Astro News a cura di Piero Bianucci

 

Il telescopio del satellite “Kepler” per la ricerca di esopianeti è riuscito a inquadrare nel proprio campo la cometa Siding Spring, transitata recentemente nel cielo di Marte. L’osservazione di questa cometa è particolarmente interessante perché, stando alla sua orbita, proviene direttamente dalla Nube di Oort, e quindi è il fossile più intatto del Sistema solare primordiale che gli astronomi possano desiderare. L’analisi spettrale della luce della Siding Spring fornirà fondamentali informazione sulla presenza dell’acqua e di composti del carbonio in questi corpi primitivi che risalgono alla nebulosa solare. L’immagine qui riprodotta mostra il passaggio della cometa presso l’ammasso globulare M 4 e l’ammasso NGC 6144, nonché presso la nebulosità della stella Rho Ophiuchi, una regione dove si osservano stelle in formazione. Il nucleo cometario ha impegnato una ventina di pixel. Il campo di “Kepler” è stato attraversato dalla cometa in circa 77 ore, e ciò ha richiesto una speciale programmazione della ripresa. L’impresa è frutto della seconda vita di “Kepler”, dopo che la navicella, ormai priva di stabilizzazione per la perdita dei giroscopi, è stata recuperata, rendendo possibile la missione denominata K-2, dalla durata prevista in due anni.

Altre informazioni:

 

http://www.nasa.gov/ames/kepler/comet-siding-spring-passes-through-k2s-field-of-view/

Pochi si rendono conto di quanto la nostra vita sia aiutata da centinaia di satelliti artificiali in orbita attorno alla Terra. Senza questa vasta costellazione tecnologica, non avremmo telecomunicazioni globali in voce e immagini, previsioni meteorologiche sempre più affidabili, navigatori che ci guidano in auto, un continuo controllo dell’ambiente e così via. Questa immagine è una dimostrazione ulteriore, insolita e sorprendente delle insostituibili applicazioni dei satelliti. Si tratta del palazzo del parlamento della Romania a Bucharest ma, come si vede, alcune parti sono in azzurro e altre in rosso/arancione. Nel periodo di rilevamento che va dal 2011 al 2014 i dati radar raccolti da satelliti sia pubblici sia privati, elaborati con una speciale tecnica interferometrica (Persistent Scatterer Interferometry - PSI), hanno permesso di individuare lievi modificazioni di altezza delle costruzioni e del paesaggio dovute a interventi umani o alla natura: le zone in azzurro si sono un poco sopraelevate, quelle rosso/arancione si sono abbassate rispetto a un livello di riferimento di partenza. L’immagine è stata prodotta dall’Advanced Studies and Research Center, una azienda romena che è stata di recente inserita dal Terrafirma Project dell’Agenzia spaziale europea  tra i fornitori di tecnologia PSI.   

 

Altre informazioni:

http://www.asrc.ro/

http://www.terrafirma.eu.com

 

Questa meravigliosa immagine dalle sfumature color pastello non è opera di un artista, come a un primo sguardo si potrebbe pensare, ma della natura e della tecnologia che l’uomo ha ideato per indagarla nei suoi aspetti più segreti. Ciò che state vedendo rappresenta l’interazione tra le polveri interstellari e il campo magnetico della Via Lattea, la nostra galassia. L’immagine è frutto del satellite europeo “Planck” che dal 2009 al 2013 ha osservato nei minimi particolari la radiazione cosmica di fondo, il residuo del Big Bang. Nello svolgere questo compito raccogliendo radiazione a microonde, ha però anche rilevato una emissione proveniente da materia finemente dispersa nella nostra galassia. Questo “effetto collaterale” del principale oggetto di studio di “Planck” è quasi altrettanto importante dell’obiettivo primario. L’emissione qui “fotografata” in un ampio settore della Via Lattea permette infatti agli astrofisici di ricavare preziose informazioni sulla nascita delle stelle e su altri fenomeni galattici. In essa polveri e gas disegnano la struttura delle nubi interstellari approfittando della polarizzazione delle microonde captate, le quali a loro volta indicano l’orientamento del campo magnetico. Gli astrofisici hanno così scoperto che le nubi interstellari a forma di filamento sono per lo più plasmate dal campo magnetico della Via Lattea, seguendone la struttura a spirale. La radiazione utilizzata per osservare le polveri è una combinazione dei canali captati da “Planck” a 353, 545 e 857 GHz; per tracciare il campo magnetico è invece stato utilizzato il solo canale a 353 GHz.

