Astro News a cura di Piero Bianucci

 

I dati raccolti dal lander “Philae” (disegno) rilasciato dalla sonda europea “Rosetta” e sceso il 12 novembre 2014 sulla cometa Churyumov-Gerasimenko sono stati pubblicati su “Science” del 31 luglio. Il numero della rivista americana, praticamente monografico, si apre con un articolo dal titolo “I primi giorni di Philae su una cometa” che ha tra le firme anche quella di Amalia Ercoli Finzi del Politecnico di Milano. L’ESA ha rilasciato per l’occasione la sequenza fotografica dell’atterraggio di Philae: l’ultima immagine identifica il punto in cui il lander si è fermato sulla superficie del nucleo cometario con la precisione di 20 centimetri. L’ultima immagine è stata ripresa a 9 metri dal punto di atterraggio. I frammenti di regolite identificabili sul nucleo misurano da 10 a 20 centimetri. Questo materiale costituisce i primi due metri della crosta della cometa. La sequenza si riferisce all’ultimo rimbalzo di Philae, che in precedenza aveva toccato il sito chiamato Agilkia. I dati corrispondono a 63 ore di registrazione, fino a quando le batterie hanno potuto alimentare gli strumenti. La posizione del lander infatti non permesso di utilizzare i pannelli solari. C’è stata tuttavia il 13 giugno scorso una breve e intermittente ripresa dei contatti radio tra il lander e Rosetta. Il team di scienziati che segue “Philae” confida che con il passaggio della cometa al perielio il 14 agosto il lander possa ricevere una potenza elettrica alla ripresa della trasmissione dei dati. Le informazioni finora raccolte sono comunque utilissime per comprendere la chimica dei nuclei cometari e il loro eventuale ruolo nelle origini della vita.

Altre informazioni e il video costruito con le immagini della discesa sulla superficie della cometa:

http://www.sciencemag.org/content/349/6247/547.2.summary

http://www.sciencemag.org/content/349/6247/493.full

http://news.sciencemag.org/tags/rosetta

 

 

 

 

E’ un pianeta roccioso, sul quale si potrebbe camminare, peccato che sia troppo caldo. Però ha un grande vantaggio rispetto al quasi-gemello della Terra “Kepler 452b” tanto strombazzato dalla Nasa: non si trova all’abissale distanza di 1400 anni luce ma – astronomicamente parlando – quasi dietro l’angolo, ad appena 21 anni luce, intorno alla stella HD 219134 nella costellazione circumpolare di Cassiopea (disegno). Questa stella è di tipo spettrale K2 (colore rossiccio) e di magnitudine 5,7, quindi al limite della visibilità a occhio nudo. Studiata con lo spettrografo cacciatore di pianeti HARPS-N montato sul telescopio nazionale “Galileo” da 3,5 metri alle isole Canarie da una équipe internazionale a larga partecipazione Inaf e Università di Padova, HD 219134 ha rivelato la presenza di un pianeta che compie una rivoluzione attorno alla sua stella in appena tre giorni. Basta questo dato per capire che è molto vicino al suo sole, e quindi con un clima torrido del tutto inadatto alla vita. La sua densità, tuttavia, risulta pari a 6 volte quella dell’acqua, poco più di quella del nostro pianeta, si tratta quindi di una super-Terra rocciosa e metallica. Ed è precisamente il più vicino pianeta roccioso che attualmente si conosca. La scoperta è stata possibile anche grazie al telescopio infrarosso Spitzer della Nasa. Un motivo in più per attendere con curiosità la missione europea “Plato”, disegnata per cercare esopianeti intorno a stelle vicine a noi. L’articolo scientifico è in via di pubblicazione sulla rivista “Astronomy & Astrophysics”.

