Astro News a cura di Piero Bianucci

 

Importanti molecole prebiotiche sono state scoperte sui grani di ghiaccio interstellari sparsi in una nube di gas che si trova vicino al centro della Via Lattea, a 25 mila anni luce da noi. Tra queste molecole, individuate usando il radiotelescopio di Green Bank in Virginia (foto), spiccano la cianometanimina, un composto precursore fondamentale per un componente del DNA, e la etanimmina, molecola che a sua volta entra nella formazione dell’alanina, uno dei venti amminoacidi che compongono le proteine, a loro volta mattoni di tutti gli organismi viventi. E’ doveroso in ogni caso precisare che i composti individuati sono soltanto stadi intermedi dei complicati processi biochimici che approdano alle molecole biologiche finali. La ricerca, condotta da scienziati del National Radio Astronomy Observatory che gestisce il radiotelescopio di green Bank, è stata pubblicata nel numero di marzo di “The Astrophysical Journal Letters”. Ha facilitato l’identificazione della cianotanimmina e dell’etaniminna il fatto che queste molecole passano da uno stato di rotazione a un altro emettono o assorbono una quantità ben definita di energia, che corrisponde a frequenze radio captabili con il radiotelescopio di Green Bank.

Il sito dell’”Astrophysical Journal Letters”:

http://iopscience.iop.org/2041-8205

 

Un esperimento per lo studio dei neutrini in funzione nel Laboratorio del Gran Sasso sta rivelando molti segreti del nostro pianeta. La Terra è geologicamente viva: ce lo dicono i terremoti, i vulcani, le montagne, le dorsali oceaniche e più in generale la tettonica a placche, la teoria geofisica che spiega unitariamente tutti questi fenomeni con il lento moto di una dozzina di “placche” o “zolle” che, come un mosaico, costituiscono la litosfera, popolarmente la “crosta terrestre”. Il movimento delle “placche” – qualche centimetro all’anno – è conseguenza di moti convettivi che avvengono nel mantello, uno strato semi-fluido spesso 2900 km che sta intorno al nucleo ferroso della Terra. Ma qual è il motore che fa salire verso la superficie le correnti convettive del mantello?

L’esperimento Borexino (foto), catturando i neutrini (detti geo-neutrini) provenienti dal sottosuolo ha fornito la risposta. Nel mantello, uranio 238, torio 232 e potassio 40 con il loro decadimento radioattivo funzionano come una stufa che riscalda il pianeta generando i movimenti della crosta e quindi l’attività vulcanica, sismica, idrotermale e così via. I primi dati in questo senso vennero da Borexino nel 2010. Ora nuovi dati presentati in un convegno dal 10 al 15 marzo a Venezia lo confermano. I dati spiegano circa la metà dell’energia interna della Terra. Il rapporto dei contenuti di uranio e torio nel mantello è in accordo con quanto si trova analizzando le meteoriti. Questa è un’importante conferma delle teorie sull’origine del
Sistema solare.
Altre informazioni: https://agenda.infn.it/conferenceDisplay.py?confId=5268
 

 

Nell’isola di Pantelleria, presso il lago Specchio di Venere (foto), un gruppo internazionale di ricercatori sta indagando sulle condizioni ambientali che potrebbero favorire il sorgere della vita su altri pianeti. Lo studio, al quale partecipano ricercatori dell’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) insieme con Marianna Cangemi dell’Università di Palermo, riguarda la formazione delle stromatoliti, cioè di strutture sedimentarie di origine organica prodotte da colonie di microorganismi in ambiente marino o lacustre di tipo idrotermale. “Le stromatoliti silicee - spiega Marianna Cangemi - sono molto rare e nella maggior parte dei casi si trovano in siti idrotermali a temperature molto più elevate di quelle dell’ambiente circostante. Il ritrovamento di stromatoliti nel lago Specchio di Venere ha un carattere di eccezionalità, se non di unicità, in quanto a Pantelleria queste rocce si sono formate e sono attualmente in fase di accrescimento in un ambiente a bassa temperatura, e ciò costituisce un prezioso laboratorio geo-biologico”. “Questi materiali - aggiunge Paolo Madonia dell’INGV - da sempre sono molto interessanti per microbiologi, paleontologi, sedimentologi, biogeochimici e astrobiologi in quanto nella loro matrice minerale conservano la registrazione della storia chimica e morfologica della vita. Ecco perché sono un punto di riferimento prezioso al fine di riconoscere eventuali forme di vita primordiali su altri pianeti, per esempio su Marte.”

