Astro News a cura di Piero Bianucci

Tre supernove orfane di galassia stanno aiutando i cosmologi a chiarire la formazione e l’evoluzione delle strutture a larga scala dell’universo permettendo di stabilire bene la loro distanza. Queste supernove sono state scoperte qualche anno fa, tra il 2008 e il 2010, e sono state studiate con il telescopio spaziale “Hubble” e altri grandi telescopi al suolo. La conclusione a cui è giunta una équipe di ricercatori statunitensi è che queste stelle, prima di esplodere, sono state espulse dalle loro galassie, sicché il fenomeno di supernova è avvenuto nello spazio intergalattico. La classe a cui appartengono le tre supernove orfane è la Ia, cioè quella che ha una luminosità standard. Le supernove di tipo Ia si trovano in sistemi binari in cui una stella nana bianca succhia materia a un’altra fino a raggiungere la massa critica dell’innesco, ed è per questo che la loro luminosità è ben conosciuta ed è uno standard per stimare le distanze cosmiche. Spiega Melissa Graham, che ha guidato la ricerca: «La stella compagna poteva essere una nana bianca di piccola massa che si è avvicinata troppo ed è stata cannibalizzata dalla stella primaria, oppure una stella normale, a cui la nana bianca primaria sottrae gli strati di gas esterni. Il trasferimento di massa porterebbe la stella primaria a diventare instabile, causandone quindi l’esplosione di supernova di tipo Ia». Nella foto: la supernova solitaria scoperta nei dintorni di Abell 85.

Altre informazioni: http://www.media.inaf.it/2015/06/05/le-supernovae-esiliate/

 

Sarebbe complicato fare un calendario su Plutone con le fasi delle sue lune: due dei suoi cinque satelliti – e precisamente le piccole Nix e Hydra – hanno un moto di rotazione caotico, e quindi non prevedibile a lungo termine. Lo si è scoperto analizzando i dati raccolti che il telescopio spaziale “Hubble” ha raccolto osservando quello che fino al 2006 era considerato il nono pianeta del Sistema solare e ora è classificato come pianeta nano. Un motivo in più per attendere con curiosità il passaggio della sonda della Nasa “New Horizons” nei pressi di Plutone il prossimo 14 luglio. Il comportamento caotico di Nix e Hydra è che si trovano imprigionate in un campo gravitazionale che continuamente “slitta”. A determinare lo slittamento è il sistema formato da Plutone e Caronte, la sua grande luna, così grande che si può parlare di un “pianeta nano doppio”. I ricercatori che hanno fatto questa ricerca sono dell’idea che anche le altre due lune minori, Styx e Kèrberos, si trovino in una situazione di caos gravitazionale. Al caos contribuisce il fatto che i quattro satelliti minori hanno una forma oblunga (disegno). Autori della ricerca sono Mark Showalter del SETI Institute di Mountain View (California) e Doug Hamilton, dell’Università del Maryland. Il loro lavoro compare sulla rivista “Nature” del 4 giugno.

Altre informazioni:

 

http://www.nasa.gov/press-release/nasa-s-hubble-finds-pluto-s-moons-tumbling-in-absolute-chaos

Per la prima volta nel mondo è stata raggiunta l’energia di 13 TeV, cioè tredicimila miliardi di elettronvolt. Succede al CERN di Ginevra, nelle collisioni tra fasci di protoni che si producono in quattro zone sperimentali dell’acceleratore LHC. I fisici delle particelle entrano così in una regione di energia completamente nuova e sconosciuta, e come sempre quando si esplora qualcosa per la prima volta, c’è nell’aria l’attesa di grandi scoperte. Dopo due anni di lavori di potenziamento, LHC offre ancora una chance alla possibilità di trovare particelle supersimmetriche, previste dalla teoria ma finora sfuggite a ogni verifica sperimentale. Se si scoprissero, potrebbe arrivare una risposta al grande enigma della materia oscura che costituisce circa il 25 per cento dell’universo, mentre la materia che emette luce è solo lo 0,5 per cento e il 70 per cento l’altrettanto misteriosa energia oscura. La seconda vita di LHC permetterà lo studio accurato del bosone di Higgs, scoperto nel 2012 ma ancora poco conosciuto. Nel 2018, poi, una versione potenziata dell’esperimento Alice dovrebbe produrre il plasma di quark e gluoni o quarkonio, una “zuppa” di queste particelle che esistette solo per frazioni di secondo dopo il Big Bang. Fin qui siamo nel campo del prevedibile. Ma ancora più interessante, secondo molti fisici, sarebbe l’emergere di fenomeni completamente imprevisti, che aprirebbero una “nuova fisica”. LHC è un anello di magneti lungo 27 chilometri raffreddato a 1,7 kelvin (la temperatura più bassa dell'universo) costruito a 100 metri di profondità sotto il confine tra Svizzera e Francia (foto).