Altre informazioni:

 

http://www.aanda.org/

 

L’astronauta italiano dell’ESA – Agenzia spaziale europea – Paolo Nespoli tornerà nello spazio per la terza volta nel maggio 2017 per affrontare un nuovo soggiorno sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) della durata di 5 mesi. Il veicolo di trasferimento sarà una Soyuz russa che, come Nespoli sa bene, non garantisce un viaggio con le comodità della prima classe. Per l’Agenzia spaziale italiana è la terza missione di lunga durata dopo quelle di Parmitano e della Cristoforetti.

Nespoli volò la prima volta nel 2007 con lo Shuttle per contribuire al montaggio sulla Stazione spaziale del Nodo 2, realizzato in Italia, alla Thales Alenia di Torino. Nel 2010 ha poi trascorso 160 giorni sulla ISS, primo italiano ad affrontare un soggiorno così lungo: qui lo vediamo nella fotografia ufficiale della missione del 2010. Nato il 6 aprile 1957, l’anno in cui l’Unione Sovietica avrebbe lanciato il primo satellite artificiale, lo Sputnik, ora Nespoli si appresta a diventare il grande veterano dello spazio del nostro paese.

Altre informazioni: 

http://www.esa.int/ita/ESA_in_your_country/Italy/Terzo_volo_spaziale_per_Paolo_Nespoli

https://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Nespoli

 

 

 

Sia pure a rilento, procede la realizzazione del “James Webb Space Telescope”, il successore di “Hubble”. Questo è uno degli ultimi test, se non proprio quello conclusivo dei 18 segmenti che costituiranno lo specchio principale da 6,5 metri di diametro. L’immagine è stata scattata l’11 luglio al Ciaf, la “facility” del Goddard Space Center per la calibrazione, integrazione e allineamento dello specchio primario. La precisione garantita da questa macchina è di 0,1 micron, cioè un decimillesimo di millimetro, o se preferite un quattrocentesimo dello spessore di un capello umano. Il progetto “James Webb Space Telescope”, che ha come partner principale la Nasa, affiancata dall’Agenzia spaziale europea e dall’Agenzia spaziale canadese, è in forte ritardo e ha superato di gran lunga il costo preventivato. Il lancio è ora programmato per il mese di ottobre del 2018. Dopo vari sforamenti il budget ha ora un tetto massimo di 8 miliardi di dollari.

Altre informazioni:

http://www.nasa.gov/mission_pages/webb/main/index.html

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Telescopio_spaziale_James_Webb

L’attenzione è stata così monopolizzata dal primo sguardo ravvicinato a Plutone di “New Horizons”, dall’annuncio della quasi-Terra Kepler 452b e dall’aspettativa per il passaggio al perielio della cometa Churyumov-Gerasimengo con “Rosetta” al seguito che per un po’ abbiamo trascurato il robot “Curiosity”, ormai prossimo a festeggiare il suo terzo anno su Marte (lo sbarco avvenne il 6 agosto 2012). Di recente “Curiosity” ha analizzato nella zona “Elk” (alce) vicino al Marias Pass, sulle prime pendici del monte Sharp, una roccia con un contenuto di silice (biossido di silicio – quarzo) più elevato di quanto ci si aspettasse (foto). Dopo questa osservazione “Curiosity” ha proseguito il suo programma di esplorazione verso altri obiettivi ma ora i ricercatori che seguono il robot hanno fatto ritornare “Curiosity” sui suoi passi per esaminare meglio quella roccia insolita. Il sospetto è che in essa possa nascondersi materiale organico interessante dal punto di vista biologico. L’équipe che segue il robot ha così individuato un affioramento che è stato chiamato “Missoula” dove entrano a contatto una roccia sedimentaria argillosa e un’arenaria più scura. Un ambiente che in un lontano passato avrebbe potuto favorire lo sviluppo di vita primordiale.