Questo è il ritratto dell’universo così come era sette miliardi di anni fa, cioè quando aveva la metà della sua età attuale ed era molto più piccolo. Nell’immagine vediamo la distribuzione nello spazio delle 55.000 galassie che compongono l’attuale campione PDR-1 della survey VIPERS. Le due “fette” di torta corrispondono ai due campi W1 e W4 in cui sono state compiute le misure.  L’osservatore in
questa immagine è situato al vertice immaginario dei due pseudo-coni, fuori dallo schermo a destra dell’immagine. La dimensione delle fette in lunghezza corrisponde a 6 miliardi di anni luce riportati all’epoca attuale (credit: © VIPERS Collaboration). L’universo che oggi osserviamo è frutto dell’espansione di questa ricostruzione, e risulta compatibile con la relatività generale di Einstein applicata all’antico “fotogramma”.

La ricerca VIPERS – nella quale è notevole la presenza italiana attraverso l’INAF – è stata condotta con lo spettrografo Vimos dell’Osservatorio australe europeo, con il quale sono stati misurati gli spostamenti verso il rosso (redshift) di 55 mila galassie su 100 mila di cui si è stabilità la distanza in un volume di quasi due miliardi di anni luce cubici. Dall’insieme delle disomogeneità si ricavano preziose informazioni sulla distribuzione della materia e dell’energia oscure. Senza la loro presenza misteriosa, infatti, non si spiegherbbe la struttura cosmica che osserviamo.  La ricerca VIPERS è iniziata nel 2008 e sarà completata fra tre anni. Il risultato qui annunciato compare sul numero in uscita di “Astronomy & Astrophysics”.
Altre informazioni, con l’animazione del moto espansivo dell’universo:
http://vipers.inaf.it/
 

Il telescopio spaziale europeo “Herschel” per l’osservazione del cielo nell’infrarosso terminerà la sua missione nel mese di maggio per esaurimento della sua scorta di elio liquido ( 2300 litri) necessario per mantenere la temperatura dei sensori vicinissima a quella dello zero assoluto (0,3 Kelvin). Con tecniche radiative la temperatura della navicella è stabilizzata su 80 Kelvin, ma basta qualche frazione di Kelvin oltre la temperatura nominale di 0,3  perché tutti gli strumenti diventino inutilizzabili: ciò avverrà appunto nel mese di maggio, in un giorno imprecisabile. La prestazione data da “Herschel” rimane in ogni caso eccezionale: lanciato il 14 maggio del 2009, da quasi quattro anni si trova a 1,5 milioni di chilometri dalla Terra nel punto di Lagrange L2 e qui ha svolto uno straordinario lavoro scientifico riassumibile in 22 mila ore di lavoro, il 10 per cento di più rispetto alle più ottimistiche previsioni avanzate all’epoca del lancio. “Herschel”, con il suo specchio da 3,5 metri di diametro, è il più grande telescopio spaziale mai lanciato. La mole di dati che ha raccolto alimenterà la ricerca ancora per molti anni.
Quando “Herschel” smetterà definitivamente di funzionare, verrà spostato in modo da lasciare libero il punto lagrangiano L2. Una opzione considerata è stata quella di farlo precipitare sulla Luna approfittando dell’impatto per vedere se si libera acqua contenuta nel suolo lunare sotto forma di permafrost. Questa opzione è però stata scartata. «L’idea di lanciare Herschel verso la Luna – dice Sergio Molinari dell’Inaf – è stata per un certo tempo seriamente considerata, ma allo stato attuale è accantonata. In molti siamo stati favorevoli a questa possibilità, ma poi hanno prevalso considerazioni di prudenza; qualora ci fossero problemi durante la fase di riavvicinamento al sistema Terra-Luna si potrebbe rischiare che il satellite precipiti verso la Terra anziché verso la Luna. Si è invece scelto di inserire il satellite su un’orbita solare con una velocità orbitale di poco inferiore a quella terrestre dove rimarrà indisturbato per parecchi secoli».
Il sito ESA dedicato a “Herschel”:
http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Science/Herschel

 

La distanza della Grande Nube di Magellano è di 162 mila anni luce con l’incertezza del 2 per cento. E’ la migliore misura che sia mai stata ottenuta ed è appena stata pubblicata su “Nature” (7 marzo 2013). L’articolo comprende due firme italiane: Giuseppe Bono e Pier Giorgio Prada Moroni, entrambi dell’Inaf, rispettivamente Università di Roma Tor Vergata e Università di Pisa.

