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  • 26/06/2008 - L’eclisse di Omero: più fumo che arrosto

    L’eclisse di Omero: più fumo che arrosto

    L’eclisse di Omero: più fumo che arrosto

    Sta facendo molto rumore sui giornali e nelle tv di mezzo mondo un articolo pubblicato sulla Rivista dell’Accademia delle Scienze Americana “PNAS”. Secondo questo articolo, l’eclisse totale di Sole descritta da Omero nel ventesimo libro dell’Odissea non sarebbe frutto della fantasia del poeta ma risulterebbe realmente accaduta il 16 aprile 1178 a.C. L’articolo di “PNAS” è firmato dagli astronomi Marcelo Magnasco, dell’americana Rockefeller University e Constantino Baikouzis, dell’Osservatorio argentino di La Plata.

    Analizzando i testi omerici alla ricerca di riferimenti astronomici da controllare sulla base di dati scientifici, i due astronomi sostengono di aver identificato quattro precise descrizioni di eventi celesti che compaiono dell’Odissea prima, durante e dopo la strage dei proci compiuta da Ulisse. Questi eventi si riferiscono a posizioni di costellazioni e pianeti nel cielo e culminano con l’eclisse totale di Sole che accompagna la discesa nell’Ade dei Proci. I calcoli degli astronomi avrebbero dimostrato che quelle che potrebbero sembrare ‘descrizioni poetiche’ contengono riferimenti astronomici tali da permettere di datare la caduta di Troia appunto in rapporto all’eclisse del 6 aprile 1178 a.C.

    Il clamore intorno alla “scoperta”, secondo alcuni esperti di meccanica celeste, non è giustificato. Il lavoro dei due astronomi, ricorda Salvo De Meis, riprende in sostanza un articolo del 1926 di Carl Schoch. Questo studioso fu il primo a utilizzare la differenza tra tempo dinamico e tempo universale per ricostruire eventi e fenomeni celesti del lontano passato, specie con riferimento all’astronomia babilonese.

    In ogni caso, sulla base dei calcoli più aggiornati, l’eclisse del 16 aprile 1178 a Itaca non fu totale ma parziale. Il 2 per cento del disco solare rimase scoperto e ciò è più che sufficiente a lasciare una luminosità diffusa che non ha nulla a che vedere con l’effetto emotivo della totalità. Basterebbe questo fatto a rendere molto più debole la tesi dei due astronomi, peraltro riesumata da un articolo oltre ottanta anni fa.

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