Le Stelle nr. 49

  Marzo 2007


In edicola dal 22 Febbraio
Apophis minaccia incombente?
Daniel D. Durda

Scoperto nel 2004, è l’asteroide Near Earth più pericoloso in assoluto: c’è infatti una probabilità piccola, ma non trascurabile, che esso cada sulla Terra nel 2036.
Venerdì 13 aprile dell’anno 2029. Un’ora dopo il tramonto, astrofili dell’Europa Occidentale e dell’Africa Settentrionale scrutano attentamente il cielo per seguire una “stella” di terza magnitudine che si sposta lentamente attraverso la costellazione del Cancro. Non è un satellite artificiale, ma un asteroide, o meglio un’accozzaglia di detriti rocciosi di 320 m di diametro denominata (99942) Apophis. Il suo movimento contro lo sfondo delle stelle, di circa 1° al minuto, appena percettibile a occhio nudo, ci dice che sta silenziosamente transitando a poca distanza dalla Terra, attraverso la regione di spazio che è occupata dai nostri satelliti geostazionari. Sebbene non rappresenti un pericolo per il 2029, un quarto di secolo prima Apophis aveva costretto gli astronomi di tutto il mondo a lanciare un preoccupato allarme e aveva suscitato l’interesse anche di molti non scienziati sulle conseguenze di un possibile impatto con la Terra di asteroidi di tipo NEO ( Near Earth Object). Ritornando indietro dal futuro fino ai nostri giorni, nel 2007, bisogna dire che non è tanto il passaggio ravvicinato del 2029 che ci preoccupa, quanto la possibilità che l’impatto si verifichi sette anni dopo. Ciò ha spinto scienziati e politici a discutere approfonditamente per predisporre una risposta adeguata a una minaccia planetaria globale, un pericolo che ha forse poche probabilità di avverarsi, ma tuttavia concreto. Tags:
Panspermia alla rovescia
Selby Cull

Violenti impatti asteroidali potrebbero lanciare microbi terrestri nello spazio, all’interno di rocce schizzate via nell’urto. Può succedere che qualche batterio si mantenga vitale dopo essere finito su altri corpi del Sistema Solare?

L’asteroide che precipitò sulla penisola messicana dello Yucatan 65 milioni di anni fa spazzò via ogni forma di vita nel raggio di 200 km. Bruciò, schiacciò o affogò quasi ogni essere vivente fino a una distanza di 500 km. Poi miliardi e miliardi di tonnellate di detriti si alzarono in atmosfera, bloccarono la luce solare e causarono una lenta moria del 75% di tutte le specie presenti sulla Terra, dinosauri inclusi. Ma successe anche dell’altro. L’impatto di Chicxulub può aver lanciato più di un miliardo di frammenti rocciosi terrestri nello spazio interplanetario. Secondo i modelli orbitali di Brett Gladman e colleghi (Università canadese della Columbia Britannica), i pianeti giganti, con le loro perturbazioni, hanno successivamente espulso circa un terzo di queste rocce fuori dal Sistema Solare. Centinaia di milioni di frammenti rocciosi ricaddero sulla Terra nei successivi milioni di anni, ma molti altri rimasero a vagare tra i pianeti: questi mini- asteroidi d’origine terrestre, avendo trascorso milioni di anni in quel covo di batteri che è la biosfera della Terra, avevano imbarcato al loro interno colonie di microbi e ora li trasportavano in giro per il Sistema Solare, con la concreta possibilità di esportare la vita su altri mondi, in una sorta di panspermia alla rovescia: il concetto classico di panspermia riguarda infatti la possibilità che la vita sia apparsa originariamente altrove e sia migrata poi sulla Terra.

Tags:SISTEMA SOLARE
Astro-turismo in Namibia
Fabiano Ventura e Giulia Di Fiore

Il deserto namibiano, con le sue cime, offre uno dei cieli più bui e trasparenti che esistano al mondo. E ci sono molte fattorie dotate di strumenti per gli ospiti pronte ad accogliere gli astrofili. Il resoconto di chi le ha provate.

Stanchi di dover fare i conti con l’inquinamento luminoso, le fredde notti invernali, i continui cambiamenti meteorologici e gli alti tassi d’umidità, condizioni che troppo spesso disturbano la fotografia astronomica, decidiamo di intraprendere il viaggio, sognato da molto tempo, che ci metterà in condizione di scattare serenamente qualche bella foto astronomica: ecco come nasce la nostra idea di andare in Namibia. Le condizioni climatiche di questo Paese sono veramente particolari: un tasso d’umidità intorno al 10-20%, gran parte del territorio costituita da deserto o da regioni semi-aride, una densità di popolazione inferiore a quella di qualsiasi altro Paese al mondo. La completa assenza d’inquinamento luminoso e l’aria particolarmente limpida e secca fanno della Namibia, insieme al Cile, uno dei paradisi per l’osservazione e la fotografia astronomica. Non a caso, proprio queste due parti del mondo così distanti tra loro, il Monte Gamsberg in Namibia e il Monte Paranal in Cile, si disputarono negli anni ’60 la collocazione dell’Osservatorio astronomico del Max Planck Institut (MPI), l’autorevole ente di ricerca tedesco. La scelta cadde poi, per difficoltà e motivi politici, sul Cile.

Tags:ASTROFILI
ImagesPlus indispensabile!
Alan Dyer

Il programma di Mike Unsold nella sua ultima versione, la 2.75, include funzioni per processare filmati webcam della Luna e dei pianeti, oltre a quelle usuali per immagini da reflex digitali e camere CCD.