La nuova misura dimezza il margine di incertezza precedente, ma è ancora più importante il fatto che deriva da un metodo indipendente, e cioè dallo studio – durato 14 anni – di dodici stelle binarie ad eclisse selezionate in mezzo a 35 milioni di altre stelle “normali”. Le variazioni di luminosità, accoppiate con i dati orbitali e le velocità radiali, hanno permesso di giungere alla stima della distanza. Tarare bene la distanza della Grande Nube di Magellano (foto) è una buona base per valutare meglio distanze maggiori, fino a dimensioni cosmologiche.

“Sfruttando questa misura – ha dichiarato Giuseppe Bono – saremo in grado di ottenere il valore della costante di Hubble con una precisione del 2 o 3 per cento, mentre oggi è del 5-10 per cento. Potremo così conoscere meglio come sta evolvendosi l’universo e quindi ricavare con maggiore accuratezza la stima della sua età, che potrà essere confrontata con le stime di età degli ammassi globulari”.

Altre informazioni:

http://www.nature.com/nature/index.html

 

Le Fasce di van Allen proteggono il nostro pianeta dai raggi cosmici troppo energetici, che sarebbero molto pericolosi per gli organismi viventi. Esistono grazie al campo magnetico terrestre, che intrappola in esse le particelle cariche provenienti dal Sole e dallo spazio interstellare e si chiamano così perché fu Van Allen a far viaggiare su “Explorer”, il primo satellite artificiale americano (1958), lo strumento che le scoprì. Dall’estate scorsa le sonde gemelle della Nasa della missione “Radiation Belt Storm Probes” studiano minuto per minuto il comportamento delle Fasce di van Allen e ora sulla rivista “Science” (1° marzo 2013) Dan Baker dell’Università del Colorado dà un annuncio clamoroso: le fasce non sarebbero sempre due, come finora si riteneva, ma possono diventare tre. La terza fascia è apparsa all’inizio del mese di settembre 3012. L’anello esterno si è compresso verso il basso e un anello aggiuntivo, pieno di elettroni ma meno compatto, si è formato sopra di esso (disegno). L’anello intermedio non ha subito cambiamenti nelle settimane successive, mentre quello più lontano ha incominciato a dissolversi. Durante la terza settimana di settembre un’onda d’urto generata da una tempesta solare ha spazzato via l’anello esterno e quello intermedio. Dopo di che si è di nuovo formata la normale struttura a due anelli. Si tratta evidentemente di un fenomeno legato all’attività della nostra stella (che ora sta raggiungendo il suo massimo undecennale) ma non lo si era mai osservato prima e non si ha idea di quanto possa essere frequente. In ogni caso possiamo concludere che l’ambiente circumterrestre è meno tranquillo e stabile di quanto finora si sia pensato.

Altre informazioni:

http://www.media.inaf.it/2013/02/28/il-mistero-del-terzo-anello/

http://www.nasa.gov/mission_pages/rbsp/main/index.html

 

Tempeste solari, meteoriti, asteroidi, detriti spaziali:sono i temi della 17th International Space Conference, che si svolgerà a Roma dall’8 al 10 maggio sul tema: “The impact of Space Weather and Space Exploitation on modern society - Hazards’ forecasting, prevention, mitigation and insurance at international level”. Parteciperanno oltre 400 esperti provenienti da tutto il mondo e dalle agenzie spaziali Nasa, Esa, Asi e altre. Cogliendo l’attualità del “massimo” dell’attività solare in corso in questi mesi (foto), si valuteranno i rischi per la popolazione civile, le reti elettriche e informatiche e varie infrastrutture a terra dovuti agli “space storms” e al moltiplicarsi di detriti spaziali in orbita terrestre.

La prima sessione sarà dedicata ai “rischi di origine naturale”, come i pericoli dovuti all’esposizione alle tempeste spaziali di origine solare (passeggeri ed equipaggi di aeroplani e astronauti) e anche di complessi sistemi tecnologici in orbita (satelliti, stazione spaziale) e sulla Terra (sistemi di fornitura di energia elettrica, trasporti, banche). Si parlerà, inoltre, degli effetti dell’eventuale impatto catastrofico
sulla superficie terrestre di meteoriti e asteroidi.

