Astro News a cura di Piero Bianucci

Dopo un viaggio di dieci mesi e un percorso di 700 milioni di chilometri la sonda MAVEN (Mars Atmosphere and Volatile Evolution) della Nasa il 21 settembre raggiungerà Marte e si inserirà in orbita a 350 chilometri sopra il polo nord del pianeta. La manovra inizierà con sei brevi accensioni dei motori per complessivi 33 minuti che consumeranno più della metà del propellente disponibile e serviranno a frenare la navicella. Raggiunta la giusta velocità si inserimento, MAVEN (disegno) percorrerà inizialmente un’orbita ellittica con un periodo di 35 ore. Seguiranno sei settimane di altre manovre e di taratura degli strumenti scientifici, dopodiché incomincerà la prima fase di raccolta dati su composizione, struttura e dispersione nello spazio dell’atmosfera marziana. Questa fase durerà un anno e permetterà di chiarire anche l’evoluzione dell’ambiente del pianeta nel lontano passato con riferimento all’abbondanza di anidride carbonica e all’eventuale comparsa di forme di vita batterica. L'orbita definitiva sarà ellittica con distanza da Marte variabile tra 145 e 6200 chilometri.

 

Altre informazioni:

http://www.nasa.gov/mission_pages/maven/main/index.html

 

 

 

 

Idra è uno dei piccolissimi satelliti di Plutone, un oggetto di difficilissima osservazione, ma la navicella della Nasa “New Horizon”, benché si trovi a 430 milioni dal pianeta nano (che raggiungerà nel luglio 2015) riesce già a vederlo. Gli scienziati della Nasa lo hanno individuato confrontando due immagini riprodotte qui accanto e riprese il 18 e il 20 luglio scorsi in una serie di 48 immagini con posa di 10 secondi ciascuna. Il satellite è saltato fuori rimuovendo lo sfondo di stelle e schermando la sovraesposizione data da Plutone e dal suo satellite maggiore, Caronte. Di Plutone si conoscono cinque satelliti. Dopo Caronte, scoperto da Jim Christy su una lastra fotografica, con il telescopio spaziale Hubble sono stati individuati Nix e Idra nel 2005, Cerbero nel 2011 e Stige nel 2012. Il loro diametro è di qualche decina di chilometri. Si esclude che esistano altri satelliti di Plutone con un diametro superiore ai 20 chilometri.

Altre informazioni:

http://www.media.inaf.it/2014/09/16/spunta-una-testa-didra/

 

La crocetta bianca indica il punto del nucleo della cometa Churuymov-Gerasimenko dove l’11 di novembre scenderà e si arpionerà il laboratorio chimico robotizzato “Philae”, al momento ancora a bordo della navicella “Rosetta”. Il sito è stato scelto oggi 15 settembre dagli scienziati che seguono questa missione europea, la prima che preveda l’inseguimento di una cometa fino al suo passaggio al perielio e oltre, nonché l’atterraggio di un complesso “pacco” di esperimenti da eseguire in loco. Il punto di atterraggio è stato scelto in quanto è pianeggiante e non dà segni di grande attività. Tra quelli selezionati e valutati nei giorni scorsi, questo sito, indicato con la lettera J, ha ottenuto la totalità dei consensi. Come sito di riserva è stato scelto il C. “Rosetta” sta affinando la sua orbita intorno al nucleo cometario, del quale ha completato una accuratissima mappa. La superficie della Churyumov-Gerasimenko è molto tormentata. Si tratta, infatti, di un nucleo “doppio” dal diametro di circa 4 chilometri, con scarpate molto ripide, crateri, solchi e avvallamenti. Il sito J è quello che garantisce le massime condizioni di sicurezza per i 100 chilogrammi di strumenti del laboratorio Philae, benché gli scienziati abbiano precisato che nessuno dei nove siti selezionati dia garanzie assolute. Il sito J, oltre ad essere il meno rischioso, sembra molto interessante per i materiali che vi si sono depositati.

Altre informazioni:

http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Science/Rosetta/J_marks_the_spot_for_Rosetta_s_lander

 

 

Il ciclo solare, ormai in fase di attività calante, ha avuto un colpo di coda il 10 settembre con un brillamento di classe X1.6 al quale sono seguite due vistose espulsioni di plasma coronale. Due giorni dopo, il 12 settembre, la tempesta di particelle ad alta energia ha investito la Terra, ha interagito con il campo magnetico del nostro pianeta, le particelle solari – essenzialmente protoni ed elettroni – sono state deviate verso i poli e sono seguite spettacolari aurore polari, avvistate anche a latitudini relativamente basse sul Nord America e sul Nord Europa. Non ci sono stati però i temuti danni ai satelliti geostazionari, alle telecomunicazioni e alle reti elettriche.

