Astro News a cura di Piero Bianucci

Il 30 settembre 2013 sarà ricordato come un grande giorno per l’astrofisica italiana e non solo: oggi alle 11,30 vicino a Cagliari è stato inaugurato il Sardinia Radio Telescope (SRT), una parabola dal diametro di 64 metri che mette il nostro paese all’avanguardia nel campo della radioastronomia. Alla cerimonia ha partecipato Maria Chiara Carrozza, ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca.  Inserita in una struttura alta come un edificio di 20 piani, questa parabola orientabile è la più grande d’Europa e la seconda del mondo. La sua superficie, costituita da circa mille pannelli di alluminio, mantiene la giusta curvatura con la precisione di frazioni di millimetro anche quando, per l’orientamento assunto dalla parabola, la gravità tenderebbe a deformarla. Diecimila saldature di alta precisione sono state necessarie per tenere insieme una struttura che impiega complessivamente 15 mila tonnellate di ferro.
Utilizzando diverse posizioni focali, il Sardinia Radio Telescope (foto) coprirà le frequenze da 0,3 a 100 GHz. Molte le applicazioni. In astrofisica sarà possibile studiare pulsar, nubi interstellari dove si formano molecole più o meno complesse, quasar, blazar e altri oggetti. Un eccezionale potere di risoluzione si otterrà usando questa parabola nel network europeo e mondiale con la tecnica dell’interferometria a larghissima base Ma una forte risoluzione si otterrà anche in interferometria "locale" con le altre due parabole nazionali, quella di Medicina, in provincia di Bologna, e quella di Noto, in Sicilia. Una ricerca prevista è anche nell’ambito di segnali intelligenti di origine extraterrestre (SETI). Applicazioni di utilità pratica saranno nel settore della geodesia e della geodinamica. Inoltre con questa parabola si potranno tenere i collegamenti radio con sonde interplanetarie in viaggio nello spazio profondo. Finanziato dal ministero dell’Istruzione e Ricerca, dall’Agenzia spaziale italiana , dall’Inaf e dalla Regione Sardegna, SRT sorge a Pranu Sanguni, 35 chilometri da Cagliari, nel comune di San Basilio.
Il sito: http://www.srt.inaf.it/

In un convegno che si è svolto il 23 settembre a Londra presso la Royal Society è stata annunciata una più precisa datazione dell’origine della Luna. L’età del nostro satellite si collocherebbe tra 4,4 e 4,45 miliardi di anni fa. Si tratta di una revisione al ribasso (ma di poco: circa 100 milioni di anni). L’età del sistema solare, in base alla datazione delle meteoriti, è attualmente stimata in 4,568 miliardi di anni. A generare la Luna sarebbe stato l’impatto di un protopianeta con la massa all’incirca di Marte, formatosi in uno dei punti lagrangiani vicini alla Terra. Destabilizzato dal suo delicato equilibrio gravitazionale, il protopianeta sarebbe precipitato sulla Terra strappando dai suoi strati superiori (litosfera e mantello) il materiale cge avrebbe poi formato la Luna.  La ricerca è stata presentata da Richard Carlson (Carnegie Institution for Science di Washington). "Ci sono – dice Carlson – varie importanti implicazioni di questa formazione tardiva,che ancora non sono state ben definite. Per esempio, se la Terra era già in parte differenziata prima dell’impatto, parte dell’atmosfera primordiale potrebbe essere stata dispersa nello spazio. Inoltre, per la differenziazione geologica, gli elementi più pesanti come il ferro erano scesi verso il centro del pianeta, mentre quelli più leggeri migravano verso l’alto: ma a che punto era questo processo?”

