Astro News a cura di Piero Bianucci

 

Il telescopio spaziale “Hubble” scrutando l’universo nell’infrarosso a nove miliardi di anni luce di distanza è riuscito a individuare per la prima volta gruppi di deboli e giovanissime galassie nane nelle quali si riesce a distinguere la formazione di nuove stelle (foto). In sostanza queste immagini ci permettono per la prima volta di assistere alla nascita simultanea delle stelle e della galassia alla quale esse danno esistenza e forma. Il ritmo di accensione di nuove stelle in queste galassie è superiore al doppio di quello normale. Le galassie neonate sono molto piccole: circa un centesimo della nostra Via Lattea (cioè con un diametro di poco più di mille anni luce). La scoperta si deve al Candels Team, che aha base a Baltimora all’Istituto del telescopio Spaziale. E’ stato possibile individuare le stelle neonate grazie all’emissione per fluorescenza nell’infrarosso di un alone di ossigeno che le circonda. Questo genere di ricerche sarà molto potenziato quando sarà disponibile il nuovo telescopio spaziale "James Webb", progettato proprio per lavorare nel vicino infrarosso.

Altre informazioni:

 http://sci.esa.int/science-e/www/object/index.cfm?fobjectid=49582

 

Il satellite “Pamela” (disegno), progettato per dare la caccia all’antimateria nello spazio, ha superato il traguardo di trentamila orbite intorno alla Terra e si avvicina ai duemila giorni di vita operativa. Il carico scientifico a bordo del satellite è costituito da un potente magnete e da vari rivelatori di particelle. Il tutto orbita a una quota compresa tra 350 e 600 chilometri. La sua missione è quella di studiare i raggi cosmici e in particolare la loro componente di antimateria. “Pamela ha ottenuto risultati di grande rilevanza nei campi della ricerca della materia oscura tramite la rilevazione di positroni e di antiprotoni. Inoltre ha contribuito a chiarire i meccanismi  di accelerazione e propagazione dei raggi cosmici nella nostra galassia e ha compiuto un  costante monitoraggio dell’attività solare. Tra le scoperte di “Pamela” spicca una fascia di radiazione  intorno alla Terra composta di antiprotoni. Questi risultati sono stati pubblicati sulle più importanti riviste scientifiche, tra le quali Nature, Science e Physical Review Letters. PAMELA ( acronimo di Payload for Antimatter Matter Exploration and Light - nuclei Astrophysics) è frutto di una collaborazione tra l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, l’Agenzia Spaziale Russa e istituti di ricerca russi, con la partecipazione dell’Agenzia Spaziale Italiana e il contributo delle agenzie spaziali e università tedesche e svedesi.

 

Il sito:

http://pamela.roma2.infn.it/index.php

 

Il satellite “Fermi” per lo studio del cielo in raggi gamma ha osservato la centesima pulsar (stella di neutroni derivata dal collasso di una stella massiccia) che emette questa radiazione ad alta energia. Tre anni fa l’astronomia in raggi gamma ne conosceva soltanto 7. La forte crescita del campionario statistico rende ora evidente che esiste una notevole varietà di tipi di pulsar: la categoria fino a ieri unica delle stelle di neutroni sta suddividendosi in sottocategorie. Come riferisce la rivista “Science” del 4 novembre, tra le ultime scoperte di “Fermi” c’è una pulsar dal periodo intorno al millesimo di secondo. Si ritiene questa altissima velocità di rotazione si raggiunga perché la stella di neutroni forma un sistema binario con una stella normale dalla quale attira materia che con il suo impatto accelera la rotazione. Di solito queste pulsar hanno età dell’ordine di miliardi di anni. Quella appena scoperta invece avrebbe solo 25 milioni di anni. Si trova in un ammasso globulare (NGC 6624) della nostra galassia a 27 mila anni luce da noi e con un’età di 10 miliardi di anni. “Fermi” ha osservato 11 ammassi globulari che emettono raggi gamma spiegabili con la presenza di un gran numero di deboli “millisecond pulsar”. Invece nel caso di NGC 6624 (foto) l’emissione viene solo dalla nuova giovanissima pulsar appena scoperta.