Copyright dell’immagine: ESA/Planck Collaboration. Acknowledgment: M.-A. Miville-Deschênes, CNRS – Institut d’Astrophysique Spatiale, Université Paris-XI, Orsay, France Altre informazioni:

http://www.esa.int/spaceinimages/Images/2014/12/The_magnetic_field_along_the_Galactic_plane

 

 

 

 

Dal 2006 la definizione di pianeta si riferisce a un oggetto che tra le sue caratteristiche ha quella di possedere una massa tale da “ripulire” da oggetti minori (planetesimi e detriti) la regione intorno alla propria orbita attraendoli a sé nella fase di accrezione. Questo fenomeno proprio della formazione planetaria è stato osservato per la prima volta con il telescopio millimetrico ALMA, che ha messo in evidenza intorno alla giovane stella HD 107146 uno sciame di planetesimi con dimensioni paragonabili a quelle di Plutone e degli oggetti della Fascia di Kuiper nella quale è riconoscibile una lacuna, cioè una regione ad anello nella quale non si vedono planetesimi, probabilmente perché lì si è già formato un pianeta piuttosto massiccio che ha attratto a sé i corpi minori su orbite vicine. A guidare la ricerca è stato Luca Ricci, astrofisico trentenne originario di Ravenna, ora al lavoro negli Stati Uniti allo Smithsonian Center for Astrophysics di Harvard. L’articolo è in via di pubblicazione su “The Astrophysical Journal”. La stella HD 107146 si trova a 90 anni luce da noi nella costellazione di Berenice. Il solco privo di planetesimi è largo più di un miliardo di chilometri e si trova a 80 unità astronomiche dalla stella centrale. Il disco si estende da 30 a 150 unità astronomiche.

L’articolo originale: http://arxiv.org/abs/1410.8265

 

 

La discesa del laboratorio “Philae” sulla cometa Churyumov-Gerasimenko (12 novembre 2014) è l’evento scientifico dell’anno per la rivista “Physics World”. Una grande affermazione per l’Agenzia spaziale europea e per la missione “Rosetta”, mentre l’avventura continua: si spera infatti in un risveglio di Philae quando riceverà più energia solare per i suoi pannelli fotovoltaici e Rosetta continuerà a orbitare intorno alla cometa almeno fino al passaggio al perielio nell’estate 2015.

 

La redazione di “Physics World” identifica ogni anno i 10 maggiori risultati in campo fisico e astrofisico, quelli che segnano progressi storici. Gli altri nove traguardi segnalati (senza un ordine di importanza) sono il ricorso alla radiazione di un quasar per tracciare la struttura dei filamenti di galassie che costituiscono la struttura dell’universo a grande scala (University of California);  i neutrini solari osservati in diretta con l’esperimento Borexino (Infn, Laboratorio del Gran Sasso); la fusione nucleare ottenuta con raggi laser (Livermore Laboratory); creazione del primo “tractor beam” acustico; simulazione di una supernova in laboratorio con un fascio laser; prima misura dell’interazione magnetica tra due singoli elettroni (Weizmann Institute); nuova tecnica per trasmettere immagini su fibra ottica; creazione di una memoria olografica per registrare dati; ottenuta per la prima volta la compressione di dati con tecnica quantistica.

Infine, un annuncio che promette nuovi importanti risultati per la fisica delle particelle: LHC, il Large Hadron Collider del Cern (Ginevra) dopo due anni di lavori per potenziarlo, nel marzo 2015 ritornerà a funzionare con l’energia finora mai raggiunta di 13 TeV (foto).