La navicella spaziale “Deep Impact” (disegno) ha concluso la sua missione dopo aver viaggiato nello spazio interplanetario per nove anni, durante i quali parcorso 7,6 miliardi di chilometri e trasmesso mezzo milione di immagini, in buona parte dedicata a due incontri con nuclei di comete. Il centro di controllo per lo spazio profondo di Pasadena (Stati Uniti) ha perso il contatto con la sonda l’8 agosto scorso. Le comete esplorate da “Deel Impact” sono la Tempel 1 nel luglio 2005 e la Hartley 2 nel novembre 2010. Nel primo rendez-vous colpì la cometa con un potente proiettile per sondarne la struutura interna e la composizione. Del gennaio 2012 è una ripresa (da lontano) della cometa Giarradd. L’ultimo servizio utile fornito dalla navicella della Nasa è del giugno scorso: immagini della cometa ISON, il cui passaggio vicino alla Terra è previsto per la fine di novembre. Altre informazioni: http://it.wikipedia.org/wiki/Deep_Impact_(missione_spaziale)
La notizia è sull’ultimo numero di “Nature”: è stata scoperta una pulsar, cioè una stella di neutroni in rapidissima rotazione che lancia nello spazio un potente fascio ora di onde radio ora di raggi X, come un faro a due luci molto diverse tra loro. Si tratta della pulsar IGR J18245-2452, studiata da un team internazionale diretto dall’italiano Alessandro Papitto dell’Istituto di scienze spaziali di Barcellona. “È l’anello mancante che gli astronomi hanno cercato per decenni: un sistema che mostra le proprietà di due classi di stelle, e ne dimostra il profondo legame evolutivo” sottolinea Alessandro Papitto. “Da oltre 30 anni la teoria prevede che le pulsar radio più rapidamente rotanti fossero un tempo delle pulsar a raggi X che, catturando materiale da un disco di gas circostante prodotto dalla stella compagna, sono state portate a ruotare sempre più velocemente. Dopo un intervallo di tempo di centinaia di milioni di anni, la materia proveniente dal disco si riduce fino a cessare completamente e la stella di neutroni diventa una pulsar radio in rapidissima rotazione” spiega Luigi Stella, dell'Osservatorio Astronomico INAF di Roma. Ora, combinando osservazioni fatte con vari telescopi orbitanti (Swift, Chandra, Integral, Newton) della Nasa e dell’Esa, la teoria ha trovato conferma. Nella foto: la pulsar della Vela. L’articolo su “Nature” del 25 settembre: http://dx.doi.org/10.1038/nature12470
Ogni secondo sulla Terra si producono da 50 a 100 potenti scariche elettriche (foto) tra nubi temporalesche e tra nubi e suolo. Le folgori scaldano l’aria a circa 30 mila °C: le luci guizzanti che vediamo sono quindi essenzialmente dei plasmi dalla vita effimera, e il tuono è appunto dovuto alla rapida espansione dell’aria surriscaldata. Meno noto è che sopra un fulmine ordinario, si formano sprites rossi e sprites blu, getti di antimateria che a loro volta si annichilano generando raggi gamma indicati come “Terrestrial Gamma-ray” (TGF). Di questi fenomeni si sa pochissimo. L’esperimento chiamato Firestation a bordo della Stazione Spaziale Internazionale (ISS) probabilmente risolverà questo enigma. Firestation è un pacchetto di sensori progettati per esplorare i legami tra TGF, fulmini ordinari e sprites. “La Stazione Spaziale utilizzerà Firestation direttamente sopra migliaia di temporali per tutta la durata dell'esperimento, cioè per un anno", spiega Doug Rowland del Goddard Space Flight Center della Nasa. Firestation ha la capacità di osservare i temporali a più lunghezze d'onda contemporaneamente. È possibile registrare onde radio, misurare bagliori ottici (compresa la luce rossa e blu di sprites) e rilevare raggi gamma dovuti ad annichilazione di materia con antimateria. L’articolo originale: http://science.nasa.gov/science-news/science-at-nasa/2013/10sep_firestation
