Astro News a cura di Piero Bianucci

Una commessa da 400 milioni di euro è stata assegnata all’Italia per la realizzazione di E-ELT, il supertelescopio da 39 metri che sorgerà sulle Ande del Cile. E’ il più grande contratto che sia stato sottoscritto per un progetto di astronomia da terra e riguarda la gigantesca cupola che proteggerà il telescopio e la struttura meccanica che lo sosterrà. La “storica” firma è stata posta oggi 25 maggio 2016 presso la sede dell’Osservatorio Australe Europeo (ESO) con l’intervento del ministro dell’Università e della Ricerca Stefania Giannini. La commessa è andata al consorzio di Società italiane ACe, composto da Astaldi, Cimolai ed EIE Group subcontractor. La linea europea in campo scientifico si ispira all’idea che tendenzialmente gli investimenti in ricerca dei vari paesi devono ritornare sotto forma di commesse e di accesso agli strumenti realizzati. In effetti negli ultimi 15 anni l’industria italiana ha ricevuto complessivamente circa 800 milioni di euro per commesse relative a strumenti astronomici d’avanguardia e annesse infrastrutture. L'astronomia è anche un grosso fatto economico-industriale. “Ma se è vero che la politica dell’ESO è basata su un principio di fair return, cioè un equo ritorno sia scientifico sia economico per i paesi membri, è anche vero che non si tratta di un principio garantista – ha fatto osservare Nicolò D’Amico, presidente dell’INAF – In sostanza, in ESO vince il migliore, e il tasso di utilizzo italiano dei telescopi dell’ESO e il ritorno industriale per il paese hanno raggiunto valori di assoluto primato”. Il contratto comprende progettazione, costruzione, trasporto e assemblaggio di strutture che non è esagerato definire titaniche: la cupola rotante di E-ELT avrà un diametro di 80 metri, l’altezza di un palazzo di 30 piani e una massa di 5000 tonnellate. Tremila tonnellate sarà il peso della montatura del telescopio. Quello che sarà il più grande 'occhio' del mondo sorgerà alla quota di 3000 metri sul Cerro Amazones, a 20 chilometri da Paranal, dove l’ESO da 15 anni utilizza VLT, quattro telescopi da 8,2 metri ciascuno. La “prima luce' di E-ELT è prevista entro il 2024.

Altre informazioni:

https://www.eso.org/public/italy/teles-instr/e-elt/

 

https://it.wikipedia.org/wiki/European_Extremely_Large_Telescope

 

Da oggi la costellazione di “Galileo”, la versione europea del GPS americano, ha due satelliti in più: il tredicesimo e il quattordicesimo. Sono partiti puntualmente dallo spazioporto europeo di Kourou, nella Guyane francese, alle 10 e 48 ora italiana. Li ha portati in orbita a 23 mila chilometri dalla Terra un razzo russo Soyuz-Fregat. Quando la costellazione “Galileo” sarà completata, i satelliti saranno 30, due dei quali di riserva. Ma grazie ad un altro lancio con un razzo “Ariane 5” previsto quest’anno per un totale di altri 4 satelliti (Ariane 5 è in grado di portarne in orbita quattro per volta), il sistema di navigazione europeo, realizzato per scopi esclusivamente civili, potrà incominciare a funzionare nel 2017. Poiché il sistema “Galileo” è compatibile con il GPS e con il sistema di navigazione russo GLONASS, il risultato sarà una maggiore precisione per gli utenti. Ogni satellite “Galileo” (disegno) pesa 700 chilogrammi e costa circa 30 milioni di euro.  L’intero programma vale 10 miliardi di euro. Sono previsti sia servizi sia gratuiti sia a pagamento.

Altre informazioni:

http://russianspaceweb.com/soyuz-lv-vs15-galileo-foc-m5.html

 

https://webmail.lastampa.it/owa/?ae=Item&t=IPM.Note&id=RgAAAADCn4nmw5SURaBhcoUJ9miaBwDXrnAnoUIZSrcP2%2fFOX9r3AAAABF%2fNAABz0dPfOb4aQrkduLvWva%2bEAGvSEtkKAAAJ

 

Samantha Cristoforetti sulla Stazione Spaziale Internazionale, oltre all’alimentazione standard degli astronauti, ha potuto fruire di un ”bonus”: piatti preparati apposta per lei dalla Argotec di Torino in collaborazione con lo chef Stefano Polato. E alla fine c’era pure un espresso (sponsor Caffé Lavazza). Il suo viaggio ha stabilito il record femminile di permanenza nello spazio: 200 giorni in orbita. Un viaggio a Marte però tra andata e ritorno sarebbe almeno quattro volte più lungo, e non ci sarebbero rifornimenti su moduli-cargo. Di qui le ricerche per rendere le astronavi il più possibile autosufficienti. Per questo l’Agenzia spaziale europea sviluppa il progetto MELISSA, che ha le sue basi a Brema (Germania) e Barcellona (Spagna). Il poster qui accanto ne illustra i principi, che sono quelli di un ecosistema autosufficiente rappresentato da un lago.

