Le Stelle nr. 87

  Agosto 2010


In edicola dal 29 Luglio
Plutone, pianeta o no?
Walter Ferreri

Nell’agosto del 2006 l’International Astronomical Union (IAU), riunitasi a Praga per la sua Assemblea Generale, declassò Plutone al rango di pianeta nano, e il Sistema Solare si ritrovò ad avere “soltanto” otto pianeti. Quali furono le ragioni di tale sofferta decisione? E come appare oggi agli occhi di un planetologo il nostro Sistema Solare? Da quali e quante categorie di corpi celesti risulta composto? Una breve rassegna delle scoperte degli ultimi vent’anni, in particolare di quelle riguardanti la moltitudine di corpi della cosiddetta “Cintura di Kuiper” situati oltre l’orbita di Nettuno, permette di comprendere come la scelta dell’IAU – sebbene abbia scatenato molte critiche e perplessità anche tra gli addetti ai lavori – fosse sensata e improcrastinabile, ma anche di capire che lo scenario è in continua evoluzione e che le prossime scoperte, soprattutto di ulteriori oggetti trans-nettuniani, potranno modificare ulteriormente il quadro attuale, rimpinguando, presumibilmente, la ca

Già nel 1834, dodici anni prima della scoperta di Nettuno, Bouvard e Hansen espressero l’idea che le perturbazioni osservate nell’orbita di Urano non fossero causate da un solo corpo esterno alla sua orbita. Questa convinzione rimase in auge anche dopo la scoperta di Nettuno; per questo molti astronomi furono stimolati a cercare un corpo celeste orbitante all’esterno di quell’ultimo pianeta. In effetti, rimanevano dei piccoli disaccordi tra le posizioni osservate e quelle calcolate di Urano e di Nettuno, una volta dedotti gli effetti perturbatori dedotti dagli altri pianeti conosciuti. Essi erano senza dubbio dovuti, in parte almeno, alle forme delle orbite di questi due pianeti non conosciute con perfetta precisione. Era tuttavia possibile che tali discordanze fossero dovute anche all’azione perturbatrice di un altro pianeta sconosciuto, più lontano di Nettuno. Ma la ricerca di un tale ulteriore pianeta per il XIX secolo non era di facile soluzione. L’ostacolo principale era rappresentato dalla presumibile bassa luminosità che questo pianeta trans-nettuniano avrebbe dovuto presentare, in quanto poco illuminato dal Sole. Pertanto, lo si sarebbe dovuto cercare tra una moltitudine di stelle deboli. Infatti, in cielo vi sono già circa 20.000 stelle deboli come Nettuno. Ma gli astronomi erano ottimisti pensando che la ricerca avrebbe dovuto essere condotta in una ristretta fascia di cielo; poco a nord e a sud dell’eclittica. Non lo si poteva invece prevedere in base alla cosiddetta “legge di Titius-Bode”, in quanto questa aveva chiaramente dimostrato di non essere stata affi dabile nel caso di Nettuno. Inoltre, le azioni perturbative non erano così evidenti come invece, ad esempio, lo erano quelle di Nettuno su Urano.

Silvia Vernetto: a caccia di raggi cosmici a 4300 metri d’altezza
Antonio Lo Campo

