Le Stelle nr. 112

  Novembre 2012


In edicola dal 25 ottobre
Alla Cnn si morderebbero i pugni
Renato Scagliola

Immaginiamo la sparizione totale della Terra, polverizzata, scomparsa, nebulizzata, ridotta a un vago aerosol freddo e ben sterilizzato. Proprio niente più che un soffio nello spazio. Quali ipotesi scientifiche possibili? Il deragliamento di un asteroide gigante, una cometa pazza, un’apocalisse chimica del nocciolo bollente della Terra? L’ingordigia di un buco nero che succhia pianeti come fanno i camaleonti allungando la lunga lingua vischiosa per mangiarsi la cavalletta in un amen? Chissà. Un fatto senza preavviso, fulmineo e abbagliante. Poco probabile, certo, ma si sa che nella vita ogni tanto capitano fatti assolutamente imprevedibili e improbabili. Una cosa svelta, roba di un secondo, magari anche meno, definitiva e totale, non che rimanga un mondo mezzo incenerito e puzzolente, in cui sopravvivano microorganismi e magari una lucertola o uno scarafaggio nascosti in qualche buco, che poi riprenderebbero a fare specie. Comunque niente di doloroso, tipo Hiroshima, morti e feriti e ammalati per anni, solo una cessazione totale e istantanea.
Stop.
 


Einstein? Capì il cielo senza mai guardarlo
Piero Bianucci

Non fu astronomo, ma l’astronomia ha con lui un debito immenso. Come sopravvisse a tre amori e due matrimoni. Cattivo padre, ma i bambini lo adoravano. Qualche pagina dal nuovo libro di Piero Bianucci

Albert Einstein non fu astronomo. Eppure, senza usare telescopi, rivoluzionò la visione dell’universo più di Galileo e Newton. Nel 1905 con la relatività speciale e nel 1916 con la relatività generale stabilì i fondamenti per comprendere l’origine dell’energia delle stelle, la struttura del cosmo a grande scala, i buchi neri, le lenti gravitazionali. Con i suoi contributi alla meccanica quantistica fornì gli strumenti per decifrare il microcosmo atomico senza il quale il macrocosmo sarebbe incomprensibile. Persino i Ccd, Charge Coupled Device, dispositivi ad accoppiamento di carica, che ora si usano per riprendere le immagini astronomiche dal suolo e dallo spazio (ma presenti anche nelle nostre banali macchine fotografiche) derivano da un suo lavoro sull’effetto fotoelettrico che pubblicò nel 1905 e gli valse il Nobel per la fisica nel 1921.


A Roma il cielo incontra la Storia
Roberto Buonanno, Fabrizio Fiore

L’astronomia romana risale a Giulio Cesare e Sosigene, alla riforma del calendario gregoriano, a padre Secchi, alla nascita dell’astrofisica e alla rivalità tra Monte Porzio e Monte Mario. Fino all’attuale Osservatorio di Roma, in primo piano su tutti i temi principali della ricerca contemporanea

L’astronomia a Roma si intreccia con la Storia. Risale agli àuguri che suggerirono a Romolo dove fondare la città. Giulio Cesare, giunto alla conclusione che l’antico calendario lunare non era più allineabile all’alternarsi delle stagioni, fece ricorso all’astronomo Sosigene per far passare Roma al calendario solare. Ce lo racconta Plinio il Vecchio nel XVIII libro della Storia Naturale: nel 46 a. C. Giulio Cesare spostò il calendario in avanti di tre mesi e chiese a Sosigene di stimare il periodo dell’orbita del Sole per poter promulgare il nuovo calendario. La misura di Sosigene è quasi giusta. Ma il problema è tutto in quella parola: quasi. E’ così: nel caso dell’Osservatorio Astronomico di Roma bisogna partire da fatti lontani e quasi leggendari. Bisogna parlare del Concilio di Nicea, che scomunica per chi non festeggia la Pasqua nella data stabilita. Bisogna parlare del calcolo “quasi giusto” di Sosigene che, col passare dei secoli, ha fatto accumulare al calendario una differenza di una diecina di giorni rispetto alla data dell’equinozio vero. Bisogna parlare, allora, di Cristoforo Clavio il quale, nel 1577, a capo della “Congregazione del Calendario”, suggerisce a Papa Gregorio XIII di adottare il Calendario proposto da Luigi Lilio per evitare il rischio che tutta la cristianità si trovi scomunicata in forza delle regole fissate dal Concilio di Nicea.


