Astro News a cura di Piero Bianucci

 

 

Una stella di neutroni insolita, caratterizzata da un debole campo magnetico, è protagonista dello studio pubblicato sull'ultimo numero di “Astronomy & Astrophysics” a firma di un team guidato da Rosario Ilaria, professore dell’Università di Palermo. Del gruppo fa parte anche Melania Del Santo (Inaf). La stella di neutroni in questione stabilisce un primato: ha il più basso campo magnetico mai misurato con tecniche dirette.

Le stelle di neutroni sono stelle massicce collassate in oggetti superdensi che concentrano in una sfera di una decina di chilometri una massa dell’ordine di 1,5 stelle come il nostro Sole. Di solito è associato un potente campo magnetico, e in questi casi si parla di magnetar. L’oggetto studiato è la sorgente 4U 1822-371, la tecnica applicata per misurarne il campo è quella di osservare le “righe di sincrotrone” generate dagli elettroni accelerati dal campo magnetico. Queste righe sono quantizzate, cioè possono avere solo determinati valori previsti dalla meccanica quantistica: sono gli “scalini di Landau”. Grazie ad essi e a righe di assorbimento la cui energia è proporzionale al campo magnetico, con i telescopi spaziali XMM-Newton, Integral dell’Esa, Chandra della Nasa e Suzaku del Giappone la misura ha avuto successo.

Il magnetar fa parte di un sistema binario. «Quando abbiamo aggiunto anche i dati del satellite Suzaku ci è apparso chiaramente il profilo di una riga di ciclotrone», dice Rosario Ilaria, riga di ciclotrone che possiede una energia molto vicina al limite minimo per la formazione dei Livelli di Landau. Il campo magnetico che si ricava è quindi il più basso direttamente misurato finora per una stella di neutroni: circa 90 miliardi di Gauss.

 

L’articolo originale: http://arxiv.org/abs/1503.05090

 

Osservazioni fatte con il satellite “Fermi” per lo studio di fenomeni astrofisici ad altissime energie per la prima volta promettono informazioni sperimentali sullo spazio-tempo della relatività generale “visto” secondo l’interpretazione quantistica che lo descrive, a scala microscopica, come una “schiuma”. Il risultato compare sulla rivista “Nature Physics” del 16 marzo 2015. La ricerca è stata condotta dal fisico dell’Università di Roma La Sapienza Giovanni Amelino Camelia in collaborazione con gli astrofisici Vlasios Vasileiou (Université de Montpellier), Jonathan Granot (University of Israel) e Tsvi Piran (University of Jerusalem). “Siamo riusciti nell’impresa – spiega Amelino Camelia – perché i lunghissimi tempi di propagazione dalle sorgenti astrofisiche osservate dal telescopio Fermi, tempi di miliardi di anni, amplificano gli effetti piccolissimi della schiuma spaziotemporale, portando a un segnale complessivo che è potenzialmente osservabile”.

La scala a cui si sono spinte le osservazioni è dell’ordine di 10 alla meno 35 metri: la lunghezza di Planck, quella della teoria delle stringhe. L’analisi dei dati ha dimostrato l’infondatezza di alcuni modelli formulati dai fisici quantistici per spiegare la struttura di schiuma spazio-temporale. “Il fatto che per la prima volta dati sperimentali ci dicano qualcosa di significativo sulla schiuma – dice Amelino Camelia – anche solo per escludere ciò che essa non è, rappresenta un passo molto significativo nell’esplorazione di questo scenario”.