Il consumo metabolico di un astronauta richiede 5 kg al giorno: uno di ossigeno, uno di cibo disidratato e tre di acqua. La prima esigenza è quindi il completo riciclaggio dell’acqua, che comporta la purificazione dell’urina. Un ciclo chiuso per il cibo potrebbe essere dato da topi che producono CO2 e alghe che la sintetizzano in cibo vegetale più ossigeno utilizzando la fotosintesi. Una coltivazione di pomodori è poi l’obiettivo di un team tedesco: verrà sperimentata sulla navicella spaziale CROPIS dal seme al frutto. Anche qui servirà l’urina: ma come fertilizzante.

Altre informazioni:

http://www.argotec.it/argotec//docs/Corriere_Innovazione.pdf

http://www.finedininglovers.it/blog/interviste/cibo-nello-spazio-argotec/

http://www.esa.int/ita/ESA_in_your_country/Italy/ESA_Euronews_Coltivare_cibo_nello_spazio._Realta_o_fantascienza

http://www.dlr.de/rb/en/desktopdefault.aspx/tabid-6815/11182_read-40094/

 

 

 

Finora abbiamo cercato di captare segnali radio intelligenti provenienti dallo spazio e in alcuni casi abbiamo anche cercato di inviarne. La finestra radio prescelta è la cosiddetta “pozza dell’acqua”, intorno alla lunghezza d’onda di 18- 20 centimetri (1420 MHz) su cui emettono l’idrogeno e l’ossidrile (OH). Ma siamo sicuri che queste siano le frequenze dello spettro elettromagnetico adatte? I programmi SETI (Search for Extraterrestrial Intelligence” stanno prendendo in esame la “finestra” più normale e ovvia, quella ottica, quella che ci permette di vedere le stelle. In due direzioni: in ricezione, cercando “luci” artificiali modulate in modo da inviare segnali intelligenti, e in trasmissione, inviando luce laser nel cosmo come se sulla Terra ci fosse un faro sempre acceso. Ovviamente il segnale ottico dovrebbe essere estremamente collimato, molto potente e possibilmente diretto verso un bersaglio preciso; soprattutto, non dovrebbe essere cancellato dalla potente emissione luminosa del Sole. Philip Lubin, Università della California a Santa Barbara, da anni sta sviluppando un progetto di SETI ottico fondato sulla “directed energy”, cioè tecnologia a energia focalizzata. In ricezione, secondo Lubin si potrebbe tentare il contatto con un numero enorme di pianeti (100 miliardi è l’ottimistica stima).

“Sulla Terra – fa notare Lubin – sta avvenendo una rivoluzione nel campo della fotonica che consente la trasmissione di informazioni attraverso la luce visibile o nel vicino infrarosso ad alta potenza. Il bello è che non c’è bisogno di un grande telescopio per iniziare queste ricerche. Si potrebbe forse rilevare una civiltà come la nostra ovunque nella galassia, dove ci sono 100 miliardi di possibili pianeti, con una fotocamera acquistata al centro commerciale e un telescopio montato in giardino».

Altre informazioni:

http://arxiv.org/abs/1604.02108

https://arxiv.org/ftp/arxiv/papers/1604/1604.02108.pdf

 

 

 