Altre informazioni:

http://www.nasa.gov/mission_pages/GLAST/news/young-pulsar.html

http://www.nasa.gov/externalflash/fermipulsar/

Il telescopio spaziale “Hubble” è riuscito ad osservare il disco di accrezione (immagine qui accanto) di un buco nero contenuto in una quasar lontana alcuni miliardi di anni luce facendosi aiutare da una “lente gravitazionale” gentilmente offerta ai ricercatori da alcune galassie che si trovano lungo il cammino della luce tra noi e la quasar. Si è così riusciti a stimarne le dimensioni e la distribuzione della
temperatura in questa materia caldissima che vortica intorno al buco nero poco prima di precipitarvi dentro. Il disco di accrezione osservato ha un diametro compreso tra 4 e 11 giorni-luce (da 100 a 300 miliardi di chilometri). Originale la tecnica di osservazione, basata sull’ingrandimento del disco di accrezione fornito dall’effetto lente gravitazionale prodotto da galassie interposte e sulla cosiddetta  “legge dell’estinzione”. La pubblicazione della ricerca (guidata da Jose Munoz), avverrà sul numero del 1° dicembre dell’”Astrophysical Journal”.
Altre informazioni:
http://www.media.inaf.it/2011/11/04/un-quasar-sotto-la-lente/

Non si sono mai mossi da Mosca ma per 520 giorni hanno simulato un viaggio verso Marte: prima per 240 giorni chiusi in un tubo che rappresentava l’astronave, poi per una trentina di giorni in uno stanzone che riproduceva l’ambiente marziano (ma non le reali condizioni climatiche e atmosferiche), infine di nuovo per 240 giorni sulla finta astronave. Questa avventura  sedentaria, che si è conclusa il 4 novembre all’Istituto di medicina e biologia della capitale russa, aveva soprattutto lo scopo di studiare sperimentalmente i problemi psicologici e fisiologici e le difficoltà di convivenza in un così lungo isolamento dal mondo e in uno spazio ristretto. Componevano l’equipaggio i russi Alexei Sitev (comandante), Suhrob Kamolov ed Alexandr Smolevsky (medici), l’ingegnere di bordo francese Roman Charles, il ricercatore italiano Diego Urbina e il ricercatore cinese Wang Yu. Al termine dell’esperimento i russi e gli europei riceveranno un compenso di 75 mila euro. Tra due anni l’agenzia spaziale russa RosKosmos ripeterà l’esperimento “Marte- 500” a bordo della Stazione Spaziale Internazionale. L’8 novembre gli “astronauti” terranno una conferenza stampa ufficiale.
 

 

Il 9 novembre alle 0,28 ora italiana un asteroide dal diametro di 400 metri transiterà a 324 600 chilometri dalla Terra, cioè all’interno dell’orbita della Luna. Nella fase di massimo avvicinamento apparirà di magnitudine 12,2, alla portata di telescopi da 10 centimetri (ma a seconda dell’angolo di illuminazione questa stima ha un’incertezza di una magnitudine). Nessun rischio, ovviamente, per il nostro pianeta, ma con i radiotelescopi di Arecibo (il “305 metri” che occupa una piccola valle a Puerto Rico) e la grande parabola di Goldstone in California se ne ricaveranno immagini radar per conoscere meglio questa potenziale minaccia. L’asteroide, la cui sigla è 2005 YU55, è noto da sei anni e ha un’orbita che lo porta periodicamente vicino a Marte, alla Terra e a Venere. Nell’aprile 2010 il radiotelescopio di Arecibo ne ha già fornito immagini che mostrano una roccia tondeggiante dalla superficie rugosa, che ruota lentamente su sé stessa in 18 ore (foto). L’ultima volta che un asteroide con queste dimensioni è passato così vicino risale al 1976, la prossima sarà nel 2028, quando l’asteroide 2001 WN5 passerà a circa 230 mila chilometri da noi (0,6 della distanza Terra-Luna).