Giovanni Amelino Camelia, 49 anni, autore di una variante della teoria della relatività speciale secondo cui la costanza della velocità della luce dipende dalla sua lunghezza d’onda, dopo aver fatto ricerca nelle Università di Boston e Oxford e al MIT è tornato in Italia e ora insegna Gravità quantistica alla Sapienza. La sua home page:

http://www.roma1.infn.it/~amelino/

 

 

 

La nostra galassia, la Via Lattea, potrebbe essere del 50 per cento più grande di quanto pensiamo, cioè avere un diametro di 150 mila anni luce anziché di 100 mila. E’ l’ipotesi avanzata da un gruppo internazionale di astronomi che ha riesaminato i dati della Sloan Digital Sky Survey. Questa grande mappatura del cielo individuò nel 2002 un anello di stelle posto al di là dei confini della Via Lattea. Ora il gruppo di astronomi guidato da Heydi Jo Newberg e Yan Xu dell’Osservatorio nazionale cinese avanza l’ipotesi che la Via Lattea abbia alla periferia alcune “increspature” o “ondulazioni” nel suo disco, cioè alternanze di zone più dense di stelle con altre meno dense o quasi vuote. La densità cala rapidamente a 50 mila anni luce dal centro, ma si è scoperto un nuovo addensamento a 60 mila anni luce, e potrebbero essercene altre. In sostanza la forma della Via Lattea ricorda le onde che si formano gettando un sasso in uno stagno (diisegno). L’articolo che ridisegna radicalmente la nostra galassia è pubblicato sull’ultimo numero di ”The Astrophysical Journal”.

Altre informazioni:

http://iopscience.iop.org/0004-637X

http://www.media.inaf.it/2015/03/11/la-via-lattea-e-piu-grande/

 

 

 

 

Il satellite dell’Agenzia spaziale europea Proba-2 riprenderà l’eclisse totale di Sole del 20 marzo 2015 dalla sua orbita a 820 chilometri sopra la superficie terrestre. Le immagini saranno trasmesse in diretta dal portale Esa: http://www.esa.int/About_Us/ESRIN/ESA_Web_Portal

Proba-2 transiterà due volte nel cono d’ombra proiettato dal Sole sull’Atlantico settentrionale e altri piccoli satelliti riprenderanno l’ombra lunare che si sposta sulla superficie terrestre alla velocità di 6000 km/h. Il satellite è stato lanciato il 2 novembre 2009, ha una massa di 130 kg e il compito di sperimentare 17 nuove tecnologie hardware e software per veicoli spaziali.

L’eclisse di venerdì 20 marzo – ore 9,30-11,30 – sarà parziale vista dall’Italia, con una copertura del Sole dal 73% ad Aosta al 51% a Catania. Sarà invece totale alle isole Faroe e Svalbard, mentre raggiungerà il 98% in Islanda (vedi cartina).

 

Complice una rubrica radiofonica Rai, si è sparsa la voce che l’eclisse, facendo calare la produzione delle centrali fotovoltaiche, manderà in tilt la rede di distribuzione elettrica. E’ una bufala. Se così fosse qualunque passaggio di nuvole causerebbe un blackout. Per saperne di più: http://www.universetoday.com/119281/will-the-march-20th-total-solar-eclipse-impact-europes-solar-energy-grid/

 

Il telescopio spaziale “Hubble” ha confermato con la miglior evidenza finora raggiunta l’ipotesi che ci sia un oceano di acqua salata sotto la superficie di Ganimede, il più grande dei satelliti di Giove, una luna dotata di campo magnetico e di varie altre proprietà interessanti anche per la ricerca di forme di vita. L’oceano sotterraneo di Ganimede avrebbe più acqua di tutti i mari e gli oceani superficiali terrestri. “Hubble” ha fornito la prova dell’esistenza dell’oceano nascosto permettendo di osservare due aurore in moto rispettivamente nell’emisfero nord e sud di Ganimede (figura). Forma e distribuzione delle aurore sono sotto il controllo del campo magnetico e di conseguenza ne tracciano la conformazione. A sua volta il campo magnetico fornisce informazioni sull’interno del corpo celeste, dove esso viene generato. Inoltre, poiché Giove ha a sua volta un potente campo magnetico, si genera una sorta di “attrito” che sposta di alcuni gradi la latitudine delle aurore di Ganimede. L’ampiezza dello spostamento è in funzione della presenza o meno di acqua salata nel sottosuolo. L’idea di usare questa tecnica di ricerca è stata di Joachim Saur dell’Università di Cologna (Germania). Dai dati raccolti risulterebbe che sotto la crosta di Ganimede (stimata di 150 chilometri e fatta principalmente di ghiaccio) si nasconde uno strato di acqua salata spesso 100 chilometri (dieci volte più profondo dei maggiori abissi terrestri).