Dagli Appennini alle Ande. Da Torino al Tibet. Sono solo due tra i molti itinerari “ad alta quota” di una ricercatrice torinese, Silvia Vernetto, da sempre appassionata della montagna e della ricerca scientifica. Nata a Parella, una località del Canavese, tra Ivrea e Rivarolo, Silvia è un’astrofisica di professione, e lavora per il progetto “ARGO-YBJ”, dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), cofi- nanziato da istituti di ricerca cinesi. Obiettivo: studiare sempre più in dettaglio e sempre più in alto i raggi cosmici, particelle invisibili che raggiungono il nostro pianeta dalle profondità del cosmo; può così unire la sua passione per la montagna e l’esperienza professionale, oltre alla sua grande passione per il Tibet e per il suo popolo, raccontati nel suo libro “In Tibet, tra uomini e dei” (edito da Lindau, i dettagli nel sito www.silviavernetto.it), che la Vernetto ha scritto al culmine di un vero idillio con una terra che l’ha accolta e sostenuta nel suo insolito cammino di viaggiatrice e astrofisica. Silvia si è laureata in fisica all’Università di Torino, e a metà degli anni ’80 viene inviata al Plateau Rosa a Cervinia per alcuni esperimenti. Poi ha fatto tappa al CERN di Ginevra, e dopo essere stata assunta come ricercatrice dal CNR, ha iniziato a lavorare all’interno delle montagne o sopra di esse, sotto il tunnel del Monte Bianco a Courmayeur, a Chacaltaya sulle Ande Boliviane, alle falde del Gran Sasso sugli Appennini, per finire in Tibet. Lassù, sulle alte vette – perché è proprio dalle vette più alte, laddove è più facile captarli, che si studiano i raggi cosmici – proprio di recente, a fine aprile scorso, si è conclusa l’ultima spedizione sulle montagne tibetane, a cui ha preso parte il team “ARGO” di ricercatori torinesi. Le abbiamo rivolto qualche domanda a questo proposito, cercando di farci raccontare in che cosa consiste il suo lavoro:

A lezione dalle stelle gemelle del Sole
Jeffrey Hall

Le stelle più simili al Sole forniscono preziosi indizi sul passato e sul futuro della nostra stella

Tra i piaceri di praticare l’astronomia nell’Arizona settentrionale c’è quello di vivere in una landa con vasti orizzonti, con un Sole splendente e con un panorama mozzafiato. Per due millenni, all’incirca dal 1200 a.C., quest’area è stata abitata dagli Anasazi. Poi, all’improvviso, verso il 1300 d.C., gli Anasazi se ne andarono. Gli archeologi hanno identificato diverse cause, ma il fattore decisivo sembra sia stata una devastante siccità intercorsa tra il 1270 e il 1300 d.C.. Questo lasso di tempo coincise all’incirca con un periodo di bassa attività solare, detto “Minimo di Wolf”, evento simile al più noto “Minimo di Maunder” verificatosi tra il 1645 e il 1715. Gli anni del Minimo di Maunder coincisero con un susseguirsi di inverni molto rigidi in Europa, Asia e Nord America. La correlazione tra l’attività solare e i cambiamenti climatici non dimostra necessariamente un rapporto di causa-effetto ma stimola la curiosità e spinge a capire qualcosa di più sulla variabilità del Sole. Le osservazioni della luminosità solare dallo spazio coprono un intervallo di tempo di soli 30 anni e i dati relativi al numero di macchie solari sono disponibili solo per gli ultimi 400 anni – una finestra temporale troppo ristretta per la vita di una stella.

I grandi successi scientifici del Telescopio Spaziale
Mario Livio

Le riflessioni di un astrofisico sui principali successi scientifici conseguiti dal Telescopio Spaziale Hubble nei suoi 20 anni di attività

Il 25 aprile 2010, la NASA e la comunità astronomica mondiale hanno celebrato il 20° anniversario della permanenza dell’Hubble Space Telescope (HST) nello spazio. Alcuni sostengono che questo telescopio ha avuto un impatto sulla ricerca astronomica paragonabile a quello, altrettanto profondo, apportato dal piccolo telescopio di Galileo Galilei, 400 anni fa. Dalla sua orbita, a circa 560 km sopra la superficie terrestre, l’HST ha potuto compiere osservazioni più profonde e a maggiore risoluzione rispetto a qualsiasi telescopio ottico/ultravioletto/ IR vicino, che l’abbia preceduto. In generale, a differenza degli esperimenti astronomici che sono stati dedicati al conseguimento di un obiettivo ben specifico (come per esempio il Wilkinson Microwave Anisotropy Probe della NASA), i risultati conseguiti dall’HST non hanno normalmente condotto a singole scoperte. Più spesso, l’HST è stato utilizzato per chiarire i dubbi sollevati dalle osservazioni fatte da terra e li ha trasformati in certezze. In altri casi, l’HST ha fornito un livello di dettaglio tale che ha costretto i teorici a rivedere i modelli astrofisici precedenti, per costruirne di nuovi, coerenti con i dati emersi.








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