L’osservatorio orbitante per raggi X “Chandra” della Nasa e il suo cugino europeo “XMM-Newton” hanno scoperto un enorme inviluppo ramificato di gas caldo nell’ammasso di galassie della Chioma di Berenice (foto). La struttura di plasma individuata si estende per almeno mezzo milione di anni luce. L’ammasso della Chioma è caratterizzato dalla presenza non di una ma di due galassie giganti ellittiche nella sua zona centrale. Queste galassie sono probabilmente il risultato della fusione di due precedenti ammassi di galassie minori. L’inviluppo di gas caldo (la sua temperatura è di molti milioni di Kelvin) con la sua struttura modellata dalla gravità e i suoi moti turbolenti permette di dedurre la distribuzione passata e attuale della massa di materia, risalendo fino all’epoca della collisione tra galassie Dalla dinamica dell’inviluppo i ricercatori stimano che esso abbia un’età di circa 300 milioni di anni. L’articolo che espone i risultati di questa ricerca è apparso il 20 settembre sulla rivista “Science”. Primo autore è Jeremy Sanders del Max Planck Institute for Extraterrestrial Physics di Garching (Germania).. L' abstract dell'articolo di "Science": http://www.sciencemag.org/content/341/6152/1365
Dal 1996 al 2012 l’attività solare ha causato 26 casi di malfunzionamento di satelliti artificiali. Lo documenta uno studio del MIT. A disturbare l’elettronica dei satelliti, talvolta fino a metterla fuori uso, è il vento solare (disegno), un flusso di particelle cariche (elettroni e protoni) che durante le tempeste magnetiche della nostra stella diventa particolarmente denso ed energetico. Il ciclo solare sta attraversando nel 2013 il periodo culminante della sua attività undecennale ma, per fortuna dal punto di vista dell’efficienza dei circa 600 satelliti artificiali attivi intorno alla Terra, questo ciclo è alquanto moderato, con un numero di macchie solari inferiore a quello dei cicli precedenti. In realtà dagli Anni 50 del secolo scorso in poi si assiste una fase calante dell’attività del Sole. I satelliti più colpiti sono quelli che funzionano da ripetitori (telecomunicazioni). E’ emerso un dato curioso difficilmente spiegabile: nella maggior parte dei casi le anomalie si sono verificate quando le perturbazioni del campo magnetico terrestre dovute al Sole erano relativamente basse. Queste perturbazioni sono misurate da un indice chiamato Kp, che i progettisti e gestori di satelliti analizzano regolarmente considerandolo un buon indicatore del livello di radiazioni a cui è esposta la strumentazione del satellite. Un Indice Kp alto (il suo valore può andare da 0 a 9) è considerato “a rischio”. Ma i malfunzionamenti documentati da questo studio sono avvenuti quando l’indice Kp era sotto il livello 3. Gli autori dello studio ne concludono che per i satelliti sia più preoccupante un’altra misura: quella del flusso di elettroni ad alta energia dal Sole, che al contrario dell’indice Kp è alto soprattutto durante la fase calante del ciclo di 11 anni di attività solare. Nel tempo, gli elettroni provenienti dal Sole potrebbero accumularsi all’interno del satellite, portando a un eccesso di carica elettrica che danneggia gli amplificatori e altri circuiti.
La parte più interessante della nostra galassia, la Via Lattea, è quella centrale, il “bulge” (rigonfiamento) dal quale si distaccano i due bracci a spirale principali. Ma per la densità di stelle e la presenza di fitte e grandi nubi di materia oscura questa regione della Via Lattea è anche quella che conosciamo di meno. Ora due gruppi di ricercatori utilizzando il telescopio per survey VISTA dell’Osservatorio australe europeo (foto) e misurando il moto di centinaia di deboli stelle del rigonfiamento galattico, sono riusciti a ricostruirne la struttura tridimensionale. Questa struttura ha la forma di una X un po’ distorta, ma se viene osservata sotto un’altra angolazione può apparire con una forma che ricorda quella di una arachide. Il Bulge della nostra galassia si trova a 27 mila anni luce da noi ed è costituito da diecimila milioni di stelle distribuite in un volume ovoidale di circa 10.000 per 6000 anni luce. Uno dei due gruppi che hanno svolto la ricerca, avvalendosi anche di simulazioni al computer, ha preso in esame 22 milioni di stelle giganti rosse del bulge. L’altro gruppo ha rilevato il moto di 400 stelle confrontando immagini di oggi con quelle di 11 anni fa. Altre informazioni: http://www.media.inaf.it/tag/rigonfiamento-galattico/

