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    Urano muta i colori a causa del Sole

    Urano muta i colori a causa del Sole

    Secondo uno studio pubblicato su Geophysical Research Letters i mutamenti periodici nell’attività del Sole sono in grado di influenzare colori dell’atmosfera e origine delle nuvole di Urano, il penultimo pianeta del sistema solare, il quale impiega 84 anni terrestri per percorrere un’orbita completa. La ricerca ha permesso di scoprire che, pur tenendo conto delle lunghe stagioni che caratterizzano Urano, il pianeta appare più brillante e più debole nel corso di un ciclo solare di 11 anni. Si tratta del regolare ciclo dell’attività solare, che fa aumentare e diminuire il numero delle macchie solari della sua superficie. Karen Aplin della Oxford University ha spiegato: “L’atmosfera che avvolge Urano è tra le più fredde del Sistema Solare, ma al suo interno vi sono nubi e ghiaccio, proprio come nell’atmosfera terrestre. Le variazioni in luminosità del pianeta dicono che nel corso del tempo si hanno variazioni nella consistenza delle nubi e nel colore dell’atmosfera. Abbiamo trovato che il cambiamento è dovuto a due elementi: uno è legato alla chimica dell’atmosfera, la quale sottoposta a variazioni di luce solare ultravioletta altera il colore in seguito a trasformazioni chimiche di sostanze presenti al suo interno. L’altro è dovuto a particelle ad alta velocità provenienti dall’esterno del Sistema Solare, i raggi cosmici, che bombardano l’atmosfera e hanno influenza sulla formazione delle nubi”. Un fenomeno che vari studi dicono che avviene anche sulla Terra. Giles Harrison dell’University of Reading, coautore dello studio, ha aggiunto: “Il Sole ha un campo magnetico, che devia i raggi cosmici provenienti dallo spazio lontano dal Sistema Solare. Tale protezione si riduce quando l’attività del Sole è a livelli minimi, mediamente ogni 11 anni, il che implica che una quantità maggiore di raggi cosmici raggiungano i pianeti del Sistema Solare. L’atmosfera di Urano, come quella di Nettuno, viene influenzata dalle particelle energetiche in arrivo ed è quasi incredibile il fatto che gli effetti siano visibili anche dalla Terra, a oltre due miliardi di chilometri di distanza”. Lo studio è stato realizzato utilizzando i telescopi terrestri, ma anche dati provenienti dalla sonda Voyager 2.

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