La seconda sessione della Conferenza sarà invece dedicata ai “rischi di origine umana”, tra i quali verranno considerati i pericoli relativi al gran numero di “detriti spaziali” (satelliti non funzionanti, frammenti di satelliti e di vettori) dispersi intorno alla Terra, con possibili danni per
satelliti, capsule abitate e stazioni spaziali attualmente in orbita, oltre che per il loro eventuale rientro nell’atmosfera.
Altre informazioni: www.prsforspace.com.
 

Dennis Anthony Tito, 72 anni, miliardario americano, primo turista spaziale (nel 2001 pagando 20 milioni di dollari abitò per 8 giorni sulla Stazione spaziale internazionale) ha aperto le prenotazioni per viaggi turistici verso Marte con partenza il 1° gennaio 2018. Difficile dire se sia solo propaganda o un passo decisivo verso la privatizzazione dello spazio. Il viaggio seguirebbe la traiettoria più breve perché Marte si troverà in opposizione (quella più favorevole che ritorna ogni 15 anni) e durerebbe in totale 501 giorni. Non è previsto lo sbarco ma soltanto – si fa per dire – la circumnavigazione del pianeta rosso, ciò che permette un forte risparmio di propellente. In pratica, una missione simile a quella che nel 1968 compì l’Apollo 8 intorno alla Luna. Costo del biglietto incerto, ma si parla di mezzo miliardo di dollari, cioè circa un milione di dollari per giorno di viaggio. I passeggeri dovrebbero essere due, un uomo e una donna, preferibilmente sposati.

I viaggi turistici suborbitali nello spazio (cioè oltre la quota convenzionale di 80 km) sono e diventeranno sempre più una realtà. Il viaggio a Marte sembra ancora prematuro ma la Space X di Elon Musk li ha nella sua potenziale offerta turistica, che dovrebbe utilizzare il lanciatore Falcon e la capsula Dragon. Dennis Tito (foto), ingegnere, imprenditore con una clientela da 12,5 trilioni di dollari, è diventato ricco, tra l’altro, elaborando un sistema per prevedere il rischio dei mercati nelle operazioni finanziarie. Il prezzo di un volo Soyuz alla Stazione spaziale internazionale è salito a 25 milioni nel 2007, 35 nel 2009 e 50 nel 2013. Prossimo turista in orbita sarà la cantante lirica Sarah Brightman, seconda donna dopo Ananshesh Ansari.
Informazioni:
http://en.wikipedia.org/wiki/Dennis_Tito

 

Dai primi calcoli risulta che la cometa C/2013 A1, scoperta di recente e ritrovata in una immagine dell’8 dicembre 2012 punta su Marte: il 9 ottobre 2014 potrebbe addirittura colpirlo alla velocità di 56 chilometri al secondo (200 mila km/ora) liberando una energia pari a 20 miliardi di megaton sufficiente a creare un cratere largo 500 chilometri e profondo 2000 metri. I dati orbitali, rilevati in 74 giorni di osservazione, sono però ancora troppo incerti, anche perché l’orbita della cometa è iperbolica e retrograda. Secondo un altro calcolo, passerebbe a 109 mila chilometri da Marte: una distanza così ridotta da farla apparire, a un ipotetico osservatore marziano, di magnitudine -4, come ci appare Venere quando è al massimo della luminosità. Il primo ad avvistare la cometa che punta su Marte è stato Robert McNaught (nella foto; scozzese di nascita, 56 anni, già scopritore di decine di comete e 467 asteroidi) in forze dell’Osservatorio Siding Spring, Australia. Pare che il nucleo cometario sia insolitamente grande: 50 chilometri di diametro.