Il telescopio spaziale “Hubble”, 34 ore di posa con una camera sensibile all’infrarosso e un potente effetto di lente gravitazionale hanno permesso agli astronomi di ottenere una straordinaria immagine dello spazio più profondo al di là dell’ammasso di galassie chiamato Abell 1689. L’aspetto più sorprendente ed eccezionale è che le galassie osservate attraverso la lente gravitazionale risultano incredibilmente ricche di ammassi globulari e che le dimensioni di questi ammassi sono circa il doppio 
rispetto a quelli della nostra Via Lattea. I ricercatori sono riusciti a contare diecimila ammassi globulari, ma stimano che il loro numero sia intorno a 160 mila. Poiché gli ammassi globulari si sono formati tra uno e due miliardi di anni dopo il Big Bang, questa immagine ci porta alla giovinezza dell’universo svelandoci ammassi globulari primordiali e il loro importantissimo ruolo nelle prime fasi di sviluppo del cosmo. La ricerca, che comparirà su “The Astrophysical Journal” il 20 settembre, è stata anticipata nel sito online della rivista. Vi hanno partecipato ricercatori guidati da Karla Alamo-Martinez della National Autonomous University of Mexico.
Altre informazioni: 

 

La navicella spaziale della Nasa "Voyager 1" (disegno) è ufficialmente il primo oggetto costruito dall'uomo che si avventuri nello spazio interstellare. Lanciata 36 anni fa, la sonda si trova ora a 19 miliardi di chilometri dal Sole e i suoi strumenti hanno registrato i segnali dell'uscita dall'eliosfera, cioè dalla bolla di plasma sotto l'influenza magnetica della nostra stella. Lo annuncia un articolo pubblicato oggi sulla rivista "Science" con la prima firma di Don Gunnett dell'University of Iowa. "Gli ultimi dati trasmessi dalla sonda - dice Ed Stone, del California Institute of Technology - indicano che Voyager 1 è entrato nella zona di transizione al mezzo interstellare. Per avere questa certezza gli scienziati hanno atteso che una grande emissione di plasma da parte del Sole avvenuta nel marzo 2012 arrivasse fino alla regione dello spazio dove si trova il Voyager 1. Ciò è avvenuto 13 mesi dopo, nell'aprile di quest'anno. L'onda di plasma è stata registrata dalla navicella il 9 aprile ed è risultata 40 volte più densa del plasma che normalmente ora circonda la navicella. Mettendo insieme altri dati, gli scienziati hanno concluso che Voyager 1 è entrato nello spazio interstellare nell'agosto 2012. Naturalmente l'eliopausa non è un confine netto, ma finalmente si può dire che una sonda spaziale ha lasciato il "regno" del Sole per affrontare le incognite dello spazio interstellare. Voyager 1 e 2 sono sonde gemelle partite a distanza di 16 giorni l'una dall'altra nel 1977. La potenza dei loro segnali è di appena 23 watt, come una lampadina da frigorifero.

Forse viviamo al centro di  una regione dell’universo più vuota della media, in una “bolla di Hubble” per usare l’espressione usata per indicare queste “caverne” tra le galassie (disegno). E’ quanto si legge in un articolo pubblicato su “The Physical Review Letters” da un gruppo di ricerca dell’Università di Heidelberg con prima firma di Valerio Marra. Un altro italiano, Luca Amendola, è a capo del team di Heidelberg. Il lavoro fatto è di tipo teorico e punta a spiegare le discrepanze tra le misure di velocità di espansione dell’universo. Alla base ci sono le misure della costante di Hubble ricavate della mappa del fondo di radiazione cosmica nelle microonde tracciata con il satellite europeo “Planck” messe a confronto con la misura della stessa costante prendendo in considerazione il movimento delle galassie vicine alla Via Lattea. La differenza tra i due risultati è circa del 9 per cento, una quantità troppo rilevante per poter essere attribuita a errori di misura. La spiegazione sarebbe quindi di carattere fisico: “Ammettiamo – dice Marra – che la Via Lattea sia effettivamente localizzata in una bolla di Hubble: la materia fuori dalla bolla attrarrebbe allora le galassie a noi vicine in maniera così intensa che si muoverebbero con una velocità maggiore della media. In tal caso troveremmo una costante di Hubble più grande, che si applicherebbe ai nostri dintorni ma non a tutto l’universo nel suo complesso.”
L’articolo originale: http://prl.aps.org/abstract/PRL/v110/i24/e241305