Altre informazioni: http://home.web.cern.ch/

 

Il progetto e.Deorbit dell’Agenzia spaziale europea per ripulire lo spazio intorno alla Terra dai detriti di vecchi satelliti ha superato la Fase A iniziata nel gennaio 2014. Ora – 2 giugno 2015 – entra nella Fase B-1, che dovrebbe sfociare nell’approvazione da parte del Concilio ministeriale in programma nel dicembre 2016, rendendo possibile il lancio nel 2021. La missione in via di sviluppo prevede l’adattamento dello stadio superiore del razzo Vega con un braccio robotico da usare per la cattura dei detriti pericolosi. La strategia sarà poi quella di portare su orbite più alte il detrito o di farlo rientrare in modo controllato. Il compito che ora attende i progettisti di una missione così innovativa è quello di definire gli obiettivi, il più importante dei quali e assicurare che la probabilità di danni al suolo in seguito all’intervento del sistema e.Deorbit sia inferiore a 1 su 10 mila. I detriti che circondano il nostro pianeta sono ormai decine di migliaia con dimensioni che vanno da qualche metro a qualche centimetro.

Altre informazioni: http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Engineering_Technology/Clean_Space/ESA_heading_towards_removing_space_debris

 

 

La XIII edizione del concorso internazionale 'Le ombre del tempo' per autori di orologi solari indetto dall'Osservatorio Serafino Zani (foto) e dall'Unione Astrofili Bresciani, si è conclusa con la scelta dei vincitori da parte della giuria (Mirco Antiga, Francesco Azzarita, Giovanni Paltrinieri, Piero Bianucci). Per la Sezione dilettanti il primo premio è stato assegnato a Milos Nosek (Hradec Kralove, Repubblica Ceca) “per meriti stilistici e gnomonici del quadrante polare piramidale, dimensione alla base di 7 metri, e del quadrante sulla faccia volta a ovest della medesima piramide a tre facce”, opera situata a Maly Smokovec (Repubblica Slovacca), ai piedi degli High Tatras. Il secondo premio è stato assegnato a Giorgio Brechet (Roma) “per la cura e per l’aspetto estetico del quadrante su lastra di acciaio inox inserita su una macina olearia di granito”. Il complesso è dotato di un sistema a led, alimentato da un pannello solare per la visione notturna delle funzioni gnomoniche. Il terzo premio è stato assegnato a Giacomo Bonzani (Villette, Verbania) per l’applicazione originale dello strumento solare, anche a riflessione, detto “meridiana del trenino”, segnatempo di percorrenza dei treni sulla linea Domodossola - Locarno.

Per la Categoria professionisti la commissione ha ritenuto meritevole Giuseppe Litta (Carosino, Taranto) per il numero di realizzazioni accurate e il coinvolgimento degli studenti e, in particolare, per il quadrante a trasparenza nella finestra della Cappella cimiteriale.

I premi, come stabilito dalle norme del concorso, verranno assegnati ai primi tre classificati della sezione dilettanti, Milos Nosek, Giorgio Brechet e Giacomo Bonzani, e consistono nella targa premio, un dono offerto dal Centro Studi e Ricerche Serafino Zani e il CD-Rom con le immagini di tutte le opere dei concorsi precedenti. La premiazione avrà luogo domenica 21 giugno, alle ore 15, presso il portale di ingresso del Castello di Brescia.

 

Altre informazioni nel sito: www.astrofilibresciani.it

 

 

Ricercatori della missione “Rosetta” che osservano la cometa Churyumov-Gerasimenko nel lontano ultravioletto hanno rilevato nella chioma che circonda il nucleo cometario una grande abbondanza di atomi di idrogeno, ossigeno e carbonio (gli elementi più comuni nell’universo) e hanno scoperto due meccanismi fisici con cui questi elementi vengono liberati per azione di raggi ultravioletti ad alta energia che fanno parte della radiazione solare. Le osservazioni sono state fatte nei primi quattro mesi dopo l’entrata in orbita della sonda europea intorno alla cometa, rilevando i dati da una quota variabile tra 8 chilometri e alcune centinaia.