Altre informazioni:

http://en.wikipedia.org/wiki/Robert_H._McNaught

D’ora in poi il meccanismo dei buchi neri super-massicci (disegno) è più chiaro, e corrisponde alle previsioni fatte sulla base della relatività generale di Einstein. Lo annuncia un lavoro pubblicato il 28 febbraio su “Nature” con la prima firma di Guido Risaliti dell’Inaf – Osservatorio astrofisico di Arcetri, in collaborazione con colleghi americani, inglesi e danesi. Il buco nero studiato si trova al centro della galassia NGC 1365, a 60 milioni di anni luce da noi, ha una massa pari a molti milioni di stella come il Sole ed è rapidissima rotazione, al limite delle condizioni relativistiche. I suoi immediati dintorni sono stati osservati con il telescopio orbitante europeo per raggi X “Newton” e con il satellite “NuStar” della Nasa.
“Prima di queste osservazioni combinate – spiega Guido Risaliti – non potevamo dire con certezza se la deformazione dei profili della radiazione X dei buchi neri già osservati con XMM-Newton fossero dovuti a fenomeni relativistici legati a rapidissima rotazione o piuttosto a nuvole di gas e polveri presenti attorno ad essi. Le osservazioni di NuSTAR del buco nero al centro della galassia NGC 1365, insieme a quelle di XMM, ci hanno permesso di affermare con certezza che quel ‘mostro’ ruota a una velocità elevatissima, vicina a quella massima consentita dalla Teoria della Relatività Generale di Einstein”.
Altre informazioni:
http://www.nasa.gov/home/hqnews/2013/feb/HQ_13-063_NuSTAR_Black_Hole_Spin.html
 

 

Una nozione che si è fatta lentamente strada negli ultimi dieci è anni è quella della stretta parentela tra asteroidi e comete. La differenza tra queste due categorie di oggetti celesti, un tempo ben separate, va sempre più attenuandosi, lasciando il posto a una concezione evolutiva: gli asteroidi somigliano sempre più a comete estinte. A suggerire questa visione c’è anche il fatto che si conoscono ormai parecchi oggetti che, pur avendo una “personalità” da asteroide, mostrano una debole e intermittente attività di tipo cometario. La scoperta del primo esemplare di “asteroide con la coda” risale 1996. Ora se ne conoscono dieci. L’ultimo arrivato è “P / 2012 F5 (Gibbs)”, individuato nel marzo dell’anno scorso all’Osservatorio Mount Lemmon in Arizona. Lo ha studiato accuratamente Fernando Moreno (Istituto di astrofisica dell’Andalusia) con il grande telescopio nazionale spagnolo alle Isole Canarie da 10 metri di apertura (foto). Il risultato è che l’attività di questi “asteroidi con la coda” è generata da brevi e modeste emissioni si polveri e gas: fenomeni molto limitati nel tempo ma che lasciano una traccia più duratura nella scia dispersa dall’asteroide. L’evento che ha prodotto la coda di P 2012 F5 è stato datato al 1° luglio 2011. Secondo i ricercatori spagnoli la coda può essere stata causata o da una frattura della superficie dell’asteroide dovuta alla rotazione dell’oggetto o da una collisione con qualche latro piccolo corpo.

La ricerca è pubblicata su “The astrophysical Journal”:

http://iopscience.iop.org/2041-8205/765/2/L44

Migliaia di oceani terrestri: tanta è l’acqua che ricercatori dell’Inaf e dell’Università di Grenoble (Francia) hanno scoperto intorno a una giovane stella della costellazione del Toro presso la quale potrebbe formarsi un sistema planetario.

La notizia clamorosa è frutto dell’analisi spettrale della luce della stella in questione, lontana da noi 450 anni luce, eseguita grazie a “Herschel”, il telescopio orbitante dell’Agenzia spaziale europea progettato per osservazioni nell’infrarosso. L’acqua si trova nella regione esterna del disco protoplanetario, dove la temperatura è di oltre 100 °C sotto lo zero. Si trova quindi in forma di ghiaccio, aderente a grani di polvere cosmica. La radiazione emessa dalla stella illumina e riscalda gli strati superficiali del disco e quindi i mantelli di ghiaccio sui grani di polvere possono fondere rilasciando parte dell'acqua sotto forma di vapore. Così le principali righe di emissione di questa molecola diventano visibili a lunghezze d'onda del lontano infrarosso (figura). Il disco ricco di acqua si trova tra 10 e 100 unità astronomiche dalla stella.

