Astro News a cura di Piero Bianucci

Una immensa iridescente bolla di sapone che fluttua nel buio dello spazio: con la diffusione di questa straordinaria immagine la Nasa e l’Esa hanno festeggiato il ventiseiesimo compleanno del telescopio spaziale “Hubble”. Ovviamente non di sapone si tratta: la Bubble Nebula, questo il suo nome ufficioso, NGC 7653 il nome ufficiale, è una bolla di gas rarefattissimo a 8000 anni luce da noi nella costellazione di Cassiopea. La tiene gonfia il possente “vento stellare” di particelle emesso dalla stella centrale, SAO 20575, un astro con una massa venti volte maggiore di quella del nostro Sole. Resa luminescente dalla radiazione ultravioletta della stella, la Bubble Nebula ha un diametro di circa 10 anni luce e continua ad espandersi alla velocità di 100 mila chilometri l’ora. Fu William Herschel a scoprire questa meraviglia del cielo nel 1787 durante gli “scandagli celesti” che lo porteranno a delineare in prima approssimazione la forma della nostra galassia, la Via Lattea. L’immagine diffusa da Nasa ed Esa è un mosaico di quattro immagini riprese da “Hubble” con la Wide Field Camera 3. Benché sia un oggetto molto noto, grazie a questa elaborazione vediamo per la prima la Bubble Nebula con tanta ricchezza di particolari e con una spiccata tridimensionalità.

Altre informazioni: 

http://sci.esa.int/hubble/34007-hubble-instruments/?fbodylongid=1926

http://simbad.u-strasbg.fr/simbad/sim-id?Ident=SAO+20575

  

 

 

Il satellite per la sorveglianza dell’ambiente “Sentinel 1B” (disegno) ha raggiunto felicemente in orbita il suo gemello “Sentinel 1°” già in funzione e con esso contribuirà al miglioramento della “visione radar” del nostro pianeta nell’ambito del programma dell’Agenzia spaziale europea “Copernicus”. Dopo un primo rinvio dovuto a forti venti in quota e un secondo breve rinvio dovuto a motivi tecnici, “Seentinel 1B” è partito dalla rampa di lancio europea di Kourou (Guyane francese) alle ore 23 e 2 minuti del 25 aprile a bordo di un razzo Soyuz e si è separato dallo stadio superiore Fregat circa 24 minuti dopo.  Le orbite dei due “Sentinel”, distanziate di 180°, permetteranno una sorveglianza globale più frequente nel tempo, con particolare attenzione al controllo dei ghiacci e dei mari polari, delle frane, delle inondazioni, degli inquinamenti di acque e suolo e in generale di ogni tipo di catastrofe naturale. I loro radar “vedono” perfettamente attraverso le nuvole e la pioggia, sia di giorno sia di notte. Con “Sentinel 1B” sono stati messi in orbita anche tre CubeSat, mini-satelliti che misurano 10x10x11 centimetri sviluppati da studenti. Uno di questi è italiano ed è stato realizzato al Politecnico di Torino.

Una curiosa applicazione di “Sentinel 1A” è stata quella di monitorare le acquacolture nel Mediterraneo: Il satellite ha contato quasi 4500 gabbie per pesci e allevamenti di cozze lungo la costa occidentale del Mediterraneo. E’ il primo censimento mai fatto di questi allevamenti, che rappresentano un rimedio alla pesca selvaggia che finora ha depredato il Mediterraneo.

Altre informazioni:

http://www.esa.int/ita/ESA_in_your_country/Italy/Sentinel-1_conta_i_pesci

 

https://webmail.lastampa.it/owa/?ae=Item&t=IPM.Note&id=RgAAAADCn4nmw5SURaBhcoUJ9miaBwDXrnAnoUIZSrcP2%2fFOX9r3AAAABF%2fNAABz0dPfOb4aQrkduLvWva%2bEAGvQHrrTAAAJ

 

 

 

Con lentezza ma con continuità arrivano e vengono analizzati i dati raccolti e memorizzati dalla sonda della Nasa “New Horizons” nel suo flyby di Plutone del 14 luglio dell’anno scorso, e quasi ogni settimana ci sono sorprese. Questa volta sono strani crateri circondati da aloni chiari sottili e molto regolari: qualcosa di unico (finora) nella molteplicità di crateri che tormentano la superficie di quasi tutti i corpi solidi del Sistema solare. Un mosaico di due immagini riprese dalla camera “Long Range Reconnaissance Imager” mostra decine di crateri quasi perfettamente circolari inscritti in aloni altrettanto geometricamente perfetti. Il maggiore di questi crateri ha un diametro di 50 chilometri. Gli aloni sono costituiti da ghiaccio di metano e di acqua. Nella foto, la risoluzione varia a seconda delle zone inquadrate da 2,7 chilometri a 890 e a 230 metri per pixel. E’ possibile che questi ghiacci si siano formati da metano e acqua del sottosuolo liberati nell’impatto che ha prodotto il cratere e che si sono poi rapidamente congelati. Un’altra possibilità è che siano stati emessi da una particolare forma di attività vulcanica. Non è chiaro però come mai il fenomeno sia limitato a questa regione di Plutone e sia così precisametne concentrato sulle pareti di crateri che sembrano disegnati con il compasso. 

