua orbita intorno alla cometa è stata un poco allontanata.

Altre informazioni:

http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Science/Rosetta/Rosetta_s_big_day_in_the_Sun

https://www.youtube.com/watch?v=TaBZbc6WGLs

https://plus.google.com/events/cl01p03as680jn4iflpp1hmdbr4

 

 

 

 

Hanno misurato l’energia emessa da 200 mila galassie in un volume ben definito dell’universo locale e hanno stabilito che è la metà di quella che veniva emessa due miliardi di anni fa. Così per la prima volta un numeroso team internazionale di astronomi ha potuto certificare che l’universo si trova nella sua parabola discendente, una sorta di lenta agonia. Questo straordinario risultato scientifico è frutto della Survey GAMA (Galaxy And Mass Assembly) e ha impegnato una pattuglia di telescopi al suolo (tra i quali VISTA E VST dell’Eso) e di telescopi spaziali della Nasa (GALEX e WISE) per analizzare la produzione energetica delle galassie in una ampia banda delle onde elettromagnetiche, in tutto 21 diverse lunghezze d’onda dall’ultravioletto al lontano infrarosso (foto). Lo stesso team progetta di estendere lo studio sulla scala dell’intero universo con altri strumenti, tra i quali il radiotelescopio SKA da un chilometro quadrato ora in costruzione. La ricerca è stata presentata il 10 agosto alla XXIX Assemblea generale dell’Unione Astronomica Internazionale a Honolulu (isole Hawaii). Il declino energetico dell’universo è noto fin dagli Anni 90 del secolo scorso ma non era mai stato misurato con tanta precisione.

 

Il sito della Survey GAMA: http://www.gama-survey.org/

 

 

Gli astronomi che lavorano con il satellite per raggi X “Chandra” della Nasa e con il Clay Telescope da 6,5 metri in Cile lo hanno definito un buco nero “ossimoro”. L’ossimoro è una figura retorica che consiste nell’accostamento di due parole antitetiche: una giovane vecchiaia, un chiara oscurità, una povera ricchezza… In questo caso si tratta della scoperta del più piccolo (come massa) buco nero massiccio mai osservato nel centro di una galassia. Dunque un buco nero caratterizzato da una piccola grandezza o se volete da una grande piccolezza (di massa). Il buco nero in questione ha una massa di 50 mila stelle come il Sole, davvero poco per essere un super-buco nero centrale di una galassia. Si trova nel cuore della galassia nana RGG 118 (foto), a 340 milioni di anni luce da noi ed era già noto grazie alla Sloan Digital Sky Survey. Questo oggetto è 200 mila volte meno massiccio dei normali super-buchi neri delle galassie e persino 100 volte meno massiccio del buco nero della nostra Via Lattea, che è considerato tra i più piccoli. Gli autori della ricerca, pubblicata su “The Astrophysical Journal Letters”, hanno calcolato la massa del buco nero- ossimoro misurando l’accelerazione del gas che vi precipita dentro e ritengono che questo lavoro sarà utile pe capire meglio come si formano i buchi neri più massicci.

 

Altre informazioni: http://arxiv.org/abs/1506.07531

 

A quasi quattro secoli dalla legge di Newton e a 100 anni dalla relatività generale di Albert Einstein (1915) ci si interroga ancora sul significato universale della gravità. Funziona su brevissime distanze come sulle immense distanze cosmiche? E la sua costante – convenzionalmente indicata con G – è la stessa nel corso del tempo e nello spazio? Una risposta molto precisa è venuta da osservazioni eseguite per ventuno anni su una pulsar (stella di neutroni) in orbita con un periodo di 68 giorni intorno a una stella nana bianca a 3750 anni luce da noi. Ebbene sì, la costante di gravitazione è davvero universale, almeno per ciò che questo studio, pubblicato il 7 luglio sull’”Astrophysical Journal”,nel suo genere uno dei più raffinati, ha potuto stabilire. La rotazione della pulsar in questione – PSR J1713+0747 – è stata usata come un precisissimo cronometro e i dati ottenuti sono coerenti con una costante gravitazionale invariabile sia nel tempo sia a grande distanza da noi. Lo stesso risultato si è avuto in un altro sofisticato esperimento su piccola scala, alla distanza Terra-Luna. Il lavoro ha come autore principale Zhu Weiwei della British Columbia University (Canada). Il ticchettio della pulsar è stato registrato con il grande radiotelescopio di Green Bank (foto) in West Virginia.

Il preprint dell’articolo: ttp://arxiv.org/abs/1504.00662

 

 

Le condriti H sono i “sassi spaziali” più comuni tra quelli che cadono sul nostro pianeta: almeno una meteorite su tre è di questo tipo. Le condriti H (dall'iniziale di High) sono designate con questa lettera perché hanno un contenuto metallico (ferro-nickel) relativamente alto (tra il 15 e il 20%). Quelle con contenuto metallico inferiore (tra il 15 e il 5% circa) sono indicate con la lettera L (Low) e LL se il contenuto metallico è inferiore al 5%.