Il gruppo dell’Università di Grenoble è guidato da Linda Podio (Inaf) e ne fanno parte anche Claudio Codella (Osservatorio di Arcetri) e Brunella Nisini (Osservatorio di Roma). “Questa scoperta è importante per gli astronomi e i geologi che studiano l'origine del Sistema solare, e in particolare l'origine dell'acqua sulla Terra”, dice Linda Podio. “Infatti l'ipotesi più accreditata è che il nostro pianeta fosse al secco quando si formò, e che l'acqua vi sia giunta circa 4 miliardi di anni fa, grazie ad asteroidi e comete che si sarebbero formati nelle regioni esterne del nostro disco per poi schiantarsi sulla Terra durante la fase che prende il nome di ‘intenso bombardamento tardivo’. La quantità di acqua che abbiamo osservato nel disco di DG Tau, una stella simile al nostro Sole, rafforza questo scenario”.

Altre informazioni:
http://arxiv.org/pdf/1302.1410v1.pdf

Scoperto un micro-pianeta, “molto più piccolo di Mercurio” intorno a una stella che si trova a 210 anni luce da noi nella costellazione della Lyra. La notizia è stata pubblicata il 20 febbraio da “Nature” nella sua edizione online e ha dell’incredibile se si pensa che ancora vent’anni fa non c’erano speranze di riuscire a individuare pianeti di altre stelle, e che soltanto due o tre anni fa sembrava impossibile riuscire a trovarne pianeti con le dimensioni della Terra. Il sogno invece è diventato realtà grazie alla straordinaria sensibilità della navicella della Nasa “Kepler”.

L’ultimo straordinario esopianeta, denominato Kepler-37b, è poco più grande della Luna. Si ritiene che sia di natura rocciosa, ha una temperatura di circa 500 °C, quasi certamente è privo di atmosfera e impiega 13 giorni e mezzo a compiere un’orbita intorno alla sua stella. Il sistema di Kepler-37 è molto “stretto”: i suoi pianeti starebbero tutti entro l’orbita del nostro Mercurio. Kepler-37c è un po’ più piccolo di Venere e un periodo orbitale di 21 giorni, Kepler-37d, il più lontano dal suo sole, ha un diametro che è il doppio di quello terrestre e un periodo orbitale di 40 giorni.

Il disegno dà un’idea delle dimensioni dei pianeti del Sistema solare a confronto con quelli di Kepler-37.


Altre informazioni:
http://www.nature.com/nature/journal/vaop/ncurrent/full/nature11914.html (Abstract)
http://www.nasa.gov/mission_pages/kepler/news/kepler-37b.html
http://www.space.com/19858-smallest-alien-planet-kepler-37b-infographic.html
 

 

 

 

 

Questa suggestiva immagine in raggi X racchiude il più giovane buco nero a noi noto della nostra galassia, la Via Lattea. Ha soltanto mille anni e si trova a 26 mila anni luce da noi. Il buco nero ovviamente è invisibile ma splendido è il suo “vestito”, una bolla di plasma che è il residuo della supernova, esplosa nel Medioevo. L’immagine si deve al satellite americano per raggi X  “Chandra”, il buco nero è noto con la sigla W48B ed è il risultato di una esplosione di supernova atipica. Gli astronomi del MIT sono infatti riusciti a stabilire che l’esplosione è stata asimmetrica. Lo suggerisce la distribuzione non uniforme degli elementi più pesanti (metalli). Il ferro, che è la “cenere” stellare, l’ultimo elemento sintetizzato nelle reazioni termonucleari prima del collasso, è infatti presente solo in metà della nebulosa, mentre il silicio, lo zolfo e altri elementi sono dispersi in modo regolare, senza particolari concentrazioni. Che al centro ci sia un buco nero si deduce dal fatto che nella nebulosa non è stato possibile individuare una stella di neutroni.

Altre informazioni:

http://chandra.harvard.edu/photo/2013/w49b/

 

Dopo la comprensibile confusione iniziale, arrivano i primi dati attendibili sul bolide esploso il 15 febbraio alle 4,20 ora italiana sulla zona industriale della città russa di Cheliabinsk, un milione di abitanti, a est degli Urali, non lontano dal confine con il Kazakistan. Peter Brown della University of Western Ontario insieme con esperti della NASA ha fatto una analisi preliminare del fenomeno. Secondo Bill Cooke, responsabile del Meteoroid Environment Office, un servizio dell’ente spaziale americano, si è trattato di un piccolo asteroide esploso nell’atmosfera dopo averla attraversata sotto forma di un luminosissimo bolide. "L’asteroide aveva verosimilmente 15 metri di diametro e pesava circa 7000 tonnellate. E’ entrato nell’atmosfera terrestre con una velocità di 18

