Astro News a cura di Piero Bianucci

 

Il fascicolo di “Nature” del 16 febbraio pubblica uno studio su Eta Carinae (foto) che porta nuove informazioni sul grandioso fenomeno di un secolo fa che fece di questa stella il secondo oggetto per luminosità del cielo australe. La “grande eruzione” di Eta Carinae fu osservata per una ventina di anni tra il 1838 e il 1858. Si trattò in realtà di una parziale esplosione della stella che le fece superare per dieci anni il “limite di luminosità di Eddington”. Eta Carinae si trova a poco più di settemila anni luce da noi. La ricerca, con la prima firma di A. Rest (Space Telescope Institute), ha rilevato “echi di luce” dovuti ai gas eiettati il cui spettro mostra solo righe in assorbimento. Si tratta quindi di materia notevolmente più fredda di quanto ci si aspetterebbe da una supergigante di tipo compreso tra G2 e G5, la cui temperatura è dell’ordine di 5000 kelvin. L’effetto Doppler indica un moto di espansione a 210 chilometri al secondo, in buon accordo con le previsioni. La quantità di materia complessivamente lanciata nello spazio durante l’esplosione del diciannovesimo secolo risulta pari a circa dieci masse solari.

Altre informazioni:

http://www.nature.com/nature/journal/v482/n7385/full/nature10775.html?WT.ec_id=NATURE-20120215

C'è sul piano della Via Lattea una nube diffusa di ossido di carbonio, e il centro della Galassia è avvolto in una misteriosa foschia di microonde. Lo rivela il satellite europeo "Planck", che da poco ha girato la boa di mille giorni di funzionamento nello spazio (fu lanciato il 14 maggio del 2009). Lo scopo principale della missione è disegnare la mappa della radiazione cosmica di fondo con una risoluzione mai raggiunta prima.
Il risultato di questo lavoro, fondamentale per la cosmologia e per una verifica della teoria del Big Bang e dell'"inflazione", si avrà soltanto tra un anno. Ma intanto la mappa dell'ossido di carbonio e della "foschia" offrono spunti molto interessanti per gli astrofisici. La mappa delle nubi di ossido di carbonio è la prima davvero completa.
Quanto alla "foschia", l'interpretazione più probabile è che si tratti di radiazione di sincrotrone connessa all'esplosione di supernovae. Si ha questa radiazione quando particelle atomiche cariche (elettroni, protoni) si muovono a velocità relativistiche in un campo magnetico che le costringe a deviare dalla loro direzione.
La "foschia" però è diversa da quanto ci si aspettava: la sua densità è maggiore salendo verso frequenze più elevate delle microonde, e quindi a energie più alte. Si potrebbe quindi ipotizzare che ciò dipenda dall'anichilazione di materia e antimateria.
Altre informazioni nel comunicato dell'ESA e nel video della conferenza stampa che ha presentato i dati:
http://www.esa.int/esaCP/SEM0FLYXHYG_index_0.html
http://www.media.inaf.it/gallery/main.php/v/video/conferenze/planck-press-conference-2012.flv.html
 

 

C'è sul piano della Via Lattea una nube diffusa di ossido di carbonio, e il centro della galassia è avvolto in una misteriosa foschia di microonde. Lo rivela il satellite europeo "Planck", che da poco ha girato la boa di mille giorni di funzionamento nello spazio (fu lanciato il 14 maggio del 2009). Lo scopo principale della missione è disegnare la mappa della radiazione cosmica di fondo con una risoluzione mai raggiunta prima. Il risultato di questo lavoro, fondamentale per la cosmologia e per una verifica della teoria del Big Bang e dell'"inflazione", si avrà soltanto tra un anno. Ma intanto la mappa dell'ossido di carbonio e della "foschia" offrono spunti molto interessanti per gli astrofisici. La mappa delle nubi di ossido di carbonio è la prima davvero completa. Quanto alla "foschia", l'interpretazione più probabuile è che si tratti di radiazione di sincrotrone connessa all'esplosione di supernove. Si ha questa radiazione quando particelle atomiche cariche (elettroni, protoni) si muovono a velocità relativistiche in un campo magnetico che le costringe a deviare dalla loro direzione. La "foschia" però è diversa da quanto ci si aspettava: la sua densità è maggiore salendo verso frequenze più elevate delle microonde, e quindi a energie più alte. Si potrebbe quindi ipotizzare che ciò dipenda dall'anichilazione di materia e antimateria.
Altre informazioni nel comunicato dell'ESA e nel video della conferenza stampa che ha presentato i dati: 