Altre informazioni ed effemeridi per il 9 novembre:

http://www.jpl.nasa.gov/news/news.cfm?release=2011-332

http://newton.dm.unipi.it/neodys/index.php?pc=1.1.3.1&n=2005YU55&oc=500&y0=2011&m0=11&d0=8&h0=0&mi0=0&y1=2011&m1=11&d1=12&h1=0&mi1=0&ti=1.0&tiu=hours

 

 metà agosto la navicella europea “Mars Express” (disegno) in orbita intorno a Marte è entrata automaticamente nella modalità di funzionamento in sicurezza: cioè ha sospeso le operazioni di rilievo e trasmissione dati in seguito a una anomalia riscontrata nei propri apparati elettronici. Si tratta di un normale provvedimento automatico per evitare danni in attesa che l’anomalia venga risolta. Presto si è chiarito che i problemi di “Mars Express” risiedono nella sua memoria a stato solido, il chip nel quale vengono immagazzinati i dati che poi verranno trasmessi a terra. In questa memoria però sono memorizzati anche i comandi inviati da terra alla navicella, comandi che verranno successivamente eseguiti. Il problema di “Mars Express” è quindi piuttosto serio. Infatti da agosto ogni volta che si è provato a rimettere in funzione la sonda, questa è rientrata in modalità sicurezza, un malfunzionamento che si era manifestato già tre anni fa. La cosa è preoccupante perché ad ogni riavvio “Mars Express” consuma una quantità di propellente pari a sei mesi di vita. Dal 16 ottobre ogni operazione è sospesa, in attesa di poter fare un reset e riavvio della memoria che risolva il problema in modo definitivo. I tempi però potrebbero essere lunghi.

Altre informazioni:

http://sci.esa.int/science-e/www/object/index.cfm?fobjectid=49549

Vedere il cielo in 3D? Distinguere galassie lontane da altre più vicine valutando la profondità dello spazio intergalattico così come facciamo con la finestra della nostra stanza rispetto alla casa che abbiamo di fronte? Gli astronomi che lavorano con il telescopio giapponese da 8,2 metri Subaru, in funzione a Mauna Kea, isole Hawaii, ci sono riusciti applicando al suo fuoco primario un filtro H-alfa
che seleziona la luce emessa dall’idrogeno. Lo studio riguarda il “Quintetto di Stéphan”, un gruppo di cinque galassie nella costellazione di Pegaso scoperto dall’astronomo francese Edouard Stéphan nel 1877 all’Osservatorio di Marsiglia. Il filtro aveva lo scopo di mettere in evidenza le zone ricche di idrogeno dove si formano nuove stelle. A lungo si è ritenuto che le cinque galassie fossero legate gravitazionalmente, e poiché hanno diversi redshift (spostamento verso il rosso delle linee spettrali) astronomi come Alton Arp usavano il “Quintetto” per argomentare contro l’interpretazione cosmologica del redshift. In realtà il Quintetto è tale per motivi prospettici: la galassia NGC 7320 è assai più vicina, a 50 milioni di anni luce (in azzurro nel disegno); le altre quattro sono sei volte più lontane, a 300 milioni di anni luce. Mettendo a zero il redshift per la galassia NGC 7320, scompare l’idrogeno delle galassie più lontane e viceversa.
Altre informazioni:
http://www.naoj.org/Pressrelease/2011/08/18/index.html

 