 

Curiosamente, proprio in coincidenza con il fenomeno solare, i ricercatori del Plasma Physics Laboratory dell’Università di Princeton hanno pubblicato su “Nature Communications” i risultati di un esperimento che ha permesso di comprendere meglio il fenomeno della riconnessione magnetica (chiusura delle linee del campo) che, quando si verifica, può innescare le tempeste geomagnetiche all’origine, appunto, dei disturbi ai satelliti, alle telecomunicazioni e alle reti elettriche. La riconnessione trasforma l’energia magnetica in energia cinetica delle particelle e l’esperimento ha dimostrato che la conversione interessa circa la metà dell’energia magnetica. Un terzo dell’energia va a scaldare gli elettroni e gli altri due terzi accelerano gli ioni nel plasma. In un tipico fenomeno solare, l’energia in gioco è dell’ordine milioni di tonnellate di TNT.

Altre informazioni:

http://www.media.inaf.it/2014/09/11/scampare-a-una-tempesta-geomagnetica/

 

Grande festa al Centro operativo ESOC di Darmstadt (vicino a Francoforte) per il team del Programma “Galileo”, il GPS europeo: i due satelliti lanciati il 22 agosto con un vettore Soyuz-Fregat sono salvi e sotto controllo benché l’ultimo stadio del razzo russo partito dalla base di Kourou (Guyane francese) li avesse inseriti in un’orbita più bassa ed ellittica e i pannelli solari non si fossero debitamente aperti. I due satelliti recuperati, sia pure al prezzo di un notevole consumo di propellente, sono il quinto e il sesto della costellazione che dovrà assicurare una precisione di posizionamento di un metro. Il team ha lavorato 24 ore su 24 per portare a casa questo risultato, forte dell’esperienza già fatta una ventina di anni fa per recuperare il satellite astrometrico Hipparcos c he aveva avuto un incidente analogo. Il propellente era destinato alla gestione in orbita dei satelliti: poiché in parte è stato bruciato per portare più in alto la l’orbita, da 17 mila a 22 mila chilometri dalla Terra, la vita operativa dei satelliti sarà inevitabilmente più breve, ma l’importante è aver salvato il prezioso carico lanciato il 22 agosto. Il sistema di navigazione satellitare “Galileo”, realizzato per uso esclusivamente civile, incomincerà a funzionare nel 2016 e sarà completato qualche anno dopo.

Nella foto: il team di “Galileo” con il direttore generale Jean-Jacques Dordain nella sala di controllo dell’Esoc.

Altre informazioni:

http://www.esa.int/spaceinimages/Images/2014/09/Team_of_teams

 

 

 

Non era nata per questo genere di ricerche, ma è un piacevole effetto collaterale: la sonda astrometrica europea “GAIA” (disegno) ha scoperto una supernova in una galassia lontana mezzo miliardo di anni luce. La stella esplosa è stata denominata 'Gaia14aaa'. L’osservazione è stata fatta il 30 agosto confrontando l’immagine con quella dello stesso angolo di cielo ripresa il mese precedente. Lanciata nel dicembre dell’anno scorso, Gaia ha raggiunto la sua postazione a 1,5 milioni di chilometri dalla Terra in uno dei Punti di Lagrange. Dopo alcuni mesi trascorsi nella taratura degli strumenti il satellite astrometrico ha iniziato il suo lavoro scientifico il 25 luglio. Il compito per il quale è stata progettata consiste nella misura ultra-precisa della posizione e del moto di un miliardo di stelle della nostra galassia, la Via Lattea. Il cielo intero nel corso dei prossimi cinque anni verrà scandagliato da Gaia per cinque volte. La scoperta della remota supernova fa però prevedere che la sonda europea darà anche altri importanti contributi al progresso della conoscenza dell’universo.