Altre informazioni:

https://astronomynow.com/2016/04/24/plutos-mysterious-halo-craters/

   

 

 

Forse dovremo retrodatare la nascita della nostra galassia, la Via Lattea. La stima classica parla di 9-10 miliardi di anni, ma ora nel suo nucleo barrato sono state scoperte stelle con oltre 10 miliardi di anni. Il lavoro, in via di pubblicazione su “The Astrophysical Journal”, è stato guidato da Andrea Kunder dell’Istituto Leibniz per l’Astrofisica di Potsdam (Germania). Vi ha partecipato Giuseppe Bono, INAF e Università di Roma Tor Vergata. Interessante come i ricercatori sono giunti al risultato. Lo studio si basa sull’osservazione di numerose stelle variabili del tipo RR Lyrae, una particolare varietà dal periodo di oscillazione luminosa che va da qualche ora a un giorno. Le RR Lyrae, tipiche degli ammassi globulari, sono astri in età molto avanzata che fondono elio in carbonio e ossigeno. Con l’Anglo Australian Telescope, per la prima volta gli astronomi sono riusciti a osservare centinaia di variabili RR Lyrae intorno al centro della Via Lattea (nella foto, visto in infrarosso), che sappiamo essere una galassia barrata (mentre a lungo si è ritenuto che fosse a spirale). Grazie alla relazione periodo/luminosità, la distanza di queste stelle è stata misurata con precisione. Inoltre in esse la quantità di metalli è molto piccola, non sono quindi stelle di seconda o terza generazione formatesi da resti di supernove, ma stelle antichissime, diverse dalla maggioranza delle altre del nucleo galattico, che come il Sole hanno un’età intorno a 5 miliardi di anni. Ma il fatto più importante è che non seguono normali orbite intorno al nucleo ma orbite molto più ampie che le portano a grande distanza dal nucleo galattico. Queste RR Lyrae costituiscono quindi una popolazione stellare arcaica ed estranea al nucleo della Via Lattea.

“Questo risultato – dice Giuseppe Bono - supporta i modelli di formazione galattica che suggeriscono una repentina migrazione verso il centro galattico delle popolazioni stellari che si erano formate nel disco. Una ulteriore conferma dello scenario suggerito verrà dalla loro composizione chimica. Stelle con diversa origine hanno anche diverse abbondanze di elementi pesanti, un progetto a cui stiamo già lavorando”.

Altre informazioni nell’articolo originale: http://arxiv.org/abs/1603.06578

 

 

Si sono svolte a Milano le finali delle Olimpiadi Italiane dell’Astronomia. Quaranta i giovani in gara nelle due sezioni Junior e Senior. Ecco i dieci vincitori, che parteciperanno alla finale internazionale, prevista quest’anno in Bulgaria, a Plovdiv dal 5 al 13 ottobre: Tommaso Frigerio (Liceo Scientifico Statale “E. Fermi” di Arona), Marco Moretti Adimari (Liceo Scientifico Statale “E. Fermi” di Pieve di Cadore), Lorenzo Pica Ciamarra (Liceo Classico Statale “Vittorio Emanuele II” di Napoli), Vincenzo Sorrentino (Liceo Scientifico Statale “M. Guerrisi” di Cittanova), Augusto Giuseppe Suraci (Liceo Scientifico Statale “Leonardo da Vinci” di Reggio Calabria), Pietro Benotto (Liceo Scientifico Statale “G. Vallauri” di Fossano), Mariastella Cascone  (Liceo Scientifico Statale “G. Galilei” di Catania), Jacopo Guoyi Chen (Liceo Scientifico Statale “A. Landi” di Velletri), Nikita Deniskin (Istituto Istruzione Superiore Statale “F. Sbordone” di Napoli) e Flavio Salvati (Istituto Istruzione Superiore Statale “L. da Vinci” di  Fiumicino).

Tra i “temi” d’esame, le onde gravitazionali e il calcolo del lancio di un proiettile sulla Luna (sulle tracce del romanzo di Jules Verne).