Tre articoli su “Science” del 28 ottobre consacrano l’asteroide Lutetia (foto) come uno dei più antichi fossili del Sistema solare. E' stato possibile accertarlo grazie alle immagini e ai dati raccolti il 10 luglio 2010 dalla navicella europea “Rosetta” in viaggio verso la cometa Churyumov-Gerasimenko, che raggiungerà nel 2014 per depositarvi sopra un laboratorio di analisi chimiche robotizzato e poi inseguirla nella corsa verso il passaggio al perielio. “I dati provenienti dallo spettroscopio Virtis a bordo di Rosetta dimostrano come la superficie di Lutetia sia estremamente uniforme dal punto di vista della sua composizione e abbia mantenuto le caratteristiche di una crosta primordiale, formata da materiali assimilabili a meteoriti primitive, come le condriti carbonacee”, dice Fabrizio Capaccioni, dell’INAF-IFSI di Roma, coautore dell’articolo e Principal Investigator di Virtis. Questa osservazione, combinata con le informazioni sull’età, permette di ipotizzare che Lutetia sia un planetesimo - cioè uno dei corpi che si formarono nel sistema solare primordiale 4 miliardi e mezzo di anni fa, corpi dai quali i pianeti hanno avuto origine. “Rosetta” ha anche permesso di determinare la temperatura superficiale di Lutetia (che oscilla tra -210 e -28 °C) e di scoprire che la sua superficie è ricoperta da uno strato di polvere molto fine, con particelle delle dimensioni comprese tra 50 e 100 micron (milionesimi di metro), molto simile alla regolite che ricopre la Luna.

 

E’ una gara tra “pianeti nani”. Su “Nature” del 27 ottobre Bruno Sicardy dell’Osservatorio di Parigi (con un folto gruppo di colleghi) ha pubblicato una nuova misura del diametro di Eris, oggetto della Fascia di Kuiper che si riteneva avesse sottratto a Plutone il primato delle dimensioni. Ora una occultazione stellare ha portato la stima del raggio di Eris a 1163 chilometri (con incertezza di 6 km in più o in meno), quasi uguale a quello di Plutone (valutato tra 1150 e 1200 chilometri). Per Eris le precedenti stime si basavano sull’albedo, e quindi dipendevano dall’incertezza, sempre notevole, con cui viene valutato il potere riflettente dell’oggetto. Evidentemente l’albedo di Eris è maggiore di quanto ci si attendeva, se aveva fatto stimare il suo raggio in circa 1500 chilometri. La densità risulta pari a 2,52 volte quella dell’acqua. La tenuissima atmosfera ha una densità inferiore a un miliardesimo di quella terrestre. Eris ha un minuscolo satellite, visibile nella foto qui accanto.

La nuova misura porta acqua al mulino di quelli che non hanno mai digerito il declassamento di Plutone da pianeta a pianeta nano: nel 2006 furono infatti le (presunte) maggiori dimensioni di Eris ad accelerare il processo di declassamento di quello che per 76 anni era stato il nono pianeta. Clyde Tombaugh, scopritore di Plutone, morì alcuni anni prima della decisione della IAU. Se fosse vivo, sorriderebbe amaramente.

 

I ricercatori che partecipano alla caccia ai “lampi gamma” (Gamma Ray Burst, GRB) nell’ambito della missione americana “Swift” (disegno) ricevono in tempo reale le comunicazioni del satellite sul loro telefono cellulare: ciò permette di allertare subito gli Osservatori per seguire da terra, nel visibile, un eventuale fenomeno corrispondente all’evento in raggi X. D’ora in poi questa emozionante opportunità non sarà esclusiva dei ricercatori: tutti avremo notizie direttamente dallo spazio sui più violenti fenomeni dell’universo grazie a una app gratuita per smartphone ideata da Patrizia Caraveo, direttore dell’INAF-Istituto di Astrofisica Spaziale e Fisica Cosmica di Milano  e Co-Investigator italiana per Swift. La app è stata  sviluppata da Giacomo Saccardo, studente dell’Università di Trento, durante un soggiorno allo Swift Mission Operations Center presso la Penn State University a State College, Pennsylvania. I dati ricevuti ed elaborati dal programma sono gli stessi che utilizzano gli scienziati per studiare e comprendere i lampi di raggi gamma. Molte sono le informazioni che fornisce l’applicazione, dalla posizione di Swift nella sua orbita a dove sta puntando i suoi strumenti, oltre a una galleria delle più belle immagini raccolte dal satellite. L’app inoltre elenca e indica la posizione dei più recenti lampi di raggi gamma scoperti, insieme alle immagini fornite dai telescopi ottico ed X a bordo di Swift, permettendo di seguire in tempo reale l’affievolirsi dell’emissione dei lampi gamma. Ma la funzione più preziosa del programma è quella di segnalare con sms un nuovo lampo gamma appena rivelato da Swift.