Altre informazioni: http://lhcitalia.infn.it/

 

 

 

 

Anche Mercurio ha uno sciame di meteore e probabilmente è associato alla cometa di Encke, così come la Terra ha le Perseidi in agosto associate alla cometa Swift-Tuttle, le Leonidi in novembre, derivanti dalla cometa Tempel-Tuttle, le Geminidi in dicembre, associate a un asteroide e così via. Gli sciami meteorici si osservano quando la Terra attraversa la scia di minuscoli detriti dispersi da una cometa lungo la sua orbita: queste polveri entrando nell’atmosfera ad altissima velocità si vaporizzano e per qualche secondo generano una traccia luminosa nel cielo. Poiché Mercurio non ha un’atmosfera degna di questo nome (cioè con una densità apprezzabile), le meteore non sarebbero visibili neppure a un osservatore che si trovasse sulla superficie del pianeta. I ricercatori che lavorano sui dati della sonda della Nasa “Messenger” sono però riusciti a scoprire lo sciame meteorico di Mercurio rilevando con una maggiore presenza di calcio nella tenuissima esosfera che avvolge il pianeta. La quantità di atomi calcio aumenta con una periodicità che corrisponde a quella dell’orbita della cometa Encke (disegno): di qui la deduzione che i due fenomeni siano connessi. L’aumento del calcio viene rilevato con certezza dal marzo 2011, cioè dall’entrata in orbita di “Messenger” intorno a Mercurio ma complessivamente è stato osservato già da nove anni tramite gli spettrometri a bordo della sonda. La pioggia di meteoroidi, in assenza di atmosfera, va a depositarsi direttamente sulla superficie del pianeta.

Altre informazioni:

 

http://www.nasa.gov/press/goddard/2014/december/messenger-data-suggest-recurring-meteor-shower-on-mercury/

 

Con un viaggio dal Laboratorio sotterraneo del Gran Sasso (Infn) al Cern di Ginevra è incominciata la seconda vita di Icarus T 600, il più grande rivelatore di neutrini ad argon liquido. Nella sua prima vita, oltre a registrare i neutrini solari, dal 2010 al 2014, ha catturato i neutrini del fascio inviato dal Cern verso il Gran Sasso, con lo scopo di osservarne la trasformazione da un tipo all’altro, fenomeno previsto da Bruno Pontecorvo che spiega l’apparente carenza di neutrini solari. Ora al Cern Icarus verrà aggiornato e migliorato con le tecnologie più recenti, poi probabilmente partirà per gli Stati Uniti: al Fermilab di Chicago servirà a rivelare neutrini di bassa energia. Con le sue 600 tonnellate di argon liquido, Icarus è l’unico strumento al mondo in grado di svolgere questa ricerca. La concezione di Icarus risale al 1977 e a un’idea di Carlo Rubbia (foto), poi premiato con il Nobel nel 1984 per la scoperta delle particelle W e Z.

 

Icarus permette di osservare gli eventi ionizzanti dovuti a neutrini o altri eventi rari come se fosse una enorme macchina fotografica tridimensionale che visualizza gli eventi su un volume di 6 metri di larghezza, 18 di lunghezza e 4 di altezza, con la risoluzione del millimetro. Il principio di funzionamento è basato sul fatto che, nell’argon liquido estremamente puro, gli elettroni liberati da particelle ionizzanti possono essere facilmente trasportati su distanze macroscopiche (metri) da un campo elettrico uniforme, ed essere raccolti da una struttura anodica multifilo, collocata alla fine del percorso di deriva: questa struttura è costituita da tre piani di fili distanti fra loro 3 millimetri, con fili spaziati 3 millimetri, che costituiscono quella che viene chiamata dai fisici “camera a fili”, una invenzione di Gerorges Charpak, che ebbe il Nobel per questo lavoro. I segnali raccolti da 52.000 fili permettono la ricostruzione a computer dell’immagine dell’evento subnucleare. “Una delle proprietà più notevoli di questa tecnologia – sottolinea Carlo Rubbia – è l’estrema purezza dell’argon liquido, che permette di mantenere liberi gli elettroni prodotti, e che si misura in poche parti su mille miliardi di ossigeno residuo dell’aria da cui viene inizialmente estratto l’argon”. 

