Astro News a cura di Piero Bianucci

  • 26/09/2015 - Identikit (teorico) di un nuovo tipo di materia oscura (forse identificabile al Cern con LHC)

    Identikit (teorico) di un nuovo tipo di materia oscura (forse identificabile al Cern con LHC)

    Identikit (teorico) di un nuovo tipo di materia oscura (forse identificabile al Cern con LHC)

     

     

     

     

    La materia oscura potrebbe essersi formata all’alba dell’universo grazie all’altissima temperatura del Big Bang: in quelle condizioni estreme una teoria di recente elaborazione prevede che si formino particelle stabili come i protoni e i neutroni in cui sono confinati quark pesanti esotici tenuti insieme da una forza forte diversa da quella che confina i quark nei protoni e nei neutroni; queste particelle, centinaia di volte più pesanti, sarebbero soggette a un tipo di interazione diverso da quello della materia ordinaria e quindi (per ora) inaccessibili ai nostri esperimenti. Dunque materia oscura tenuta insieme da una forza oscura. Tuttavia il modello teorico permette di sperare che particelle di questo tipo o derivanti dal loro rarissimo decadimento possano essere rivelate con l’attuale energia di 13 TeV raggiunta dal Large Hadron Collider (LHC) del Cern di Ginevra (foto). E’ questo in sintesi il senso di un lavoro svolto da fisici teorici al Livermore Lawrence Laboratory (California) pubblicato su “Physical Review Letters”. Tra i coautori compaiono alcuni nomi italiani.

    «La materia oscura è oscura proprio perché interagisce in maniera quasi impercettibile con la materia visibile. Qualsiasi teoria per la materia oscura deve poter spiegare il fatto che l’interazione attuale con la nostra materia è così minimale, ma allo stesso tempo che le due siano state in interazione all’inizio dell’universo. La nostra teoria, che comunque non consiste in una “copia oscura” della materia visibile (basti il fatto che i “barioni” stabili sono “bosoni”, come per esempio i mesoni della nostra materia, e non “fermioni” come i protoni o i neutroni) - spiega Claudio Rebbi della Boston University, uno dei coautori - soddisfa questi requisiti e offre anche spiragli che potrebbero permetterne la produzione all’LHC».

    L’articolo originale: http://arxiv.org/abs/1503.04205

     

     

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