 

 

Altre informazioni: https://www.nasa.gov/mission_pages/msl/

Ghiacciai che fluiscono come lentissimi fiumi, terreni dalla chimica esotica, catene montuose e picchi isolati, estese regioni nebbiose: a dieci giorni dal flyby della sonda “New Horizons”, a mano a mano che arrivano nuovi dati al lento ritmo di duemila byte al secondo, Plutone si rivela sempre più come un oggetto planetario dalla geologia tutta particolare. L’atmosfera svolge senza dubbio un ruolo importante nel plasmare il pianeta nano. La densità e l’estensione dell’involucro gassoso sono state valutate con buona precisione grazie a una “eclisse” di Sole artificiale: il transito della sonda nel cono d’ombra di Plutone avvenuto sette ore dopo il flyby. Questa immagine ripresa con la camera LORRI mostra la silhouette di Plutone con l’aureola della luce solare che filtra attraverso la sua atmosfera. Gli scienziati della Nasa vi hanno identificato formazioni nebbiose stratificate: le più alte arrivano fino a 130 chilometri dalla superficie plutoniana, le intermedie a 80 chilometri e le più basse a 50 chilometri. Gli strati sono la chiave per comprendere la meteorologia degli idrocarburi atmosferici – metano, etilene, acetilene – che rendono rosata la superficie di Plutone. 

Altre informazioni: http://phys.org/news/2015-07-nasa-horizons-team-haze-ice.html

Il pianeta più simile alla Terra finora osservato intorno a un’altra stella è “Kepler 452b”: lo ha annunciato la Nasa con una solenne conferenza stampa presentando un nuovo catalogo di 12 pianeti che appaiono come stretti parenti del nostro e quindi potrebbero offrire un ambiente adatto alla vita (disegno).

Quello che ad oggi è il miglior candidato al titolo di Terra-bis orbita intorno a una stella molto simile al Sole lontana 1400 anni luce: è soltanto un po’ più massiccia (del 4%) e un po’ più luminosa (del 10%). Il pianeta si trova a 150 milioni di chilometri dalla sua stella – la stessa distanza che separa il Sole dalla Terra – e ha un diametro intorno a 1,5 volte quello terrestre. Il pianeta ha senza dubbio un clima tropicale, ma si trova nella “fascia di abitabilità”, dove l’acqua può esistere nei tre stati, liquido, gassoso e solido (ghiaccio). Gli astronomi cercheranno ora di accertare se sia realmente, come sembra, un pianeta roccioso e dotato di atmosfera. Il passo successivo sarà analizzare l’involucro gassoso per poter avanzare ipotesi fondate sulla eventuale presenza di vita.

Nonostante qualche acciacco, il satellite “Kepler” ha già individuato 4200 esopianeti, 400 dei quali hanno caratteristiche non troppo dissimili da quelle terrestri. “Il catalogo presentato il 23 luglio contiene la prima analisi di tutti i dati trasmessi da Kepler, nonché una valutazione automatizzata di questi risultati”, ha spiegato Jeffrey Coughlin, lo scienziato del SETI Institute che ha guidato il lavoro di catalogazione. «Tecniche più efficienti di analisi consentiranno agli astronomi di determinare meglio il numero di pianeti piccoli e freddi che sono i migliori candidati per ospitare la vita».

 

Altre informazioni: http://www.nasa.gov/jpl/finding-another-earth

Un altro sistema montuoso di ghiaccio e terriccio è stato scoperto su Plutone in una nuova immagine ripresa con la telecamera LORRI e trasmessa il 20 luglio dalla sonda “New Horizons”, riprodotta qui accanto. Le nuove montagne ghiacciate sono meno alte di quelle già note, i Norgay Montes: le loro vette raggiungono i mille-millecinquecento metri, e non i 3500 come le prime avvistate, rispetto alle quali si trovano a 110 chilometri in direzione nord-ovest. Anche queste montagne però si trovano nella Tombaugh Regio, situata tra le brillanti pianure di ghiaccio di monossido di carbonio e le zone scure che corrispondono a un terreno pesantemente craterizzato. L’immagine è stata ripresa da una distanza di 77 mila chilometri e mostra particolari non più grandi di un chilometro. 