 

C’è acqua in abbondanza sulla cometa Churyumov-Gerasimenko (foto), ma è diversa a quella della Terra. Lo ha scoperto lo strumento Rosina a bordo della sonda Rosetta che sta orbitando intorno alla cometa. L’acqua di questa cometa è più ricca di deuterio, l’isotopo pesante dell’drogeno – un protone e un neutrone – rispetto a quella terrestre. Lo ha annunciato su “Science” online Kathrin Altwegg, Università di Berna, responsabile di Rosina e dei suoi due spettrometri di massa. Sulla cometa c’è un atomo di deuterio ogni duemila di idrogeno “normale”. E’ una quantità tripla rispetto a quella degli oceani terrestri. Il deuterio può entrare nella composizione molecolare dell’acqua al posto dell’idrogeno. L’acqua ricca di deuterio è nota come “acqua pesante” e viene usata nei reattori nucleari per rallentare i neutroni. Se si accerterà che la Churyumov Gerasimenko è un campione statisticamente valido delle numerosissime comete che circondano il Sistema solare, bisognerà concludere che l’acqua sulla Terra non è stata portata da un fitto bombardamento cometario risalente a 4 miliardi di anni fa. L’ipotesi che ora viene avanti è che l’acqua terrestre arrivi piuttosto dagli asteroidi.

Altre informazioni nell’articolo originale:

 

http://www.sciencemag.org/content/early/2014/12/09/science.1261952

 

Come si sono formate le galassie e come si sono evolute nel corso dei 13,7 miliardi di anni trascorsi dal Big Bang? La risposta potrebbe essere nei filamenti di materia osservati su grande scala nell'universo, una sorta di ragnatela tridimensionale che dà al cosmo l’aspetto di una spugna, con enormi caverne apparentemente vuote e buie e gli ammassi di galassie distribuiti lungo i bordi delle caverne (figura). Lo sostengono i ricercatori di un team dell'Università della California a Riverside che hanno studiato la relazione fra la distribuzione di galassie e la rete di strutture a filamenti osservate nel cosmo su scale di centinaia di milioni di anni luce. Il team ha analizzato i risultati delle campagne osservative COSMOS e HiZels, costruite a partire da osservazioni del telescopio spaziale “Hubble” e di Osservatori a terra. Partendo da queste osservazioni, gli astronomi hanno caratterizzato meglio i filamenti, osservando che le galassie al loro interno hanno un tasso di formazione stellare più alto. Lo studio, apparso su “The Astrophysical Journal” il 20 novembre, aiuta a capire come le strutture a larga scala, immerse in un 'mare' di materia oscura, abbiano contribuito allo sviluppo dell'universo così come lo vediamo oggi.

 

 

L’articolo originale: http://www.eurekalert.org/pub_releases/2014-11/uoc--ifh112014.php

I sistemi di stelle doppie sono molto comuni, è abbastanza ovvio che nascano dal collasso di una stessa nebulosa nella quale casualmente si generano due nuclei di condensazione, ma nei suoi particolari il meccanismo con cui si formano le stelle doppie non è ancora chiaro. Benché le teorie siano illuminanti e preziose, vedere direttamente come si svolgono i fatti è qualcosa di molto più convincente. Bene: per la prima volta il telescopio millimetrico ALMA, sulle Ande del Cile, ha mostrato ad un team di astronomi guidati dal taiwanese Shigehisa Takakuwa un parto gemellare di stelle in diretta. Osservato con le grandi parabole di Alma e con l’aiuto di un supercomputer per elaborare i dati, il sistema binario in formazione L 1551 NE ha rivelato non solo le due stelle nascenti ma anche filamenti di povere e gas che stanno accrescendole. Questi filamenti sono disposti approssimativamente in forma di spirale (foto) dentro il disco di materia nebulare che avvolge le due componenti, tracciando con chiarezza le forze in gioco. Le due stelle sono più piccole del Sole: fatta uguale a 1 la massa della nostra stella, hanno rispettivamente una massa di 0,13 e o,67.

 

Animazioni e altre informazioni:

http://www.media.inaf.it/2014/12/05/parto-gemellare-visto-da-alma/

 

 

 

Pieno successo del primo test di lancio della capsula “Orion” con il nuovo super-razzo della Nasa (foto). Si è aperta così l’era del dopo-shuttle che restituirà agli Stati Uniti l’accesso alla Stazione spaziale internazionale e a missioni interplanetarie con uomini a bordo, missioni per le quali attualmente dipendono dalla Russia e dalle sue “Soyuz”. Il decollo è avvenuto dal Complesso di lancio della rampa 37 di Cape Canaveral, Florida, alle 13,05 ora italiana di venerdì 5 dicembre 2014. Non c’era, ovviamente, equipaggio a bordo. La navicella “Orion” ha percorso due orbite a 6000 chilometri dalla Terra e poi è scesa regolarmente, frenata da paracadute, nell’oceano Pacifico al largo del Messico. La capsula, partita con Il razzo Delta IV Heavy, è progettata anche in vista di viaggi verso asteroidi e verso Marte.