 

Il satellite tedesco per astronomia in raggi X “ROSAT” (disegno), da tempo inattivo, è rientrato nell’atmosfera senza creare alcun problema. Si è inabissato nell’oceano Indiano il 23 ottobre tra le ore 1,45 e 2, 15. Dopo il rientro a poche settimane di distanza dei satelliti “Uars” e “Rosat”, non bisogna aspettarsi che d'ora in poi piovano satelliti con una cadenza tanto ravvicinata. Uars e Rosat risalgono infatti a vent’anni fa, quando i lanci erano più numerosi rispetto ad oggi, e non prevedevano misure per un rientro controllato. "Il trend va verso satelliti di minori dimensioni, con carichi scientifici più dedicati, diversamente dalle missioni satellitari 'tutto in uno' con satelliti giganti come Uars", dice Heiner Klinkrad, responsabile dell'Ufficio Detriti Spaziali ESA. "Ciò

significa che i rottami derivanti dalle missioni future saranno più piccoli e difficilmente potranno arrivare al suolo". “Rosat” (Roengten Satellit) era stato lanciato dalla Nasa nel 1990 per esplorare il cielo nelle radiazioni ad alta energia. Da un’orbita con perigeo a 565 chilometri e apogeo a 585, è stato operativo fino al 1999. La sua massa residua era di 2500 chilogrammi, 400 dei quali potevano toccare il suolo. Non si sa quanti frammenti siano finiti nell’oceano Indiano, ma tra questi c’è sicuramente lo specchio principale perché la sua massa era notevole e il materiale resistente alle alte temperature prodotte dall’attrito con l’aria.

 

Le puntine blu che vedete su questo planisfero segnalano i telescopi robotizzati che il progetto europeo “Gloria” metterà gratuitamente a disposizione di astronomi professionisti e di astrofili sulla base esclusiva del merito, cioè dell’interesse del tema di ricerca. Il tempo di osservazione per ora viene messo a bando su questi 17 telescopi, ma altri potranno aggiungersi nel corso del progetto, che è finanziato con 2,5 milioni di euro per tre anni dal Settimo Programma Quadro dell’Unione Europea. La valutazione delle proposte avverrà secondo il metodo peer-to-peer.

GLORIA, GLObal Robotic telescopes Intelligent Array for e-science, si propone di far crescere la ricerca dal basso offrendo un software che consente l’accesso agli strumenti in remoto da qualsiasi personal computer. «Il criterio per l’assegnazione del tempo sui telescopi – spiega Luciano Nicastro, Inaf di Bologna, coordinatore della comunicazione del progetto – è quello del “karma”, già applicato con successo in molti siti Web 2.0: una sorta di “reputazione”, che aumenta o diminuisce in base al giudizio espresso dall’intera comunità degli utenti circa la validità delle proposte o dei risultati ottenuti.». Il primo appuntamento con il grande pubblico è per il 5 giugno 2012, in occasione del transito di Venere davanti al Sole: osservabile solo in parte dall’Italia, sarà trasmesso in diretta web e satellitare grazie a tre telescopi solari appositamente installati dal team di Gloria in Norvegia, Giappone e Australia.

Il sito di GLORIA:

http://www.robtel.eu/

 

Ci sono stelle che, grazie a un lifting continuo, riesco a mantenersi sempre giovani. Le hanno soprannominate “blue stragglers”, cioè “tardone blu”, una contraddizione in termini, perché di solito le stelle blu, o giganti azzurre, sono stelle giovani. La scoperta di stelle blu “vecchie” risale al 1953. Adesso finalmente si è capito qual è il meccanismo della loro (quasi) eterna giovinezza. Aaron Geller, della Northwestern University, e Robert Mathieu, della università del Wisconsin-Madison, hanno scoperto che queste stelle divorano il guscio esterno della loro compagna, ingoiando continuamente materia. Questo carburante supplementare permette alle “tardone blu” di continuare a bruciare combustibile nucleare in grande quantità, come fanno le stelle giganti azzurre, e quindi di vivere più a lungo sembrando sempre giovani, mentre la stella compagna viene depredata e lasciata nuda, con il nucleo scoperto, nucleo che ha una massa pari alla metà della massa del Sole. Osservazioni fatte a Kitt Peak, Arizona, sull’ammasso aperto NGC 188 (foto) nella costellazione di Cefeo hanno permesso ai due astronomi americani di scartare le altre due ipotesi che erano state fatte per spiegare le “blue stragglers”: collisioni e “fusioni” tra stelle. Su circa 3000 stelle dell’ammasso, 21 sono “tardone blu”. L’annuncio della scoperta è su “Nature” del 20 ottobre.