La Nasa ha rilasciato anche due immagini dei piccoli satelliti plutoniani Nix e Hydra. La foto di Nix ha una risoluzione di 3 chilometri, il satellite misura 42 per 36 chilometri. L’immagine di Hydra ha una risoluzione di 1,2 chilometri, il satellite, che ha forma irregolare, ha un diametro maggiore di 55 chilometri. 

Altre informazioni: http://www.nasa.gov/image-feature/new-horizons-captures-two-of-plutos-smaller-moons

 

 

Gli alieni, se esistono, hanno trovato il loro mecenate: il miliardario russo Yuri Milner ha annunciato che metterà sul piatto cento milioni di dollari in dieci anni per realizzare il più grande progetto mai tentato nell’ambito del programma SETI, Search for ExtraTerrestrial Intelligence. L’annuncio è stato il 20 luglio a Londra nella prestigiosa sede della Royal Society. Il progetto, che si chiamerà “Breakthrogh Listen”, utilizzerà i radiotelescopi di Green Bank in West Virginia (Usa), di Parkes in Australia (foto) e il Lick Observatory di San José in California. Obiettivo: “ascoltare” almeno un milione di stelle nella Via Lattea e un centinaio nelle galassie più vicine con la speranza di captare un segnale artificiale. 

Milner sta facendo le cose in grande: ha già coinvolto nel progetto numerosi scienziati di primo piano a cominciare dal fisico Stephen Hawking. “Passeremo da 24-36 ore di ascolto SETI all’anno a migliaia di ore con i migliori strumenti disponibili”, ha detto Andrew Siemon, uno dei leader del progetto. E Hawking, presente al lancio presso la Royal Society: “Non c’è interrogativo più grosso di quello sull’esistenza di alieni intelligenti. Nell’immensità dell’universo deve esserci altra vita.” 

La notizia è ripresa dall’ultimo numero di “Nature”: http://www.nature.com/news/search-for-extraterrestrial-intelligence-gets-a-100-million-boost-1.18016

 

Questa immagine, ottenuta combinando insieme riprese fatte nella banda ottica con il Very Large Telescope (VLT) e con il radiotelescopio ALMA nella banda millimetrica (entrambi dell’Eso, Osservatorio australe europeo), ci trasporta alle origini dell’universo, a 800 milioni di anni dopo il Big Bang, quando il buio tornò a diradarsi perché le nubi di idrogeno neutro incominciarono a concentrarsi in stelle primordiali e queste poterono illuminare la scena. Per la prima volta gli astronomi sono riusciti a identificare strutture di gas, polveri e stelle così antiche e lontane, e quindi a studiare come si siano formate le prime galassie. L’équipe, guidata da Roberto Maiolino del Cavendish Laboratory e Kavli Institute for Cosmology (Università di Cambridge, UK), è riuscita a rilevare debolissime emissioni del carbonio ionizzato provenienti da nubi con stelle in formazione. Di una galassia nascente – BDF2399 – gli astrofisici hanno osservato il segnale del carbonio ionizzato in una nebulosa periferica.

«Questa è l’identificazione del più distante segnale prodotto dal carbonio in una galassia “normale”, a meno di un miliardo di anni dopo il Big Bang» ha spiegato Andrea Ferrara, della Scuola Normale Superiore di Pisa e membro del Consiglio di Amministrazione dell’INAF. Lo studio, a cui hanno contribuito numerosi ricercatori INAF – è stato pubblicato sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society. «Per la prima volta stiamo vedendo galassie primordiali non come ammassi indistinti di materia ma come oggetti dotati di una struttura interna».

Nell’immagine, l’oggetto centrale è la galassia BDF 3299 vista quando l'universo aveva 800 milioni di anni. La nube rossa brillante in basso a sinistra è ottenuta dalle osservazioni con ALMA di una grande nube di materia in procinto di formare la nuova galassia. Crediti: ESO/R. Maiolino

Altre informazioni: http://mnras.oxfordjournals.org/

 

 

 

 

Tra meno di un mese, il 13 agosto, la cometa Churyumov-Gerasimenko passerà al perielio (cioè alla sua minima distanza dal Sole) e raggiungerà la massima attività, che la sonda europea “Rosetta” si prepara ad osservare per la prima volta nella storia dell’esplorazione spaziale. La cometa libera gas e jet di plasma già da diversi mesi (la sequenza fotografica si riferisce al periodo gennaio-marzo 2015).