 

Per il 2013 la Nasa richiederà al governo americano un finanziamento di 17,7 miliardi di dollari a sostegno di un ambizioso programma di esplorazione dello spazio sviluppato con l’utilizzo di nuove tecnologie che potranno essere utili anche per applicazioni nella vita quotidiana. L’idea è di rilanciare in grande stile la ricerca sui corpi del Sistema Solare per mezzo di sonde automatiche “intelligenti”. Marte e gli asteroidi saranno gli obiettivi principali. L’ente spaziale statunitense confida nell’appoggio del presidente Obama e in una adesione al suo programma di rilancio sia della maggioranza democratica sia dell’opposizione conservatrice. Esaminando la richiesta più da vicino, risulta che la Nasa intende destinare 4 miliardi di dollari alle attività di esplorazione dello spazio con equipaggio umano, mentre 4,9 miliardi di dollari sono previsti per la gestione della Stazione Spaziale Internazionale. Una quota consistente sarà destinata allo sviluppo del nuovo sistema di lancio che deve rimpiazzare gli Shuttle ormai in pensione. Va ricordato che attualmente gli astronauti degli Stati Uniti hanno accesso allo spazio solo tramite le Soyuz russe.

Altre informazioni:

http://www.nasa.gov/home/hqnews/2012/feb/HQ_12-051_2013_Budget.html

 

Pieno successo al primo lancio: il razzo “Vega” (foto), al 58,4 per cento di realizzazione italiana, si è staccato dalla rampa della base ESA di Kourou, nella Guyane francese, alle 11 ora italiana del 13 febbraio e ha portato in orbita un carico di due satelliti per ricerca e sette minisatelliti sperimentali. Vega è nato da una proposta italiana e grazie al sostegno dell’Asi. L'Agenzia spaziale europea ha fatto proprio il progetto. La partecipazione industriale di Avio tramite la società Elv è stata determinante. Il carico utile raggiunge un massimo di 1500 chilogrammi.

Tra i satelliti a bordo di "Vega", il più curioso è un “CubeSat” realizzato dagli studenti del Politecnico di Torino. Si tratta di E-ST@R, un piccolo satellite costruito appunto secondo gli standard dei CubeSat, una classe di nano-satelliti cubici delle dimensioni di 10 centimetri di lato e con una massa di circa un chilogrammo.
E-ST@R è il primo CubeSat del Politecnico torinese e, in generale, il primo CubeSat universitario italiano in orbita, insieme con quello dell’Università di Roma La Sapienza. A bordo del razzo Vega c’erano altri cinque CubeSat realizzati da università di sei Paesi europei .Il progetto di E-ST@R nasce nel 2009, finanziato con i fondi per la progettualità studentesca e guidato da Sabrina Corpino dell’AeroSpace System Engineering Team (ASSET) del Politecnico, con il coordinamento del professor Sergio Chiesa.

Altre informazioni:

http://www.facebook.com/estarCubeSat

 

Da anni il satellite della Nasa “Chandra” per l’osservazione del cielo nelle alte energie registra misteriosi “flares” in raggi X provenienti, con frequenza quotidiana, dalla regione della radiosorgente Sagittarius A, cioè dalla zona centrale della nostra galassia, la Via Lattea, dove gli astrofisici ritengono che si annidi un gigantesco buco nero con una massa dell’ordine di quattro milioni di stelle come il Sole. Il lampeggiare in raggi X sarebbe dovuto alla frequente caduta nel buco nero di asteroidi e comete che si troverebbero da quelle parti a migliaia di miliardi dopo essere stati strappati alle loro stelle. Secondo Kastytis Zubovas e collaboratori (Università di Leicester, Regno Unito), i flares si verificherebbero quando un asteroide con un diametro superiore a una ventina di chilometri viene risucchiato nel buco nero (disegno). Se qualche perturbazione gravitazionale spinge l’asteroide fino a circa 150 milioni di chilometri dall’orlo della singolarità gravitazionale, esso viene sbriciolato dalle potentissime forze di marea e i suoi frammenti si vaporizzano vorticando ed emettendo raggi X prima di precipitare nel “pozzo” di Sagittarius A. La loro fine ricorda quindi quella delle meteore che si vaporizzano nell’atmosfera della Terra, ma su una scala di energia e di dimensioni molto più grandi.