I primi 5 vincitori rientrano nella categoria Junior (riservata ai nati negli anni 2001 e 2002), gli altri nella categoria Senior (per i nati tra il 1999 e il 2000). La premiazione si è svolta il 23 aprile al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci”. Organizzatori della cerimonia, INAF e SAIt con il patrocinio del Comune di Milano.

Altre informazioni e video:

 

http://www.media.inaf.it/2016/04/21/ecco-i-magnifici-10/

 

Fin dalla loro scoperta, che risale al 1912 e a un volo in alta quota su un pallone aerostatico del fisico austriaco Victor Hess, i raggi cosmici hanno posto l’interrogativo della loro origine. In più di un secolo, non si può dire che l’enigma delle particelle atomiche che ci bombardano dallo spazio sia stato completamente risolto. Sappiamo che in parte vengono dal Sole, in parte dallo spazio interstellare e intergalattico. Le sorgenti possono essere molteplici: nove, supernove, resti di supernove (nella foto, la Crab Nebula, M 1), remotissime quasar. Lo spettro di energia è ampissimo: si estende fino a 10 alla 21 elettronvolt, un miliardo di volte l’energia ottenibile nei più potenti acceleratori di particelle del mondo. 

Uno studio fatto con un satellite della Nasa ha ora permesso di accertare che la maggior parte dei raggi cosmici ha origine recente in quanto proviene da ammassi di stelle massicce relativamente vicini. L’osservatorio orbitante è ACE, Advanced Composition Explorer, un satellite con a bordo rivelatori progettati per catturare e analizzare particelle cosmiche particolarmente rare che possono funzionare da “timer” e quindi, “confessandoci” la loro età, ci dicono anche a quale distanza da noi sono state prodotte. Un articolo su “Science” del 21 aprile riporta i risultati: “Mentre prima credevamo che la maggior parte dei raggi cosmici provenisse da molto lontano – dice Eric Christian del Goddard Space Center della Nasa, un co-autore dell’articolo – adesso sappiamo che invece si tratta di un flusso di particelle generate nei nostri dintorni galattici”. Lo si è dedotto dai rari raggi cosmici costituiti da nuclei di Ferro-60 che si formano in stelle massicce quando esplodono e vengono accelerati fino a circa la metà della velocità della luce lungo le linee del campo magnetico galattico. Il Ferro-60 ha un tempo di dimezzamento di 2,6 milioni di anni, decade cioè abbastanza rapidamente in altri elementi come il Cobalto-60 e il Nickel-60. In 17 anni ACE ha catturato 300 mila atomi di ferro comune e solo 15 dell’isotopo radioattivo Ferr-60. Da questi dati si deduce che le sorgenti devono essere in gran parte entro tremila anni luce da noi. In questo spazio esistono più di 20 ammassi di stelle massicce. Quelli dello Scorpione, del Centaurus-Lupus e del Centaurus-Crux danno il maggior contributo di raggi cosmici.

Altre informazioni: http://www.nasa.gov/press-release/goddard/2016/ace-cosmic-ray

http://science.nasa.gov/missions/ace/

 

 

 

Si è accertato che un evento gamma registrato quasi in concomitanza con l’onda gravitazionale rilevata il 14 settembre dalle antenne americane LIGO (foto) non aveva in realtà alcun rapporto con l’evento della coalescenza tra buchi neri all’origine della distorsione dello spazio-tempo osservata da LIGO. Il segreto per localizzare nel cielo eventi gravitazionali come quello del 14 settembre è tuttavia proprio negli strumenti a bordo di satelliti per lo studio dell’universo nelle altissime energie. In particolare emerge ora che il telescopio per raggi gamma “Fermi” (Nasa) identificò un lampo gamma proveniente dalla stessa regione di cielo. L’articolo, in via di pubblicazione su “The Astrophysical Journal”, segnala che questo lampo si manifestò 0,4 secondi dopo l’osservazione dell’onda. Incrociando i dati di LIGO e di “Fermi”, il campo di cielo dove dovrebbe essersi generata l’onda gravitazionale del 14 settembre si restringe da 600 a 200 gradi quadrati. Duecento gradi quadrati corrisponde, per intenderci, all’area occupata dalle piccole costellazioni della Lucertola (201 gradi quadrati) o del Delfino (189 gradi quadrati). Il rivelatore di “Fermi” riesce a cogliere eventi gamma veloci fino a una durata di poco meno di 2 secondi. La fusione di due buchi neri di circa 30 masse solari come quelli dell’evento gravitazionale del 14 settembre dovrebbe generare un lampo gamma della durata di 0,4 secondi. Saremmo quindi al limite della sensibilità di “Fermi”, e forse oltre.