Il 13 agosto la 67P/ Churyumov-Gerasimenko si troverà a 186 milioni di chilometri dal Sole, una distanza di 36 milioni di chilometri maggiore di quella Terra-Sole (1,24 Unità Astronomiche). Alcuni scienziati ipotizzano che una frattura lunga mezzo chilometro che attraversa il nucleo cometario possa allargarsi a causa della radiazione solare. Poiché il nucleo è costituito da due lobi a contatto, non si esclude neppure una sua frammentazione. Il periodo orbitale della cometa è di 6 anni e mezzo. L’ultimo passaggio al perielio risale al 28 febbraio 2009.

Altre informazioni:

http://sci.esa.int/rosetta/56148-rosetta-preparing-for-perihelion/

 

 

 

“JUICE”, la missione dell’Agenzia Spaziale Europea verso Giove e i suoi satelliti ghiacciati (disegno), ha compiuto un passo avanti importante con l’attribuzione del ruolo di “prime industrial contractor” alla Airbus Defence & Space di Tolosa (Francia). La decisione è stata presa il 17 luglio e comporta una commessa del valore di 350,8 milioni di euro i cui particolari sono ancora da definire in una successiva trattativa. L’accordo riguarda le attività industriali di progettazione, sviluppo, integrazione, test, campagna di lancio e messa in funzione della sonda spaziale. Rimane escluso il lancio, previsto per il 2022 con un razzo Ariane 5. JUICE (JUpiter ICy moons Explorer) è la missione di classe “large” del programma Cosmic Vision 2015-25. L’arrivo della navicella al sistema gioviano avverrà nel 2030. Qui JUICE orbiterà per tre anni e mezzo intorno al grande pianeta gassoso per studiarne l’atmosfera per poi dedicarsi allo studio approfondito dei satelliti Ganimede, Europa e Callisto, che sembrano avere sotto la crosta ghiacciata oceani di acqua allo stato liquido. Con manovre assistite gravitazionalmente la sonda entrerà in orbita intorno a Ganimede e lo studierà per otto mesi con 10 strumenti.

Altre informazioni: http://sci.esa.int/juice/56165-preparing-to-build-esas-jupiter-mission/

  

 

 

 

Una vasta zona di Plutone priva di crateri, quella che appare più chiara rispetto al colore rosato del resto della superficie del pianeta nano, è coperta da ghiaccio di monossido di carbonio. Gli scienziati della Nasa lo hanno scoperto grazie ai dati raccolti il 14 luglio e tramessi il 16 luglio da Ralfh, uno dei sette strumenti a bordo della sonda “New Horizons”. La calotta di monossido di carbonio ghiacciato si trova nella parte ovest della “Tombaugh Regio”, come i ricercatori hanno battezzato informalmente questa struttura geologica in onore dell’astronomo che nel 1930 scoprì Plutone. Lo spessore del ghiaccio di monossido di carbonio aumenta andando verso il punto centrale (vedi fotografia/disegno). Questa zona chiara era già vagamente visibile nelle immagini riprese dal telescopio spaziale “Hubble”. Quanto alla tenue atmosfera che circonda il pianeta nano. Risulta composta soprattutto di azoto e si estende finoa 270 chilometri sopra la superficie di Plutone.