 

Intanto il vertice ministeriale di indirizzo strategico dei paesi dell’Agenzia Spaziale Europea in Lussemburgo si è concluso con il via alla realizzazione del razzo “Ariane 6” (che raccoglierà l’eredità dell’Ariane 5 dopo oltre quindici anni di ottimo servizio). Semaforo verde anche per la missione ExoMars verso Marte, per il vettore Vega-C e la continuazione delle missioni sulla Stazione spaziale. Soddisfazione del ministro della ricerca Stefania Giannini e del presidente dell’Asi Roberto Battiston.

 

Altre informazioni: http://www.asi.it/it/news/ministeriale_esa_2014

Gli scienziati giapponesi vanno a vedere da vicino un potenziale nemico dell’umanità: il 3 dicembre 2014 dalla base spaziale di Tanegashima la sonda “Hayabusa 2” (disegno) è partita alla volta dell’asteroide (162173) 1999JU3, appartenente alla categoria dei NEO, Near Earth Object, i pianetini che si avvicinano pericolosamente all’orbita del nostro pianeta avendo il perielio a meno di 1,3 Unità Astronomiche. Se ne conoscono attualmente circa 700 con un diametro superiore al chilometro, e molti di più con dimensioni minori. La navicella spaziale giapponese ha davanti a sé una missione di sei anni. Diciotto mesi li trascorrerà ad appena 20 km dall’asteroide e su di esso sgancerà quattro lander in grado di muoversi sulla superficie del pianetino. Nella missione “Hayabusa 1”, molto simile a questa e terminata nel 2010, gli scienziati giapponesi hanno già ottenuto un parziale successo. L’obiettivo, come nel 2010, è di riportare a Terra un campione dell’asteroide per analizzarlo in laboratorio. La capsula contenente il materiale sottratto al pianetino dovrebbe scendere con un paracadute in Australia nel dicembre 2020. Il pianetino meta di “Hayabusa 2”, molto piccolo e scuro, transita a una distanza minima dalla Terra di 78 mila chilometri, poco più del doppio della quota dell’orbita geostazionaria. Il nome della sonda significa “falco pellegrino”.

 

Altre informazioni: http://en.wikipedia.org/wiki/Hayabusa_2

 

Dopo il Big Bang per 400 mila anni la luce non poté propagarsi perché rimaneva intrappolata nel plasma primordiale. Quando i nuclei di idrogeno, deuterio, elio e litio poterono catturare i loro elettroni, l’universo diventò trasparente e divenne luminoso. La temperatura cosmica era allora di tremila gradi: l’universo brillava quindi di luce rossa. Ma ben presto, continuando l’espansione, la temperatura si abbassò ulteriormente e sull’universo calò il buio. E’ la cosiddetta “era oscura”. La luce ricomparve quando nel gas in espansione le prime nebulose collassarono, il nuovo calore sviluppatosi produsse la re-ionizzazione del gas primordiale e si accesero le prime stelle. Ma come avvenne questo “fiat lux”? E che ruolo ebbe nella comparsa delle stelle, e poi delle galassie, la materia oscura?

 

Fino al 5 dicembre ne discutono a Ferrara 200 fisici e astrofisici venuti da tutto il mondo per confrontarsi sulle ultime mappe, ancora inedite, della radiazione cosmica di fondo ottenute rielaborando i dati raccolti dal satellite europeo “Planck”.

«Il problema non è tanto stabilire quando sono nate le prime stelle - dice Gianfranco De Zotti, professore alla SISSA (Trieste) e associato all’INAF-Osservatorio Astronomico di Padova - ma qual è la sorgente d’energia responsabile della reionizzazione. Il risultato di WMAP implica che questa transizione dev’essere avvenuta in un’epoca remota, quando l’età dell’universo era meno di mezzo miliardo di anni. Secondo le attuali conoscenze, a quest’epoca le galassie non erano in grado di produrre la transizione. Per spiegarla, quindi, si doveva ricorrere ad altre sorgenti di energia, introdotte ad hoc. I nuovi risultati di Planck indicano invece che la transizione può essere avvenuta parecchie centinaia di milioni di anni più tardi, e che può essere spiegata dall’emissione delle galassie. Questo configura uno scenario in cui le informazioni che vengono dalla cosmologia si raccordano elegantemente con quelle che vengono dall’astrofisica, rimuovendo (anche se non escludendo) la necessità di sorgenti esotiche di energia.» Altre informazioni: http://www.media.inaf.it/2014/11/28/planck-ferrara/