Visitatori galattici
Robert Zimmerman

Nuove osservazioni suggeriscono che le Nubi di Magellano, per decenni considerate satelliti della Via Lattea, stiano in realtà seguendo un percorso inaspettato

La scienza è sempre ricca di sorprese. Decenni di osservazioni e di lavori teorici sembravano aver stabilito con sicurezza che le due galassie piuttosto grandi più vicine alla Via Lattea (Le Nubi di Magellano) avevano orbitato parecchie volte attorno alla nostra galassia durante parecchi miliardi di anni. Ogni volta che le Nubi si avvicinavano reciprocamente o si approssimavano molto alla Via Lattea, veniva stimolata una nuova vampata di formazione stellare. Poi, nel 2002 e nel 2005, Nitya Kallyalil (ora alla Yale University) e altri suoi colleghi hanno utilizzato lo Hubble Space Telescope (HST) per misurare i moti propri delle Nubi di Magellano prendendo come riferimento fisso dei quasar lontani. Con loro grande sorpresa, hanno scoperto che il moto delle Nubi è molto più veloce di quanto ci si aspettava. “Inserendo quelle velocità in un modello matematico scoprimmo che era davvero difficile che questi oggetti fossero legati alla Via Lattea”, ricorda Kallivayalil. “E questa fu una grande sorpresa”.
 


Galassie oscure: il mistero si dirada
Albino Carbognani

Le più recenti ricerche su questi oggetti, che rappresentano una fase iniziale della formazione galattica prevista dalla teoria ma finora mai confermata

Le galassie sono un po’ come i mattoni dell’universo: conoscerne l’origine e l’evoluzione è fondamentale per capire quali processi fisici agivano nell’universo primordiale. La grande varietà delle galassie ha sfidato a lungo gli astronomi, a partire da Edwin Hubble (1889-1953), che creò la sua famosa sequenza morfologica nel 1926. Lo schema di Hubble divide le galassie regolari in tre grandi classi: ellittiche, lenticolari e spirali (barrate e non), in base al loro aspetto visuale. Una quarta classe contiene le galassie con un aspetto irregolare.   STE:112#PAG:50 53 Le 500 comete di Alan Hale  David H. Levy  Come scopritore (con Thomas Bopp) della più bella cometa del XX secolo, ha stabilito un eccezionale primato. Ora aspetta il 2061 per mostrare la Halley alla sua ragazza...  ella notte del 2 febbraio 1970 l’umanità aveva già effettuato due sbarchi sulla Luna, i primi telescopi Schmidt-Cassegrain di massa stavano per diventare realtà e un astrofilo di 11 anni chiamato Alan Hale stava preparando il suo riflettore da 11 cm per osservare la sua prima cometa. Si trattava della cometa Tago-Sato-Kosaka (1969g), e la rintracciò nella costellazione dell’Ariete, vicino alla brillante stella Hamal. In quegli anni Hale era interessato all’osservazione di qualunque tipo di oggetti celesti, ma la splendida struttura della Tago-SatoKosala gli accese una passione per le comete che è poi continuata per più di quarant’anni. E se quella prima cometa lo entusiasmò, fu poi la brillante cometa Bennett apparsa nel cielo mattutino due mesi dopo a far letteralmente esplodere la sua passione.   STE:112#PAG:54 57 Fantastici spettri dai mille colori  Stefano Covino, Andrea Simoncelli X-Shooter è un innovativo spettrografo capace di analizzare in un’unica esposizione la luce di stelle, pianeti e galassie dall’ultravioletto al vicino infrarosso. È in funzione in Cile al Paranal, sul secondo telescopio del VLT  uasi tutto ciò che sappiamo sulle proprietà fisiche degli oggetti celesti proviene dall’analisi della radiazione che essi ci inviano nelle varie bande dello spettro elettromagnetico. Per estrarre l’informazione fisica contenuta nella luce delle sorgenti cosmiche è necessario poterle analizzare con una adeguata risoluzione spettrale e con un rapporto segnale/rumore il più alto possibile. La risoluzione (R) di uno strumento spettroscopico è il rapporto tra la lunghezza d’onda  di una radiazione e la minima separazione d che deve esistere tra essa e quella di una radiazione adiacente.
 


Memorabile transito di Venere
Jay Pasachoff

Milioni di persone hanno visto il transito di Venere dello scorso giugno 2012, ma per gli astronomi si è trattato anche di una grande opportunità per ricerche inedite. Straordinario il progetto VTE di Paolo Tanga (Osservatorio Costa Azzurra) che ha pianificato uno studio globale costruendo e distribuendo in tutto il mondo 9 coronografi identici

I due eventi più straordinari previsti per questo secolo – i transiti di Venere del 2004 e del 2012 – se ne sono andati. Anche le eclissi totali di Sole sono normalmente ritenute molto rare, e in effetti per un dato luogo lo sono, ma, in realtà, in media ogni 16 mesi se ne può vedere una da qualche parte del mondo. Solo i ragazzi più giovani di oggi possono sperare di vedere il prossimo transito, nel 2117. Un piccolo gruppo di scienziati ha cercato di utilizzare strumenti terrestri e spaziali per osservare il transito del 2012 nel modo più completo possibile, con indagini distribuite sulla maggior parte dello spettro elettromagnetico. Programmi educativi pubblici e articoli su riviste hanno spinto milioni di persone a seguire l’evento in ogni parte del mondo. Io ed miei colleghi eravamo particolarmente ansiosi di utilizzare la rara opportunità di questo transito sia per studiare l’atmosfera di Venere sia per aiutare gli astronomi che studiano pianeti extrasolari col metodo dei transiti a migliorare le loro tecniche di ricerca.
 









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