Altre informazioni: http://hubblesite.org/newscenter/archive/releases/2015/09

Da oggi il collisore di particelle LHC del Cern è di nuovo acceso e gradualmente raggiungerà l’energia di 14 TeV, quattordicimila miliardi di elettronvolt, una potenza mai toccata prima, il doppio dei 7 TeV che hanno permesso di scoprire nel 2012 il bosone di Higgs. La speranza dei tremila fisici che lavorano alla nuova fase sperimentale è quella di trovare particelle che spieghino l’enigma della materia oscura diffusa nell’universo (il 24 per cento del totale, mentre finora gli scienziati hanno potuto studiare solo lo 0,5 per cento che emette luce – stelle, galassie, nebulose – e il 4 per cento che non vediamo ma è fatto comunque di materia barionica, cioè di materia ordinaria). Si aprirebbe così una nuova fisica, che va al di là del cosiddetto “modello standard” delle particelle elementari. Un altro ovvio obiettivo è lo studio approfondito del bosone di Higgs.

 

LHC, Large Hadron Collider, è un anello di magneti lungo 27 chilometri nel sottosuolo presso Ginevra tra Svizzera e Francia. I suoi magneti sono raffreddati con elio liquido a una temperatura vicinissima allo zero assoluto (- 273 °C). Nei due anni scorsi si è provveduto alla manutenzione e al potenziamento della macchina, che rimane la più potente a disposizione dei fisici. L’italiana Fabiola Gianotti, già portavoce di uno dei due esperimenti che hanno osservato Higgs, è la nuova direttrice del Cern.

Altre informazioni:

http://home.web.cern.ch/

http://home.web.cern.ch/topics/large-hadron-collider

 

 

 

 

 

I nostri occhi vedono solo attraverso una stretta banda delle onde elettromagnetiche, quella della luce visibile: qui facciamo una esperienza nuova, vediamo una immagine radio a “colori veri” di Abell 2256, un ammasso di galassie nella costellazione dell'Orsa Minore nel quale due componenti si scontrano tra loro dando origine a fenomeni grandiosamente pirotecnici in tutta la banda radio. Abell 2256 si trova a 800 milioni di anni luce da noi e occupa uno spazio di 4 milioni di anni luce. La larghezza dell'inquadratura corrisponde a circa mezzo grado, il diametro apparente della Luna. L’immagine è stata ottenuta con il VLA, Very Large Array, 27 antenne paraboliche mobili nel deserto del New Mexico a Socorro. Il radiotelescopio è stato sintonizzato sulle varie lunghezze d’onda a cui è sensibile in modo da rendere i “colori radio” di Abell 2256. Il rosso corrisponde alle zone dove prevalgono le onde più lunghe, il blu corrisponde alle più corte, in analogia con lo spettro della luce visibile. Il lavoro sta per essere pubblicato sull’”Astrophysical Journal” con la prima firma di Frazer Owen.

Altre informazioni:

http://arxiv.org/abs/1408.5931v1

 

http://www.media.inaf.it/2015/03/10/istantanea-dello-scontro-intergalattico/

 

 

Arriva un altro pezzo dell’eredità della sonda spaziale della Nasa “Messenger” che sta tuttora studiando Mercurio: sono le immagini e i dati raccolti al 37° al 42° mese trascorsi dalla navicella in orbita attorno al pianeta più vicino al Sole. I dati sono disponibili a tutti e scaricabili dal sito:

http://pds.nasa.gov/tools/subscription_service/SS-20150306.shtml

Nel sito http://pds.nasa.gov/ sono archiviati e disponibili tutti i dati dell’esplorazione planetaria (PDS, Planetary Data System). Il prossimo rilascio di dati di “Messenger” da parte della Nasa avverrà nel mese di ottobre. Le immagini finora trasmesse dalla sponda sono più di 250 mila, le orbite intorno a Mercurio quasi quattromila. Qui accanto la tabella che riassume l’impresa della navicella al compimento del decimo anno di missione.