Altre informazioni:

 

http://www.nasa.gov/press-release/nasa-s-new-horizons-discovers-frozen-plains-in-the-heart-of-pluto-s-heart

 

Cinquanta minuti dopo aver guardato Plutone, il 14 luglio 2015 la sonda della Nasa “New Horizons” è passata a 27 mila chilometri dalla sua grande luna Caronte, che vediamo in questa immagine rilasciata una trentina di ore dopo. Come per Plutone, anche in questo caso la sorpresa degli scienziati è stata grande. Caronte è un oggetto quasi perfettamente sferico il cui diametro è stato precisato in 1208 chilometri, più o meno come ci si aspettava, ma la sua superficie è incredibilmente “giovane”, sembra essersi riplasmata meno di cento milioni di anni fa, nello stesso periodo in cui un fenomeno del genere avvenne su Plutone. Relativamente pochi sono i crateri, un lungo reticolato di solchi profondi fino a 9 chilometri lo attraversa quasi parallelamente all’equatore, ghiaccio di acqua copre una buona parte della superficie.  

Caronte fu scoperto da James Christy il 22 giugno 1978 su lastre fotografiche scattate due mesi prima all’Osservatorio di Flagstaff (Arizona) con un telescopio da 1,55 centimetri. Orbita intorno al baricentro del sistema in poco meno di sei giorni e mezzo ed è, proporzionalmente all’oggetto principale, il più grande satellite del Sistema solare. Con il telescopio spaziale Hubble dopo il 2005 furono scoperti altri quattro satelliti minori, Styx, Nix, Kèrberos e Hydra. I loro diametri sono di circa 30-35 chilometri secondo le misure di “New Horizons” ma queste lune hanno forma irregolare.

Altre informazioni:  http://www.nasa.gov/press-release/nasa-to-release-new-pluto-images-science-findings-at-july-17-nasa-tv-briefing

 

Sono andati in orbita con un razzo “Ariane 5” lanciato dalla base di Kourou (Guyane francese) due nuovi satelliti meteorologici europei della seconda generazione MSG-4: copriranno le previsioni del tempo con una ricognizione dell’Europa e dell’Africa ogni 15 minuti, più un “rapiod scan” (scansione veloce) in appena 5 minuti per le zone europee. Una risoluzione temporale così elevata permetterà previsioni meteorologiche più precise e potrà seguire praticamente in tempo reale l’evoluzione dei fenomeni atmosferici, a cominciare da quelli estremi, che ultimamente si sono intensificati anche a latitudini temperate. 

Il lancio in orbita di trasferimento è stato perfetto, con il distacco dei satelliti dal razzo Ariane 40 minuti dopo il distacco dalla rampa. In dieci giorni ora i satelliti raggiungeranno l’orbita geostazionaria a 36 mila chilometri dalla Terra, dove diventeranno operativi. Nella foto: il liftoff alle 23 e 42 minuti del 15 luglio (ora del Centro Europa).

Altre informazioni:

 

http://www.esa.int/Our_Activities/Observing_the_Earth/Meteosat_Second_Generation/Europe_s_MSG-4_weather_satellite_delivered_into_orbit

 

 

Grande notizia dal Cern di Ginevra. L’esperimento LHCb (disegno), uno dei quattro grandi apparati di rivelazione disposti intorno al Large Hadron Collider lungo 27 chilometri, ha individuato una nuova classe di particelle esotiche: i pentaquark. Tutta la materia ordinaria di cui siamo fatti e che osserviamo comunemente nell’universo è fatta di protoni e neutroni costituiti da tre quark, come ipotizzò Murray Gell-Mann nel 1964. A lungo si è speculato su altre ipotetiche combinazioni a più quark. La particella pentaquark – con 5 quark – è ora stata osservata e apre nuove prospettive alla fisica, oltre a promettere una migliore comprensione della natura dei protoni e dei neutroni. Il lavoro fatto al Cern è stato pubblicato il 14 luglio su arXin.org ed è stato inviato alla rivista “Physical Review Letters”.