 

Ci sono stelle che, grazie a un lifting continuo, riesco a mantenersi sempre giovani. Le hanno soprannominate “blue stragglers”, cioè “tardone blu”, una contraddizione in termini, perché di solito le stelle blu, o giganti azzurre, sono stelle giovani. La scoperta di stelle blu “vecchie” risale al 1953. Adesso finalmente si è capito qual è il meccanismo della loro (quasi) eterna giovinezza. Aaron Geller, della Northwestern University, e Robert Mathieu, della università del Wisconsin-Madison, hanno scoperto che queste stelle divorano il guscio esterno della loro compagna, ingoiando continuamente materia. Questo carburante supplementare permette alle “tardone blu” di continuare a bruciare combustibile nucleare in grande quantità, come fanno le stelle giganti azzurre, e quindi di vivere più a lungo sembrando sempre giovani, mentre la stella compagna viene depredata e lasciata nuda, con il nucleo scoperto, nucleo che ha una massa pari alla metà della massa del Sole. Osservazioni fatte a Kitt Peak, Arizona, sull’ammasso aperto NGC 188 (foto) nella costellazione di Cefeo hanno permesso ai due astronomi americani di scartare le altre due ipotesi che erano state fatte per spiegare le “blue stragglers”: collisioni e “fusioni” tra stelle. Su circa 3000 stelle dell’ammasso, 21 sono “tardone blu”. L’annuncio della scoperta è su “Nature” del 20 ottobre.

 

I processi termonucleari che fanno splendere le stelle con massa paragonabile a quella del Sole o un poco più massicce sono note fin dalla fine degli Anni 30 del secolo scorso, quando Hans Bethe e Karl Weiszsacker individuarono le reazioni protone-protone e CNO (carbonio-azoto-ossigeno) detta anche “ciclo del carbonio”. Il 19 ottobre il team internazionale di circa 100 ricercatori che segue l’esperimento Borexino nel Laboratorio sotterraneo del Gran Sasso (foto) ha annunciato di “avere raggiunto la prova sperimentale dell’esistenza delle reazioni protone-protone e un limite molto stringente sull’esistenza delle reazioni CNO” tramite l’osservazione dei neutrini che esse producono. La prima reazione termonucleare fa brillare le stelle di massa solare quando il loro nucleo raggiunge i 10 milioni di °C ma non è in grado di impedire il collasso di stelle più massicce (da 1,5 masse solari e oltre) perché insufficiente a contrastare la loro forza gravitazionale. Queste stelle, assai più luminose, si sostengono grazie al “ciclo del carbonio”. Se non esistesse questa reazione l’universo sarebbe molto più buio perché avremmo meno stelle e tutte di bassa luminosità. Ovviamente esistono da anni osservazioni di neutrini prodotti dalle reazioni stellari ma la prova data da Borexino è particolarmente convincente.

 

Un progetto di ricerca sulla materia oscura tramite la mappatura dei redshift cosmologici di 100 mila remote galassie presentato da Luigi Guzzo dell’Inaf – Osservatorio di Brera ha vinto il bando 2011 dell’European Research Council, organo dell’Unione Europea che sostiene la ricerca comunitaria. Il finanziamento ottenuto è di un milione e 700 mila euro. “Il finanziamento – dice Luigi Guzzo (foto) – sarà utilizzato per formare un gruppo di ricerca all’altezza di questo compito, sostenendo 5 posizioni di post doc e 3 borse di dottorato di ricerca, oltre a permettere l’acquisto di attrezzature e computer e coprire le spese per congressi e riunioni. In cinque anni dovremo sviluppare le nuove tecniche, testarle su simulazioni numeriche e applicarle infine all’analisi dei dati delle redshift surveys attualmente in corso o in fase di progetto. Alla fine capiremo se la materia oscura è una realtà o un miraggio.”