Altre informazioni:

http://lanl.arxiv.org/abs/1110.6872

 

Notizie da Marte. Sabbia e mare. Presente e passato del pianeta più affascinante.  Incominciamo dalla sabbia. Questa è una meravigliosa immagine di dune ripresa dalla navicella della Nasa “Mars Reconnaissance Orbiter”. Scattata il 29 novembre dell’anno scorso, ritrae una superficie di 1 km x 1 km della Terra Noachis, ad una latitudine di 42°, corrispondente a quella di Roma. E’ un po’ come la registrazione di un anemometro: le dune, con il loro orientamento e le loro forme e dimensioni, disegnano la traccia del vento che le ha modellate.

L’altra notizia ce la invia la sonda dell’ESA “Mars Express”. Il suo strumento Marsis, un radar capace di sondare il sottosuolo, ha rilevato l’impronta, a 60-80 metri di profondità, di un oceano fossile che risale a 4 miliardi di anni fa e di un successivo oceano di 3 miliardi di anni fa. Il primo poté formarsi perché all’epoca la temperatura del pianeta era alquanto più elevata. Il secondo derivò forse dalla fusione di una grande quantità di ghiaccio nel sottosuolo (residuo dell’oceano precedente) in seguito all’impatto di un grosso asteroide.

Altre informazioni:

 http://hirise.lpl.arizona.edu/

http://www.esa.int/esaSC/SEMVINVX7YG_index_0.html

 

La Luna, o meglio le maree, influenzano le eruzioni vulcaniche. Lo dimostra una ricerca in via di pubblicazione sulla rivista internazionale “Terra Nova”. Gianluca Sottili (Istituto di Geologia Ambientale e Geoingegneria del CNR) e Danilo M. Palladino (Università di Roma La Sapienza) hanno esaminato per 17 mesi gli eventi esplosivi del vulcano Stromboli (foto), che attualmente in media si ripetono 12 in un’ora. In totale la statistica raccolta è di 150 mila esplosioni. I dati confermano che le maree terrestri, pur non essendo causa scatenante delle eruzioni vulcaniche, modulano la frequenza di alcuni tipi di attività come, appunto, l’attività esplosiva di Stromboli. In coincidenza con i massimi mareali, cioè con una periodicità di circa 14 giorni, i ricercatori hanno osservato un aumento fino all’85% del numero orario di esplosioni. Spiega  Gianluca Sottili: “La peculiarità degli effetti delle maree terrestri sul vulcano Stromboli (uno dei vulcani più attivi al mondo) risiede in una "sensibilità" particolare del sistema magmatico: a Stromboli le singole esplosioni hanno tempi di ritorno molto più brevi dei periodi mareali (12, 24 ore). In altri termini, in un sistema con un’attività persistente come quello di Stromboli, le maree non modulano l'accadimento dei singoli eventi vulcanici (come nel caso dell'Etna), ma piuttosto intensificano l'attività vulcanica.” Stromboli è il prototipo di una categoria di vulcani caratterizzati da continua attività esplosiva, chiamata, appunto, “stromboliana”.

 

Il 13 febbraio per la prima volta dovrebbe staccarsi dalla rampa di lancio di Kourou (Guyana francese) il nuovo lanciatore Vega (disegno), un razzo europeo di concezione italiana per metà finanziato dal nostro paese e per metà dall’ESA. C’è stato infatti un rinvio di tre giorni rispetto alla data fissata per una verifica da compiere sul sistema di distacco degli stadi del lanciatore, progettato per mettere in orbita  bassa /700 chilometri) satelliti fino a una massa di 1500 chilogrammi. Nell’imminente volo di qualifica operativa, Vega porterà in orbita 9 piccoli satelliti, quattro dei quali italiani: oltre al Lares dell'Asi, l'Almasat-1 dell’Università di Bologna e 2 Cube-sat realizzati dal Politecnico di Torino e dalla scuola di ingegneria aerospaziale dell'Università la Sapienza di Roma.