Altre informazioni: http://arxiv.org/abs/1602.03920

Animazione ultra-rallentata della coalescenza di due buchi neri: 

http://www.media.inaf.it/2016/04/19/fermi-dove-nasce-londa-gravitazionale/

Soltanto 36 granelli di polvere raccolti in dieci anni. Ma è polvere interstellare, proveniente dalle regioni esterne del Sistema solare. Quindi conta la qualità, non la quantità, che in ogni caso, considerando la rarità del materiale di cui stiamo parlando, non solo è notevole ma stabilisce un primato: 36 particelle di polvere interstellare significa moltiplicare per cinque i reperti di questo tipo finora noti. 

Il bottino ottenuto è merito dello strumento Cosmic Dust Analyzer a bordo della sonda americana “Cassini” (disegno), che dal 2004 sta raccogliendo dati nel sistema di Saturno. Gli elementi chimici individuati nei granelli di polvere sono magnesio, calcio, ferro, silicio e ossigeno. Sembra che questa polvere abbia subito processi di trasformazione, evaporando e riaggregandosi più volte nell’ambiente interstellare, dove in media polveri di questo tipo hanno una permanenza di circa 2,5 miliardi di anni.  Le uniche altre misure dirette analoghe a quelle eseguite da “Cassini” si devono alla sonda “Stardust” della Nasa, che ha riportato a Terra 6-7 particelle interstellari insieme con campioni di polvere cometaria. Alle ricerche su queste polveri hanno preso parte anche ricercatori dell’INAF. 

L’articolo sulle polveri di Saturno è comparso sull’ultimo numero di “Science”.

Altre informazioni: 

http://www.sciencemag.org/

http://science.sciencemag.org/content/352/6283/312

 

 

Conosciamo dal 1927 il Principio di indeterminazione (o di incertezza) di Heisenberg, che pone su basi probabilistiche l’intera meccanica quantistica e, tra le altre cose, ci dice che è impossibile misurare con uguale precisione posizione ed energia di una particella. Ora un articolo di tre teorici italiani – Luciano Burderi, Università di Cagliari; Tiziana di Salvo e Rosario Iaria, Università di Palermo; insieme nella foto – tramite un suggestivo esperimento ideale giunge a identificare una analoga indeterminazione spazio-temporale. L’esperimento ideale parte dal tentativo di immaginare un orologio ultrapreciso e capace di suddividere il tempo in frazioni piccolissime. Questo orologio sarà necessariamente di natura quantistica e potrebbe essere una massa di materiale radioattivo abbastanza grande da generare un grandissimo numero di decadimenti al secondo, offrendo così una sorta di velocissimo ticchettio opportunamente registrato da un rivelatore. Per avere un ticchettio con frazioni di tempo piccole a piacere, è necessario avere una massa rilevante di materiale radioattivo, ma questa massa a sua volta influenza lo spaziotempo intorno a sé. Il limite a questo punto è dato dal collasso gravitazionale che il materiale radioattivo subirebbe in una concentrazione così alta da raggiungere il ticchettio ultraveloce richiesto. La conseguenza/conclusione è la dimensione dell’orologio, cioè della regione di spazio in cui si vuole misurare il tempo, e l’accuratezza della misura del tempo sono legate da una relazione di indeterminazione: non è infatti possibile determinare contemporaneamente le coordinate spaziali e temporali di un evento con accuratezza assoluta. L’esperimento ideale coinvolge la relatività, la meccanica quantistica e costanti come velocità della luce, gravitazione universale, costante di Planck e Pi greco. Cioè fondamenti della fisica appartenenti a teorie non ancora unificate (relatività e meccanica quantistica) e fa emergere la struttura granulare del tempo che emergerebbe quando ci si spinge alla scala di Planck nello spazio (10 alla meno 35 metri) e nel tempo (10 alla meno 43 secondi). L’articolo compare sulla rivista “Physical Review D.”

Altre informazioni: http://arxiv.org/abs/1603.03723

 