“Messenger” (Mercury Surface Space ENvinronment GEochemistry and Ranging) fu lanciata il 3 agosto 2004 ed è entrata in orbita attorno a Mercurio il 18 marzo 2011.

Altre informazioni: http://messenger.jhuapl.edu/

 

 

Newton pensava fosse fatta di particelle, Huygens di onde. Ecco la notizia giusta per il 2015 Anno Internazionale della Luce: per la prima volta è stata “fotografata” la doppia “personalità” della luce, quella di particella (fotone) e quella di onda (elettromagnetica). L’esperimento, pubblicato sulla rivista “Nature Communications” il 4 marzo 2015, è opera dell gruppo coordinato dall’italiano Fabrizio Carbone al Politecnico di Losanna. Questo risultato, in prospettiva, rende più vicina la realizzazione di computer quantistici.

Nell’esperimento un impulso di luce laser è stato sparato su un nanofilo metallico. La luce sul filo ha cominciato a circolare come un’onda, in due direzioni opposte fino al punto in cui le onde si sono scontrate. Dallo scontro è nata una nuova onda, che è rimasta però sempre nella stessa zona di spazio. Gli scienziati hanno poi sparato un flusso di elettroni vicino al nanofilo: urtando l’onda stazionaria gli elettroni sono stati accelerati, rallentati o deflessi. Un microscopio ultraveloce ha fotografato la posizione in cui si è verificata la variazione di velocità, visualizzando l’onda. Nello stesso istante è stata fissata anche l’immagine delle particelle: quando gli elettroni passano vicino all’onda stazionaria, colpiscono le particelle della luce (fotoni) e queste subiscono un cambiamento di velocità che appare come uno scambio di pacchetti di energia tra elettroni e fotoni. La presenza dei pacchetti è la spia che gli elettroni hanno interagito con un’altra particella: quella della luce. 

Altre informazioni: http://www.nature.com/ncomms/index.html

 

 

 

La navicella della Nasa Dawn è in orbita attorno al pianeta nano Cerere. Il campo gravitazionale del maggiore degli asteroidi della fascia principale ha agganciato la sonda alle 13,39 ora italiana quando si trovava a 61 mila chilometri dalla sua meta e a un miliardo di chilometri dalla Terra. Un’ora dopo si è avuta la conferma del successo di questa fase delicatissima della missione.

 

Quella di oggi 6 marzo 2015 rimarrà una giornata storica nell’esplorazione del Sistema solare. Per la prima volta una navicella spaziale è in orbita intorno a un pianeta nano (categoria istituita dall’Unione Astronomica Internazionale nel 2006). A sua volta Cerere è l’unico oggetto di tipo planetario che sia stato scoperto da un astronomo italiano: Giuseppe Piazzi, valtellinese, avvistò Cerere il 1° gennaio 1801 lavorando all’Osservatorio che aveva fondato a Palermo. Per più di mezzo secolo Cerere fu considerato un pianeta, fino a quando le scoperte di corpi simili, ma più piccoli, portò a individuare la fascia degli asteroidi tra le orbite di Marte e Giove. La massa di Cerere è pari al 32 per cento dell’intera fascia principale. Con un diametro di 950 chilometri, condivide la qualifica di “pianeta nano” con Plutone, Makemake, Haumea ed Eris, questi ultimi tutti appartenenti alla Fascia di Kuiper. Scherzosamente la Nasa ha annunciato l’impresa come un cambio di indirizzo della sonda “Dawn”, che è già stata per un anno intorno al grosso asteroide Vesta ed ha alle spalle un viaggio di 4,9 miliardi di chilometri, essendo partita il 27 settembre 2007.