Altre informazioni:

http://www.esa.int/spaceinimages/Images/2014/09/Supernova_Gaia14aaa_and_its_host_galaxy

 

 

 

 

A due anni dall’arrivo su Marte nell’agosto 2012, e dopo aver percorso 9 chilometri nel cratere Gale, il rover della Nasa Curiosity è arrivato alla base del monte Sharp che si leva al centro del cratere. Incomincia ora una nuova fare dell’esplorazione del pianeta rosso. Non facile, perché finora il rover si è mosso su un terreno pianeggiante, mentre adesso dovrà affrontare un suolo più accidentato e con notevoli pendenze. Il robot si trova ora presso una struttura geologica denominata Murray. Questa formazione, rispetto al suolo della platea del cratere, è meno compatta. Gli scienziati che stanno esaminandone la natura nelle immagini che “Curiosity” ha trasmesso per decidere come proseguire la ricerca e per individuare un punto interessante per la trivellazione. Il cratere Gale (il nome è quello dell’astronomo dilettante che per primo lo osservò nel XIX secolo) ha un diametro di 154 chilometri e un’età di 3,6 miliardi di anni. Il picco centrale è alto 5500 metri rispetto alla platea nord del cratere e 4500 rispetto alla platea sud (foto).

Altre informazioni:

http://www.nasa.gov/press/2014/september/nasa-s-mars-curiosity-rover-arrives-at-martian-mountain/

 

http://en.wikipedia.org/wiki/Gale_(crater)

 

Nel 1993 una supernova esplose nella galassia Messier 81 (foto). Era una buona occasione per gli astrofisici, perché questa galassia, che si trova nella costellazione dell’Orsa Maggiore, è relativamente vicina, a 11 milioni di anni luce. Ma la supernova, denominata 1993J, ha manifestato uno strano comportamento, di difficile interpretazione. L'enigma è stato finalmente risolto grazie al telescopio spaziale Hubble: la stella esplosa faceva parte di un sistema binario nel quale la stella compagna secondaria aveva immesso una nube di idrogeno prima che la stella principale esplodesse, dopo di che ha continuato a emettere energia – soprattutto nella banda ultravioletta – come stella che brucia elio. Ci furono quindi due esplosioni: una minore, dovuta al passaggio al regime termonucleare dell’elio, e una maggiore, innescata dall’idrogeno disperso nell’esplosione minore. Che questo fosse il meccanismo però è rimasta una ipotesi per 21 anni, durante i quali il compagno della supernova è stato cercato invano con grandi telescopi, tra i quali i Keck da 10 metri alle isole Hawaii. Combinando osservazioni nell’ultravioletto e nel visibile eseguite con “Hubble”, ora gli astrofisici sono riusciti vedere anche direttamente la stella compagna. Benché si stimi che nell’intero universo esploda una supernova al secondo, la fisica delle esplosioni non è ancora ben conosciuta perché solo poche supernove sono effettivamente osservabili grazie alla loro luminosità e relativa vicinanza.

Altre informazioni:

 

http://www.nasa.gov/press/2014/september/hubble-finds-supernova-companion-star-after-two-decades-of-searching/

 

Il satellite di Giove Europa (foto) ha segni evidenti di una tettonica a placche simile a quella terrestre. In altre parole, la superficie di questa luna gioviana può essere considerata come un mosaico di “placche” o “zolle” in lento moto reciproco sotto la spinta di moti convettivi che avvengono nell’interno del satellite. Sul nostro pianeta la lenta salita e discesa di magma del mantello agisce come un nastro trasportatore smuovendo una dozzina di placche principali, solo in parte coincidenti con i fondali oceanici e con i continenti. Sui bordi delle placche si concentrano fenomeni geologici e geofisici come vulcani, terremoti, catene montuose, dorsali e fosse oceaniche. Nel caso di Europa la superficie è ghiacciata ma gli scienziati ritengono che sotto questa banchisa, che presenta numerosi solchi e fratturazioni, esista un oceano liquido.

I geologi Simon Kattenhorn e Louise Prokter sono giunti alla conclusione che Europa abbia una sua tettonica a placche basandosi sulle immagini riprese dalla sonda “Galileo” all’inizio degli anni 2000. Europa è un po’ più piccola della nostra Luna. ed è uno dei quattro satelliti di Giove scoperti da Galileo, il secondo per distanza dal pianeta dopo Io e prima di Ganimede e Callisto. I due geologi confrontando immagini riprese in tempi diversi hanno notato circa 20 mila chilometri quadrati della superficie del satellite sono “scomparsi”, cioè hanno assunto un nuovo a aspetto in seguito ai moti tettonici, che hanno fatto fondere, inghiottito e modificato la banchisa glaciale.  L’articolo è sull’edizione online di “Nature Geoscience”.