“La scoperta di uno stato composto da cinque quark, se sarà confermata, arriva gradita, ma non inattesa - dice Luciano Maiani, fisico che ha dato grossi contributi alla teoria dei quark -.Nel lavoro in cui introduceva i quark, Gell-Mann aveva anche suggerito che, oltre ai mesoni noti fatti da una coppia quark-antiquark, potessero esistere particelle mesoniche composte da due coppie quark-antiquark (tetraquark) e che, oltre alle particelle barioniche composte da tre quark, potessero esserci dei pentaquark. Ci attende adesso l’esplorazione di un nuovo mondo di particelle, al CERN e ai collisori elettrone-positrone in Giappone e in Cina. Speriamo di trovare, nei pentaquark, quella pistola fumante che convinca anche gli scettici dell’esistenza di una nuova serie di particelle subnucleari, che ci daranno informazioni cruciali sulle, ancora misteriose, interazioni forti”.

 

 

Arrivano da “New Horizons” le prime immagini ravvicinate di Plutone e del suo satellite Caronte scattate nella fase di flyby. Questa fotografia della superficie plutoniana mostra un suolo molto tormentato sul quale si levano “giovani” montagne di terriccio e ghiaccio alte fino a 3500 metri. Questi rilievi montuosi, secondo i dati geologici trasmessi, si sono formati non più di 100 milioni di anni fa, mentre Plutone, come tutti gli altri corpi del Sistema solare, ha 4,5 miliardi di anni. L’immagine copre circa l’uno per cento della superficie plutoniana e sembra rappresentare una regione ancora oggi geologicamente attiva. Scattata dalla distanza di 770 mila chilometri, questa fotografia ha una risoluzione di circa un chilometro. Le foto ancora più ravvicinate dovrebbero arrivare a una risoluzione di 70-80 metri per pixel.

 

Il flyby di “New Horizons” ha permesso di precisare le dimensioni di Plutone e di Caronte. Plutone ha un diametro di 2370 chilometri, Caronte di 1208. Il diametro di Plutone ora misurato è maggiore di quanto si pensava e comporta una conseguenza interessante: grazie alla nuova misura Plutone si riprende il primato del più grande pianeta nano, battendo Eris, oggetto della Fascia di Kuiper che era ritenuto un po’ più grande di Plutone. Se si deve trarre una conclusione (provvisoria) dal flyby si può dire che tutto sommato i dati finora arrivati darebbero ragione a chi ritiene Plutone un vero pianeta e non un pianeta nano, come ha stabilito la International Astronomical Union.

Altre informazioni: http://www.nasa.gov/image-feature/the-icy-mountains-of-pluto

 

 

Alle 13, 49 minuti e 57 secondi del 14 luglio 2015 la sonda 'New Horizons' è passata a 12.500 chilometri dalla superficie di Plutone, obiettivo primario di una missione iniziata il 19 gennaio 2006. Il tempo di uno sguardo e poi l'addio, correndo a 14 chilometri al secondo. Cinquanta minuti dopo, il massimo avvicinamento a Caronte, la più grande luna plutoniana. La navicella, con l'antenna rivolta al suo bersaglio, era in silenzio radio con la Terra dalle 5,15 del mattino, ma alla Nasa e nel centro di controllo della missione presso la Johns Hopkins University, nel Maryland, si è scatenato l'entusiasmo. Alle 3 della notte del 15 luglio, ripesa dei contatti, trasmissione di informazioni di telemetria e sullo stato di salute dei vari strumenti, poi le prime immagini nella tarda mattina-pomeriggio. 'Il successo è praticamente certo - dicono alla Nasa - ormai ci sono solo 2 probabilità su diecimila che qualcosa vada storto, ad esempio per l'impatto con un granello di polvere. In questo caso il 99,9 per cento dei dati andrebbe perso.' Alla ripresa del contatto ci vorrà comunque pazienza: il canale di trasmissione consente solo 1000 bit al secondo, è cioè 100 volte più lento della Adsl casalinga, e i segnali impiegano quattro ore e mezza a raggiungere la Terra.