Dietro il razzo Vega c’è l’industria aerospaziale italiana, e in particolare la Avio di Colleferro. Il 65 per cento del lanciatore è prodotto nel nostro paese. La probabilità di successo di questo primo volo sperimentale è valutata intorno al 60 per cento.

Con Vega l’Italia entra nel ristrettissimo club dei Paesi in grado di accedere allo spazio con proprie tecnologie - ha dichiarato Francesco Caio, amministratore delegato di Avio. - Negli ultimi otto anni, il gruppo ha sviluppato un lanciatore fortemente innovativo: il primo interamente in fibra di carbonio, con controlli digitali avanzati e una grande flessibilità di configurazione per mettere in orbita satelliti di diverse dimensioni e funzionalità”. 

 

Il pianeta Venere rallenta il moto di rotazione intorno al suo asse, già lentissimo. Negli ultimi vent’anni il “giorno” venusiano si è allungato di 6 minuti e mezzo. Lo annuncia il gruppo di ricercatori guidato da Nils Mueller del DLR Institute of  Planetary Science sul numero di febbraio della rivista “Icarus”, interamente dedicato agli ultimi studi sul pianeta più simile alla Terra per massa e dimensioni. I dati messi a confronto sono quelli della sonda della Nasa “Magellan” raccolti nel 1990 e quelli della navicella dell’ESA “Venus Express”, in attività dal 2006. Con lo strumento Virtis messo a punto dall’Asi e dall’Inaf, sono state individuate le stesse strutture geologiche già esaminate da “Magellan” e si è notato un spostamento di 20 chilometri rispetto al punto in cui ci si aspettava di trovarle, fatto evidentemente dovuto a un rallentamento della rotazione del pianeta (foto). L’ipotesi è che ciò avvenga a causa dell’attrito della densa atmosfera di Venere con la superficie solida del pianeta. L’atmosfera venusiana, infatti, compie una rotazione completa in quattro giorni. Per un complesso fenomeno di meccanica celeste, la rotazione di Venere avviene in 243 giorni: cioè un tempo più lungo dell’anno venusiano, il cui periodo orbitale è di 224,7 giorni. L’atmosfera venusiana, 90 volte più densa della nostra, si sposta a 400 chilometri l’ora, mentre la superficie all’equatore ruota di appena 1,8 metri al secondo (contro 463 metri per la Terra).

Sito della rivista “Icarus”:

http://www.sciencedirect.com/science/journal/00191035/217/2

 

Il pianeta Venere rallenta il moto di rotazione intorno al suo asse, già lentissimo. Negli ultimi vent’anni il “giorno” venusiano si è allungato di 6 minuti e mezzo. Lo annuncia il gruppo di ricercatori guidato da Nils Mueller del DLR Institute of  Planetary Science sul numero di febbraio della rivista “Icarus”, interamente dedicato agli ultimi studi sul pianeta più simile alla Terra per massa e dimensioni. I dati messi a confronto sono quelli della sonda della Nasa “Magellan” raccolti nel 1990 e quelli della navicella dell’ESA “Venus Express”, in attività dal 2006. Con lo strumento Virtis messo a punto dall’Asi e dall’Inaf, sono state individuate le stesse strutture geologiche già esaminate da “Magellan” e si è notato un spostamento di 20 chilometri rispetto al punto in cui ci si aspettava di trovarle, fatto evidentemente dovuto a un rallentamento della rotazione del pianeta (foto). L’ipotesi è che ciò avvenga a causa dell’attrito della densa atmosfera di Venere con la superficie solida del pianeta. L’atmosfera venusiana, infatti, compie una rotazione completa in quattro giorni. Per un complesso fenomeno di meccanica celeste, la rotazione di Venere avviene in 243 giorni: cioè un tempo più lungo dell’anno venusiano, il cui periodo orbitale è di 224,7 giorni. L’atmosfera venusiana, 90 volte più densa della nostra, si sposta a 400 chilometri l’ora, mentre la superficie all’equatore ruota di appena 1,8 metri al secondo (contro 463 metri per la Terra).
Sito della rivista “Icarus”:

 