E’ strano, ma mentre sappiamo un sacco di cose su galassie e quasar ai confini dell’universo, capita che ignoriamo l’esistenza di oggetti celesti che stanno dietro l’angolo. Un nuovo catalogo stellare compilato da Charlie Finch e Norbert Zacharias dell’USNO, United States Naval Observatory, comprende 53.500 stelle di cui non si era ancora mai misurata la parallasse – e quindi la distanza. Scopriamo così che ad appena 25 anni luce da noi c’è una stella che non conoscevamo. Siamo davvero nei dintorni di casa nostra, benché 25 anni luce siano pur sempre 1,5 milioni di volte la distanza Terra-Sole. E nel nuovo catalogo UPC (Usno Parallax Catalog) sono parecchie le altre stelle relativamente vicine. Bisogna ricordare, d’altra parte, che le nane rosse sono poco luminose e quindi possono essere sfuggite a precedenti indagini astrometriche. Il telescopio usato (URAT, nella foto) si trova alla Naval Observatory Flagstaff Station in Arizona ed è concepito proprio per l’uso astrometrico: è robotizzato e abbraccia un grande campo celeste. La precisione delle sue parallassi raggiunge i 4 millesimi di secondo d’arco, l’angolo sotteso da un capello a circa 100 metri di distanza. Altri grandi e recenti cataloghi astrometrici sono quello realizzato con il satellite europeo “Hipparcos” (120 mila stelle) e il catalogo di Yale (16 mila stelle, pubblicato nel 1995).

L’articolo di Finch e Zacharias su “The Astrophysical Journal”:

http://arxiv.org/pdf/1603.05674v1.pdf

Il catalogo UPC, insieme con altri, si trova nel sito:

http://cdsweb.u-strasbg.fr/

Il telescopio URAT a Flagstaff:

 

http://www.usno.navy.mil/USNO/astrometry/optical-IR-prod/urat

 

Altri due satelliti del sistema di navigazione europeo “Galileo” sono pronti al lancio (foto), previsto per il 24 maggio dalla base di Kourou (Guyane francese) con un razzo russo Soyuz-2.1b. Con questo doppio lancio, dal settembre 2015 saranno sei i nuovi satelliti immessi nella costellazione “Galileo”, un programma da 8 miliardi di dollari. Il totale dei satelliti operativi salirà così a 14. Il primo fu lanciato nel 2011, il programma inizialmente è andato avanti piuttosto a rilento, ma ora con questa accelerazione si sta recuperando il tempo perduto. La massa di ogni satellite “Galileo” è di 715 chilogrammi, propellente incluso. Lo stadio superiore “Fregat” inserirà i satelliti in un’orbita a 23.522 chilometri dalla Terra, con una inclinazione di 57 gradi e mezzo. Ad essi sono stati assegnati i soprannomi “Danielè” e “Alizeée” in seguito a una competizione organizzata dalla Commissione Europea nel 2011.

La costellazione “Galileo” sarà completata entro il 2020, è esclusivamente per uso civile e sarà totalmente compatibile e coordinata con il GPS americano, con il risultato di una migliore precisione di posizionamento (da qualche metro si passerà a qualche decina di centimetri).

Altre informazioni:

 

https://spaceflightnow.com/2016/05/19/next-pair-of-galileo-navigation-satellites-encapsulated-for-launch/

L’impatto più antico è imponente subito dalla Terra fu quello che, secondo la teoria oggi più condivisa, più di 4 miliardi di anni fa avvenne con un oggetto delle dimensioni di Marte e che strappò al nostro pianeta il materiale che si sarebbe poi riaggregato per formare la Luna. Al secondo posto si piazzerebbe un impatto di cui ora una ricerca pubblicata sulla rivista “Precambrian Research” fornirebbe le prove. L’asteroide che si scontrò con la Terra avrebbe avuto un diametro di 20-30 chilometri (quindi con una massa ben più grande dell’asteroide associato alla fine dei dinosauri) e l’evento catastrofico sarebbe databile a 3,46 miliardi di anni fa, quando la Terra aveva all’incirca un miliardo di anni. Lo studio, che ha tra gli autori principali Andrew Glikson del Planetary Scienc e Institute della Autralian National University e Arthur Hickman del Geological Survey of Western Australia, si basa sul ritrovamento di sferule di vetro in sedimenti del nord-ovest dell'Australia la cui datazione, molto attendibile, ci riporta indietro appunto di 3,46 miliardi di anni. Sferule come quelle individuate, che hanno un diametro compreso tra 1 e 2 millimetri, si formano per la condensazione di vapori generati dal calore liberato in violentissimi impatti come quello di un asteroide con la superficie terrestre. La ricerca in questione va avanti da una ventina di anni e ha solide basi nella datazione e nella ricostruzione dello scenario ma manca la prova della “pistola fumante”: finora i ricercatori non sono riusciti a individuare la regione dell’impatto, c he dovrebbe aver prodotto un cratere largo alcune centinaia di chilometri. Il problema è che da allora la litosfera terrestre è stata riplasmata e ridisegnata molte volte dal meccanismo della tettonica a zolle, che in tempi remoti era molto più attiva di oggi. Sarà quindi molto difficile scoprire come realmente andarono le cose.

