Astro News a cura di Piero Bianucci

 

La Nasa e la U.S. Geological Survey hanno pubblicato la prima mappa geologica completa del satellite Io (foto), il più vicino a Giove dei quattro satelliti galeiani, particolarmente interessante per la sua attività vulcanica. La mappa è stata realizzata dai ricercatori della Arizona State University grazie alle immagini trasmesse dalle navicelle Voyager 1 e Voyager 2, ulteriormente integrate dalla sonda "Galileo" che rimase a lungo in orbita intorno a Giove fotografandone tutti i satelliti principali. “Una delle ragioni che ci hanno spinto a realizzare questa mappa è stata quella di creare uno strumento per continuare lo studio di Io e per individuare obiettivi per osservazioni da compiere nelle future missioni al sistema di Giove” ha spiegato David Williams, il ricercatore della Arizona University che ha guidato il lavoro, durato sei anni. Nella mappa, che copre l’intera superficie di Io e indica la distribuzione di 19 differenti composti chimici, si possono contare 425 caldere di natura vulcanica. Mancano però i crateri da impatto prodotti da meteoriti. “Su Io, unico corpo celeste del sistema solare, non abbiamo trovato questo tipo di crateri", dice Williams. Il motivo è semplice: l'attività vulcanica, causata dal "tiro alla fune" gravitazionale tra Gione e il satellite Europa, trasforma in continuazione la superficie del satellite.
Per scaricare mappa geologica di Io:

 

LEDA 074886 (foto) è una galassia davvero strana, mimetizzata in mezzo a un ammasso di altre 250 galassie "normali", a circa 70 milioni di anni luce da noi. Fotografata con il telescopio giapponese Subaru da 8,2 metri (isole Hawaii), LEDA è una galassia nana dalla forma quasi perfettamente rettangolare. Ma la cosa più interessante è che nel suo interno gli astronomi della Swinburne University of Technology hanno scoperto un disco di gas e polveri in rotazione alla velocità di 33 chilometri al secondo dentro il quale stanno formandosi molte nuove stelle. Se potessimo vedere LEDA in 3D, rivelerebbe, ritengono gli astronomi, una forma a cilindro. Secondo Alister Graham, uno dei ricercatori che firmano l'articolo su arviv.org, la nostra Via Lattea potrebbe assumere una forma simile dopo la collisione con la galassia di Andromeda che ci attende tra milioni di anni. Lo studio di LEDA potrà fornire dati interessanti per comprendere meglio l'evoluzione e la dinamica delle galassie. 
L'articolo originale:

 

La nascita del personal computer in Olivetti nei lontani Anni 60 (non in California!), Abdus Salam (foto), premio Nobel per la fisica, e il sogno della simmetria, la rivoluzione anatomica di Fragonard. Sono alcuni dei film verranno proiettati lunedì 26 marzo , giorno di apertura di "Vedere la scienza", festival del cinema scientifico che si svolge a Milano allo Spazio Oberdan (Viale Vittorio Veneto 2) e nella Mediateca Santa teresa (via Moscova 28). Il programma di questa XVI edizione si snoderà fino al 3 aprile portando sullo schermo le discipline e i temi scientifici più vari e attuali: dalla produzione del grafene, ultima frontiera delle nanotecnologie, al risparmio di energia, dalla lotta ai batteri con nuovi antibiotici alla ricerca sulle cellule staminali, fino ai giganteschi esperimenti di fisica fondamentale in corso al Cern di Ginevra.Notevole anche la sezione storica, legata al centenario della nascita di Alan Turing, pioniere dell'informatica e dell?intelligenza Artificiale. Il filo conduttore di quest'anno sarà appunto per questo il rapporto uomo-macchina. Tutte le proiezioni sono aperte al pubblico e a ingresso gratuito.
Il sito con il programma completo:

 

Il telescopio spaziale “Hubble” ha dato una nuova dimostrazione del suo perfetto stato di salute: l’immagine riprodotta qui accanto dell’ammasso globulare M 9, la migliore mai ottenuta di questo oggetto celeste. In essa si distinguono, perfettamente risolte, circa 250 mila stelle. In gran parte sono vecchissime stelle rosse, ma compaiono anche molte giganti blu, contravvenendo al modello tradizionale degli ammassi globulari.