 

Alle 3,40 del 6 settembre (ora della costa Est degli Stati Uniti) dalla base di Wallops è partita la missione robotica della Nasa LADEE per lo studio dell'ambiente lunare: i suoi strumenti dovranno analizzare un misterioso alone di polveri e la tenuissima atmosfera generata dal vento solare che circondano il nostro satellite.  Il lancio (foto) è perfettamente riuscito. Per l'arrivo in orbita lunare però bisognerà attendere 30 giorni in quanto, per raggiungere il satellite della Terra, la sonda segue una traiettoria a bassa richiesta di energia. Il costo della missione è contenuto in 280 milioni di dollari. Grande come una utilitaria, LADEE (Lunar Atmosphere and Dust Explorer), ha un consumo di elettricità pari a quello di cinque lampadine (300 watt complessivi).
Filmati e altre informazioni:
http://www.nasa.gov/mission_pages/ladee/main/index.html
http://www.nasa.gov/mission_pages/ladee/infographic/

Solo scavando, scavando e scavando – dicono alla Nasa – c’è ancora una debole speranza di trovare qualche forma di vita primordiale su Marte, estinta o, se siamo molto fortunati, sopravvissuta.  Uno studio recente svolto nel sottosuolo terrestre incoraggia i tifosi della vita su Marte a tutti i costi. Negli Anni 70 i biologi scoprirono la  Cansiliella servadeii, un piccolo coleottero cavernicolo (foto). Questo insetto ora è stato studiato nel suo ambiente, una profonda cavità del Monte Ciaurlec sopra Pordenone,
da un team di ricerca  internazionale guidato da Maurizio G. Paoletti del Dipartimento di Biologia dell’Università di Padova, i cui lavori sono stati appena pubblicati sull’International Journal of Speleology e BMC Microbiology. Osservata a 500 metri di profondità, la Cansiliella servadeii si alimenta di batteri e delle loro aggregazioni racchiuse in una matrice protettiva (biofilm) che si sviluppano sulle concrezioni di un materiale pastoso costituito di microcristalli calcarei (moonmilk) costantemente percolato d’acqua. Il coleottero vive inserito in una catena alimentare totalmente slegata dall'ambiente esterno. Quasi tutti i sistemi ecologici biologici terrestri (compresi quelli delle grotte) sono intimamente legati alla fotosintesi clorofilliana, alla luce solare e quindi all'ambiente esterno. Solo specialissime forme viventi (solfobatteri) riescono a sfruttare un’altra energia, quella chimica, trasformando ad esempio i solfuri in zolfo e poi in solfati, alimentando così altri organismi. La Cansiliella servadeii» fa parte di un’altra catena alimentare autonoma che apre nuove prospettive non solo alla biologia e all’ecologia del sottosuolo, ma anche all’astrobiologia. 
 