L’articolo originale:

http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0301926816300511

 

La notizia riguarda la vita terrestre ma è molto interessante per chi è interessato alla ricerca di semplici forme di vita extraterrestri su pianeti e satelliti dove esiste ghiaccio di acqua. Un gruppo di ricercatori dell’Università di Milano-Bicocca ha scoperto che sul ghiacciaio di Forni, in Italia, e su quello di Baltoro, nel Kashmir, esistono batteri con due tipi di metabolismo prima sconosciuti. Abbiamo quindi batteri “glaciali” con quattro possibili metabolismi: respirazione, fotosintesi che genera ossigeno o clorofilliana (tipica delle piante), un altro metabolismo fotosintetico che non produce ossigeno e l’ossidazione del monossido di carbonio (il più esotico). La prima conclusione che se ne può trarre è che la biologia, e quindi l’esobiologia, hanno molta più fantasia di quanto finora si pensava. 

L’articolo è stato pubblicato il 10 maggio sulla rivista “ISME Journal”, appartenente al gruppo di “Nature”. Con Andrea Franzetti e Roberto Ambrosini di Milano-Bicocca hanno collaborato ricercatori dell’Università di Milano e dell’Accademia delle Scienze Bavarese. Uno dei due nuovi tipi di metabolismo consiste in un meccanismo fotosintetico che non produce ossigeno, con il quale alcuni tipi di microrganismi usano la sostanza organica per crescere prendendo energia dalla luce del Sole. L’altro consiste nell’ossidazione del monossido di carbonio (utilizzato dai batteri per crescere), che in ambienti glaciali viene prodotto dalla degradazione di sostanza organica per azione dell’intensa luce solare. Il lavoro si fonda sull’analisi computerizzata del DNA di batteri raccolti in piccole buche di ghiaccio a 2700 metri sul ghiacciaio di Forni (foto) e a 5000 metri sul ghiacciaio di Baltoro. Poiché gli ambienti glaciali rappresentano il 10 per cento delle terre emerse, una conseguenza della scoperta è che si dovrà ricalcolare il bilancio dei gas serra del nostro pianeta.

Altre informazioni: http://www.unimib.it/open/news/Ce-piu-vita-sui-ghiacciai_-scoperti-due-metabolismi-alternativi-sulle-Alpi-e-nel-Kashmir/2318880837975426561

 

 

 

I tre satelliti SWARM lanciati nel 2013 dall’Agenzia spaziale europea, in oltre due anni di lavoro, hanno mappato nei minimi particolari il campo magnetico della Terra mettendone in evidenza i cambiamenti e la progressiva attenuazione. La ricerca è riuscita a mettere in evidenza anche le diverse sorgenti del campo magnetico terrestre, e cioè la “dinamo” costituita dal nucleo del pianeta, i moti convettivi del mantello, la crosta (o litosfera), gli oceani, la ionosfera e la magnetosfera: una mole di dati che richiederà anni per essere interpretata. L’effetto fondamentale del campo magnetico del nostro pianeta è la difesa dalle radiazioni cosmiche più energetiche, un fatto di grande importanza per la vita. La sterilità di Marte, ad esempio, è in parte attribuibile proprio all’assenza di campo magnetico. Il campo magnetico superficiale tra il 1999 e il 2016 ha confermato la sua tendenza a diminuire di intensità: l’indebolimento è stato del 3,5% sul Nord America; c’è però stato un aumento del 2% sull’Asia. L’area di debole campo magnetico nota come “anomalia del Sud Atlantico” si è spostata ad ovest e indebolita di un ulteriore 2%. E' noto che il campo magnetico terrestre subisce periodiche inversioni e che nella transizione si attenua fino quasi a scomparire. E' possibile che la Terra stia entrando in una di queste alternanze.

Nel disegno: la mini-costellazione dei satelliti SWARM.

Due video e altre informazioni:

 

http://www.esa.int/Our_Activities/Observing_the_Earth/Swarm/Earth_s_magnetic_heartbeat

 

 

Questo è un trapano molto speciale: è progettato per penetrare per 1-2 metri nel suolo della Luna alla ricerca di ghiaccio di acqua. Il sondaggio avverrà nel 2020 nei pressi del Polo Sud lunare nell’ambito di una missione nella quale, in collaborazione con l’Agenzia spaziale europea (ESA), la Russia farà scendere sul nostro satellite il lander “Luna-27”. Ci sono indizi della presenza di ghiaccio intorno al polo sud lunare sul fondo di crateri dove non arriva mai il Sole, ma soltanto con una esplorazione diretta del sottosuolo se ne potrà avere la certezza. Per questo l’ESA con l’azienda pubblica italiana Finmeccanica (stabilimento di Nerviano) ha sviluppato il trapano visibile nella foto qui accanto. In laboratorio ha superato i test eseguiti simulando una temperatura del suolo lunare di -140 °C, che è quella attesa nella realtà, ma le regioni perpetuamente in ombra possono avere una temperatura anche inferiore a -240 °C.