La mia lunga esperienza di astrofotografo mi ha insegnato che la maggior parte del lavoro necessario per creare una bella immagine viene dopo lo scatto. Una buona elaborazione nella “camera oscura digitale” è ciò che crea un capolavoro, e un buon programma di elaborazione di immagini rappresenta l’anello fondamentale nella catena che inizia con l’acquisizione di una manciata di fotoni e termina con una foto appesa con orgoglio alla parete dello studio. Sebbene la scelta di programmi sia ampia, ImagesPlus è un prodotto relativamente poco costoso, che pure include una gran quantità di strumenti e opzioni: merita perciò senz’altro di diventare una componente essenziale del nostro lavoro di elaborazione di immagini. ImagesPlus può processare qualunque immagine digitale (inclusi filmati da webcam e quelle ottenute in quadricromia con camere CCD), ma sono gli astrofotografi dotati di camere digitali SRL che lo stanno apprezzando in massimo grado. Mi sono approcciato al programma per questa prova sul campo come un astrofilo che ha la scheda di memoria della camera digitale piena di file Raw che aspettano solo di essere trasformati in immagini memorabili.

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Rifrattore Tal 125R
Piergiovanni Salimbeni

È lo strumento ideale per chi vuole effettuare osservazioni visuali appaganti su Luna e pianeti senza spendere un capitale per l’acquisto di un apocromatico.

L’azienda russa NPZ Optics State Corporation è nota in Italia per la qualità ottica dei suoi strumenti: particolarmente conosciuti sono i suoi sistemi Newton e Klevtsov. Abbastanza stranamente, non ci è mai capitato di leggere sulle riviste di settore una presentazione dei due sistemi a rifrazione proposti da questa azienda, vale a dire il Tal 100Rs e il Tal 125R. Navigando in Internet si trovano informazioni e impressioni d’uso sul modello di diametro inferiore, mentre assolutamente trascurato è l’esemplare da 125 mm di diametro. Abbiamo perciò deciso di occuparcene, anche a seguito delle numerose sollecitazioni che abbiamo avuto dai lettori, i quali vorrebbero che venissero verificate le sue prestazioni, paragonandole a quelle fornite dai telescopi acromatici di produzione cinese. Abituati a maneggiare strumenti catadiottrici, nonché piccoli apocromatici, siamo rimasti colpiti dalle dimensioni di questo telescopio, decisamente impegnative: 114 mm con il focheggiatore in sede, e ben 130 mm quando esso viene estratto.

Tags:STRUMENTI
Gli ammassi della Poppa
Luigi Fontana


La costellazione della Poppa, in marzo, passa in meridiano praticamente al sopraggiungere della notte astronomica. Come abbiamo ricordato il mese scorso, questa plaga celeste si proietta su una parte molto densa della Via Lattea, ed è ricchissima di stelle e di ammassi aperti: ce ne occuperemo ancora in futuro. Sebbene poco godibile dall’Italia a causa della sua disposizione, interamente nell’emisfero australe, la costellazione merita sicuramente qualche ora di attenzione, sfruttando magari una delle rare serate particolarmente nitide. Parlando di una costellazione molto meridionale, cogliamo l’occasione per spendere due parole sull’estinzione atmosferica, ovvero il ben noto fenomeno per cui la luce degli astri ci giunge attenuata quando questi vengano osservati vicino all’orizzonte (il che è quasi sempre il caso, per esempio, degli oggetti descritti questo mese). L’estinzione atmosferica ha tre diverse cause principali, sulle quali ora non ci soffermeremo; qui descriveremo solo gli effetti complessivi. Ebbene, contrariamente a quanto si pensa, l’estinzione atmosferica, in condizioni buone (non occorre che siano eccezionali), non fa pagare un pedaggio troppo alto agli astrofili. Un oggetto che si trova a 20° sull’orizzonte appare di sole 0,8 magnitudini più debole rispetto a come apparirebbe se fosse allo zenit. A 15° la differenza sale a 1 magnitudine, a 10° dall’orizzonte arriva a 1,5 magnitudini.

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Una cometa sbalorditiva
Luciano Lai


Ancora una volta, sono stati sfortunati gli osservatori dell’emisfero boreale, dove le critiche condizioni geometriche non hanno permesso di ammirarla, ma quelli dell’emisfero australe ci parlano di una cometa che ha mostrato tutta la sua magnificenza. Stiamo ovviamente parlando della C/2006 P1 (McNaught) che passerà alla storia come una delle “Grandi Comete”: titolo riservato a quelle poche che raggiungono una magnitudine negativa, e sono soltanto 7 negli ultimi cent’anni. Per la precisione, si è classificata al secondo posto, dietro la C/1965 S1 Ikeya-Seki. Molto particolare l’evoluzione della sua magnitudine. Il 7 agosto scorso, al momento della scoperta, si presentava di magnitudine 17,5. Nei mesi successivi non è stata un astro particolarmente brillante: a fine novembre, G.W. Kronk, dagli Stati Uniti, la stimava intorno alla 10 e ancora il 29 dicembre, quando mancavano solo due settimane al passaggio al perielio, B.H. Granulo, dalla Norvegia, la stimava di magnitudine 3,9, con una modestissima chioma. Le effemeridi non potevano che essere pessimistiche, tenendo conto che l’elongazione dal Sole per tutto il mese di gennaio sarebbe sempre stata inferiore ai 15°. Infatti, nessun allarme da parte degli specialisti in comete. Ma ci sono cacciatori che non mollano mai! Solo una settimana dopo, succede l’imprevisto: H. Dhale, dalla Norvegia (63° di latitudine nord), la sera del 5 gennaio la vede a occhio nudo nel crepuscolo nordico, scatta alcune foto e le mette in rete; un terremoto non avrebbe scosso maggiormente il mondo degli astronomi e soprattutto degli astrofili.

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