Su più di 400 proposte per missioni spaziali verso asteroidi e/o per proteggere la Terra dai loro impatti,  la Nasa ha scelto le più promettenti. La selezione però sarà ancora lunga e durissima, perché le idee "sopravvissute" alla selezione sono 96. Le proposte vengono da università, centri di ricerca e industrie aerospaziali. Alcune sono vere e proprie imprese di ingegneria planetaria: si parla di pilotare asteroidi, modificarne l'orbita e il moto di rotazione sul proprio asse, sfruttare risorse minerarie e così via. C'è attesa, ora per vedere quale sarà il budget che il governo statunitense è disposto a mettere a disposizione. E' noto, però, che il presidente Obama è molto interessato all'esplorazione degli asteroidi in missioni con astronauti a bordo e che in prima persona ha sollecitato la raccolta delle proposte. La conquista di uno o più asteroidi è considerata un necessario preliminare per la preparazione del viaggio a Marte previsto dopo il 2030.
Intanto si fa il bilancio della missione Kepler per la ricerca di esopianeti dopo la rinuncia definitiva a cercare di rimediare un guasto al sistema di puntamento. La navicella ha comunque svolto un lavoro superiore a ogni aspettativa: per quasi 4 anni ha esplorato uno spazio apparente di volta celeste pari a 100 gradi quadrati vicino alla costellazione del Cigno e il suo sistema di puntamento ha garantito una stabilità paragonabile all'angolo sotteso da un granello di sale alla distanza di mezzo chilometro. Le stelle esaminate sono state più di 150 mila (disegno), migliaia i candidati  esopianeti individuati.
Altre informazioni:
Le "onde di Sakharov", oscillazioni degli atomi primordiali che avrebbero creato, subito dopo il Big Bang, nel brevissimo periodo dell'inflazione, le disomogeneità che sarebbero poi diventate i "semi delle galassie", sono state riprodotte -in miniatura - in un laboratorio del California Institute of Technology ad opera del fisico Chen-Lung Hung e della sua équipe. Miniatura è la parola esatta, in mancanza di meglio: i fisici del Caltech hanno confinato 10 mila atomi di cesio raffreddati a un miliardesimo di kelvin (quasi allo zero assoluto) disponendoli in una fila lunga 70 micron, corrispondenti allo spessore di un capello. In questa catena di atomi super-freddi è stato possibile osservare le "onde di Sakharov", previste dal famoso fisico russo.Questo esperimento aiuterà a interpretare le strutture osservate con il satellite "Planck" nella radiazione cosmica di fondo (foto). 
L'articolo originale:

Il Sole ha un gemello: la stella più simile alla nostra nota agli astronomi è HIP 102152 e si trova nella costellazione del Capricorno a 250 anni luce. Gemello però non è la parola più adatta. C'è la somiglianza, ma l'età è molto diversa. HIP102152 è una stella più assai più vecchia del Sole: non 4,6 miliardi di anni (corrispondenti al vigore della maturità) ma ben 8,2 miliardi (corrispondenti alla senilità). Questo particolare risulta interessante, perché ci permette di vedere come sarà la nostra stella quando diventerà più anziana.

La stella che ci interessa è stata studiata con il VLT, Very Large Telescope (foto), dell'ESO da astronomi brasiliani. E' stata la percentuale di litio presente nella stella a permettere di precisare il dato anagrafico.  L'équipe brasiliana ha studiato due gemelli solari: uno che si pensava fosse più giovane del Sole (18 Scorpii) e uno più vecchio (HIP 102152). Hanno usato lo spettrografo
UVES sul VLT (Very Large Telescope) all'Osservatorio del Paranal dell'ESO per analizzarne nei minimi particolari la composizione chimica.

ESO, Paranal: http://certificate.ulo.ucl.ac.uk/modules/year_one/www.eso.org/paranal/index.html

Questa volta la notizia è tutta nella straordinaria immagine qui accanto: state guardando una eclisse anulare di Sole dalla superficie di Marte, e la "luna" che occulta buona parte del disco solare è Phobos, il maggiore dei due piccoli satelliti delpianeta rosso. L'immagine è stata ripresa il 17 agosto dal rover della Nasa "Curiosity", e mai nome fu più appropriato. In quel giorno il robot americano era al suo 369esimo sol (il sol è il giorno marziano, e dura circa mezz'ora più di quello terrestre) da quando ha iniziato la sua esplorazione. Di forma lievemente irregolare, Phobos ha un diametro medio di 22 chilometri e orbita a 9500 chilometri dal pianeta rosso. Come l'altra luna marziana, Deimos, fu scoperto da Asaph Hall il18 agosto 1877. 