Altre informazioni e video:

http://www.esa.int/spaceinimages/Images/2016/05/Lunar_ice_drill

https://www.youtube.com/watch?v=XgoNj5sMqW4

http://lunarexploration.esa.int/#/intro

Mario Di Sora (foto) è stato confermato alla presidenza dell’Unione Astrofili Italiani (UAI) e contestualmente è stato lanciato il nuovo corso dell’Associazione, il cui congresso (il 49°) si è concluso l’8 maggio a Prato presso il Museo di Scienze Planetarie. Hanno contribuito a organizzarlo l’Associazione Polaris – Associazione Astrofili di Prato e l’Associazione Quasar di Prato.

Questa la composizione del Consiglio Direttivo UAI stabilita al Congresso di Prato per il triennio 2016-2018: presidente Mario Di Sora, vicepresidente Giorgio Bianciardi, segretario Luca Orrù, tesoriere Massimiliano Lucaroni; Consiglieri: Giovanna Ranotto, Salvatore Pluchino, Maria Antonietta Guerrieri, Pasqua Gandolfi, Jacopo Baldi; Collegio sindacale: Consiglieri Michele Alberti, Pasquale Ago, Renato Antonelli; Probiviri: Giuseppe De Donà, Gabriele Vanin, Piet Jan Schutzmann.

Il “nuovo corso” UAI è segnato dall’approvazione del nuovo Statuto dell’Associazione, orientato a un rilancio delle attività di ricerca, divulgazione e gestione. Al Congresso ha partecipato tenendo una applaudita conferenza Giovanni Fabrizio Bignami, già presidente INAF. Il prestigioso Premio Lacchini è stato assegnato a Franco Foresta Martin, illustre giornalista scientifico e co-fondatore dell’UAI ormai quasi mezzo secolo fa. Altri riconoscimenti sono andati a Emiliano Ricci, Gianluigi Adamoli e Gabriele Vanin. Molto apprezzate per l’alto livello degli interventi le sessioni scientifiche del Congresso. La prossima edizione si terrà a Frosinone.

Altre informazioni:

http://www.uai.it/pubblicazioni/uainews/11-uainews/8787-concluso-il-congresso-di-prato-al-via-la-nuova-uai.html

 

Plutone continua a darci informazioni di sé che tendono a riabilitarlo come pianeta a tutti gli effetti, nonostante il “declassamento” a “pianeta nano”. L’ultimo numero del “Journal of Geophysical Research – Space Physics” della American Geophysical Union (AGU) dedica un ampio articolo alle interazioni appena scoperte tra il vento solare e il materiale che sfugge dalla tenue atmosfera di Plutone. In sintesi, Plutone ha una vera e propria “coda magnetica”, del tutto analoga a quella Terra anche se, ovviamente, più piccola e meno densa e definita. L’autore della ricerca, David McComas (Università di Princeton) e colleghi hanno utilizzato i dati trasmessi dallo strumento SWAP (Solar Wind Around Pluto) a bordo della sonda della Nasa “New Horizons” transitata vicino a Plutone il 14 luglio 2015 (disegno). Ne risulta che il vento di particelle atomiche solari, la cui velocità alla distanza di Plutone è compresa tra 200 e 900 chilometri al secondo, trascina con sé ioni di metano, gas che sfugge dalla crosta del pianeta nano, formando appunto una “coda” di ioni opposta al Sole che è tipica di pianeti rocciosi come il nostro, Venere e Marte. Si pensava invece che Plutone avesse piuttosto una coda simile a quella delle comete. La coda di ioni si estende per 118 mila chilometri verso l'esterno del Sistema solare. Il fronte d’urto, invece, è molto vicino al pianeta nano: la “prua” si trova ad appena 3000 chilometri dalla superficie plutoniana.