M 9, cioè il nono oggetto del catalogo compilato nel Settecento da Charles Messier, appariva all’astronomo francese come una “nebulosa priva di stelle nella gamba destra di Ophiucus, tonda e debole”. Era il 1764. Vent’anni dopo, nel 1784, William Herschel riuscì a distinguere qualche stella in M 9 e si comprese che non era una nebulosa.

Altri particolari e un video all’indirizzo:

 http://www.media.inaf.it/2012/03/16/una-scintillante-distesa-di-stelle/

I neutrini non sono più veloci della luce. E’ il responso dell’esperimento “Icarus” (foto) diretto da Carlo Rubbia, premio Nobel per la fisica nel 1984 per la scoperta dei bosoni W e Z zero, mediatori dell’interazione elettrodebole. L’articolo che dà questo annuncio è leggibile nel sito scientifico arxiv.org .  La misura, basata su sette eventi rilevati nel novembre scorso,  è stata effettuata da un apparato sperimentale che utilizza come rivelatore dei neutrini  760 tonnellate di  argon liquido, collocato, come “Opera” (che sembrava indicare una velocità superluminale) nei laboratori del Gran Sasso. “Come accade nella scienza qualcuno rifà lo stesso esperimento e può arrivare a risultati diversi”, ha dichiarato il presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare Fernando Ferroni. “In questo caso, si rafforzano i dubbi espressi dalla stessa collaborazione Opera a seguito delle verifiche effettuate dopo il sorprendente annuncio dello scorso settembre. E’ importante che ancora una volta sia stato un esperimento collocato dentro i Laboratori INFN del Gran Sasso a dare un contributo importantissimo alla ricerca della verità”.

Il sito della pubblicazione:

http://arxiv.org/

 

Quattro studi in via di pubblicazione su “Astronomy & Astrophysics” chiariscono il percorso evolutivo delle galassie. Appena formate, le galassie sono relativamente piccole e si accrescono attraendo a sé il gas primordiale nel quale sono immerse e dal quale hanno avuto origine. Questo periodo si prolunga fino a 3-5 miliardi di anni dal Big Bang. In una fase successiva, l’accrescimento procede soprattutto per cannibalismo, cioè inglobando altre galassie, fenomeno che innesca l’accensione di un gran numero di nuove stelle. Vince la galassia in grado di esercitare la maggiore attrazione gravitazionale. Lo studio, condotto con il VLT, Very Large Telescope, dell’Osservatorio australe europeo in Cile, è diretto da Thierry Contini (Università di Tolosa, Francia), con la partecipazione di Daniela Vergani (foto), dell’Inaf di Bologna. “Abbiamo messo in relazione la massa stellare delle galassie – spiega Daniela Vergani –  con le velocità dei gas, considerando sia le galassie con un moto del gas ben ordinato sia quelle nelle quali è tutto più caotico. E quello che abbiamo trovato è una correlazione fra i due parametri: massa stellare e velocità del gas. Correlazione già nota per l’universo locale, ma che noi abbiamo mostrato essere già presente 8 miliardi di anni fa, seppure con una dispersione assai maggiore. Noi crediamo che questa dispersione sia intrinseca, e che a causarla siano i complessi meccanismi in azione nell’epoca cosmica in cui le galassie sono adolescenti: un periodo di estrema turbolenza anche per loro”.