Altre informazioni:

http://www.nasa.gov/content/ceres-seen-from-nasas-dawn-spacecraft/

 

Su Marte c’era un oceano che conteneva più acqua dell'attuale Mare Artico della Terra ma l’87 per cento di questa acqua è andata perduta nello spazio (disegno). A questa conclusione è arrivato un gruppo di scienziati della Nasa al termine di una ricerca pubblicata dalla rivista “Science” nella sua edizione del 6 marzo. L’oceano di Marte risale a 4,3 miliardi di anni fa, cioè a circa 200 milioni di anni dopo la formazione del pianeta e del Sistema solare. Copriva quasi mezzo emisfero Nord con uno strato di acqua profondo in media 137 metri ma in alcuni punti aveva abissi di 1600 metri. Hanno collaborato alla ricerca il VLT dell’Osservatorio australe europeo, il Keck Observatory per l’infrarosso delle isole Hawaii. L’analisi si è fondata sul rapporto tra acqua normale (un atomo di ossigeno legato a due atomi di idrogeno) e acqua pesante, nella cui molecola uno dei due atomi legati all’ossigeno è deuterio, l’isotopo dell’idrogeno che ha nel suo nucleo un neutrone. Complessivamente l’oceano primordiale copriva il 17 per cento della superficie totale di Marte. Le prossime missioni “InSigth” della Nasa (2016) ed “Exomars” dell’ESA (2016 e 2018) approfondiranno lo studio dell’oceano di Marte con analisi sul posto.

Altre informazioni:

http://www.nasa.gov/press/2015/march/nasa-research-suggests-mars-once-had-more-water-than-earth-s-arctic-ocean/

 

 

Su

Gli astronomi sono felici quando scoprono una supernova perché l’esplosione di una stella massiccia è uno dei fenomeni più grandiosi e interessanti dell’universo, e rimane molto lavoro da fare per capire bene come si svolgono. Ma in questo caso le supernove sono quattro in una volta. Si tratta però di un miraggio cosmico: l’immagine di una singola supernova viene moltiplicata per quattro da una lente gravitazionale (disegno). E’ la prima volta che capita di osservare su una supernova questo effetto dovuto alla distorsione dello spazio causata da una grande massa interposta tra noi e l’oggetto osservato. A rendere ancora più eccezionale l’evento è la lontananza della supernova: 9,3 miliardi di anni luce. Siamo a due terzi della distanza che ci separa dal confine dell’universo osservabile. L’impresa è opera del telescopio spaziale “Hubble” e di un gruppo di astronomi dell’Università della California guidato da Patrick Kelly del qual fanno parte anche Adriano Fontana dell’Inaf-Osservatorio di Roma e Tommaso Treu, ricercatore all’Università della California a Los Angeles. L’articolo del team, pubblicato su “Science” il 6 marzo, sottolinea l’interesse di questa ricerca anche per una migliore stima della distribuzione della materia oscura. L’immagine multipla della supernova è stata scoperta l’11 novembre 2014. Si sta ora seguendo la curva di luce, in rapida discesa. L’”oggetto” dovrebbe nei prossimi anni dare l’impressione di spostarsi per via delle variazioni che subirà la sua luce nel seguire la curvatura dello spazio.

Altre informazioni: http://www.sciencemag.org/content/current

 

 

La sonda europea “Rosetta” ci ha ormai abituati a immagini straordinarie della cometa Churyumov-Gerasimenko intorno alla quale sta orbitando dall’estate scorsa ma questa è davvero sorprendente. Durante il sorvolo eccezionalmente ravvicinato del 14 febbraio 2015, con la camera OSIRIS, “Rosetta” ha fotografato la propria ombra sul nucleo ghiacciato della cometa: è la chiazza tondeggiante scura dai contorni sfumati che si vede nella parte bassa dell’immagine. L’ombra misura 20 per 50 metri. La risoluzione dell’immagine, ripresa da una distanza di 6 chilometri, è di 11 centimetri per pixel. L’intera inquadratura corrisponde a un’area di 228 per 228 metri. La camera OSIRIS, che si deve a una forte collaborazione italiana, ha come principal investigator Holger Sierks, del Max Planck Institute for Solar System Research (Germania).