Altre informazioni:

http://pluto.jhuapl.edu/News-Center/News-Article.php?page=20150327

https://news.agu.org/press-release/plutos-interactions-with-the-solar-wind-are-unique-study-finds/

 

“Kepler”, l’eroico cacciatore di esopianeti lanciato dalla Nasa nel 2009, due volte resuscitato dopo guasti che sembravano averne segnato la fine, tira le somme (provvisorie) del suo lavoro e permette agli astronomi di delineare una prima precisa classificazione su base statistica dei pianeti di altre stelle. Secondo i dati presentati dalla Nasa il 10 maggio e pubblicati su “The Astrophysical Journal”, la missione Kepler ha certificato la scoperta di 1284 nuovi pianeti, record assoluto nel suo genere, il doppio di quanti erano stati verificati all’epoca del precedente bilancio della missione. I candidati esopianeti stanati da Kepler con il metodo dei transiti (disegno) in una zona del cielo presso la costellazione del Cigno nel luglio 2015 erano 4302. Per i 1284 candidati ora certificati la probabilità che siano davvero pianeti è superiore al 99 per cento. Altri 1327 hanno un’alta probabilità di esserlo. Nei restanti 707 casi si tratta di effetti astrofisici spuri. L’analisi ha convalidato inoltre 984 già verificati con altre tecniche. Dei nuovi pianeti di “Kepler” circa 550 risultano di tipo roccioso con massa non molto diversa dalla Terra e 9 sono nella regione abitabile della loro stella. Le simil-terre sono ora complessivamente 21. Attualmente si conoscono oltre 5000 esopianeti, di cui 3200 verificati.

Altre informazioni:

http://www.nasa.gov/press-release/nasas-kepler-mission-announces-largest-collection-of-planets-ever-discovered

Per la prima volta gli astronomi sono riusciti a misurare lo spazio libero da gas e polveri tra una stella in formazione e il disco dove polveri e gas stanno incominciando a concentrarsi in proto-pianeti. Interessante la tecnica usata (disegno), che si basa sulla velocità finita della luce: gli astronomi hanno misurato il tempo che la luce emessa dalla stella impiega per raggiungere il confine con il disco protoplanetario, dal quale viene riflessa. 

Il 'ritardo”dell’”eco di luce” è di circa un minuto, pari a 18 milioni di chilometri (un terzo della distanza che separa Mercurio dal Sole). Il lavoro porta la prima firma di Huan Meng (Caltech e Università dell’Arizona) ed è pubblicato su “The Astrophysical Journal”. Il team ha esaminato vari dischi protoplanetari, e in particolare quello di Rho Ophiuchi, utilizzando il telescopio spaziale per l’infrarosso “Spitzer” della Nasa in combinazione con alcuni telescopi al suolo (il riflettore da 4 metri di Kitt Peak, Arizona; il 4 metri SOAR, lo SMARTS da 1,3 metri di Cerro Tololo in Cile e il riflettore da 1,5 metri dell’Osservatorio nazionale messicano a Sierra San Pedro). Le stelle con dischi protoplanetari esaminate sono 27. Il maggior ritardo dell’eco di luce è stato di 75 secondi. La misura si basa essenzialmente su lievissime oscillazioni del flusso luminoso nella regione del disco.

Altre informazioni:

http://arxiv.org/abs/1603.06000

Tre pianeti simili alla Terra sono stati scoperti intorno a una stella nana a quaranta anni luce da noi, cioè relativamente nelle nostre vicinanze. La massa della loro stella è appena un decimo di quella del Sole e quindi la quantità di energia che irradia è molto limitata: il 5 per cento di quella solare (disegno). I tre pianeti però sono così vicini alla stella nana da trovarsi nella regione abitabile, cioè dove la temperatura è tale da consentire l’esistenza di acqua allo stato gassoso, liquido e solido. Finora non si conoscevano pianeti intorno a stelle nane come questa. La scoperta è importante perché le stelle nane sono molto numerose e hanno una vita lunga, oltre 10 miliardi di anni, tanto da permettere lo sviluppo e l’evoluzione della vita. Se ne può trarre la conclusione che i pianeti potenzialmente abitabili sono ancora più numerosi di quanto si pensava. Ci si domanda ora se ci sia un rapporto tra le dimensioni delle stelle nane e quelle dei loro pianeti: stelle piccole avranno perlopiù pianeti piccoli? 

I tre pianeti sono stati individuati all’Osservatorio australe europeo di La Silla, sulle Ande del Cile, con un telescopio robotizzato da 60 centimetri di apertura noto con l’acronimo TRAPPIST (TRAnsit Planets and Planetesimals Small Telescope). La notizia è stata pubblicata su “Nature”, capo del team che fatto il lavoro è Michael Gillon dell’Università di Liegi (Belgio).