Una eruzione solare avvenuta il 23 gennaio 2012 ha generato tre giorni dopo intense aurore polari sulla Terra riaprendo l'allarme - lanciato dalla Nasa - per eventuali danni che l'attività della nostra stella potrebbe arrecare ai satelliti in orbita geostazionaria e anche a dispositivi terrestri come gli impianti di distribuzione elettrica e i sistemi di telecomunicazioni. Premesso che i fenomeni solari non sono ad oggi prevedibili, sulla base dei dati tendenziali questo ventiquattresimo ciclo dell'attività solare dovrebbe raggiungere la punta più alta a partire dal febbraio 2013 ma non  ci si aspetta un massimo particolarmente elevato. Anzi, secondo le proiezioni più recenti, il prossimo massimo solare sarà probabilmente il meno intenso degli ultimi ottant'anni. Il che non esclude, naturalmente, singoli episodi di attività violenta.
Su un altro versante, quello del tentativo di riprodurre in laboratorio le condizioni che permettono la fusione termonucleare nell'interno del Sole allo scopo di sviluppare reattori che producano energia elettrica da fusione, c'è da registrare un risultato interessante ottenuto in California allo Slac-National Accelerator Laboratory di Stanford: bombardando una sottile lamina di alluminio con impulsi laser brevissimi ma di altissima potenza, per un milionesimo di miliardesimo di secondo, il gruppo guidato da Sam Vinko (Oxford University) è riuscito a riscaldare una minima parte della lamina fino a 2 milioni di Kelvin.
Nella foto in luce H-alpha, un brillamento solare ripreso dalla sonda europea SOHO
Filmato Nasa della tempesta del 23 gennaio:

 

E’ già difficilissimo “vedere” i neutrini quando, rarissimamente, interagiscono con la materia ordinaria. Figuriamoci “ascoltarli”. Eppure è questa la nuova tecnica di rivelazione che si sta mettendo a punto all’Università di Milano Bicocca. In questo caso i rivelatori saranno costruiti con film sottili superconduttivi molto sensibili alle bassissime temperature, configurati in modo che funzionino come micro-risonatori a microonde. Si otterranno così minuscole “canne di organo” di nitruri e carburi metallici in grado di segnalare alterazioni del “suono” caratteristico prodotto dal passaggio dei neutrini, misurandone l’energia con la precisione di una parte su mille. Potenziali applicazioni sono nella ricerca sulla radiazione fossile dell’universo, nell’astronomia millimetrica, nell’analisi dei materiali e in strumenti di diagnosi bio-medica. Il progetto “Sviluppo di rivelatori a micro risonatore per la fisica del neutrino” durerà tre anni e ha un costo complessivo di 571 mila euro. La Fondazione Cariplo ha contribuito con un finanziamento di quasi 400 mila euro. Tra i collaboratori di prestigio c’è Peter K. Day del Jet Propulsion Laboratory (California).

 

A più di quarant’anni dal loro arrivo sulla Terra, le rocce lunari raccolte da Armstrong e Aldrin durante il primo sbarco sulla Luna continuano a sorprenderci. Su un pezzo di basalto che fa parte dei 23 chilogrammi di campioni dell’Apollo 11 (foto), un gruppo di ricerca guidato da Erin Shea del Dipartimento di scienze planetarie del MIT ha trovato le prove che il campo magnetico della Luna si mantenne ad un notevole livello di intensità per 500 milioni di anni in più rispetto a quanto finora si potesse supporre. L’articolo è pubblicato sul numero di “Science” del 27 gennaio. Come nel caso degli altri corpi del Sistema Solare, il campo magnetico della Luna aveva origine nell’effetto dinamo generato dalla rotazione di grandi quantità di magma metallico nella regione centrale del nostro satellite. Si pensava che il magma si fosse rappreso 4,2 miliardi di anni fa, smagnetizzando la Luna. La roccia dell’Apollo 11 indica invece che 3,7 miliardi di anni fa il campo magnetico era ancora sufficientemente intenso per orientare i composti di ferro contenuti nel nocciolo lunare.