Kit di informazioni con intervista video a Daniela Vergani: 

http://www.media.inaf.it/press/eso-sinfoni/

 

L’Osservatorio di Capodimonte (foto), presso Napoli, nacque nel 1812 per decisione di Gioacchino Murat. Quindi festeggia ora, nel 2012, con iniziative che si snoderanno dal 9 marzo al 12 dicembre, i due secoli di vita scientifica. Non è il più antico d’Italia – lo precedono Brera, Roma, Torino, Palermo e altri – ma è il primo per il quale sia stato appositamente costruito un edificio destinato alle osservazioni astronomiche. Le celebrazioni, iniziate con una conferenza dell’astronauta Roberto Vittori, prevedono sei eventi principali e saranno concluse da un concerto di musica classica del soprano Maria Grazia Schiavo. Una tappa molto significativa sarà l’inaugurazione del Museo degli Strumenti Astronomici, che ospiterà anche una teca con libri antichi, tra i quali una copia del “De revolutionibus orbium coelestium” di Nicolò Copernico. L’Osservatorio di Capodimonte, che ora fa parte dell’Inaf, fu completato nel 1819 sotto il regno di Ferdinando I di Borbone. Dopo le prime ricerche di tipo astrometrico (misura del tempo) e meteorologico, nel 1912, sotto la guida di Azeglio Bemporad, ha spostato il suo campo di ricerca verso l’astrofisica.

Il sito:

http://www.na.astro.it/

Per la prima volta si è riusciti a osservare una perdita di atmosfera da parte di Venere, della Terra e di Marte prodotta dalla pressione del vento solare durante una tempesta magnetica della nostra stella (disegno). Per la Terra è stata la flotta dei quattro satelliti "Cluster" (Esa) a documentare il fenomeno; per Marte, la navicella europea "Mars Express". Il vento solare ha una densità di pochi atomi per centimetro cubo ma si propaga a una velocità di oltre un milione di chilometri l'ora. Quando questo vento di particelle investe la magnetosfera terrestre può strapparle degli ioni. In questo caso si è osservata la perdita di ioni di ossigeno: in piccola quantità, ma la perdita diventa molto rilevante su una scala di tempo dei miliardi di anni (la Terra si è ormata 4,5 miliardi di anni fa). Venere e Marte non hanno un campo magnetico che funzioni da scudo, e quindi il vento solare può agire ancora più efficacemente. Lo studio, firmato da Yong Wei e altri, è via di pubblicazione su "Geopyisics Research".
Intanto il ciclo solare ha raggiunto il più alto livello di attività degli ultimi cinque anni causando l'8 e 9 marzo intense aurore polari, con qualche disturbo elettromagnetico ai satelliti in orbita geostazionaria. Il fenomeno è finito sulle prime pagine dei giornali con toni allarmistici del tutto infondati, tanto più che gli astrofisici solari della Nasa hanno appena rivisto al ribasso la loro previsione sul massimo delle macchie solari (a quota tra 90 e 65), atteso verso la metà del 2013. 
 

 

Dai buchi neri alla moltiplicazione dei canali radio. E’ il percorso della ricerca che ha portato Fabrizio Tamburini (foto), astrofisico dell’Università di Padova, a ottenere un brevetto europeo che promette una connettività praticamente illimitata, dalle frequenze tv a quelle dei cellulari fino a quelle del wi-fi. La proprietà fisica utilizzata è la “vorticità” delle onde elettromagnetiche, studiata fin dal 1909, analizzata nei suoi aspetti quantistici da Ettore Majorana, osservata nei buchi neri in rotazione dallo stesso Tamburini e infine tradotta in una applicazione che ha avuto a Venezia una spettacolare dimostrazione: il nome di Fabrizio Tamburini proiettato sulla facciata del Palazzo Ducale dopo essere stato trasmesso dall’isola di San Giorgio su un braccio di laguna largo 442 metri. Per smartphone, tablet, iPad e altri dispositivi elettronici può essere una rivoluzione. Il lavoro di Tamburini (48 anni, contratto da ricercatore) è stato pubblicato sul “New Journal of Physics”. La moltiplicazione dei canali trasmissivi si ottiene identificando con apposite equazioni gli “attorcigliamenti” dell’onda elettromagnetica intorno alla direzione di propagazione.