 

 

Europa è un satellite di Giove caratterizzato da una superficie in gran parte coperta da ghiaccio, una immensa pista da pattinaggio interrotta soltanto da crepacci che permettono di supporre l’esistenza di un vasto e profondo oceano sottostante. Ma anche Callisto e Ganimede sono lune gioviane ampiamente ghiacciate. Nel 2012 l’’Agenzia spaziale europea ha quindi individuato l’esplorazione di questi satelliti come un obiettivo scientifico di grande interesse, anche dal punto di vista della ricerca di ambienti in grado di ospitare forme di vita. La missione progettata si chiama JUICE (JUpiter ICy moons Explorer) e la speranza è che possa partire nel 2022 e raggiungere Giove nel 2030. Un passo importante verso la sua effettiva realizzazione è stato fatto durante un incontro che si è svolto il 19-20 novembre a Madrid: dopo gli studi preliminari, la missione JUYCE è stata ammessa alla seconda e decisiva fase di sviluppo, con la realizzazione degli strumenti a bordo della sonda: camere fotografiche, spettrometri, radar, altimetro, esperimenti di radio-scienza, sensori di plasma. Sono coinvolti 16 paesi europei affiancati da Stati Uniti e Giappone. 
Altre informazioni: 
http://sci.esa.int/juice/55055-juice-mission-gets-green-light-for-next-stage-of-development/

 

E’ probabilmente il minerale più abbondante sulla Terra ma per poterlo studiare i geologi hanno dovuto cercarlo su una meteorite caduta nel 1879 in Australia, e precisamente nel Queensland. Il minerale, da qualche mese battezzato ufficialmente bridgmanite, è un silicato di magnesio e ferro che, in forma solida e ad elevata temperatura, esiste soltanto ad altissime pressioni come quelle che ci sono a grande profondità nel mantello terrestre. Ha guidato la ricerca Oliver Tschauner dell’Università del Nevada e il risultato compare sull’ultimo numero della prestigiosa rivista “Science” (28 settembre). Tschauner e colleghi hanno isolato il minerale nella meteorite e hanno lavorato cinque anni prima di riuscire a caratterizzarlo perché i microscopi a fascio di elettroni necessari per esaminarlo lo danneggiano ed è stato necessario ricorrere a tecniche di diffrazione in raggi X (luce di sincrotrone). Il mantello terrestre è lo strato che sta tra la litosfera (crosta), spessa in media una quarantina di chilometri, e il nucleo liquido. La bridgmanite però può esistere soltanto nel mantello profondo, a più di 600-700 km dalla superficie. La perforazione più profonda finora è arrivata soltanto a 12 km (nella penisola di Kola, Russia). E’ quindi più facile trovare questo minerale in minime quantità in antichissime meteoriti piuttosto che in enorme quantità sotto i nostri piedi.

L’articolo originale: http://www.sciencemag.org/content/346/6213/1100

 

Una “lotta” tra buchi neri di grande massa, conclusa con la cacciata di uno dei due contendenti dal nucleo di una galassia nana, la Markarian 177, a 90 milioni di anni luce dalla Terra. E’ questo lo scenario che gli astrofisici hanno immaginato per spiegare il misterioso oggetto SDSS1133, che si trova nelle vicinanze (foto). L’osservazione di questo possibile dramma cosmico è frutto dell’ottimo lavoro svolto dal satellite della Nasa “Swift”, progettato per lo studio dei lampi gamma e dei fenomeni ad alta energia, satellite che ha appena tagliato il traguardo di dieci anni di attività. SDSS1133 ha tutto l’aspetto di un buco nero super-massiccio. Considerata la sua posizione a poche migliaia di anni luce (2,6 per l’esattezza) dal nucleo di Markarian 177, l’astronomo svizzero Michael Koss ha avanzato l’ipotesi che esso sia stato rimosso dalla sua posizione originaria in seguito alla collisione con un’altra galassia. Un’altra ipotesi considerata è più “normale”: SDSS1133 potrebbe essere il residuo delle emissioni di una stella molto massiccia prima di esplodere come supernova. Lo studio compare su “Monthly Notices of the Royal Astronomical Society” del 21 novembre. La ricerca proseguirà con il telescopio spaziale “Hubble”. E’ programmata per l’ottobre 2015.