Ecco i meccanismi chimico-fisici, descritti in un articolo accettato per la pubblicazione su “Astronomy and Astrophisics”. Idrogeno, ossigeno e carbonio derivano dalla scissione di molecole di acqua e di anidride carbonica liberate dal calore solare nei jet cometari. Le molecole vengono scisse in un processo a due stadi. Nel primo, un fotone solare ultravioletto urta una molecola di acqua e la ionizza staccando un elettrone ad alta energia. Nel secondo stadio, l’elettrone ad alta energia urta un’altra molecola di acqua nella chioma separando i due atomi di idrogeno dall’atomo di ossigeno, che acquisiscono un livello energetico maggiorato. Questi atomi a loro volta emettono raggi ultravioletti, il segnale che è stato captato dallo strumento Alice a bordo di “Rosetta”. Analogamente, l’urto di un elettrone con una molecola di anidride carbonica scinde questa molecola e consente l’osservazione del carbonio. Tutto ciò avviene nella parte più bassa della chioma, ad appena un chilometro dalla superficie del nucleo (disegno). Il lavoro è stato diretto da Paul Feldman, professore di fisica e astronomia alla Johns Hopkins University di Baltimora.

Altre informazioni:

 

http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Science/Rosetta/Ultraviolet_study_reveals_surprises_in_comet_coma

 

 

Questa immagine ripresa da “Mars Express” con la risoluzione di 20 metri per pixel e diffusa il 1° giugno dall’Agenzia spaziale europea mostra un tornado nella regione di Marte chiamata Arabia Terra: il vortice atmosferico ha risucchiato dalla platea di un cratere largo 70 chilometri sabbia e polveri sollevandole ad alta quota. Queste polveri sono scure in quanto il suolo è di natura vulcanica e quindi ricco di basalto.

I venti su Marte raggiungono e superano facilmente una velocità di 100 chilometri orari. E’ in questo ambiente ostile che dovranno operare le missioni ExoMars, anch’esse dell’Agenzia europea ma in collaborazione con l’agenzia russa Roscosmos. La preparazione è ormai nella fase finale, il primo lancio avverrà nel 2016, l’altro seguirà nel 2018.

ExoMars si compone di un orbiter e un rover completamente autonomo che atterrerà sulla superficie del pianeta per esplorarla. Alla Thales Alenia Space nel sud della Francia, la navicella spaziale è attualmente sottoposta a un rigoroso programma di test. Non si può correre il rischio di perdere la prossima finestra di lancio, perché nel caso di Marte le finestre non sono frequenti, Spiega Richard Bessudo, manager del programma ExoMars Trace Gas Orbiter: 'Per andare su Marte occorre approfittare delle condizioni favorevoli di congiunzione tra Terra e Marte. Tenuto conto delle orbite dei due pianeti, le congiunzioni favorevoli avvengono soltanto ogni 26 mesi'. ExoMars si propone di cercare batteri allo stato fossile o almeno tracce di materia organica.

Altre informazioni:

http://www.esa.int/ita/ESA_in_your_country/Italy/Euronews_ExoMars_L_esplorazione_di_Marte

 

 

 

 

Solo nei prossimi anni, grazie alla sonda “New Horizons” che sta per incontrare Plutone, sapremo in modo diretto qualcosa della Fascia di Kuiper (Kuiper Belt), la regione esterna del nostro sistema planetario, dove gli astronomi ritengono che si aggirino milioni di piccoli corpi ghiacciati (comete, asteroidi), i maggiori dei quali sono veri e propri pianeti nani come Eris o lo stesso Plutone. Paradossalmente invece conosciamo già abbastanza bene la struttura di una fascia di Kuiper extrasolare, scoperta intorno a una stella un po’ più massiccia della nostra, a 360 anni luce da noi nella costellazione del Centauro. Questa remota Kuiper Belt è stata individuata utilizzando il Gemini Sud Telescope da 8 metri di apertura situato in Cile da un gruppo di ricercatori dell’Università di Cambridge. La stella – che è stata occultata per poterne osservare i dintorni – è HD 115600 nell’Associazione OB Scorpius-Centaurus, costituita da giovani stelle molto calde. HD 115600 ha solo 10-20 milioni di anni. Poiché la sua Fascia di Belt, visibile nell’infrarosso (foto), è un po’ eccentrica rispetto alla stella, si pensa che esistano alcuni pianeti massicci che perturbano il campo gravitazionale tra i 5 gli 8 miliardi di chilometri dalla stella, dove si trova la Kuiper Belt in questione. La scoperta è stata pubblicata su “The Astrophysical Journal Letters”.