I buchi neri del tipo di quelli che hanno prodotto le onde gravitazionali osservate con le antenne americane LIGO il 14 settembre 2015 e annunciate l’11 febbraio scorso potrebbero essere la chiave per risolvere l’enigma della materia oscura che costituisce una grande percentuale dell’universo. Molti buchi neri potrebbero essere oggetti primordiali, formatisi poco dopo il Big Bang. Un calcolo di fisici e astrofisici teorici che questi buchi neri potrebbero costituire la materia oscura, finora ritenuta materia fatta di particelle esotiche e non di normale materia barionica. Antenne gravitazionali come LIGO (Usa) e prossimamente VIRGO (Europa – collaborazione italo-francese), confermando con l’osservazione di onde dello spaziotempo (previste dalla relatività generale di Einstein) generate da buchi neri con masse da 10 100 masse solari, potrebbero fornire un sostegno sperimentale a questi calcoli. Simeon Bird e colleghi della John Hopkins University (Baltimore) sono gli autori dello studio che interpreta come primordiali i buchi neri che hanno prodotto l’onda gravitazionale osservata da LIGO. Il numero di questi buchi neri ancora esistenti sarebbe enorme, e tale da giustificare l’intero “universo oscuro” che da decenni gli scienziati cercano di interpretare. I buchi neri primordiali sarebbero distribuiti spazialmente in conformità con la distribuzione di materia oscura e materia luminosa. L’antenna gravitazionale spaziale eLISA, che potrebbe entrare in funzione intorno al 2030, dovrebbe essere in grado di rivelare chiaramente il “rumore” gravitazionale generato dai buchi neri primordiali, una specie di “basso continuo” dell’universo.

Altre informazioni:

 

https://www.newscientist.com/article/mg22930664-600-ligo-could-catch-dark-matter-made-of-black-holes/

Una flotta di mini-sonde volerà verso Alpha Centauri, la stella più vicina a noi ma pur sempre a 4,37 anni luce, e dovrebbe riuscire a raggiungerla in appena vent’anni. Una sonda spaziale gloriosa ma “classica” come “Voyager 1” ne impiegherebbe trentamila. Un progetto folle che sembrerà un po’ meno folle aggiungendo che lo finanziano l’imprenditore miliardario russo Yuri Milner (foto) e Mark Zuckenberg, genio informatico, uno dei cinque fondatori di Facebook, con la benedizione scientifica del guru della fisica teorica Steven Hawcking. 

L’impresa è stata presentata il 12 aprile, non a caso nel 55° anniversario del primo volo umano nello spazio, quello di Yuri Gagarin. L’idea è questa. Un’astronave-madre rilascerà nello spazio una flotta di nanosonde grandi come una mano che apriranno vele sottilissime con dimensioni di qualche metro. Un grande numero di raggi laser, con una potenza complessiva di 100 gigawatt (come un Shuttle al decollo), sparerà fasci di luce sulle vele accelerando le nanosonde fino al 20 per cento della velocità della luce. Tra vent’anni la flotta sarà in vista di Alpha Centauri e trasmetterà informazioni (si spera su alieni intelligenti, dicono gli ideatori) che arriveranno dopo altri 4 anni. Costo del progetto, chiamato “Breackthrough StarShot”, da 5 a 10 miliardi di dollari. Per ora Milner ha messo a disposizione 100 milioni di dollari. Un piccolo passo (finanziario) che attende un grande balzo, sia finanziario sia scientifico.

Altre informazioni:

http://www.theatlantic.com/science/archive/2016/04/yuri-milner-zuckerberg-starshot-interstellar-centauri/477669/

https://it.wikipedia.org/wiki/Mark_Zuckerberg

 

 

Per adesso questa immagine non sembrerà granché, ma è la dimostrazione che la camera a bordo della prima missione europea “Exomars” funziona alla perfezione. In gergo questa si chiama “la prima luce”: è cioè la prima volta che “Exomars”, in viaggio verso Marte dal 14 marzo, ha per così dire aperto gli occhi per guardarsi intorno. E ha visto un cielo punteggiato di stelle. Fin dai primi giorni dopo il decollo il team di scienziati della missione ha avviato un rigoroso controllo di tutti gli strumenti a bordo, sempre con esito positivo. Test accuratissimi sono stati eseguiti sia sulla navicella TGO, da “Trace Gas Orbiter”, sia sul modulo di discesa “Schiaparelli”, il dimostratore che rappresenta per l’Agenzia spaziale europea una nuova grande sfida.

Fondamentale è anche il sistema di comunicazione di TGO, perché dovrà tenere i contatti con la Terra per entrambe le missioni Exomars, tra loro complementari. Il sistema, che si avvale di una parabola larga 2,2 metri, è stato messo alla prova e assicura lo scambio dei dati alla velocità di e Mbit al secondo. Da quei dati sapremo qual è la composizione e l’abbondanza di minime quantità di gas nei dintorni di Marte. L'immagine acquisita dalla camera ad alta risoluzione di TGO (riprodotta qui accanto) è datata 7 aprile e ci fa vedere un angolo di cielo intorno al polo celeste australe. Ovviamente la camera non è progettata per questo genere di immagini, e di questo bisogna tenere conto nel giudizio. Ben altre saranno le immagini del suolo marziano.