 

L’Astronomical Centre di Montecatini Val di Cecina è in funzione da appena un mese e i lavori per ultimarlo sono ancora in corso: eppure può già vantare la scoperta di una supernova confermata dalla International Astronomical Union. La stella esplosa si trova nella galassia NGC 7485 (foto). L’hanno avvistata il 14 ottobre con un Celestron 14 ( 35 cm di apertura) Fabio Martinelli, Riccardo Mancini e Fabio Briganti. La magnitudine è 17,6. L’Astronomical Centre della Val di Cecina ha aderito all’ISSP, Italian Supernovae Search Project. Hanno agevolato la sua realizzazione i proprietari del Podere Palareta offrendo il terreno e l’amministrazione comunale di Montecatini val di Cecina accelerando l’iter per la concessione dei permessi di costruzione. Gli astrofili italiani si distinguono nel mondo per il notevole numero di supernove scoperte negli ultimi dieci anni.

Il comunicato dell'Astronomical Centre:

http://www.astronomicalcentre.org/2011/10/scoperta-una-supernova-nella-galassie-ngc-7485/

I neutrini non sono più veloci della luce, sembrano tali solo perché per misurarne la velocità sono stati usati gli orologi atomici a bordo dei satelliti GPS, per i quali occorre conteggiare gli effetti comportati dalla Relatività speciale pubblicata da Einstein nel 1905. Gli scienziati dell’esperimento “Opera” (foto) svolto in collaborazione tra i laboratori del Cern e del Gran Sasso avrebbero trascurato questo aspetto, commettendo quindi un errore nella sincronizzazione degli orologi atomici utilizzati. E’ la tesi sostenuta da Ronald van Elburg dell’Università olandese di Groningen in una pubblicazione del 14 ottobre, una tra le più di 80 prodotte dopo il clamoroso annuncio. La distanza Cern-Gran Sasso è misurata, secondo il team di “Opera”, con l’incertezza di appena 20 centimetri. Ma gli orologi a bordo dei GPS – osserva Elburg – sono in moto relativo tra loro e seguono orbite allineate con il percorso dei neutrini: dunque bisogna tenere conto di come gli orologi sui GPS “vedono” cambiare la posizione della sorgente e del rivelatore di neutrini. “Dal punto di vista dell’orologio, il rivelatore si muove verso la sorgente e di conseguenza la distanza percorsa dalle particelle sembra minore”. A conti fatti, risulta una velocità superluminale apparente con un “anticipo” di 64 nanosecondi, dato vicino ai 60 nanosecondi rilevati dal team di “Opera”.    

 

Tra il 21 e il 25 ottobre precipiterà sulla Terra il satellite tedesco “ROSAT” (Roengten Satellit) lanciato dalla Nasa nel 1990 per esplorare il cielo nei raggi X. Da un’orbita con perigeo a 565 chilometri e apogeo a 585, è stato operativo fino al 1999. Privo di un sistema di propulsione, da allora ROSAT (disegno) ha lentamente perso quota e attualmente orbita a 224 chilometri di altezza, dove l’attrito con l’atmosfera residua diventa notevole, accelerando la caduta. Con una massa di 7 tonnellate, durante il rientro il satellite si frammenterà in una trentina di pezzi, alcuni dei quali potranno raggiungere il suolo. Solo due giorni prima della caduta saranno possibili previsioni precise. La regione terrestre coperta dall’orbita di ROSAT e quindi potenzialmente interessata dal rientro è molto ampia: si estende tra 53° di latitudine Nord e 53° di latitudine Sud. L’attuale luminosità del satellite è compresa tra le magnitudini 2 e 3.

Per aggiornamenti in tempo reale:

http://www.dir.de/dir/en/desktopdefault.aspx/tabid-10432/620_read-830/








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