Il link alla rivista: http://iopscience.iop.org/0067-0049

 

Due notizie dal mondo delle galassie. Il telescopio europeo per l’infrarosso “Herschel” ha mappato nella Via Lattea, la nostra galassia, strutture filamentose ad ogni scala di lunghezza. I filamenti più piccoli misurano pochi anni luce ma gli astronomi hanno individuato anche un filamento gigantesco lungo ben 1500 anni luce che attraversa uno dei bracci a spirale. I filamenti sono immersi in nubi molecolari o sono comunque connessi con masse gassose nelle quali per instabilità gravitazionali si formano nuove stelle. Poiché tali strutture contengono polveri, sono meglio osservabili nella banda infrarossa. Il filamento qui riprodotto si trova nella nube molecolare del Toro. Leonardo Testi dell’Eso e dell’Inaf è tra gli autori della ricerca. Gli astronomi hanno completato grazie a “Herschel” il “catasto” dei filamenti galattici. Lanciato nel 2009, “Herschel” ha terminato la sua missione alla fine di aprile del 2013 ma la miniera di dati e immagini che ha trasmesso continua a produrre scoperte.

La seconda notizia riguarda la fusione tra galassie. Si è scoperto che questo fenomeno grandioso rompe il silenzio radio dello spazio e genera una serie di altri fenomeni, come i jet relativistici, che sono più vistosi quando le galassie che collidono contengono buchi neri centrali massicci. Il lavoro è pubblicato su “Astrophysical Journal” ed è stato realizzato da un team internazionale guidato dal ricercatore Inaf Mario Chiaberge e di cui fa parte un altro italiano, Roberto Gilli. Il potente “rumore” radio è generato dall’interazione tra campi magnetici e particelle cariche accelerate nei getti a velocità vicine a quelle della luce. Sembra che la formazione di grandi buchi neri e di jet relativistici sia quasi sempre dovuta alla fusione tra galassie.

Altre informazioni:

http://arxiv.org/abs/1504.00647

http://www.spacetelescope.org/static/archives/releases/science_papers/heic1511a.pdf

 

 

 

Tre stelle antichissime, le più vecchie che oggi si conoscano, con una età di 13 miliardi di anni, scovate analizzando più di 180 mila astri della Sloan Digital Sky Survey, cambiano il quadro delle nostre idee sull’universo primordiale: le primissime stelle non erano di grande massa come si credeva ma più piccole del Sole, non si formarono in modo isolato ma a gruppi in piccoli aloni di gas di protogalassie e avevano una composizione diversa da quella che si supponeva. A queste conclusioni è arrivato un team guidato dall’italiano Piercarlo Bonifacio dell’Osservatorio di Parigi in collaborazione con Paolo Molaro (Inaf -Trieste), Marco Limongi e Alessandro Chieffi (Inaf-Roma), Simone Zaggia (Inaf-Padova) e ricercatori di altri paesi. Le tre stelle, il cui spettro è stato studiato con il VLT dell’Osservatorio australe europeo, si formarono nell’Era Oscura (disegno) che seguì l’apparizione della prima luce 380 mila anni dopo il Big Bang e precedette la nascita di stelle massicce e galassie. Il loro identikit è caratterizzato da una infinitesima quantità di ferro – centomila volte inferiore a quella del Sole – e da una abbondante quantità di carbonio. C’è tuttavia un aspetto inspiegabile: in esse non si trova traccia di litio, il terzo elemento più leggero dopo idrogeno ed elio, che invece dovette formarsi nel Big Bang. Piercarlo Bonifacio scoprì il prototipo di queste stelle nel 1998. Evidentemente c’è ancora molto lavoro per capire a fondo i primi passi dell’universo.