Altre informazioni:

http://solarsystem.nasa.gov/europa/home.cfm

 

 

Domenica 7 settembre alle 18,18 ora di Greenwich (20,18 in Italia) l’asteroide “2014 RC” sorvolerà la Nuova Zelanda a una distanza di 40 mila chilometri, circa un decimo della distanza della Luna, poco al di là dell’orbita dei satelliti geostazionari che assicurano telecomunicazioni e immagini per uso meteorologico. L’asteroide ha un diametro di 21 metri (le dimensioni di una villa). Nel punto di massimo avvicinamento sarà di magnitudine 11,5 e attraverserà la costellazione dei Pesci. Non c’è alcun rischio per la Terra, ma si tratta di uno dei più stretti passaggi di piccoli asteroidi da quando gli astronomi sono in grado di prevederli e osservarli. In un caso l’orbita percorsa è stata addirittura all’interno di quella geostazionaria, che si colloca a 35.800 chilometri sopra l’equatore. Sono catalogati 1498 asteroidi che sfiorano l’orbita della Terra, con dimensioni che vanno da qualche chilometro a una decina di metri. “2014 RC” è stato scoperto nella notte del 31 agosto con il telescopio automatico (foto) della Catalina Sky Survey (Tucson, Arizona) e osservato il 1°settembre dal telescopio Pan-STARRS 1 sulla cima del vulcano Haleakala, isola di Maui, arcipelago delle Hawaii.

 

Altre informazioni:

https://twitter.com/MinorPlanetCtr

http://www.minorplanetcenter.net/db_search/show_object?object_id=2014+RC&commit=Show&utm_content=buffera7d89&utm_medium=social&utm_source=twitter.com&utm_campaign=buffer

 

http://www.lpl.arizona.edu/css/

La nostra galassia, la Via Lattea, si trova in un superammasso di centomila galassie dal diametro mezzo miliardo di anni luce e con una massa complessiva di cento milioni di miliardi di masse solari. E’ questa la conclusione di un lavoro pubblicato su “Nature” del 4 settembre, firmato da R. Brent Tully dell’Istituto di astronomia delle isole Hawaii, considerato il massimo studioso della struttura dell’universo a grande scala. A questo superammasso, che ha un diametro pari a circa un trentesimo dell’universo intero, Tully ha dato il nome poetico di Laniakea, parola che in lingua hawaiana significa “immenso paradiso”. Ma la cosa più interessante è il metodo usato per individuare il “nostro” superammasso. I ricercatori guidati da Tully hanno tracciato una mappa delle velocità delle galassie nel nostro angolo di universo e così hanno potuto definire la regione di spazio sulla quale i vari ammassi e superammassi influiscono gravitazionalmente inducendo le accelerazioni (velocità) misurate. I campi di velocità mostrano una sorta di “pioggia di galassie” che convergono verso una regione primaria di attrazione gravitazionale (disegno). Si tratta di una estensione della ricerca che una ventina di anni fa aveva portato alla scoperta del “Grande Attrattore, una anomalia gravitazionale al centro del superammasso locale.

 

Altre informazioni con il video all'indirizzo http://irfu.cea.fr/laniakea L'articolo su 'Nature':

http://www.nature.com/nature/journal/v513/n7516/full/nature13674.html?WT.ec_id=NATURE-20140904

 

L’ipotesi che su Titano, il maggiore dei satelliti di Saturno, il metano, CH4, svolgesse un ruolo “meteorologico” analogo a quello dell’acqua sulla Terra, con piogge, nevicate, invasi di metano liquido e ghiacciato (foto), è stata convalidata dalla sonda “Huygens”, scesa sulla superficie di questo satellite il 14 gennaio 2005. Titano ha dimensioni paragonabili a quelle di Mercurio e un’atmosfera in gran parte costituita da azoto, proprio come la Terra: è interessante perché potrebbe presentare un ambiente che, temperatura a parte, non esclude forme di vita elementari. Ora la rivista “Icarus” pubblica uno studio condotto con la navicella “Cassini” dal quale risulta che nel sottosuolo di Titano esistono innumerevoli giacimenti non solo di metano ma anche di altri idrocarburi, in particolare propano ed etano. Questi composti, in forma liquida e ghiacciata, dalla superficie si infiltrano nel sottosuolo attraverso gli strati porosi della crosta e vanno a formare vasti bacini sotterranei collegati a quelli superficiali.