Altre informazioni: http://www.media.inaf.it/2014/11/21/il-mistero-di-sdss1133/

 

 

Samantha Cristoforetti, prima astronauta italiana, è arrivata sulla Stazione spaziale internazionale alle 4,30 di oggi 24 novembre 2014. Il lancio della Soyuz era avvenuto poco più di sei ore prima dalla base russa di Baikonur in Kazakistan. Senza intoppi il conto alla rovescia, distacco dalla rampa alle 22,01 e 13 secondi come previsto, ingresso in orbita otto minuti dopo, sei orbite intorno alla Terra all’inseguimento della Space Station, e infine la delicata manovra di attracco. Samantha è apparsa sorridente e rilassata durante tutte le fasi del lancio. La sua missione, battezzata “Futura”, durerà sei mesi e comporterà l’esecuzione di circa 200 esperimenti, in alcuni dei quali Samantha sarà contemporaneamente ricercatrice e “cavia”. Una parte del materiale per gli esperimenti è andata perduta per il fallimento del lancio di un razzo-cargo americano. Si rimedierà con un nuovo lancio in gennaio-febbraio.

Nata a Milano nel 1977 ma originaria di Malé in provincia di Trento, Samantha Cristoforetti è ingegnere meccanico. Si è laureata all’Università tecnica di Monaco (Germania) e poi in Scienze aeronautiche all’Accademia di Pozzuoli, dopo essersi arruolata, nel 2001, nell’aeronautica militare. Selezionata come astronauta dall’Agenzia spaziale europea nel 2001, risultò tra le sei migliori su 8500 candidati. Sulla Stazione spaziale internazionale l’hanno preceduta Umberto Guidoni, Paolo Nespoli, Roberto Vittori e Luca Parmitano. Due sono le donne europee che sono state in orbita prima di lei: la britannica Helen Sharman e la francese Claudie Haigneré.

Per tenersi in contatto con Samantha Cristoforetti:

http://avamposto42.esa.int/futura/samanthacristoforetti/chiedilo-a-samantha/

http://avamposto42.esa.int/blog/categoria/futura/samanthacristoforetti/le-scarpe-rosa/

Missione Futura: http://avamposto42.esa.int/futura/

http://www.esa.int/ita/ESA_in_your_country/Italy/Samantha_Cristoforetti_presenta_la_missione_Futura_ed_il_sito_web_Avamposto42

@astrosamantha

 

 

 

 

Domani, domenica 23 novembre, alle 22,01 e 13 secondi ora italiana, Samantha Cristoforetti partirà per la Stazione Spaziale Internazionale, prima donna italiana ed europea ad andare nello spazio e ad affrontare un soggiorno di sei mesi in orbita attorno alla Terra.L’attracco alla Strazione spaziale è previsto sei ore dopo il lancio. “Futura” è il nome della sua missione Esa-Asi, durante la quale sono in programma circa duecento esperimenti, molti dei quali hanno un immediato interesse applicativo. Tra questi, c’è anche la prima stampante 3D progettata in Italia per funzionare in microgravità. Un altro esperimento tutto italiano sarà rappresentato da una macchina per fare il caffè espresso. L’astronauta italiana partirà a bordo di una Soyuz russa dallo spazioporto di Baikonour, in Kazakistan. Con lei ci saranno il russo Anton Shkaplerov, che è già stato sulla Stazione spaziale nel 2011 e ha fatto una “passeggiata spaziale” (attività extraveicolare), e l’americano Terry Virts, anche lui già “veterano” avendo volato con lo shuttle Endeavour. Sulla Stazione spaziale li accoglieranno il russo Aleksandr Samokutyayev, che trascorse tre mesi nello spazio con il nostro Paolo Nespoli, con tanto di passeggiata spaziale di 6 ore e 23 minuti, e l’astronauta russa Yelena Serova. Da sabato il razzo è stato alzato sulla rampa di lancio. Il conto alla rovescia procede regolarmente.