 

Si è spento Franco Pacini (foto), pioniere nello studio delle stelle di neutroni (pulsar), per molti anni direttore dell’Osservatorio di Arcetri (1978-2001), astrofisico di fama mondiale. Era nato a Firenze il 10 maggio 1939. Ultimamente soffriva per la Malattia di Parkinson. Il lavoro che lo ha reso famoso risale al 1967, quando interpretò le pulsar da poco scoperte come stelle di neutroni dotate di campo magnetico e in rapidissima rotazione. Le pulsar erano state notate per la prima volta da Jocelyn Bell mentre preparava la sua tesi di dottorato a Cambridge. La Bell le segnalò al direttore del radiotelescopio, Anthony Hewish, poi premiato con il Nobel. Tra gli studi di Pacini spiccano anche quelli sulle quasar, galassie giovani che hanno nel loro nucleo un buco nero attivo. Fu promotore di importanti strumenti, da quelli dell’Osservatorio australe europeo al Large Binocular Telescope, realizzato in Arizona (due specchi da 8,4 metri che funzionano anche da interferometro). Presidente dell’Unione Astronomica Internazionale dal 2000 al 2003, si fece promotore dell’Anno Internazionale dell’Astronomia, proclamato dall’Unesco per il 2009, a quattro secoli dalle storiche osservazioni di Galileo.

Di lui ha detto Giovanni F. Bignami, presidente dell’Inaf: “È una perdita grave per l’astronomia italiana e per l’Accademia dei lincei. La nostra comunità dovrà pensare come portare avanti la sua gloriosa tradizione”. 

 

Si è spento Franco Pacini (foto), pioniere nello studio delle stelle di neutroni (pulsar), per molti anni direttore dell’Osservatorio di Arcetri (1978-2001), astrofisico di fama mondiale. Era nato a Firenze il 10 maggio 1939. Ultimamente soffriva per la Malattia di Parkinson. Il lavoro che lo ha reso famoso risale al 1967, quando interpretò le pulsar da poco scoperte come stelle di neutroni dotate di campo magnetico e in rapidissima rotazione. Le pulsar erano state notate per la prima volta da Jocelyn Bell mentre preparava la sua tesi di dottorato a Cambridge. La Bell le segnalò al direttore del radiotelescopio, Anthony Hewish, poi premiato con il Nobel. Tra gli studi di Pacini spiccano anche quelli sulle quasar, galassie giovani che hanno nel loro nucleo un buco nero attivo. Fu promotore di importanti strumenti, da quelli dell’Osservatorio australe europeo al Large Binocular Telescope, realizzato in Arizona (due specchi da 8,4 metri che funzionano anche da interferometro). Presidente dell’Unione Astronomica Internazionale dal 2000 al 2003, si fece promotore dell’Anno Internazionale dell’Astronomia, proclamato dall’Unesco per il 2009, a quattro secoli dalle storiche osservazioni di Galileo.

Di lui ha detto Giovanni F. Bignami, presidente dell’Inaf: “È una perdita grave per l’astronomia italiana e per l’Accademia dei lincei. La nostra comunità dovrà pensare come portare avanti la sua gloriosa tradizione”. 

 

Su Titano, il grande satellite di Saturno, esistono ampie distese di dune sabbiose. Occupano il 13 per cento della superficie della maggiore tra le lune di Saturno, ma si trovano concentrate fra 30° nord e 30° sud rispetto all’equatore. Le ha rilevate la navicella “Cassini” (Nasa ed Esa) con il radar  ad apertura sintetica che, operando alla lunghezza d’onda di 2,2 centimetri, permette di vedere attraverso la spessa atmosfera del satellite. Le dune di Titano differiscono per distanza tra loro, altezza e grana del materiale sabbioso. Tipicamente sono larghe da 1 a 2 chilometri, sono alte un centinaio di metri e le loro sommità distano l’una dall’altra da 1 a 4 chilometri. E’ difficile capire se queste dune siano soggette a rapidi cambiamenti come quelle terrestri o se siano stabili così come le vediamo ora da tempi geologici. Se sono mobili, la loro grava dovrebbe essere piuttosto fine perché i venti sulla superficie di Titano non superano la velocità di 2 metri al secondo. L’opinione prevalente è che si tratti di dune fossili, con un ciclo di circa 42 mila anni che corrisponde a un ciclo orbitale che può far variare notevolmente la meteorologia di Titano, basata su gas come l’azoto e il metano. Non mancano però dune dall’aspetto recente. Portata da “Cassini”, su Titano scese nel 2005 la navicella europea “Huygens”. Oltre che sulla Terra, esistono dune su Venere e su Marte.