“Sapevamo che una frazione significativa dei laghi sulla superficie di Titano potrebbe essere collegata a bacini liquidi sotterranei, ma non avevamo idea di come questi interagissero” dice Olivier Mousis, uno degli autori dello studio. “Adesso però abbiamo modellato la struttura interna di Titano in grande dettaglio e questo ci consente di avere una visione migliore delle proprietà di questi bacini sotterranei”. Responsabili della lenta ma inesorabile trasformazione degli idrocarburi sarebbero dei particolari composti chimici presenti nei ghiacci di Titano, i cosiddetti clatrati. Una delle caratteristiche interessanti dei clatrati è che essi producono un frazionamento degli idrocarburi poiché intrappolano e spezzano le molecole in una miscela di fasi solida e liquida.

Altre informazioni:

 

http://sci.esa.int/cassini-huygens/54582-titans-subsurface-reservoirs-modify-methane-rainfall/

 

Quello delle Pleiadi (foto) è il più familiare degli ammassi stellari aperti, ne parlavano già Omero ed Esiodo, eppure nascondono un segreto: la loro effettiva distanza da noi. I manuali classici oscillavano tra 390 e 410 anni luce basandosi su studi fotometrici. Il satellite astrometrico Hipparcos ha convalidato la distanza minore: 390 anni luce. Ma ora la rete di dieci radiotelescopi intercontinentale VLBA trova, con il metodo astrometrico, una distanza ben maggiore: 443 anni luce, con l’incertezza dell’uno per cento. Sarà Gaia, il nuovo satellite astrometrico europeo, a dirimere la questione, se, come promesso, raggiungerà la precisione di 0,25 millesimi di secondo d’arco, ciò che ridurrebbe l’incertezza allo 0,3 per cento.

Le Pleiadi, M 45 nel Catalogo Messier, costellazione del Toro, sono l’ammasso stellare aperto più studiato. Le sue giovani stelle conservano ancora tracce della nebulosa in cui si sono formate. Si tratta in gran parte di giganti azzurre. Alcyone, magnitudine 2,86, è mille volte più luminosa del Sole.

Altre informazioni:

 

http://www.media.inaf.it/2014/08/29/pleiadi-piu-vicine-che-mai-anzi-no/

Una lente gravitazionale ha aiutato il radiotelescopio millimetrico ALMA e altri strumenti al suolo e nello spazio (“Hubble”, “Spitzer”) a mettere in evidenza una impressionante collisione tra galassie rappresentata dall’oggetto H-ATLAS J142935.3-002836 (foto). E’ probabilmente il miglior documento mai ottenuto di queste immani catastrofi cosmiche, peraltro frequenti e non drammatiche nelle conseguenze perché le stelle delle galassie sono abbastanza distanti da rendere molto improbabile uno scontro diretto tra due astri. L’aspetto più interessante in questo caso è forse il contributo dato dal fenomeno della lente gravitazionale. Il lavoro, frutto di ricercatori dell’Osservatorio Australe Europeo (ESO) è stato pubblicato il 26 agosto su “Astronomy & Astrophysics” online.

Einstein accenna all’ipotesi “lente gravitazionali” in una lettera a Hale Neppure lui però credeva alla effettiva possibilità di osservarle e lo scrisse esplicitamente in un breve saggio del 1936. Fu quello scritto, forse, a sfidare la fantasia di Zwicky, per la quale niente era impossibile. Secondo la teoria, una lente gravitazionale, creando una sorta di miraggio, avrebbe potuto duplicare, quadruplicare o trasformare in un anello una sorgente luminosa più lontana con cui si trovasse più o meno accuratamente allineata. “Croci” e “anelli di Einstein”, come furono chiamate queste configurazioni, rimasero però fantasmi teorici fino al 1979, quando la scoperta di una coppia di quasar gemelli fece pensare all’effetto di una lente gravitazionale. Molte osservazioni successive hanno confermato il fenomeno e oggi quello che possiamo chiamare 'il telescopio di Einstein' è protagonista di ricerche d'avanguardia sulla materia oscura.