Informazioni in diretta: http://pluto.jhuapl.edu/

 

 

Sono le ore cruciali: la sonda della Nasa “New Horizons” sta sfiorando Plutone e il suo sistema di satelliti correndo a 49.600 chilometri all’ora. Questa è l’ultima immagine trasmessa e distribuita dalla Nasa. E’ stata scattata quando la navicella si trovava a un milione e mezzo di chilometri dal pianeta nano, poco prima che iniziasse la fase più delicata di un viaggio di quasi 5 miliardi di chilometri iniziato nel 2006.

Due eventi simbolici rendono memorabile l’impresa. Primo: con oggi l’ultimo importante oggetto del Sistema solare, il più lontano tra quelli dell’astronomia “classica”, viene raggiunto e fotografato da vicino; si conclude quindi un’era spaziale. Secondo: Clyde Tombaugh raggiunge simbolicamente Plutone, il corpo celeste che scoprì nel 1930: a bordo di 'New Horizons' c’è infatti una minuscola urna con le sue ceneri. Altri piccoli oggetti accompagnano l’urna: due bandiere, un pezzo della SpaceShip One, due cd con le foto del team e 434 mila firme raccolte nell’iniziativa “Spedisci il tuo nome su Plutone”, due quarti di dollaro e un francobollo. Il massimo avvicinamento a Plutone, a 12.500 chilometri dalla sua superficie, sarà alle 13,50.

La camera LORRI, focale di 2,6 metri, raccoglierà le immagini. Lo spettrografo Ralph fornirà immagini a colori a media risoluzione per l’identificazione dei rarefattissimi gas atmosferici; i rilievi nel vicino infrarosso daranno la composizione del suolo e la mappa termica delle strutture geologiche. Alice, spettrografo ultravioletto, completerà queste informazioni insieme con REX, esperimento di geo-radio-scienza. SWAP misurerà il vento solare intorno a Plutone, PEPSSI le particelle che sfuggono dall’atmosfera plutoniana, SDC – esperimento realizzato dagli studenti dell’Università del Colorado – rileverà le polveri spaziali, come ha già fatto durante tutto il viaggio. 

 

Altre informazioni: http://eyes.jpl.nasa.gov/eyes-on-pluto.html

 

 

Il 14 luglio con il flyby della sonda della Nasa “New Horizons” su Plutone si concluderà idealmente l’esplorazione del Sistema solare “classico”. Tutto si giocherà in 10 ore, il tempo che la navicella trascorrerà nei pressi del pianeta nano e dei suoi cinque satelliti, il più grande dei quali, Caronte, ha un diametro di 1200 chilometri, più della metà di Plutone. Ci vorrà però ancora un po’ di pazienza per posare gli occhi su quei panorami remoti a causa della geometria del flyby. In questa fase, infatti, la sonda deve puntare verso Plutone e i suoi satelliti e l’antenna parabolica non può “guardare” verso la Terra. Superato Plutone, “New Horizons” compirà una mezza rotazione e dirigerà l’antenna verso la Terra. A questo punto incomincerà la trasmissione dei dati, che tuttavia non sarà molto veloce e riguarderà inizialmente un numero limitato di immagini per una “anteprima”. Ci vorranno poi alcuni mesi perché possano essere trasmessi gli altri dati e le altre immagini. Compito primario è cartografare le superfici di Plutone e Caronte e analizzare i loro eventuali involucri gassosi. La risoluzione massima durante l’incontro più ravvicinato sarà di 400 metri per pixel. In questa fase finale “New Horizons” si è spenta automaticamente per mettersi in sicurezza. Ora è in funzione ma non sono chiari i motivi che hanno causato il blocco precauzionale. E’ immaginabile la tensione del team che segue la sonda: in poche ore si gioca il lavoro di venti anni: dieci di progettazione e altrettanti di viaggio.

Qui accanto: l’ultima immagine di Plutone trasmessa da “New Horizons”, a 4 giorni dal flyby. Si notino il colore rosa del pianeta nano e l’area scura occupa una vasta area di un suo emisfero.

Altre informazioni:

https://www.nasa.gov/mission_pages/newhorizons/main/index.html

 

 





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