Altre immagini:

http://blogs.esa.int/rosetta/2015/03/03/comet-flyby-osiris-catches-glimpse-of-rosettas-shadow/

 

Mai lo avrebbe immaginato Giuseppe Piazzi la notte di capodanno del 1801 quando avvistò un puntino luminoso che scambiò per una cometa e poi si rivelò un piccolo pianeta in orbita tra Marte e Giove, poi battezzato Cerere: in questi giorni la navicella della Nasa 'Dawn' sta raggiungendo quel pianetino - dal 2006 classificato come 'pianeta nano'  - e già ce ne sta inviando ottime immagini con risoluzione di 4 km dalle quali è stato ricavato il filmato visibile al link sottostante (girato il 19 febbraio mentre 'Dawn' era a 46 mila chilometri dalla meta).

Cerere ha un diametro di 950 chilometri. Venerdì avverrà l'inserimento in orbita della sonda americana. I planetologi sono molto incuriositi da alcune zone del pianeta nano caratterizzate da un alto potere riflettente (albedo). Il 2015 passerà alla storia come l'anno dei pianeti nani: nella prossima estate la sonda 'New Horizon' sorvolerà Plutone. 'Dawn' è in viaggio dal settembre 2007 ed è già stata in orbita attorno al pianetino Vesta per 14 mesi tra il 2011 e il 2012. Pare che il 25% della massa di Cerere sia costituito da acqua. Sarà interessante verificare quanto ci sia di vero in questa previsione. Le foto qui accanto sono di cinque giorni fa.

Il filmato di Cerere:

http://www.nasa.gov/press/2015/march/nasa-spacecraft-nears-historic-dwarf-planet-arrival/

 

In questo simulatore completato nel gennaio 2015, il futuro telescopio spaziale “James Webb”, successore del glorioso “Hubble”, sta per affrontare test sempre più severi e cruciali in vista del suo lancio, previsto nel 2018 da Kourou con un razzo Ariane 5 (l’impresa ha già addosso un ritardo di parecchi anni e un costo triplicato rispetto alle previsioni).

Diversamente da “Hubble”, il nuovo telescopio spaziale – 6,5 metri di apertura – osserverà l’universo prevalentemente nell’infrarosso, cioè nella radiazione termica. La prima cosa da fare, quindi, è mantenere l’intero strumento a bassa temperatura, altrimenti diventerebbe esso stesso fonte di inquinamento luminoso. Telescopio, camere fotografiche, spettrometri e strumenti vari devono essere messi alla prova in un ambiente severo che simuli lo spazio nel quale “James Webb” andrà a collocarsi, un “punto di Lagrange” posto nell’ombra della Terra.

Come simulatore viene usata la camera termica a vuoto al Goddard Space Flight Center della Nasa nel Maryland. In essa con un sistema di pompe si ottiene un vuoto estremamente spinto e la temperatura viene abbassata a – 253 °C, cioè 20 gradi sopra lo zero assoluto. E’ un gelo superiore a quello che dovrà affrontare nello spazio, dove la temperatura ambiente sarà di – 233 °C grazie a uno scudo termico schermerà “James Webb” dalla radiazione diretta e indiretta. Gli strumenti di osservazione però dovranno essere più freddi: mentre i tre sensori nel vicino infrarosso lavoreranno a – 233 °C, lo strumento per il medio infrarosso per superare il suo test dovrà operare a – 226 °C per 166 giorni. Il mantenimento di queste basse temperature limiterà a 8 anni la vita del nuovo telescopio spaziale.