Sulla base di analisi spettrali, si ritiene che le condriti H siano per lo più frammenti provenienti dall’asteroide Hebe, appartenente alla fascia principale, scoperto da Karl Hencke nel 1847. Ora però uno studio pubblicato sull’”Astrophysical Journal” da un team del Planetary Science Institute documenta che non tutte le condriti H sono riconducibili a Hebe. Una parte deriverebbe invece dal pianetino 2007 PA8, il cui numero d’ordine è 214.869. L’analisi di questo oggetto fatta nel novembre del 2012 durante un suo avvicinamento alla Terra ha permesso di stabilire la quasi perfetta somiglianza tra le condriti H e il materiale di cui esso è costituito. Il pianetino 2007 PA8 ha attualmente un’orbita che lo porta molto vicino a noi ma proviene da una regione della Fascia Principale più lontana di quella di Hebe. Se può concludere che le condriti H possono avere origini diverse e che la loro storia è ancora in parte da ricostruire. Sembra, tuttavia, che le condriti H non generate da Hebe derivino dalla frammentazione di asteroidi della famiglia di Koronis.

 

Il pianetino 6 Hebe ha una forma spigolosa (disegno) con diametri di 205 x 185 x 170 chilometri. La sua magnitudine può raggiungere il valore 5,71, alla portata dell’occhio nudo. Scoperto nel 1876 all’Osservatorio di Berlino,158 Koronis ha un diametro di 35 chilometri.

 

 

A pochi giorni dal passaggio al perielio della cometa Churyumov-Gerasimenko con al seguito la navicella spaziale “Rosetta” dell’Agenzia Spaziale Europea, e a un anno dall’ingresso della sonda in orbita intorno a questa cometa, gli scienziati stilano un primo provvisorio bilancio delle scoperte susseguitesi in questi mesi di osservazione ravvicinata: il vapore acqueo che si libera dal nucleo cometario ha caratteristiche tali da mantenere aperto il dibattito sull’origine dei mari terrestri (che taluni spiegano con l’apporto di acqua cometaria); per la prima volta è stato osservato azoto molecolare su una cometa e ciò ha permesso di stabilire la temperatura della nebulosa solare primordiale all’epoca in cui le comete si sono formate: questa temperatura era molto bassa, altrimenti l’azoto non sarebbe rimasto intrappolato nel ghiaccio e questo dato ci porta nella Fascia di Kuiper, a oltre 50 Unità Astronomiche dal Sole; non esiste una campo magnetico del nucleo cometario.

Il passaggio al perielio avverrà il 13 agosto dalle ore 15 alle 17, a186 milioni di chilometri dal Sole, un terzo della distanza che separava la cometa dal Sole un anno fa. L’avvicinamento ha prodotto un aumento dell’attività del nucleo e un ulteriore riscaldamento potrebbe portare in superficie materiali “vergini”, cioè mai alterati dalla radiazione solare. La coda cometaria si sviluppa attualmente per 120 mila chilometri, una misura piuttosto limitata. Intanto la dispersione di polveri disturba i sensori di “Rosetta” rendendo difficile la sua guida ai tecnici dell’ESA. L’impresa si concluderà nel settembre 2016, quando si tenterà di far posare “Rosetta” sul nucleo cometario.

Altre informazioni:

 

http://www.esa.int/ita/ESA_in_your_country/Italy/Festeggiando_un_anno_con_la_cometa

 

La nostra calda estate vista dallo spazio. Questa bellissima immagine a colori è la prima trasmessa dall’ultimo e più avanzato satellite meteorologico europeo, MSG-4 lanciato il 15 luglio 2015 con un razzo “Ariane 5” dalla base di Kourou nella Guyane francese. L’ha rilasciata Eumetsat il 4 agosto ed è ripresa nel visibile e nell’infrarosso. L'infrarosso visualizza i sistemi nuvolosi e la presenza di umidità nell'atmosfera. Eumetsat è un organismo intergovernativo europeo per l’operazione di satelliti meteorologici in orbita geostazionaria o polare. Vi partecipano 30 paesi. Inoltre, con Nasa, Noaa e Cnes, Eumetsat è patner di “Jason”, missione per misure altimetriche di precisione sull’oceano Indiano. Dal 2016 l’organismo europeo sarà anche responsabile dell’esercizio del satellite Copernicus Sentinel-3 per l’osservazione dei mari.

Posto a 36 mila chilometri sopra l’equatore, MSG-4, insieme con un altro satellite della famiglia, assicurerà ai servizi meteorologici ogni 15 minuti una immagine di Europa, Africa e parte degli oceani Atlantico e Indiano. La prima immagine della Terra intera ripresa dallo spazio risale alla missione Apollo 8 che circumnavigò la Luna con tre astronauti a bordo (21-27 dicembre 1968).