 

La navicella della Nasa “Messenger” (disegno) ha compiuto con successo un cambiamento della sua orbita intorno al pianeta Mercurio che le permetterà di osservare meglio i crateri in vicinanza dei poli, sul cui fondo non arriva mai la luce del Sole, e quindi potrebbe esserci ghiaccio portato dalla caduta di comete. L’orbita della sonda è stata abbassata da 405 a 200 chilometri dalla superficie di Mercurio nel suo passaggio più ravvicinato, mentre il punto più remoto si trova a 15 200 chilometri. Un giro viene completato in 12 ore. La manovra, condotta dalla sede di Canberra (Australia) del Deep Space Network, è avvenuta il 2 marzo, mentre “Messenger” si trovava a 148 milioni di chilometri dalla Terra e ha richiesto l’accensione dei motori della sonda per 171 secondi. A metà aprile saranno necessarie altre due manovre per rendere l’orbita meno ellittica e ridurne il periodo a 8 ore. L’estensione della missione “Messenger” decisa dalla Nasa potrà così entrare nella sua fase conclusiva.

Altre informazioni:

http://www.nasa.gov/mission_pages/messenger/main/index.html

 

Segnaliamo inoltre che l'ASI, Agenzia spaziale italiana, ha rinnovato il proprio sito:

http://www.asi.it/

 

Un modo per andare a caccia di quella materia oscura che sembra costituire il 25 per cento della massa dell’universo (contro il 4 per cento della materia visibile) consiste nell’osservare le conseguenze delle collisioni tra ammassi di galassie sfruttando l’effetto “lente gravitazionale”. E’ la tecnica che è stata applicata nello studio, per mezzo del telescopio spaziale “Hubble”, dell’enorme ammasso di galassie Abell 520 (foto). Il risultato smentisce ciò che finora gli astronomi davano per scontato, e cioè che la materia oscura associata alle galassie seguisse le galassie stesse nella “tempesta gravitazionale” generata dalla collisione con un altro ammasso. Si è scoperto, al contrario, che esistono regioni nelle quali la materia oscura si addensa fortemente, mentre nelle stesse regioni le galassie sono molto meno numerose. Gli ammassi di galassie nasconderebbero dunque un invisibile “cuore oscuro”, che forse ha un ruolo nel mantenere aggregato l’ammasso. I ricercatori hanno paragonato la collisione tra gli ammassi a quella tra due palle di neve: la materia normale – la neve – rallenta. La materia oscura invece mantiene la sua velocità e passa oltre.

Altre informazioni:

http://www.nasa.gov/home/hqnews/2012/mar/HQ_12-068_Hubble_Dark_Core.html

 

Il 27 febbraio la Nasa ha fatto il punto sui 2321 candidati pianeti scoperti in 16 mesi, dal maggio 2009 al settembre 2010 con il satellite “Kepler” che, ricordiamolo, sta esaminando in modo sistematico una regione del cielo di 115 gradi quadrati che si trova presso la costellazione del Cigno. Il dato più interessante è che 46 di questi pianeti si trovano nella zona abitabile del loro sistema planetario, cioè dove può esistere acqua allo stato liquido. Di questi 46 pianeti, dieci sono di taglia terrestre.

Molto istruttiva è anche la statistica compilata in base alle dimensioni. Dei 2321 candidati pianeti quelli con un raggio inferiore a 1,25 raggi terrestri (sotto gli 8000 chilometri) sono 246. Le super-Terre (con raggio tra 1,25 e 2 volte il raggio terrestre, cioè fino a 13 000 km) sono 676. Gli oggetti paragonabili a Nettuno (da 2 a 6 raggi terrestri) sono i più numerosi: 1118. Vengono poi 210 pianeti con taglia gioviana (da 6 a 15 raggi terrestri) e 71 pianeti più grandi di Giove (oltre i 15 raggi terrestri). “Kepler” ha una massa di poco più di 1000 kg e orbita intorno al Sole in 372 giorni.