Altre notizie: 

http://www.skyandtelescope.com/astronomy-news/earth-size-planets-discovered-around-nearby-dwarf-

star/?utm_source=newsletter&utm_campaign=sky-mya-nl-160506&utm_content=842852_SKY_HP_eNL_160506&utm_medium=email

 

Progetto Hi-GAL: ecco la prima mappa della Via Lattea “fredda” vista nel lontano infrarosso

 

Abbiamo una nuova mappa della nostra galassia, la Via Lattea. Una mappa del piano galattico che ci fa vedere la nostra metropoli stellare (300 miliardi di stelle) nel lontano infrarosso, una radiazione elettromagnetica che i nostri occhi non percepiscono. E’, per così dire, la Via Lattea fredda, costituita da gas, polveri e altri oggetti a temperatura relativamente bassa. E’ il risultato del progetto Hi-GAL (Herschel Infrared Galactic Plane Survey) guidato dall’Inaf e vi confluiscono immagini riprese il telescopio spaziale infrarosso dell’ESA “Herschel” (900 ore di osservazione su 800 gradi quadrati, pari al 2 per cento del cielo in 5 diverse lunghezze d’onda) integrate con immagini del telescopio spaziale “Hubble”. Vi si riconoscono chiaramente grumi di materia pre-stellare, protostelle in varie fasi evolutive e globuli compatti che stanno per diventare stelle, ma anche stelle giovanissime, avvolte da bolle di materia create dalla loro radiazione altamente energetica. HiGal ha prodotto anche un catalogo di sorgenti compatte con alcune centinaia di migliaia oggetti, che nel loro insieme ci mostrano tutte le fasi che portano dalla formazione alla nascita delle stelle nella nostra galassia. La foto mostra l’aspetto nell’infrarosso della nebulosa M16 nella costellazione dell’Aquila.

La mappa, frutto di 6 anni di lavoro, è uno strumento prezioso soprattutto per lo studio delle regioni dove si formano nuove stelle: qui gas e polveri si condensano in futuri nuclei stellari ma, per la debole compressione, non emettono ancora una quantità di calore significativa.

L’articolo originale è comparso su “Astronomy & Astrophysics”:

http://www.aanda.org/component/article?access=doi&doi=10.1051/0004-6361/201526380

Immagini e video:

 

http://www.media.inaf.it/2016/04/22/una-vista-senza-precedenti-della-via-lattea/

Il progetto si chiama “Moda in Orbita”, un nome che dice tutto: tecnologie sviluppate per lo spazio nel settore dei tessuti speciali e delle loro applicazioni nell’abbigliamento degli astronauti possono essere trasferite sulla Terra offrendo un valore aggiunto alle grandi scuole di moda di Milano, Parigi, Berlino, Copenaghen e Londra. I nuovi materiali studiati per uso spaziale risolvono problemi che abbiamo anche nella vita quotidiana: per esempio possono dare più protezione, dirigere la traspirazione in una direzione o nell’altra, affrontare climi estremi, adattarsi meglio al riciclaggio, essere molto leggeri rispetto alle prestazioni. Il progetto punta uno scambio a doppio binario: dallo spazio al settore della moda, e dalla moda allo spazio (con la creazione di abiti che integrano nuove tecnologie per il controllo termico, del tasso di umidità, della traspirazione e anche per la produzione di energia. 

Le scuole di moda coinvolte (appunto quelle di Milano, Parigi, Berlino, Copenaghen e Londra) concorreranno a mettere in scena uno spettacolo nel Museo della Scienza di Londra durante il quale una sfilata presenterà i modelli finalisti delle cinque scuole. Gli sponsor tecnici appartengono a 9 diversi paesi. Si va da chi progetta sistemi di tracciamento per sport campestri a chi sviluppa sensori e attuatori in materiali soffici; da tecnologie per il tracciamento in 3D a medicazioni avanzate; da tessuti con stampa a inchiostro conduttivo (della italiana extrEme Material) a generatori elettrici alimentati da generatori flessibili azionati dal movimento di chi li indossa, utili per ricarica cellulari e altri dispositivi; da speciali tessuti traspiranti alla produzione di particelle attive per mantenere sulla pelle un microclima ideale.