Altre informazioni nel sito dell’ESO:http://www.eso.org/public/

 http://www.eso.org/public/news/eso1426/

 

Lanciati il 22 agosto dallo spazioporto di Kourou nella Guyane francese, i due nuovi satelliti del sistema di navigazione europeo “Galileo”, il 5 e il 6, sono stati inseriti in un’orbita più bassa del previsto ed ellittica anziché circolare a causa di un malfunzionamento del rilascio dall’ultimo stadio del razzo vettore russo Soyuz-Fregat (rappresentato nel disegno). I due satelliti – ha comunicato l’Agenzia spaziale europea – sono però sotto il controllo del Centro di Darmstadt (vicino a Francoforte, Germania) e i tecnici sono riusciti a far dispiegare completamente i pannelli fotovoltaici, per cui ora sono regolarmente alimentati. L’ESA sta esaminando le possibilità di gestire i satelliti con il massimo vantaggio possibile nonostante l’orbita non nominale e le limitate capacità di propulsione. Si valutano attualmente vari scenari per il salvataggio della missione.

Altre informazioni:

 

http://www.esa.int/Our_Activities/Navigation/The_future_-_Galileo/Launching_Galileo/Update_on_Galileo_launch_injection_anomaly2

Per la prima volta gli astrofisici sono riusciti a misurare in tempo reale l’energia emessa dal Sole. Risultato: la produzione energetica della nostra stella è stabile e corrisponde a quella di centomila anni fa. L’esperimento che ha eseguito la misura è Borexino, un rivelatore di neutrini che si trova nel Laboratorio del Gran Sasso dell’Infn (disegno). L’articolo compare su “Nature” di oggi 28 agosto. I neutrini vengono emessi nelle reazioni di fusione nucleare che avvengono nel nucleo del Sole. A differenza dei fotoni gamma, i neutrini fuggono istantaneamente dalla nostra stella diffondendosi nello spazio e portando informazioni dirette sull’energia prodotta nel nucleo. Centomila anni impiegano invece i fotoni gamma a risalire fino alla fotosfera, da dove emergono degradati, soprattutto nel visibile e nell’infrarosso. “Grazie ai risultati di questa ricerca tocchiamo con mano, mediante i neutrini prodotti nella reazione protone-protone (p-p), che è la catena di fusioni nucleari p-p a far funzionare il Sole, fornendo proprio l’energia che si misura con i fotoni: e la prova che il Sole è una grande centrale a fusione nucleare”, dice Gianpaolo Bellini, uno dei responsabili dell’esperimento Borexino. Questo sensibilissimo rivelatore è frutto di una collaborazione fra Paesi europei (Italia, Germania, Francia, Polonia), Stati Uniti e Russia.

Altre informazioni nell'articolo su 'Nature':

http://www.nature.com/nature/journal/v512/n7515/full/nature13702.html?WT.ec_id=NATURE-20140828

 

Il 25 agosto la navicella della Nasa “New Horizon” (disegno) lanciata il 19 gennaio 2006 ha superato l’orbita di Nettuno a quasi 4 miliardi di chilometri dalla Terra, ultima tappa significativa prima dell’incontro con il suo principale traguardo, il pianeta nano Plutone. Per una felice coincidenza il 25 agosto 1989, cioè un quarto di secolo fa, un’altra sonda della Nasa, “Voyager 2”, lanciata nel 1977, per la prima volta inviava immagini ravvicinate di Nettuno. “New Horizon” sorvolerà Plutone il 14 luglio del 2015 per poi avventurarsi nella Fascia di Kuiper, la regione periferica del Sistema solare popolata da migliaia di planetoidi ghiacciati e da un numero ancora maggiore di nuclei di comete. “Voyager 2” si trova ora a 15 miliardi di chilometri dal Sole, la sua gemella “Voyager 1” a 19 miliardi.

 

E’ curioso osservare che quando “New Horizon” partì nel gennaio 2006 Plutone era considerato un pianeta. La International Astronomical Union lo declassò mettendolo nella nuova categoria dei “pianeti nani” con la Risoluzione B5 nella sua assemblea del 24 agosto 2006 svoltasi a Praga.