Altre informazioni:

 

http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Science/ExoMars/First_light_for_ExoMars

Dopo l’osservazione di onde gravitazionali prodotte dalla fusione di due buchi neri, lo studio di oggetti binari superdensi (buchi neri o stelle di neutroni) in coppia con stelle da cui risucchiano materia sono quanto mai attuali. Ma quando al Sardinia Radiotelescope (SRT) è stata decisa la ricerca su oggetti binari noti per emissione di raggi X ora in corso, l’annuncio delle onde gravitazionali osservate dalle antenne LIGO negli Stati Uniti era ancora lontanodt. Bene: già stanno arrivando i primi risultati, che combinano dati nella banda X raccolti con il satellite “Swift” e dati nella banda radio ottenuti con la grande parabola dell’Osservatorio di Cagliari, da poco diventata operativa (vedi grafico). 

Lo studio, guidato da Elise Egron dell’Inaf, cerca correlazioni tra l’eventuale emissione radio tra 7 e 21 GHz di oggetti binari compatti con segnali in altre bande. Lo scopo è perfezionare i modelli di questi oggetti e dei loro getti relativistici. Nel caso specifico, il sistema GRS 1915+105 ha emesso forti segnali osservati da Elise Egron e colleghi in coincidenza lampi X rilevati da “Swift”. L’osservazione è stata fatta, analizzata e pubblicata quasi in tempo reale con il sistema degli Astronomer’s Telegram. 

Il tutto rappresenta un test promettente per la grande parabola di Cagliari. “SRT ha appena iniziato la sua attività osservativa con l’Early Science Program e sta già producendo risultati di eccellenti», dice Ettore Carretti, responsabile del Sardinia Radio Telescope. «Risultati come l’osservazione di transienti X mostrano la qualità delle prestazioni che il telescopio può fornire. Dodici sono i progetti approvati in questa fase iniziale di operatività, e ci aspettiamo che altri risultati di rilievo arriveranno presto.» Altre informazioni:

http://www.astronomerstelegram.org/?read=8921

https://en.wikipedia.org/wiki/GRS_1915%2B105

 

E’ possibile che una supernova sia esplosa nelle vicinanze del Sistema solare in epoca relativamente recente e la superficie della Luna ne conserverebbe la testimonianza. A questa conclusione sono arrivati ricercatori tedeschi e statunitensi misurando un livello anormale di ferro radioattivo in campioni di rocce lunari prelevate da due diversi siti del nostro satellite dagli astronauti di due missioni “Apollo” (foto). L’isotopo in questione è quello del Ferro 60, che viene prodotto in grande quantità nelle esplosioni di supernova ed ha un tempo di dimezzamento di 2,6 milioni di anni. Il fatto che un eccesso di Ferro 60 sia stato trovato in campioni di suolo lunare fa quindi pensare che quell’isotopo si sia depositato non molti milioni di anni fa. Una conferma interessante sarebbe trovare la stessa quantità dello stesso isotopo in qualche fondale oceanico intatto. La ricerca, pubblicata su “Physical Review Letters” del 13 aprile, secondo gli autori, aiuta a valutare l’effetto che potrebbe avere sulla vita terrestre l’esplosione di una supernova nei dintorni del nostro pianeta.

L’articolo di L. Fimiani, Gunther Korschinek e altri è intitolato “Interstellar 60Fe on the surface of the Moon.

Link a ”Physical Review Letters”: http://journals.aps.org/prl/

 

Si usa dire che i gatti hanno sette vite ma il satellite “Kepler” (disegno) non è da meno. Il 7 aprile i tecnici della Nasa stavano per avviare la Campagna n. 9 della caccia a pianeti di altre stelle (difficilissima ma di particolare interesse perché si trattava di orientarlo verso il centro della Via Lattea, cioè verso milioni di stelle da indagare), quando si sono accorti che “Kepler” era entrato in “Emergency Mode (EM). Già una volta, un paio di anni fa, “Kepler” era stato dato per “morto”. Questa volta sembrava che non ci fosse scampo. Invece c’è stato il miracolo: “Kepler” è vivo e combatte con noi. L’11 aprile, grazie a un intervento tecnico da Terra, il satellite è uscito dalla modalità di emergenza e ora le sue condizioni di salute sono “stabilizzate”. Le parabole del Deep Space Network hanno ripreso normalmente i contatti, l’antenna di “Kepler” ora è regolarmente rivolta verso la Terra. La Campagna n.9 consiste nella ricerca di esopianeti con il sistema del “microlensing”, cioè avvalendosi di piccole lenti gravitazionale – deformazioni gravitazionali dello spaziotempo che permettono di focalizzare luci debolissime. Nel recupero hanno collaborato l’Ames Center della Nasa in California e il Ball Aerospace and the Laboratory for Atmospheric and Space Physics presso l’Università del Colorado a Boulder. L’ultimo contatto regolare con “Kepler” si era avuto il 4 aprile. La prima missione del satellite si era conclusa nel 2012 con la scoperta di 5000 candidati esopianeti intorno a stelle nei pressi della costellazione del Cigno. Più di mille sono stati confermati. Alcuni si trovano nella regione di abitabilità delle loro stelle. Nel 2014 era iniziata la nuova missione denominata K2, rivolta anche allo studio di stelle giovani, supernove ed altri oggetti.