 

Altre informazioni:

http://www.jwst.nasa.gov/

http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Science/Improved_vision_for_James_Webb_Space_Telescope

http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Science/JWST

http://www.esa.int/spaceinimages/Images/2015/03/Simulating_space_for_JWST_s_four_infrared_instruments

http://sci.esa.int/jwst/55427-07-summer-2014-first-combined-test-of-all-four-instruments/

 

 

Una stella nana rossa accompagnata da una sua compagna nana bruna (disegno) attraversò la Nube di Oort settantamila anni fa passando a circa un anno luce dal Sole, il più stretto avvicinamento a noi noto. All'epoca Homo Sapiens stava migrando dall'Africa all'Asia e all'Europa. La scoperta si deve all'astronomo Eric Mamajek dell'Università di Rochester (Usa). La stella che osservò aveva un moto proprio particolarmente veloce, ben rilevabile rispetto a fotografie riprese vent'anni prima. La stella in questione è di classe spettrale M. Tenendo conto del suo percorso osservato ed estrapolandolo indietro nel tempo con simulazioni al computer che hanno tenuto conto dei vari influssi gravitazionali, nel 98 per cento dei casi  è risultato che la stella si trovò a transitare tra 0,6 e 1,2 anni luce dal Sole appunto settantamila anni fa alla velocità di 83 chilometri al secondo. Ciò significa che attraversò in pieno la Nube di Oort, un conglomerato di 100 miliardi di piccoli corpi ghiacciati tipo nuclei cometari che avvolge il Sistema solare, essendo un residuo della nebulosa primordiale che diede origine al Sole e a i pianeti. L'articolo scientifico è stato pubblicato su 'Astrophysical Journal' il 12 febbraio 2015.

 

L'articolo originale: http://arxiv.org/abs/1502.04655

 

Abbiamo la prima mappa globale delle piogge e delle precipitazioni nevose: l’ha prodotta, a un anno esatto dal suo avvio (27 gennaio 2014), il Global Precipitation Measurement Core Observatory, una collaborazione tra la Nasa e l’agenzia spaziale giapponese (Jaxa) che mette insieme i dati raccolti da 12 satelliti (disegno) per l'osservazione della Terra. Questo sistema di monitoraggio, che è in grado di coprire ogni tre ore l’intera superficie terrestre, permetterà a meteorologi e climatologi, nell’arco di alcuni anni, di comprendere meglio i meccanismi del cambiamento climatico planetario. Tempi e luoghi del ciclo dell’acqua evaporazione/precipitazioni potranno infatti essere sotto controllo ora per ora con una precisione mai raggiunta prima. La copertura non è del tutto completa ma raggiunge l’87 per cento del globo terrestre con misure ogni 30 minuti (fascia fino a 60° di latitudine a nord e a sud dell’equatore). Lo studio del pianeta Terra si rivelerà utile anche per la comprensione della climatologia di Marte e di Venere.

Altre informazioni:

http://www.nasa.gov/mission_pages/GPM/main/index.html

http://www.nasa.gov/press/goddard/2015/february/nasa-releases-first-global-rainfall-and-snowfall-map-from-new-mission/

 

http://www.nasa.gov/press/2015/february/new-nasa-earth-science-missions-expand-view-of-our-home-planet/

Ci sono volute 12 immagini riprese nello scorso mese di gennaio con la camera MAHLI posta sul braccio robotico per comporre questo selfie marziano che il rover della Nasa “Curiosity” ha scattato a se stesso nel sito “Mojave” (omonimo del deserto amaricano) del cratere Gale. Sullo sfondo, all’orizzonte, si vede il monte Sharp che rappresenta la meta del robot esploratore. L’attività di “Curiosity” continua intensa: identifica siti interessanti per i ricercatori e pratica trivellazioni per estrarre campioni geologici da esaminare. Il mosaico di immagini dà un’idea molto precisa ed emozionante dell’ambiente di Marte. “Curiosity” si trova sul pianeta rosso ormai da più di 900 sol (il sol è il giorno marziano, della durata di 24 ore e 39 minuti). Per avere una idea precisa della scala dell’inquadratura, le ruote di “Curiosity hanno un diametro di 50 centimetri e una larghezza di 40. I buchi perforati nella roccia dalla trivella del rover hanno un diametro di 1,6 centimetri.