Altre informazioni:

http://arxiv.org/abs/1504.05963

 

http://www.media.inaf.it/2015/05/26/un-po-di-luce-sull-epoca-oscura/

Si può procedere alla realizzazione del controverso telescopio americano da 30 metri di apertura sul Mauna Kea ma a condizione di rimuovere entro i prossimi dieci anni un quarto dei 13 telescopi esistenti sulla cima di questa isola-vulcano dell’arcipelago delle Hawaii. Lo scrive sull’ultimo numero di “Nature” Alexandra Witze riportando una dichiarazione rilasciata il 26 maggio dal governatore David Ige. Questa presa di posizione tende a proteggere l’aspetto paesaggistico e naturalistico dell’isola di Mauna Kea, la cui cima, a oltre 4000 metri di quota, a partire dagli Anni 60 del secolo scorso, è stata “colonizzata” da astronomi di varie parti del mondo che vi hanno installato telescopi via via sempre più grandi, fino ai due riflettori multispecchio Keck da 10 metri di apertura. Il governatore dello stato hawaiano David Ige con la sua richiesta ha aderito alle proteste dei nativi dell’isola, insofferenti verso l’”invasione” degli scienziati.

Il telescopio da 30 metri dovrebbe entrare in servizio intorno al 2025: per quell’epoca dovrebbero essere smantellati o spostati altrove almeno tre-quattro telescopi. Il primo strumento sfrattato sarà il telescopio submillimetrico del Caltech, la cui chiusura, annunciata nel 2009, dovrebbe avvenire entro quest’anno. Ma per nessuno degli altri 12 telescopi esiste al momento un piano di rimozione. In effetti gli osservatori astronomici hanno occupato un’area di 40 chilometri quadrati a quota 4200 metri, messi a disposizione dall’Università delle Hawaii. Alcune vette sono state spianate e la skyline del luogo è stata notevolmente modificata. Il telescopio da 30 metri è un progetto da 1,5 miliardi di dollari. Il sito hawaiano è stato preferito alle Ande del Cile dopo sei anni di discussioni per ottenere il permesso di costruzione.

Altre informazioni: http://www.nature.com/news/hawaiian-telescope-fight-prompts-new-rules-for-mauna-kea-1.17639

 

Il materiale scuro che si osserva in vaste regioni tra i misteriosi solchi scuri che attraversano la superficie di Europa come un reticolato quasi geometrico probabilmente è costituito da accumuli di sali marini affiorati dall’oceano che si trova sotto la crosta ghiacciata che avvolge questo satellite di Giove e il suo colore tra il marrone e il grigio sarebbe dovuto alla lunga esposizione alle radiazioni concentrate dal campo magnetico gioviano. A questa conclusione sono giunti ricercatori della Nasa-JPL simulando in laboratorio i minerali salini di Europa con l’obiettivo di capire se l’ambiente di questo satellite sia compatibile con la vita. Il lavoro è stato accettato per la pubblicazione sulla rivista “Journal Geophysical Research Letters”.  

I ricercatori del JPL di Pasadena (California) Kevin Hand e Robert Carlson hanno ricostruito in laboratorio diversi possibili campioni dei materiali scuri osservati tra i solchi di Europa e di ogni materiale hanno analizzato lo spettro della luce riflessa per poi confrontarlo con quello ottenuto da sonde spaziali che hanno osservato Europa da vicino. Una mistura di sale e acqua alla temperatura di -173 °C bombardata con un fascio di elettroni per qualche decina di ore ha dato ai sali una colorazione compatibile con quella effettiva rilevata dalla sonda “Galileo”. Più lunga è l’esposizione, più scuro diventa il colore (vedi foto qui accanto).

Altre informazioni: http://www.nasa.gov/press-release/nasa-research-reveals-europas-mystery-dark-material-could-be-sea-salt

http://solarsystem.nasa.gov/europa/home.cfm

 

 