Il sito della missione “Kepler”:

http://kepler.nasa.gov/

http://www.nasa.gov/mission_pages/kepler/overview/index.html

 

E’ l’esuberanza dei giovani: energia da sprecare, alla ricerca di un equilibrio più maturo. Succede anche per le stelle. Il telescopio spaziale della Nasa “Spitzer” per l’osservazione del cielo nell’infrarosso ha ripreso due grandi getti di materia (visibili nella foto con colorazione verde) espulsi da una stella neonata nota come “Sistema Herbig-Haro 34”. Questo oggetto si trova a 1400 anni luce da noi nella costellazione di Orione. Gli astronomi George Herbig e Guillermo Haro furono, intorno al 1940, tra i primi a studiare il processo di formazione stellare e il potente “vento” di particelle emesso dalle stelle del tipo T Tauri. La protostella ripresa in questa immagine ha ancora un aspetto confuso perché sta emergendo dalla nebulosa di gas e polveri nella quale si è formata per contrazione gravitazionale. All’accendersi delle reazioni termonucleari segue un periodo di instabilità durante il quale la protostella cerca un punto di equilibrio tra la gravità (che dipende dalla sua massa) e l’energia prodotta. Sono visibili altri due getti più lontani: confrontando le osservazioni si è visto che furono emessi quattro anni e mezzo prima di quelli attualmente vicini alla stella. La densa nebulosità circumstellare ha un raggio di 3 Unità Astronomiche (450 milioni di chilometri).

Informazioni Nasa:

http://www.nasa.gov/multimedia/imagegallery/image_feature_2187.html

 

La Nasa celebra una data importante nell’esplorazione del Sistema Solare: quarant’anni fa, il 2 marzo 1972, da Cape Canaveral partiva la navicella “Pioneer 10” (foto), la prima che si sia spinta oltre l’orbita di Marte per poi sorvolare i pianeti Giove, Saturno, Urano e Nettuno, i giganti gassosi della nostra famiglia planetaria. L’incontro con Giove avvenne il 3 dicembre 1973 con un passaggio ad appena 120 mila chilometri dalla sommità delle sue nubi. Innumerevoli le scoperte dovute a “Pioneer 10”, dalle eruzioni vulcaniche di Io alla superficie ghiacciata di Europa alla struttura fine degli anelli di Saturno. A bordo della sonda Carl Sagan fece mettere una targa con alcuni messaggi ad eventuali alieni: una iniziativa che si rivelò preziosa nel rendere popolare l’esplorazione dello spazio interplanetario. Il generatore a radioisotopi che alimentava la radio della sonda è pressoché esaurito. L’ultimo flebile segnale è stato ricevuto il 23 gennaio 2003. Fino al 17 febbraio 1998 “Pioneer 10” fu l’oggetto artificiale più lontano dalla Terra, poi l’ha sorpassato “Voyager 1” . Tra due milioni di anni arriverà dove ora si trova la stella Aldebaran, a 65 anni luce da noi.

Informazioni Nasa:

http://www.nasa.gov/centers/ames/news/features/2012/Pioneer_10_40th_Anniversary.html

 

La sigla è Ufo, come quella dei controversi “oggetti volanti non identificati”, ma in questo caso significa Ultra-Fast Outflows. Si tratta di getti di materia scagliata nello spazio alla velocità di centinaia di milioni di km/h dai nuclei galattici attivi (disegno). Finora sembrava che questi fiotti di materia intorno ai buchi neri supermassicci che occupano il cuore delle galassie attive fossero rari. Non è così. Grazie a misure ottenute con il telescopio spaziale per raggi X dell’Esa “Newton”, un team internazionale di astronomi guidato dagli italiani Francesco Tombesi della Nasa e Massimo Cappi dell’Inaf di Bologna ha scoperto che gli UFO sono abbastanza comuni: esistono nel 40 per cento del campione di galassie studiato. I ricercatori sono anche riusciti a stabilire che proprio gli UFO potrebbero spiegare un aspetto fra i più discussi nell’ambito dei modelli d’evoluzione galattica: la correlazione tra la massa dei buchi neri e quella delle galassie che li ospitano. «Il nostro lavoro – spiega Tombesi – è consistito nell’analisi spettrale in raggi X di 42 galassie con nucleo attivo. Attraverso lo studio di righe in assorbimento del ferro altamente ionizzato, siamo riusciti a individuare grandi quantità di materiale che viene espulso, a una velocità che raggiunge il 10 percento della velocità della luce, dal disco di accrescimento intorno ai buchi neri supermassicci nel centro di queste galassie. Ebbene, la quantità di materiale espulsa è comparabile a quella effettivamente accresciuta dal buco nero, e questi UFO sono abbastanza potenti da infkuenzare l’evoluzione della galassia ospite». L'articolo è in uscita su "Monthly Notices of the Royal Astronomical Society".