Nella foto Nasa-Esa-Asi, dune di Titano (a sinistra) accostate a dune terrestri (Rub Al Khali, Arabia Saudita).

Informazioni:

http://sci.esa.int/science-e/www/object/index.cfm?fobjectid=49878

 

Le comete che finiscono con un suicidio, cioè precipitando sul Sole, sono piuttosto numerose ma solo da quando disponiamo di adeguati strumenti nello spazio è diventato possibile osservare il drammatico fenomeno. La cometa C/2011 N3 (foto) ha terminato la sua esistenza vaporizzandosi nella corona solare il 18 gennaio 2012 (poche settimane prima l’aveva invece scampata la cometa Lovejoy). Osservata per la prima volta il 4 luglio del 2011 con lo strumento Lasco a bordo della navicella europea SOHO, la cometa suicida è precipitata sul Sole alla velocità di 650 chilometri al secondo. Lo strumento AIA a bordo della navicella “Solar Dynamics Observatory ha permesso di seguire il tuffo mortale per venti minuti mentre la cometa si trovava ancora a 140 mila chilometri dalla superficie della nostra stella. L’aspetto nuovo e interessante è che per la prima volta si è potuto osservare il processo di vaporizzazione del nucleo cometario nel rovente plasma che avvolge il Sole. Si stima che la massa vaporizzata sia stata di circa 70 mila tonnellate. “Osservare la vaporizzazione di una cometa come nel caso della cometa C/2011 N3”, dice Francesca  Esposito dell’INAF- Osservatorio Astronomico di Capodimonte, “permette di studiare la composizione di questo oggetto perché quando questa si avvicina al Sole espelle materiale fino a disgregarsi completamente e i suoi frammenti possono essere analizzati”.

Altre informazioni:

 

M 67 è un ammasso stellare aperto nella costellazione del Cancro scoperto da Johann G. Koelher prima del 1779 e poi inserito da Charles Messier nel suo famoso catalogo. Sulla base del moto proprio del Sole nella Via Lattea e della percentuale di metalli misurata in esso e nelle stelle di M 67 si era ipotizzato che il Sole si fosse formato in quell’ammasso e ne fosse poi stato espluso in seguito a perturbazioni gravitazionali. Una simulazione al computer ha chiarito che non è così. Lo riferisce un articolo sull’”Astronomical Journal” firmato tra gli altri da Giampaolo Piotto e Andrea Bellini dell’Università di Padova insieme con Luigi Bedin dell’Inaf. Il lavoro di ricerca ha utilizzato per la simulazione il metodo Monte Carlo e ha tenuto conto, per la Via Lattea, sia di una struttura barrata sia di una struttura a tre bracci. Sono state tentate 350 mila coppie di orbite del Sole e di M 67 per vedere se sia stata possibile l’espulsione della nostra stella dall’ammasso. La probabilità che ciò sia avvenuto risulta estremamente bassa: meno di una su 10 milioni.
Altre informazioni:

 

Dall'estate del 2009 al 14 gennaio 2012 il satellite europeo "Planck" (disegno) è stato il punto più freddo del Sistema Solare grazie all'HFI, lo strumento per rivelazione di segnali ad alta frequenza, con il quale i cosmologi hanno studiato nei minimi particolari la radiazione cosmica di fondo. Ma a piccoli passi l'elio 3 superfluido usato per il raffreddamento a  poco più di 1 Kelvin si è riscaldato - nelle ultime settimane al ritmo di 2,5 milesimi di grado al giorno - e i ricercatori hanno dovuto rinunciare a ulteriori dati di HFI. In ogni caso "Planck" ha perfettamente rispettato le previsioni di vita operativa, e anzi le ha superate. Come ha ricordato Paolo De Bernardis, HFI fu concepito venti anni fa e ha lavorato per 976 giorni, garantendo una sensibilità mai raggiunta prima. La missione di "Planck", peraltro, continua con lo strumento per frequenze più basse (LFI) che richiede un raffreddamento meno impegnativo. Una panoramica preliminare dei risultati si avrà in un convegno internazionale che si terrà dal 13 al 17 febbraio. Planck è in orbita a 1,5 milioni di chilometri dalla Terra, in uno dei "punti di Lagrange".
Altre informazioni:







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