km/s ed è esploso 20-25 km sopra la superficie terrestre. L’energia sprigionata dall’esplosione è stata dell’ordine dei 300 kiloton di TNT". Sono stati individuati tre siti di impatto di frammenti di notevoli dimensioni. Uno di questi ha aperto un foro rotondo dal diametro di 6 metri nel ghiaccio che ricopre il lago di Chebarkul (foto). A Cheliabinsk, città  fino al 1992 chiusa agli stranieri perché sede di impianti militari, sono andati in frantumi 200 mila metri quadrati di vetri delle finestre. Le schegge hanno ferito lievemente 1200 persone ed è crollata una fabbrica dove si lavora lo zinco. L’energia di 300 kiloton  è 24 volte quella della bomba nucleare esplosa a Hiroshima il 6 agosto 1945, la cui energia fu pari a 12,5 kiloton (1 kiloton = mille tonnellate di tritolo). L’evento di Tunguska è stimato in 20 megaton. Fu quindi energeticamente circa 60 volte maggiore.

Altre notizie:

http://en.wikipedia.org/wiki/2013_Russian_meteor_event

 

 

Pioggia di meteoriti in Russia, 1500 chilometri a est di Mosca, a 80 chilometri dalla città di Satka nella regione di Cheliabinsk, poco dopo l’alba di oggi 15 febbraio (ora locale 9,20, in Italia erano le 4,20). Un bolide di grandi dimensioni, molto più luminoso della Luna piena (magnitudine stimata approssimativamente -16) ha attraversato con volo radente il cielo sopra la catena degli Urali, è esploso con un forte bagliore nella bassa atmosfera e probabilmente ha sparso meteoriti su una vasta zona abitata (foto). Nell’area interessata si trovano quattro città. L’onda d’urto dell’esplosione ha mandato in frantumi i vetri di molte finestre e numerosi sono stati feriti dalle schegge di vetro. Delle circa 500 persone ferite, tre sembrano in condizioni gravi. Alcuni automobilisti che stavano recandosi al lavoro nei dintorni della città di Satka hanno filmato il bolide fino all’esplosione in un grande numero di frammenti. Il cielo su Satka era perfettamente sereno e ciò ha reso il fenomeno ancora più spettacolare.

Curiosamente l’evento, che ricorda quello del 1908 a Tunkuska, in Siberia, ha preceduto di poche ore il transito al di sotto dell’orbita geostazionaria del piccolo asteroide 2012 DA14, una roccia di 40-50 metri di diametro con una massa stimata di 130.000 tonnellate, paragonabile a quella di un grande edificio. Dall’Italia il passaggio dell’asteroide, che avrà magnitudine 8, dovrebbe essere osservabile con un binocolo alle 21,45 nell’Orsa Maggiore. 

 

 

Oggi 15 febbraio un’ampia collaborazione internazionale pubblica su “Science” quella che è finora la più importante scoperta del satellite “Fermi”: sono stati individuati gli acceleratori cosmici di particelle ad altissima energia (i “fratelli maggiori” dell’LHC del Cern), e quindi le sorgenti di raggi cosmici il cui meccanismo di produzione rimaneva misterioso. I ricercatori di “Fermi” (disegno) hanno studiato i resti di due supernove. Secondo la teoria più accreditata, che risale nelle sue linee generali a Enrico Fermi, l’onda di espansione della stella esplosa come supernova, incontrando vicine nubi molecolari, ne accelera le particelle, in particolare protoni, fino a energie un milione di volte maggiori di quelle raggiungibili in collider come LHC. Quando i protoni si scontrano producono, fra le altre, una particella senza carica elettrica chiamata pione neutro. Questa particella decade emettendo coppie di fotoni con una distribuzione di energia caratteristica. Studiando i fotoni provenienti dai resti delle supernove, i ricercatori di “Fermi” sono riusciti a trovare una quantità significativa di questi fotoni. Cioè la “firma” di collisioni protone-protone ad alta energia generati dall’acceleratore cosmico.  Finora mancavano prove dirette di questo meccanismo: il Large Area Telescope a bordo di “Fermi” lo conferma migliorando quanto era già in parte noto grazie al satellite italiano “Agile”, frutto di una collaborazione con INAF e INFN. “E’ uno dei risultati più attesi ed importanti degli ultimi venti anni per la astrofisica delle alte energie e per la fisica astroparticellare – dice Ronaldo Bellazzini, coordinatore per l’INFN del gruppo di scienziati italiani di “Fermi” – Abbiamo ora l’evidenza diretta che la nostra galassia è popolata da una moltitudine di macchine acceleratrici in grado di portare i raggi cosmici ad energie cosi elevate che neppure potremmo immaginare di raggiungere con i nostri acceleratori terrestri. Queste ‘macchine’ cosmiche sono potenti laboratori per studiare fenomeni altrimenti inaccessibili con gli strumenti che l’uomo può costruire”.  “Fermi” è in orbita dall’11 giugno 2008.