 

I pianeti potrebbero essere centomila volte più numerosi delle stelle e nella stragrande maggioranza dei casi non sarebbero in orbita intorno ai loro Soli ma vaganti nel buio dello spazio. Qui potrebbero essersi formati in modo autonomo a partire da nubi di polveri e gas, o essere stati lanciati da un gioco gravitazionale che li ha sottratti alle loro stelle. Lo dice uno studio del Kavli Insitute for Particle Astrophysics and Cosmology, un laboratorio indipendente che si trova alla Stanford University presso il famoso acceleratore lineare (SLAC) lungo tre chilometri, in California. Il lavoro non è ancora stato pubblicato ma è sotto esame da parte della rivista “Monthly Notices of the Royaò Astronomical Society”. Per ogni stella esisterebbero della nostra Via Lattea, secondo i calcoli del Kavli Institute basati su un campione ottenuto con la tecnica del microlensing gravitazionale, 700 pianeti nomadi con la massa della Terra e fino a 100 mila con la massa del pianeta nano Plutone.

La dinamica dei sistemi planetari è in rapido sviluppo. Un lavoro in via di pubblicazione sull’Astrophysical Journal e firmato da Gianfranco Magni, Diego Turrini e Angioletta Coradini (scomparsa due mesi fa) individua in Giove (foto) il corpo che avrebbe fatto da “contrappeso” al Sole, ridistribuendo i planetesimi formatisi nella nebulosa primordiale all’esterno e all’interno della propria orbita.

Il comunicato dell'Università di Stanford:

http://news.stanford.edu/news/2012/february/slac-nomad-planets-022312.html

 neutrini non sono più veloci della luce. Il contrordine rispetto alla notizia data dall’équipe dell’esperimento “Opera” (foto) il 23 settembre dell’anno scorso è arrivato ieri sera con un comunicato dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (INFN) parzialmente smentito due ore dopo dal responsabile dell’esperimento Antonio Ereditato (Università di Berna), secondo il quale occorrono nuove verifiche prima di dichiarare chiusa la questione. I neutrini ritenuti superluminali vengono emessi al Cern di Ginevra e catturati da “Opera” nel Laboratorio sotterraneo del Gran Sasso a 732 km di distanza. Con sorpresa i fisici hanno rilevato un arrivo anticipato di 60 miliardesimi di secondo sulla velocità della luce. Si tratterebbe invece di effetto ingannevole dovuto al collegamento in fibra ottica tra il ricevitore GPS e il rivelatore. Questo il comunicato INFN: “La Collaborazione Opera ha identificato due effetti che potrebbero sostanzialmente influenzare i risultati riportati. Il primo è legato all’oscillatore usato per produrre i time-stamp degli eventi tra due sincronizzazioni col sistema GPS. Il secondo riguarda la connessione della fibra ottica che porta il segnale GPS al “master-clock” del rivelatore. I due effetti possono modificare il tempo di volo dei neutrini in senso opposto. La Collaborazione intende realizzare una ulteriore misura della velocità dei neutrini appena un nuovo test sarà possibile nel corso del 2012.”