Altre informazioni: https://it.wikipedia.org/wiki/Meteosat

 

 

Un lavoro fatto da scienziati della SISSA (Scuola Internazionale Superiore Studi Avanzati, Trieste) insieme con astrofisici dell’Inaf dell’Osservatorio di Padova e dell’Osservatorio di Trieste propone una soluzione per l’annoso problema della scarsità di litio-7 nelle stelle primordiali. Il modello del Big Bang, infatti, prevede che alle origini dell’universo si sia formata una certa quantità di litio, il terzo elemento più leggero dopo l’idrogeno e l’elio. La misura della quantità di litio-7 nelle stelle più antiche non corrisponde però alle previsioni: i dati osservati sono di tre volte inferiori a quelli calcolati sulla base della nucleosintesi avvenuta nei primi minuti dopo il Big Bang. Secondo la spiegazione ora proposta, il modello della nucleosintesi rimane valido, la causa della scarsità di litio nelle stelle primordiali è dovuta al fatto che il litio andò distrutto in una fase molto precoce e altro è stato assorbito dall’ambiente intorno alla stella in formazione. La ricerca, pubblicata su “Monthly Notices of the Royal Astronomical Society” ha come prima firma Xiaoting Fu (foto), studentessa della SISSA, affiancata dai suoi docenti e supervisori, Paolo Molaro e Paola Marigo.

“Le stelle – spiega Xiaoting Fu – si sviluppano in un ambiente ricco di gas: il disco di accrescimento, i cui materiali si addensano e vanno a formare il corpo celeste. Nelle stelle povere di metalli, formatesi poco dopo il Big Bang, il litio inizialmente entrato nella loro formazione è stato rapidamente ‘bruciato’, ma poi il sistema stellare ha continuato ad assorbirne dallo spazio circostante, fino a quando questo materiale è stato spazzato via dai fotoni nell’ultravioletto estremo provenienti dalle stelle. A quel punto le stelle stavano per raggiungere il loro stato stabile entrando nella sequenza principale. Da allora l’abbondanza del litio è rimasta pressoché quella che registriamo oggi”.

Altre informazioni: http://mnras.oxfordjournals.org/

 

 

 

 

La NASA ha selezionato cinque proposte di missioni spaziali per lo studio delle stelle di neutroni (pulsar), dei buchi neri, dell’espansione dell’universo, delle galassie primordiali e della formazione delle stelle nella nostra galassia, la Via Lattea: tutti temi di punta della ricerca astrofisica.  Tre sono missioni “Small Explorer”, finanziate per condurre uno studio di sviluppo della durata di 11 mesi. Sono missioni dal costo complessivo di 125 milioni di dollari ciascuna e riguardano una survey di tutto il cielo nel vicino infrarosso, un polarimetro in raggi X e un polarimetro per sorgenti astrofisiche relativistiche in raggi X. Le altre due missioni sono della classe “Opportunity” dal costo di 65 milioni di dollari. Una capterà da un pallone stratosferico radioemissioni ad alta frequenza (THz) dalla Via Lattea, dalle Nubi di Magellano e dalla materia interstellare. L’altra missione contribuirà a LiteBird, una survey della polarizzazione del fondo cosmico in microonde. La prima delle cinque missioni dovrebbe partire nel 2020. Nell'immagine: il satellite per astrofisica delle alte energie NuStar.

Altre informazioni: http://www.nasa.gov/press-release/nasa-selects-proposals-to-study-neutron-stars-black-holes-and-more

 

 

I dati raccolti dal lander “Philae” (disegno) rilasciato dalla sonda europea “Rosetta” e sceso il 12 novembre 2014 sulla cometa Churyumov-Gerasimenko sono stati pubblicati su “Science” del 31 luglio. Il numero della rivista americana, praticamente monografico, si apre con un articolo dal titolo “I primi giorni di Philae su una cometa” che ha tra le firme anche quella di Amalia Ercoli Finzi del Politecnico di Milano. L’ESA ha rilasciato per l’occasione la sequenza fotografica dell’atterraggio di Philae: l’ultima immagine identifica il punto in cui il lander si è fermato sulla superficie del nucleo cometario con la precisione di 20 centimetri. L’ultima immagine è stata ripresa a 9 metri dal punto di atterraggio. I frammenti di regolite identificabili sul nucleo misurano da 10 a 20 centimetri. Questo materiale costituisce i primi due metri della crosta della cometa. La sequenza si riferisce all’ultimo rimbalzo di Philae, che in precedenza aveva toccato il sito chiamato Agilkia. I dati corrispondono a 63 ore di registrazione, fino a quando le batterie hanno potuto alimentare gli strumenti. La posizione del lander infatti non permesso di utilizzare i pannelli solari. C’è stata tuttavia il 13 giugno scorso una breve e intermittente ripresa dei contatti radio tra il lander e Rosetta. Il team di scienziati che segue “Philae” confida che con il passaggio della cometa al perielio il 14 agosto il lander possa ricevere una potenza elettrica alla ripresa della trasmissione dei dati. Le informazioni finora raccolte sono comunque utilissime per comprendere la chimica dei nuclei cometari e il loro eventuale ruolo nelle origini della vita.

Altre informazioni e il video costruito con le immagini della discesa sulla superficie della cometa:

http://www.sciencemag.org/content/349/6247/547.2.summary

http://www.sciencemag.org/content/349/6247/493.full

http://news.sciencemag.org/tags/rosetta

 

 





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