Questa non è una foto ma un disegno d’artista. Lo sfolgorio della galassia rappresentata non potrete mai apprezzarlo perché essa è lontanissima, a 12,5 miliardi di anni luce, ed è meglio osservabile nell’infrarosso. Si tratta tuttavia della più luminosa galassia mai osservata nell'universo: brilla con la luce di 300 mila miliardi di stelle, numero da confrontare con i miseri 300 miliardi di stelle della nostra Via Lattea. L’immagine che ha ispirato l’artista è stata ripresa nel 2010 con il telescopio per la radiazione infrarossa WISE (Wide-field Infrared Survey Explorer) ed è pubblicata nel fascicolo di “The Astrophysical Journal” che porta la data del 22 maggio 2015. Dunque questa galassia remotissima nello spazio e nel tempo splende quanto mille galassie come la nostra messe insieme. Appartiene a una nuova classe di oggetti celesti, super-galassie primordiali, recentemente scoperta grazie a WISE. Nel centro della galassia-record, identificata con la sigla “WISE J224607.57-052635.0”, si nasconde probabilmente un buco nero ancora più antico intorno al quale vorticano miliardi di stelle e materia calda che emette raggi X e ultravioletti. Noi però vediamo soprattutto luce infrarossa perché le radiazioni più energetiche vengono assorbite da immense nubi di polveri e riemesse a lunghezza d’onda maggiore. Esistono anche altre spiegazioni: solo nuovi studi su un numero sufficiente di oggetti della stessa classe potrà chiarire quale meccanismo fisico tiene accesi questi eccezionali lampadari cosmici.

Altre informazioni:

http://www.nasa.gov/press-release/nasas-wise-spacecraft-discovers-most-luminous-galaxy-in-universe

 

 

 

 

Una sbirciata alla materia oscura. E’ riuscito a darla un gruppo di ricercatori dell’Università di Torino, dell’Infn e dell’Inaf mettendo a confronto una mappa dell’emissione extragalattica nei raggi gamma ottenuta con il satellite “Fermi” e la distribuzione della materia oscura tracciata dal catalogo 2MASS. Tra le due mappe emerge una correlazione che fa pensare all’osservazione delle famose WIMP, particelle a debole interazione dotate di massa, che si ipotizza costituiscano la materia oscura, o almeno una parte consistente di essa.  L’articolo scientifico che presenta la correlazione tra le due mappe (vedi figura qui accanto) è stato accettato per la pubblicazione su “Physical Review Letters”. Guida il gruppo di ricercatori Marco Regis dell’Università di Torino e dell’Infn (Istituto nazionale di fisica nucleare).

L’idea alla base della ricerca è che se la materia oscura è fatta di particelle accoppiate non gravitazionalmente alla materia ordinaria, la loro annichilazione o il loro decadimento potrebbe dare origine a una radiazione rilevabile: un segnale elettromagnetico che i ricercatori hanno cercato di isolare correlando un tracciante del potenziale gravitazionale della materia oscura con il cielo a raggi gamma osservato dallo strumento LAT del telescopio spaziale “Fermi” per alte energie della NASA. Secondo lo studio in via di pubblicazione, per la prima volta questa correlazione è emersa in modo significativo. «Il risultato ottenuto», scrivono Regis e colleghi, «è intrigante: abbiamo dimostrato che questa emissione gamma può essere spiegata ammettendo che la materia oscura sia costituita da particelle debolmente interagenti». In particolare, particelle WIMP per le quali lo studio suggerisce valori di massa compresi fra 10 e 100 GeV.

Altre informazioni: http://www.media.inaf.it/2015/05/22/dark-matter-fermi-lat/

 

 

 

 

Questa è una delle stupende immagini del nucleo della cometa 67/P Churyumov-Gearasimenko che la camera Osiris (Optical Spectroscopic and Infrared Remote Imaging System, per buona parte curata dall’Università di Padova) sta trasmettendoci dalla sonda “Rosetta” dell’Esa, Agenzia spaziale europea. Ci fa vedere tre grossi macigni in bilico nella regione chiamata Aker. La maggiore delle rocce dall’equilibrio precario misura circa 30 metri. Ci sarebbero quindi buoni motivi per mettere un cartello che segnali il pericolo di caduta massi come quelli che incontriamo sulle strade di montagna. E’ verò però che il traffico sulla cometa è scarso e in ogni caso il rischio è trascurabile perché il peso di quei macigni – data la piccolissima massa della cometa – è di pochi grammi. L’immagine è stata ripresa il 16 settembre da una distanza di 29 chilometri. Rocce in equilibrio (balancing rocks) molto simili esistono in Australia e sono il risultato di fenomeni di erosione differenziata su diversi materiali geologici. Lì le precauzioni per chi transita nelle vicinanze sono pienamente giustificate.

