Le Stelle nr. 88

  Ottobre 2010


In edicola dal 30 Settembre
“L’anno delle meteore” di Walt Whitman
Donald W. Olson, Marilynn S. Olson, Russell L. Doescher & Ava G. Pope

Un team di astro-segugi della Texas State University chiarisce un mistero della storia e della letteratura durato 150 anni che riguarda uno dei poeti più famosi d’America.

Leaves of Grass (Foglie d’Erba), la grande raccolta di poesie del poeta americano e appassionato astrofilo Walt Whitman (1819-1892), include una poesia dal titolo intrigante: “L’anno delle meteore” (Year of Meteors), scritta fra il 1859 e il 1860. I versi scritti da Whitman fanno riferimento agli avvenimenti d’attualità dell’epoca: l’impiccagione dell’abolizionista John Brown il 2 dicembre 1859, l’arrivo del piroscafo gigante Great Eastern nel porto di New York il 28 giugno 1860, la visita del principe di Galles alla città di New York durante l’ottobre 1860, le elezioni presidenziali vinte da Abraham Lincoln il 6 novembre 1860. I versi di particolare interesse per gli astronomi sono quelli in cui Whitman descrive una cometa e una meteora:
Né la cometa che è arrivata dal nord senza preavviso, fiammeggiando in cielo,
Né la strana ed enorme processione di meteore, luminosa e abbagliante, lanciata sopra le nostre teste,
(Per un momento, un lungo momento, le sue misteriose sfere di luce navigarono sopra le nostre teste,
Poi si sono allontanate, andandosene come gocce nella notte;)

Nonostante l’importanza letteraria di Leaves of Grass, gli studiosi che ci hanno preceduto non sono riusciti a identificare con precisione gli eventi celesti che hanno ispirato per questi due riferimenti astronomici.

Herschel, un anno di successi
Massimiliano Razzano

Le prime osservazioni hanno mostrato le grandi potenzialità di questo nuovo telescopio spaziale infrarosso. Scopriamo quali sono le più importanti scoperte effettuate durante il suo primo anno di attività.

C’è stata un’epoca remota, circa cinque miliardi di anni fa, in cui non esisteva il mondo come lo conosciamo oggi. Non c’erano gli alberi, le montagne, il mare. Nemmeno il nostro pianeta era ancora nato. Se potessimo fare un salto indietro nel tempo, non troveremmo nemmeno il Sole, ma solo un’immensa nube di gas e polveri, la nube primordiale da cui ebbe origine il Sistema Solare. I dettagli ci sfuggono, ma a grandi linee il Sole dovrebbe essere nato, secondo quanto ci dicono gli attuali modelli, da una nube – la Nebula primordiale – che iniziò a contrarsi raggiungendo temperature così alte da innescare al suo interno la fusione nucleare, la sorgente di energia della nostra stella. Lo studio della formazione stellare e dei sistemi planetari è uno dei settori più affascinanti dell’astrofisica moderna, e grazie ai nuovi telescopi gli astronomi sperano di capire più a fondo questa importante tappa del nostro passato. Dall’anno scorso la comunità scientifica ha un nuovo potente alleato per indagare questi affascinanti problemi: è il telescopio spaziale infrarosso Herschel, lanciato dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA) il 14 maggio 2009. L’ESA ha voluto dedicare questo telescopio spaziale a William Herschel, che tutti ricordano come scopritore di Urano e celebre osservatore del cielo. Forse però non tutti sanno che Herschel fu anche il primo a rendersi conto dell’esistenza della luce infrarossa. Molti ricorderanno anche che insieme a Herschel fu lanciato anche il satellite Planck, dedicato allo studio della radiazione cosmica di fondo (v. Le Stelle n. 76, pp. 30-34).

Un radiotelescopio da sogno
Annalisa Bonafede

Il radiotelescopio più grande del mondo è entrato ufficialmente in azione lo scorso 12 giugno, in una regione della campagna orientale olandese.