Sull'esperimento Opera:

http://www.lngs.infn.it/lngs_infn/index.htm?mainRecord=http://www.lngs.infn.it/lngs_infn/contents/lngs_en/public/educational/physics/experiments/current/opera/index.htm

 

Fino a 50 milioni di anni c’era ancora attività geologica sulla Luna. E’ lo straordinario annuncio che viene da un gruppo di ricercatori impegnati nell’analisi delle fotografie ad alta risoluzione inviate dalla sonda “Lunar Reconnaissance Orbiter” lanciata da Nasa, la stessa che ha già rilevato le tracce lasciate sul suolo lunare dagli astronauti delle missioni Apollo. Cinquanta milioni di anni sono circa un novecentesimo dell’età del nostro satellite. Stiamo quindi parlando di una attività geologica relativamente recentissima, mentre finora si riteneva che la Luna fosse geologicamente morta da almeno due miliardi di anni. Le tracce di attività recente (foto) sono indicate da Thomas Watters del Center for Earth and Planetary Stdis dello Smithsonian Museum di Washington in alcuni avvallamenti, larghi appena qualche metro e lunghi all'incirca 1-2 chilometri, piccole fratture della crosta lunare visibili in poche e limitate aree. L’interpretazione più plausibile è che queste fratture siano dovute a una contrazione del nostro satellite conseguente al suo raffreddamento interno.

Foto e filmato:

http://www.nasa.gov/mission_pages/LRO/news/lunar-graben.html

 

Il lancio perfettamente riuscito del nuovo razzo Vega non ha creato eccitazione solo nel mondo del trasporto spaziale ma anche in quello della ricerca fondamentale, Faceva infatti parte del carico utile il satellite LAReS (foto), che ha come obiettivo una verifica più accurata dell’effetto Lense-Thirring, già dimostrato dal fisico Ignazio Ciufolini (Università di Lecce) in prima assoluta. La relatività generale di Einstein insegna che la materia, distorcendo lo spazio intorno a sé, “dice” ai corpi che si trovano a passare nelle vicinanze quale traiettoria devono seguire. Le cose però sono leggermente diverse se la massa che curva lo spazio non è ferma ma ruota su se stessa: la rotazione, previde Einstein, modifica lo spazio-tempo, un po’ come una trottola che giri su una tovaglia tende ad arrotolarne la stoffa. Il fenomeno è chiamato “frame-dragging” e trae il nome da Joseph Lense e Hans Thirring, i due fisici che nel 1918 svilupparono l’intuizione di Einstein. La sua natura è esclusivamente gravitazionale, ma si parla anche di effetto gravitomagnetico per analogia con fenomeni dovuti alla forza magnetica. “LAReS – dice Ciufolini – permetterà di migliorare la precisione della misura dell’effetto Lense-Thirring di un ordine di grandezza”.

Altre informazioni:

 

Il fascicolo di “Nature” del 16 febbraio pubblica uno studio su Eta Carinae (foto) che porta nuove informazioni sul grandioso fenomeno di un secolo fa che fece di questa stella il secondo oggetto per luminosità del cielo australe. La “grande eruzione” di Eta Carinae fu osservata per una ventina di anni tra il 1838 e il 1858. Si trattò in realtà di una parziale esplosione della stella che le fece superare per dieci anni il “limite di luminosità di Eddington”. Eta Carinae si trova a poco più di settemila anni luce da noi. La ricerca, con la prima firma di A. Rest (Space Telescope Institute), ha rilevato “echi di luce” dovuti ai gas eiettati il cui spettro mostra solo righe in assorbimento. Si tratta quindi di materia notevolmente più fredda di quanto ci si aspetterebbe da una supergigante di tipo compreso tra G2 e G5, la cui temperatura è dell’ordine di 5000 kelvin. L’effetto Doppler indica un moto di espansione a 210 chilometri al secondo, in buon accordo con le previsioni. La quantità di materia complessivamente lanciata nello spazio durante l’esplosione del diciannovesimo secolo risulta pari a circa dieci masse solari.

Altre informazioni:

http://www.nature.com/nature/journal/v482/n7385/full/nature10775.html?WT.ec_id=NATURE-20120215








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