Forse il bolide esploso il15 febbraio a est degli Urali sulla città russa di Celyabinsk, prima di finire sul nostro pianeta in una pioggia di meteoriti, era entrato in collisione con un altro corpo del Sistema solare. Un'altra ipotesi è che sia passato molto vicino al Sole.

E' quanto è stato comunicato il 28 agosto nel corso della Conferenza Goldshmidt organizzata a Firenze dalla Associazione Europea di Geochimica. Un gruppo di ricercatori russi ha presentato l'esito dei primi esami chimico-fisici. Tre campioni del bolide ripescati nel lago Cerbakul (foto) hanno mostrato chiari segni di un processo di fusione precedente al surriscaldamento dovuto all'ingresso nell'atmosfera terrestre. “Il meteorite che si è schiantato vicino il lago di Celyabinsk è molto primitivo e appartiene alla famiglia delle condriti LL5: per molti meteoriti di questo tipo è abbastanza comune avere incontrato un processo di fusione prima di cadere a
Terra”, ha riferito l’autore della ricerca, Victor Sharygin. Gli studi del suo team si basano essenzialmente sul colore e sulla struttura dei frammenti, che sono stati classificati in tre tipi: leggeri, scuri e intermedi. I più leggeri sono anche i più comuni, mentre i più scuri sono stati trovati in gran numero vicino al luogo dell’impatto. Questi frammenti sono stati prodotti dalla fusione conseguente all’alta velocità durante l’ingresso nell'atmosfera.
 

C’è dell’acqua sulla Luna, imprigionata in minerali derivati dal consolidamento di materiale allo stato magmatico. E’ stato accertato con lo strumento della Nasa M3 (Moon Mineralogy Mapper) a bordo della navicella spaziale indiana Chandrayaan-1. E’ la prima volta che si ottiene un’evidenza di acqua in minerali lunari dopo quella individuata nei campioni del suolo del nostro satellite portati a terra dalle missioni Apollo (1969-1972). La regione lunare dove è avvenuto il ritrovamento è quella nelle vicinanze del cratere Bullialdus, ha spiegato il geologo Rachel Klima del Johns Hopkins University Applied Laboratory. Lo strumento M3 nel 2009 aveva trovato molecole di acqua nelle regioni polari della Luna, ma quelle molecole si erano formate per azione del vento solare. Questa volta si tratta invece di acqua di origine magmatica che deriva dalla storia geologica del nostro satellite.
Intanto tutto procede regolarmente nella preparazione del lancio della capsula LADEE dalla base Nasa di Wallops il 6 settembre alle 11,27. LADEE, navicella che ha le dimensioni di un’auto utilitaria (foto),  ha come obiettivo lo studio della tenuissima atmosfera lunare generata dalle particelle del vento solare e della polvere cosmica dispersa intorno alla Luna.
 

Il satellite “Fermi” per lo studio dell’universo nelle alte energie (disegno) ha festeggiato il suo quinto anno di vita attiva in orbita. Nato con il nome-sigla GLAST, Gamma Ray Large Area Space Telescope, “Fermi” è andato nello spazio l’11 giugno 2008 ed è diventato operativo qualche mese dopo. Da allora ha scandagliato il cielo per il 6 per cento del tempo, una efficienza davvero eccezionale. I segnali catturati sono stati 300 miliardi, dai quali sono stati estratti 1,8 miliardi di eventi che, a loro volta filtrati, hanno messo a disposizione degli scienziati 268 milioni di eventi gamma. Sono già stati rilasciati due cataloghi di sorgenti. Il secondo catalogo mostra che i buchi neri supermassicci sono molto comuni nelle galassie attive: “Fermi” ne ha identificati circa mille. Un’altra classe di oggetti piuttosto numerosa è quella delle pulsar – stelle di neutroni – della nostra galassia.. Prima di “Fermi” se
ne conoscevano soltanto sette, oggi siamo arrivati a 140. Notevole anche il numero di resti di supernova identificata nella radiazione gamma e dei lampi gamma risalenti alla formazione di supernove in tempi remotissimi.
Altre informazioni sull’attività del satellite “Fermi”:
 http://www.nasa.gov/mission_pages/GLAST/main/index.html
 








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