Altre informazioni:

http://www.esa.int/ita/ESA_in_your_country/Italy/Il_futuro_della_moda_con_la_sartoria_in_orbi

 

   

 

 

La missione verso Marte “ExoMars 2016” con a bordo il modulo di discesa “Schiaparelli” procede bene: la navicella è in piena crociera, l’arrivo al pianeta rosso è atteso in ottobre. C’è un rinvio invece per la seconda metà della missione, “ExoMars 2018”. Ritardi nella preparazione fanno slittare la partenza al luglio del 2020. I due anni di rinvio non sono ovviamente tutti dovuti al ritardo nella preparazione della missione, che è una collaborazione tra l’Agenzia spaziale europea ESA e l’agenzia russa Roscosmos. Sono dovuti invece al fatto che, rispetto alla Terra, solo ogni poco più di due anni Marte ritorna in una posizione favorevole al lancio. E’, insomma, un problema di geometria e di meccanica celeste. Sono possibili altre rotte e altre finestre di lancio, ma tutte molto dispendiose come energia e come tempo di volo, aldilà dell’attuale potenza dei lanciatori e delle finanze delle agenzie spaziali.

L’annuncio del rinvio è stato dato congiuntamente da ESA e Roscosmos il 2 maggio. Bisognerà quindi aspettare due anni di più per vedere il compimento della missione iniziata con “ExoMars 2016”, che trasporta, oltre al lander “Schiaparelli”, l’orbiter TGO, Trace Gas Orbiter. Questo satellite dovrà anche assicurare il trasferimento dei dati da Marte alla Terra, “ExoMars 2020” incluso. Il lancio del 2018 era previsto con un razzo “Proton” dal poligono di Baikonur. I ritardi sembrano imputabili a entrambe le agenzie, ESA e Roscosmos, che a loro volta scontano ritardi delle industrie incaricate di preparare il “payload”. Nell’immagine: il lander ExoMars dell’ESA.

Altre informazioni:

http://www.esa.int/For_Media/Media_contacts

http://exploration.esa.int/mars/48088-mission-overview/

 

 

 

Il futuro telescopio spaziale “James Webb” percorre le ultime tappe di preparazione prima del lancio che lo porterà in uno dei punti di Lagrange a un milione e mezzo di chilometri dalla Terra da dove scruterà l'universo dando il cambio a 'Hubble'. Qui ne vediamo lo specchio da 6,5 metri di diametro completamente dorato nella “camera pulita” del Goddard Space Flight Center della Nasa. La sottilissima pellicola d’oro che ricopre lo specchio è la migliore superficie riflettente per la finestra nel vicino infrarosso nella quale lavorerà il telescopio. Ogni segmento di forma esagonale pesa venti chilogrammi e ha le dimensioni di un tavolino da bar. I 18 segmenti verranno dispiegati nello spazio perché nessun razzo vettore oggi potrebbe contenere un oggetto così grande. Il lancio è previsto per il 2018. Data che tuttavia va presa con cautela perché il progetto del “James Webb Space Telescope” ha già accumulato parecchi anni di ritardo.

Altre informazioni:

http://www.nasa.gov/feature/goddard/2016/james-webb-space-telescopes-golden-mirror-unveiled

http://www.nasa.gov/mission_pages/webb/main/index.html

 

 

Il pianeta nano Makemake, 1400 chilometri di diametro, per dimensioni il terzo oggetto oltre l’orbita di Nettuno, ha una luna, un satellite 1300 volte più debole del pianeta nano intorno a cui orbita, ma che non è sfuggito al telescopio spaziale “Hubble”. La luna di Makemake ha un diametro stimato in circa 160 chilometri e completa un’orbita a 21 mila chilometri da Makemake in circa 12 giorni. Le immagini (riprese tra il 27 e il 29 aprile 2015 con la stessa tecnica che ha permesso nel 2005, 2011 e 2012 di individuare i satelliti più deboli di Plutone) non sono per adesso sufficienti a definire l’orbita con sufficiente precisione. La scoperta del satellite di Makemake non è tanto importante in sé quanto perché apre ai planetologi una nuova prospettiva sulla formazione ed evoluzione del Sistema solare, e in particolare della Fascia di Kuiper a cui Makemake appartiene. 

Il nome attribuito a questo pianeta nano scoperto nel 2005 è quello di una divinità del popolo Rapa Nui dell’Isola di Pasqua. La sua superficie è coperta da uno strato di ghiaccio di metano. Nel disegno, le dimesnioni comparate dei maggiori oggetti trans-nettuniani.

Altre informazioni: https://en.wikipedia.org/wiki/Makemake

 








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