«Non è chiaro come una roccia in equilibrio si sia formata sulla superficie di 67/P – ha commentato Holger Sierks il Principal Investigator di OSIRIS per il Max Planck Institut in Germania –. E’ possibile che il processo di trasporto abbia fatto la sua parte anche sulla cometa dato che l’attività cometaria può causare il movimento delle rocce, facilitato dalla minima gravità”.

Altre informazioni:

 

http://www.media.inaf.it/2015/05/18/rocce-in-equilibrio-su-67p/

Siete pronti a progettare e realizzare una stampante 3D che permetta di costruire ambienti abitabili per l’esplorazione dello spazio profondo, e in particolare per il viaggio a Marte? Se la risposta è sì, attenti al bando da 2,25 milioni di dollari che hanno lanciato la NASA e il National Additive Manufactoring Innovation Institute, più noto negli Stati Uniti come America Makes. L’ideazione di una stampante 3D in grande stile è stata infatti individuata come uno snodo cruciale per costruire habitat adatti ad ambienti ostili e remoti, come Marte e altri pianeti, ma anche regioni terrestri dal clima estremo. Il motivo è semplice: questi dispositivi sono molto flessibili, una sola macchina è in grado di costruire direttamente sul posto i più disparati componenti di cui gli astronauti esploratori potrebbero avere bisogno, inclusi pezzi di ricambio per l’astronave. La prima fase del concorso si concluderà il 27 settembre. Le 30 migliori proposte verranno selezionate, il premio in palio è di 50 mila dollari. La seconda fase vedrà due livelli di competizione, il primo focalizzato allo sviluppo di tecnologie che usino materiali poveri e riciclabili, il secondo mirato a costruire habitat reali in scala 1:1 sempre combinando materiali poveri e riciclabili. Ogni livello mette in palio un premio di 1,1 milioni di dollari. La Nasa si occuperà poi dello sviluppo per adeguare i progetti alla effettiva utilizzazione spaziale.

Altre informazioni sul bando, chiamato “3-D-Printed Habitat Challenge” all’indirizzo: https://americamakes.us/Challenge

 

 

Nell’Anno Internazionale della Luce e a 100 anni dalla pubblicazione della Relatività generale, un laser di nuova generazione, con un ping-pong di fotoni tra la Terra e la Luna, metterà alla prova la teoria di Einstein a livelli di precisione finora mai raggiunti. Le basi per questa ricerca sono state gettate il 15 maggio con un accordo tra i Laboratori nazionali di Frascati dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn), l’azienda americana Moon Express e l’Università del Maryland. I nuovi strumenti MoonLIGHT (foto) saranno a bordo delle prime quattro missioni Moon Express e utilizzati in combinazione con i retroriflettori lasciati sulla Luna dagli astronauti delle missioni Apollo 11, 14 e 15. Il valore complessivo dell’impresa e di 24 milioni di dollari.

MoonLIGHT è una collaborazione tra Laboratori Nazionali di Frascati dell’Infn, Università del Maryland, il Matera Laser Ranging Observatory dell'Agenzia Spaziale Italiana, e l'Università di Padova. L’impegno congiunto ha portato alla progettazione, all’analisi, alla simulazione termica e ottica, alla fabbricazione e ai test termo-vuoto ottici per il dispositivo, che sarà trasportato sulla Luna a bordo dei lander Moon Express MX-1, con una missione in programma per il 2017.

Altre informazioni: http://en.wikipedia.org/wiki/Moon_Express

 

 