Altre informazioni:

http://www.nasa.gov/feature/ames/kepler/searching-for-far-out-and-wandering-worlds

 

 

Per 9 anni Il North American Nanohertz Observatory for Gravitational Waves (NANOGrav) ha monitorato 54 pulsar nel tentativo di captarne onde gravitazionali a bassa frequenza. Purtroppo gli scienziati che hanno condotto questo programma non sono riusciti a percepire alcun “sussurro” dello spaziotempo, ma il lavoro, pubblicato ora su “The Astrophysical Journal” è comunque prezioso perché pone un limite estremamente accurato alla teoria delle stringhe cosmiche e perché consente di calcolare un limite superiore su particolari sistemi binari di buchi neri. L’ascolto del “fruscio” gravitazionale si è avvalso di due radiotelescopi tra i più sensibili al mondo: quello da 300 metri di Arecibo, Puerto Rico, e il Green Bank Telescope in West Virginia. Bisogna ricordare che le onde gravitazionali hanno (in analogia con le onde elettromagnetiche) un ampio spettro che va milionesimi di miliardesimi di Hz a migliaia di Hz (1 Hz = 1 periodo al secondo). La coalescenza di buchi neri massicci di cui LIGO ha captato il segnale gravitazionale produce onde a frequenza enormemente più elevata delle pulsar tenute sotto controllo da NANOGrav. Siamo, per fare una analogia nel campo degli infrasuoni, mentre le coalescenze “parlano” a frequenze acustiche alla portata dei nostri orecchi. La lunghezza d’onda degli infrasuoni cercati da NANOGrav è dell’ordine di migliaia di anni luce. L’insieme di pulsar e buchi neri binari dovrebbe produrre una specie di lieve ronzio di fondo. La tecnica ricorda quella del GPS: le pulsar hanno il ruolo dei satelliti, la Terra è la nostra auto: si tratta di misurare i minimi spostamenti che la Terra dovrebbe subire per le increspature dello spazio tempo generate da pulsar e sistemi binari. La rotazione delle 54 pulsar (scelte tra quelle più veloci, intorno al millisecondo) ha fornito l’orologio di precisione per le osservazioni. Un esperimento simile svolge in Europa la collaborazione EPTA (European Pulsar Timing Array) a cui partecipa anche il Sardinia Radio Telescope.

Altre informazioni:

http://iopscience.iop.org/article/10.3847/0004-637X/821/1/13

 

http://www.epta.eu.org/

 

E’ il buco nero più massiccio mai osservato: 17 miliardi di masse solari. Già questo primato è una sorpresa: finora i più massicci buchi neri individuati si aggiravano intorno ai dieci miliardi di masse solari. Ma c’è di più. I maggiori buchi neri noti, di solito appartengono a galassie lontanissime, a loro volta immerse in super-ammassi di altre galassie. Invece il buco nero del record non è poi tanto lontano da noi: si trova a 200 milioni di anni luce, cioè, su scala cosmica, quasi dietro l’angolo, nella costellazione di Eridanus. Non solo: occupa il centro di una galassia ben nota, NGC 1600 (foto), che appartiene a una piccola famiglia di una ventina di galassie. Qualcosa di paragonabile al Gruppo Locale di cui fanno parte la nostra Via Lattea, le Nubi di Magellano, M33 e la galassia di Andromeda M 31.

Ma la cosa più stupefacente, fa notare Jens Thomas, uno degli autori dell’articolo pubblicato sull’ultimo numero di “Nature”, è che il super-buco nero risulta 10 volte più massiccio della sua galassia. Questa valutazione si basa sulla scoperta (fatta grazie a un ampio lavoro statistico svolto con il telescopio spaziale “Hubble”) che più è grande il nucleo galattico (tecnicamente, in inglese,“bulge”), più massiccio è il buco nero che ne occupa il centro.