Altre informazioni:

http://www.nasa.gov/mission_pages/newhorizons/main/index.html

 

http://www.nasa.gov/mission_pages/newhorizons/main/#.U_xDtfl_u7I

 

La sonda europea “Rosetta”, dal 6 agosto in orbita attorno alla cometa Churyumov-Gerasimenko, ha inviato un gran numero di fotografie del nucleo cometario che hanno permesso di identificare cinque possibili luoghi di atterraggio per il laboratorio automatico “Philae”, la cui massa è di 100 chilogrammi per un totale di 10 strumenti. La manovra di discesa è prevista verso la metà di novembre, quando la cometa sarà a 450 milioni di chilometri dal Sole. Identificare i cinque potenziali siti di atterraggio non è stato semplice a causa della forma tormentata del nucleo cometario, caratterizzato da due blocchi tondeggianti saldati tra di loro e bucherellati da crateri, con ripide scarpate, profondi avvallamenti e crepacci. La cometa passerà al perielio il 13 agosto 2015 ma restando alla rispettabile distanza dalla nostra stella di 185 milioni di chilometri. “Rosetta” ne riprenderà l’attività da un’orbita ravvicinata mentre “Philae” svolgerà le sue analisi ancorata da arpioni al nucleo cometario.

Per altre informazioni e immagini dei siti prescelti: 

http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Science/Rosetta/Rosetta_Landing_site_search_narrows  

 

Il 22 agosto dallo spazioporto di Kourou nella Guyane francese un vettore russo “Soyuz-Fregat” ha portato in orbita il quinto e il sesto satellite del sistema di navigazione europeo “Galileo”, analogo al GPS americano ma destinato esclusivamente all’uso civile e dotato di una precisione maggiore. Un dispositivo pirotecnico ha liberato i due satelliti, che però si sono inseriti su un’orbita più bassa di quella prevista a 23.500 chilometri dalla superficie terrestre. Sono in corso accertamenti per capire se questo inconveniente è rimediabile o compromette la piena funzionalità.  I due nuovi satelliti sono andati ad aggiungersi a quelli lanciati nell’ottobre 2011 e nell’ottobre 2012, già operativi e ad altri due precedenti. Questa prima costellazione di 6 satelliti ha il compito di dimostrare che il sistema “Galileo” funziona secondo gli standard di accuratezza programmati, consentendo un posizionamento con la precisione di un metro. Il progetto è finanziato e diretto dalla Commissione Europea tramite il braccio operativo rappresentato dall’ESA (Agenzia spaziale europea). Essendo un sistema esclusivamente per uso civile, non è esposto a degradazioni artificiali del segnale in caso di conflitti internazionali come può avvenire con il GPS. L’ESA ha offerto i certificati per le prime 50 stazioni fisse di “Galileo” ricevendo risposte molto positive da tutto il mondo. Quando il sistema sarà completato, potrà contare su 30 satelliti (disegno). Entro il 2014 è previsto il lancio di altri due satelliti.

 

Altre informazioni: http://it.wikipedia.org/wiki/Sistema_di_posizionamento_Galileo

 

 

 

 

 

Un buco nero di medie dimensioni è stato scoperto nella galassia M 82 (foto) a 12 milioni di anni luce avendo come indizio una strana pulsazione in raggi X rilevata nei dati di archivio del satellite della Nasa “Rossi-RXTE”. La massa dei buchi neri che derivano da un collasso stellare di solito non superano le 25 masse solari: niente di paragonabile ai buchi neri da decine o centinaia di migliaia di masse solari che spesso occupano il centro delle galassie. L’interesse della scoperta sta proprio in questo: tra i buchi neri piccoli di origine stellare e quelli giganteschi c’è il deserto, si conosce solo mezza dozzina di buchi neri con massa intermedia e il buco nero individuato in M 82 fa parte di questo sparuto drappello. Dal suo olrizzonte degli eventi giungono pulsazioni in raggi x con periodi di 5,1 e 3,3 volte al secondo, e ciò ha permesso di stimarne la massa, notevolmente superiore a quella dei buchi neri di origine stellare ma di gran lunga inferiore a quella dei buchi neri galattici. M 82, nell’Orsa Maggiore, è una galassia a nucleo attivo: quindi ha nel suo centro un buco nero supermassiccio (http://it.wikipedia.org/wiki/Galassia_Sigaro ).

La notizia è comparsa su “Nature” del 17 agosto. Il satellite “Rossi”, dedicato al fisico italiano Bruno Rossi, un pioniere dell’astrofisica in raggi X, fu lanciato nel 1995 e ha funzionato fino al 2012.

Altre informazioni:

 

http://www.nasa.gov/press/2014/august/nasas-rxte-satellite-decodes-the-rhythm-of-an-unusual-black-hole/





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