L’Osservatorio australe europeo (ESO) ha affidato all’Inaf, Istituto nazionale di astrofisica, la realizzazione di uno dei primi tre strumenti che raccoglieranno la luce del supertelescopio europeo da 39 metri di apertura E-Elt in costruzione sulle Ande del Cile. E’ un importante riconoscimento per la competenza tecnologica del nostro paese, ma è anche un fatto economicamente significativo: si tratta infatti di un contratto del valore di 18,5 milioni di euro che avrà un ritorno per l’Italia superiore all’investimento. Lo strumento in questione è noto con la sigla MAORY, che sta per Multi-coniugate Adaptive Optics Relay: si tratta di un equipaggiamento fondamentale perché consiste in un sistema di ottica adattiva che annulla o quasi gli effetti della turbolenza atmosferica, consentendo al super-telescopio di sfruttare al meglio le sue straordinarie capacità di risoluzione. MAORY funziona grazie a una costellazione di stelle artificiali prodotte tramite raggi laser puntati verso il cielo. Un sensore di fronte d’onda analizza la luce di queste stelle artificiali che, da circa 90 km di altitudine, torna a Terra.  Lo strumento, osservando oltre le stelle artificiali anche alcune sorgenti celesti naturali, riconosce le deformazioni sulle onde luminose indotte dalla turbolenza degli strati d’aria sovrastanti il telescopio e quindi impartisce in tempo reale i comandi per modellare opportunamente gli specchi di MAORY e restituire così riprese astronomiche praticamente perfette. Gli specchi adattivi sono basati sulla tecnologia “voice-coil motor”, sviluppata in collaborazione tra Inaf e industria italiana. Crediti disegno: ESO/L. Calçada/N. Risinger 

Altre informazioni: http://www.eso.org/public/albania/teles-instr/e-elt/

 

 

Nel fascicolo di “Nature” in uscita il 14 maggio uno studio svolto al Cern con LHC, Large Hadron Collider, conferma con grande precisione il Modello Standard delle particelle elementari e rende meno improbabile – ponendole nuovi limiti – l’esistenza delle particelle previste dalla teoria supersimmetrica (SUSY). Si è arrivati a questa conclusione grazie al riesame di un decadimento estremamente raro nel corso di una ricerca che vede impegnato l’Infn, Istituto nazionale di fisica nucleare. Il decadimento rarissimo osservato riguarda il mesone B_s (composto da un antiquark Beauty e di un quark Strange) in una coppia muone-antimuone. 

Il fenomeno è emerso in due esperimenti su LHC – rivelatori CMS (disegno) e LHCb – alle energie di 7 e di 8 TeV. E’ stato più difficile che trovare il proverbiale ago nel pagliaio: ogni miliardo di B_s e ogni 10 miliardi di B_d prodotti a LHC, solo qualcuno decade in una coppia di muoni. L’analisi congiunta dei due esperimenti e relative osservazioni (che risalgono al 2011) ha permesso di stabilire il tipo di decadimento con un rischio di errore trascurabile: appena una probabilità su un miliardo.

I fenomeni osservati sono dunque eventi rarissimi, esattamente nella misura prevista dal Modello Standard. Se esistessero, invece, altre particelle oltre a quelle contemplate dalla attuale teoria, come ad esempio le particelle supersimmetriche, questi decadimenti potrebbero essere, per così dire, facilitati e risulterebbero più frequenti.

Il sito di LHC al Cern: http://home.web.cern.ch/topics/large-hadron-collider

Link a “Nature”: http://www.nature.com/nature/index.html

 

 

 

Nel fascicolo di “Nature” in uscita il 14 maggio uno studio svolto al Cern con LHC, Large Hadron Collider, conferma con grande precisione il Modello Standard delle particelle elementari e rende meno improbabile – ponendole nuovi limiti – l’esistenza delle particelle previste dalla teoria supersimmetrica (SUSY). Si è arrivati a questa conclusione grazie al riesame di un decadimento estremamente raro nel corso di una ricerca che vede impegnato l’Infn, Istituto nazionale di fisica nucleare. Il decadimento rarissimo osservato riguarda il mesone B_s (composto da un antiquark Beauty e di un quark Strange) in una coppia muone-antimuone.  Il fenomeno è emerso in due esperimenti su LHC – rivelatori CMS (disegno) e LHCb – alle energie di 7 e di 8 TeV. E’ stato più difficile che trovare il proverbiale ago nel pagliaio: ogni miliardo di B_s e ogni 10 miliardi di B_d prodotti a LHC, solo qualcuno decade in una coppia di muoni. L’analisi congiunta dei due esperimenti e relative osservazioni (che risalgono al 2011) ha permesso di stabilire il tipo di decadimento con un rischio di errore trascurabile: appena una probabilità su un miliardo. I fenomeni osservati sono dunque eventi rarissimi, esattamente nella misura prevista dal Modello Standard. Se esistessero, invece, altre particelle oltre a quelle contemplate dalla attuale teoria, come ad esempio le particelle supersimmetriche, questi decadimenti potrebbero essere, per così dire, facilitati e risulterebbero più frequenti.

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