Altre informazioni: http://www.media.inaf.it/2013/02/14/i-fratelli-maggiori-di-lhc/

 

Da lunedì 11 febbraio è in orbita il primo satellite “Landsat” di nuova generazione, destinato a proseguire l’osservazione della Terra avviata con il suo antenato “Landsat 1” lanciato quarant’anni fa. Il satellite, indicato con la sigla LDCM (Landsat Data Continuity Mission) è partito dalla base dell’aeronautica militare di Vandenberg in California a bordo di un razzo Atlas V (foto), dal quale si è staccato 79 minuti dopo. Ancora tre minuti e il primo segnale telemetrico del satellite è stato regolarmente acquisito dalla stazione di terra alle isole Svalbard (Norvegia). L’orbita è polare e Sole-sincrona, a una quota di 705 chilometri. Uno dei compiti del nuovo “Landsat” è il monitoraggio del clima del nostro pianeta in funzione dell’effetto serra. L’amministratore della Nasa Charles Bolder ha colto l’occasione per sottolineare come queste missioni spaziali possano far risparmiare denaro e vite umane permettendo di prevenire o mitigare gli eventi meteorologici estremi che negli ultimi decenni sono diventati sempre più frequenti. LDCM è l’ottavo satellite della serie Landsat da quando nel 1972 fu messo in orbita il primo. Le osservazioni della Terra verranno eseguite in luce visibile, varie bande dello spettro del vicino, medio e lontano infrarosso, fino alle microonde. Rispetto ai satelliti precedenti si sono aggiunte due bande spettrali, una per osservare le nubi cirriformi ad alta quota e una per misurare gli aerosol atmosferici e la qualità delle acque lungo le coste.

Altre informazioni:

http://www.nasa.gov/home/hqnews/2013/feb/HQ_13-040_LDCM_Launches.html

http://www.nasa.gov/mission_pages/landsat/main/index.html

 

Le supernove sono un po’ come i terremoti. Si può dire dove e ogni quanto tempo in media si registrerà una scossa catastrofica. Ma non esattamente quando. Analogamente, prevedere l’esplosione di una supernova è impossibile, a meno che la parola “prevedere” venga intesa con una elasticità dell’ordine di milioni di anni. Tuttavia questo dogma, ancora valido nella sostanza, incomincia a incrinarsi. Uno studio su “Nature” (7 febbraio 2013) mostra che nel caso delle supernove del tipo IIn l’esplosione è preceduta da un fenomeno precursore: è successo nel caso di una supernova esplosa nell’agosto 2010, che ha dato un segnale di preavviso 40 giorni prima della catastrofe espellendo nello spazio a grande velocità una bolla di idrogeno (disegno). Lo studio è firmato da Eran Ofek del Weizmann Institute (Israele). La supernova SN 2010mc, esplosa a 500 mila anni luce da noi nella costellazione di Ercole, un mese prima del “botto” aveva espulso alla velocità di 2000 chilometri al secondo un guscio di idrogeno pari a un centesimo della sua massa. Quando è avvenuta l’esplosione, il fronte di espansione della bolla era già a sette miliardi di chilometri dalla stella: cioè, se pensiamo al Sistema solare, ben oltre l’orbita di Nettuno. Se questa non è un’eccezione ma la regola, come sembra di capire dalle simulazioni al computer, d’ora in poi gli astronomi potranno sorvegliare il cielo in modo automatico alla ricerca di segnali premonitori. Lo strumento che ha permesso questo studio è il Palomar Transient Factory, un sistema automatico applicato nel celebre Osservatorio di Mount Palomar, in California.

Articolo su “Nature”:

http://www.nature.com/news/astronomers-catch-rare-glimpse-of-a-star-s-final-moments-1.12383








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