La Soyuz che traghetterà Samantha sulla Space Station deriva da un missile balistico sovietico progettato per portare testate nucleari. La sua affidabilità è statisticamente altissima. Dalla seconda metà degli Anni 60 ne sono partiti 1700 esemplari, il dieci per cento dei quali con astronauti a bordo, ospitati in una navicella di appena 5 metri cubi. L’ascesa dura una decina di minuti, il secondo stadio si stacca a176 km di quota dopo aver bruciato 225 tonnellate di propellente. All’inserimento in orbita la velocità sarà di 25 mila chilometri l’ora.

Per tenersi in contatto con Samantha Cristoforetti:

http://avamposto42.esa.int/futura/samanthacristoforetti/chiedilo-a-samantha/

http://avamposto42.esa.int/blog/categoria/futura/samanthacristoforetti/le-scarpe-rosa/

Missione Futura: http://avamposto42.esa.int/futura/

http://www.esa.int/ita/ESA_in_your_country/Italy/Samantha_Cristoforetti_presenta_la_missione_Futura_ed_il_sito_web_Avamposto42

Per seguire il lancio in diretta streaming a partire dalle 20,30 di domenica 23 novembre:

 http://www.asitv.it/

 

 

 

 

Già negli Anni 70 del secolo scorso un giovanissimo Kip Thorne suggeriva l’idea che fosse possibile ricavare energia dai buchi neri. Su “Nature” in edicola oggi 20 novembre uno studio italiano diretto da Gabriele Ghisellini dell’Inaf-Osservatorio di Brera conferma che i buchi neri in rotazione sono eccezionali produttori di energia, di straordinaria efficienza: tanto che possono convertire in energia fino al 29 per cento della loro massa. Il lavoro pubblicato sulla prestigiosa rivista inglese rileva che in media su 10 buchi neri di grande massa tipici dei nuclei delle galassie attive, uno espelle una parte della materia attratta dal disco di accrescimento tramite due getti opposti allineati con l’asse di rotazione (disegno). Se il getto punta verso di noi, risulta molto brillante, è debole se l’orientamento è diverso. I ricercatori hanno calcolato la potenza necessaria perché i getti rivolti verso di noi siano così brillanti: il risultato è che la loro potenza supera quella generata dalla materia che precipita nel buco nero. Se la velocità di rotazione si avvicina al limite consentito tra attrazione del buco nero e forza centrifuga, quasi un terzo della massa in gioco può convertirsi in energia. Il meccanismo sembra consistere in una frenata della rotazione, connessa con un intenso campo magnetico.

 

Altri autori italiani dell’articolo su “Nature” “The power of relativistic jets is larger than the luminosity of their accretion disks”, oltre Ghisellini, sono Fabrizio Tavecchio e Laura Maraschi (INAF-Osservatorio Astronomico di Brera), Annalisa Celotti (Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati, Trieste e associata INAF) e Tullia Sbarrato (Università dell’Insubria e associata INAF).

Link all’articolo: http://www.nature.com/nature/journal/v476/n7361/full/nature10374.html

 

 

 

 

Fu una cometa, non un asteroide, a scavare il secondo più grande cratere da impatto di cui rimanga traccia sulla Terra, il Sudbury Bacin nell’Ontario, in Canada, 250 chilometri di diametro. Lo scrive il geologo Joseph A. Petrus sulla la rivista “Terra Nova”. Finora questa antichissima cicatrice della crosta terrestre, risalente a 1,8 miliardi di anni fa, era attribuita a un asteroide largo 10-15 chilometri che avrebbe colpito il nostro pianeta in una direzione obliqua. Le analisi più recenti fanno invece pensare a una cometa per la presenza nella struttura del cratere di un elemento del gruppo del platino che sarebbe caratteristico delle comete contenenti una componente di natura condritica refrattaria. I detriti dell’oggetto cosmico sono sparsi fino a 800 chilometri dall’impatto su una superficie di ,6 milioni di chilometri quadrati intorno alla città di Greater Sudbury. Dopo quasi due miliardi di anni, il bacino è lungo 62 chilometri e largo 30 (disegno).

Link alla rivista “Terra Nova”:

 

http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/ter.12125/abstract





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