Altre informazioni: 

http://www.nasa.gov/jpl/msl/pia19142/

 

Una misteriosa relazione lega i vulcani sottomarini all’anno solare: le eruzioni si concentrano nettamente nei mesi tra gennaio e luglio. Questo dato sorprendente è frutto di uno studio condotto dall’Earth Institute pubblicato sulla rivista “Geophysical Research Letters”. Al ritmo annuale se ne aggiungono altri più brevi – una eruzione ogni due settimane – e più lunghi, con periodi fino a centomila anni che rimandano ai cicli di Milankovich, legati a variazioni della ellitticità dell’orbita della Terra e dell’inclinazione dell’asse terrestre. I vulcani sottomarini sono circa diecimila e costituiscono le dorsali oceaniche che si levano talvolta per più di quattromila metri nel mezzo dell’Atlantico, intorno al Pacifico e nell’oceano indiano su una lunghezza complessiva di 38 mila chilometri (disegno).

 

La Terra passa al perielio, il punto della sua orbita più vicino al Sole, intorno al 4 gennaio. Potrebbe essere questa una causa di innesco dell’attività eruttiva? Il meccanismo è ancora da provare ma un dato è sicuro: le eruzioni sottomarine liberano grandi quantità di anidride carbonica che, risalendo fino a immettersi nell’atmosfera, accentuano l’effetto serra e quindi influenzano il clima. Si calcola che siano 88 milioni le tonnellate di anidride carbonica riversate nell’aria ogni anno dai vulcani sommersi. «Non possiamo continuare a ignorare l’azione svolta dai vulcani sottomarini, il ruolo che ricoprono non è né piccolo né trascurabile come ci hanno abituato a pensare», sostiene Maya Tolstoy, geofisica marina del Lamont-Doherty Earth Observatory della Columbia University, fra i firmatari dell’articolo pubblicato su “Geophysical Research Letters”

Altre informazioni: http://www.earthinstitute.columbia.edu/articles/view/3231

 

 

 

 

Paolo Maffei (foto) è stato uno degli astronomi italiani più rilevanti del Novecento. Lo ricorderà a Foligno, sabato 28 febbraio un convegno organizzato dal Laboratorio di Scienze sperimentali per presentare il suo libro “Una stella alla volta”, pubblicato recentemente da Gruppo B Editore.

Nato ad Arezzo nel 1926 e morto a Foligno nel 2009, Paolo Maffei è stato e rimane importante per la scienza perché fu tra i primi astronomi a osservare il cielo nella radiazione infrarossa e da questa “finestra” scoprì due galassie che portano il suo nome. Ma è stato ed è importante anche per la divulgazione scientifica: divenne un “caso editoriale” nel 1973 pubblicando “Al di là della Luna” (Mondadori). Fu un successo che in astronomia non si ripeteva dai tempi di Camille Flammarion, la traduzione in inglese ne fece un best seller internazionale. Si deve a Maffei il telescopio per l'infrarosso da 80 centimetri in funzione in Antartide da qualche anno presso la base italo-francese 'Concordia'.

“Una stella alla volta” è un distillato del Maffei divulgatore. Il libro raccoglie 18 ampi articoli: 17 furono scritti per la rivista “l’astronomia”, progenitrice di “le Stelle”; il diciottesimo è tratto da “La Stampa”.

Nel trecentesco Palazzo Trinci di Foligno, ore 9,30, parleranno di Paolo Maffei il direttore del Laboratorio di Scienze sperimentali Pierluigi Mingarelli, l’assessore alle politiche scolastiche Rita Barbetti, Gino Tosti dell’Università di Pavia, Fabio Bettoni dell’Accademia Fulginea, Emilio Sassone Corsi (UAI).

 

http://www.astrofilimaffei.org/chi-era-paolo-maffei/

http://www.labscienze.org/








Gruppo B Editore Srl

Recapiti telefonici:
Abbonamenti: 02 87168197
Pubblicità: 02 92432244
Libri: 02 92432215

P.Iva 13397950158
Cod.Fisc. 08230930151
Iscr. REA: MI - 1211324
Cap.Soc: € 10.000
Normativa sulla Privacy

Web Agency
Iscriviti alla Newsletter