Altre informazioni:

http://sci.esa.int/hubble/57673-behemoth-black-hole-found-in-an-unlikely-place-heic1607/

https://en.wikipedia.org/wiki/NGC_1600

http://www.nature.com/index.html

 

 

 

La cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko ha cambiato e continua a cambiare colore e luminosità a mano a mano che varia la sua distanza dal Sole. Le trasformazioni non sono sfuggite agli occhi vigili dello strumento Virtis a bordo della sonda europea “Rosetta” che continua a orbitare intorno alla cometa spiandone le minime metamorfosi. Dà conto di questa evoluzione un articolo sulla rivista di planetologia “Icarus”. Virtis opera sia nel visibile sia nell’infrarosso (con uno spettrometro) e a partire dal 2014 ha potuto compiere osservazioni a distanze variabili tra 100 e 10 chilometri dal nucleo cometario. Il cambiamento di colore e luminosità preso in esame dall’articolo è quello manifestatosi nel passare da una distanza di 542 milioni di chilometri dal Sole a 438. Quando “Rosetta” arrivò, trovò una cometa estremamente scura, con un potere riflettente medio appena del 6%. Le piccole differenze hanno dato informazioni sui materiali della superficie. La luminosità è poi cresciuta del 34% e la riflettività della Regione Imhotep (foto) è passata dal 6,4 al 9,7%. Ciò è interpretato come segno di presenza di acqua che andava sublimando. In complesso la superficie cometaria si è dimostrata notevolmente dinamica. L’interpretazione dei fenomeni osservati si potrà completare quando potremo analizzare il processo inverso, ora che da 8 mesi la cometa sta addentrandosi sempre più nel gelo.

Altre informazioni:

http://sci.esa.int/rosetta/57682-the-colour-changing-comet/

http://www.journals.elsevier.com/icarus/

 

 

Mentre ci si prepara a osservare il transito di Mercurio davanti al Sole il prossimo 9 maggio, è utile un aggiornamento sulla navicella spaziale europea “BepiColombo” (disegno) che partirà tra due anni (aprile 2018) verso questo pianeta che è il più piccolo e il più vicino al Sole. Si tratta di una delle missioni “cornerstone”, cioè di quelle di maggior impegno finanziario, tecnologico e scientifico dell’ESA. Giuseppe Colombo, familiarmente Bepi, è stato un grande matematico e meccanico celeste dell’Università di Padova. Sua la scoperta del vero periodo di rotazione di Mercurio, sua l’idea del “satellite al guinzaglio”, sue originali soluzioni per identificare le rotte spaziali economicamente più interessanti. Logico, dunque, che la missione “BepiColombo” abbia una larga partecipazione italiana tramite l’ASI e l’INAF: quattro esperimenti su 11 coinvolgono l’INAF. In questi giorni la guida scientifica dell’esperimento Simbio-Sys è passata da Enrico Flamini a Gabriele Cremonese.

“BepiColombo” si compone di due moduli: l’MPO (Mercury Planetary Orbiter), composto da 11 strumenti realizzati in Europa, e l’MMO (Mercury Magnetospheric Orbiter) composto da 10 sensori realizzati in Giappone. L’MPO avrà come obiettivi studiare la superficie, la struttura interna e l’ambiente di Mercurio, e aumentare notevolmente l’accuratezza di alcune misure rilevanti in teoria della Relatività generale, quindi legati alla fisica fondamentale. L’MMO invece avrà il compito di studiare la magnetosfera ed esosfera di Mercurio e il mezzo interplanetario.

Altre informazioni:

http://www.media.inaf.it/tag/bepicolombo/

 

http://www.media.inaf.it/2016/04/05/bepicolombo-mercurio/

 

Dopo l’osservazione di onde gravitazionali il 14 settembre 2015 da parte della collaborazione americana LIGO si è scatenata la ricerca di una controparte elettromagnetica dell’evento, generato secondo i calcoli, dalla fusione (coalescenza) di due buchi neri di circa 30 masse solari ciascuno (disegno). In un primo tempo una emissione di raggi gamma è stata segnalata quasi in coincidenza con l’osservazione delle onde gravitazionali. Ora una attenta analisi dei dati raccolti dal satellite europeo per raggi gamma INTEGRAL ha dimostrato che non c’è coincidenza di nessun tipo tra le due osservazioni, che devono quindi essere considerate indipendenti. Ciò sarebbe in accordo con le previsioni dei modelli di coalescenza, secondo i quali non dovrebbe esserci emissione di radiazione elettromagnetica a nessuna lunghezza d’onda. L’appello per la ricerca di controparti elettromagnetiche fu lanciato dalla collaborazione LIGO due giorni dopo l’osservazione del segnale gravitazionale. L’articolo sulla non-coincidenza dell’evento gamma è stato pubblicato dalla rivista “The Astrophysical Journal Letters”:

http://iopscience.iop.org/article/10.3847/2041-8205/820/2/L36

Altre informazioni:

 

http://sci.esa.int/integral/57655-integral-sets-limits-on-gamma-rays-from-merging-black-holes/








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