È stata la regina Beatrix, sovrana dei Paesi Bassi, a presiedere la speciale cerimonia che ha inaugurato nella provincia di Drenthe il radiotelescopio attualmente più grande del mondo. Si chiama LOFAR, acronimo di LOw Freqency ARray (insieme di ricevitori a bassa frequenza), ed è il frutto di anni di studi scientifici, informatici e ingegneristici a cui hanno collaborato diversi paesi europei sotto la guida delle menti creatrici olandesi. LOFAR è costituito da migliaia di antenne raggruppate in decine di stazioni dislocate nel nord Europa. In Olanda si trovano attualmente 36 stazioni, 18 di queste sono nella regione di Drenthe, dove è avvenuta l’inaugurazione del radiotelescopio, e formano il core, ovvero la parte centrale del nuovo strumento. Altre stazioni sono in via di costruzione in diversi paesi del nord Europa, per un’estensione massima che arriva a circa 1000 km. Le stazioni sono collegate tramite fibre ottiche a un computer centrale che si trova all’Università di Groningen. Qui i dati acquisiti vengono combinati e correlati per poter poi essere analizzati e utilizzati dagli astronomi olandesi ed europei. Il risultato di un’osservazione effettuata dalle diverse antenne radio dislocate su una regione così ampia, è per tanti aspetti identico a quello che si avrebbe se si potesse costruire un singolo radiotelescopio del diametro di 100-1000 km. Dimensioni impossibili da realizzare per limiti tecnici e fisici (pensiamo per esempio a quanto potrebbe pesare un telescopio di queste dimensioni!). Alla cerimonia di inaugurazione erano presenti politici, scienziati, industriali e imprenditori locali coinvolti nel progetto, che hanno spiegato l’importanza del nuovo radiotelescopio nelle rispettive discipline.

Un laboratorio estremo per Einstein
Michael Kramer

Una pulsar binaria molto particolare offre agli scienziati un’occasione d’oro per verificare la Teoria della Relatività Generale.

Nel 1609 Galileo Galilei, rivolgendo il suo rudimentale telescopio verso il cielo, fondò l’astronomia moderna. Da allora, la scienza e l’astronomia ci hanno collegato con l’Universo in un modo tale che ci permette di chiederci se le leggi della fisica derivate qui sulla Terra siano valide anche nello spazio. Di particolare interesse è la Legge della Gravitazione, esemplificata dalla scoperta di Newton che la caduta di una mela e il movimento dei pianeti sono governati dalla stessa forza. Nonostante la gravità determini l’evoluzione cosmica, in realtà si tratta di una forza molto debole. Questo fatto può essere difficile da accettare, ad esempio se si cade e si sbatte la testa sul pavimento, ma la forza elettromagnetica che si esercita fra un elettrone e un protone è circa 1040 volte più intensa della corrispondente forza gravitazionale. Per questo motivo, i più severi test sperimentali sulla gravità devono coinvolgere corpi molto massicci come il Sole, o anche oggetti più esotici, come le stelle di neutroni e i buchi neri. Lo studio dell’orbita di Mercurio intorno al Sole fornisce una chiara indicazione del fatto che la teoria della gravità di Newton non esaurisce l’argomento. Nonostante questo, la gravitazione newtoniana ha regnato sovrana per più di 200 anni, fino alla Teoria della Relatività Generale di Albert Einstein, che l’ha sostituita spiegando le differenze fra le previsioni di Newton e le osservazioni.

Uno sguardo su un pianeta in evoluzione
Jeff Hecht

Un viaggio nel passato del nostro pianeta fornisce importanti indizi su cosa aspettarsi quando si scopriranno i primi pianeti extra-solari delle dimensioni della Terra.

Il Santo Graal nella ricerca di pianeti extrasolari è la possibile scoperta di un oggetto celeste che assomigli al nostro pianeta. Ma non è sufficiente ricercare tracce spettroscopiche della Terra com’è attualmente. Il nostro pianeta è profondamente cambiato nei suoi 4,56 miliardi di anni di vita. Le temperature sono variate drasticamente, da incandescenti a rigide nelle ere glaciali che hanno ricoperto persino l’equatore con strati di ghiaccio. Fino a circa 2,4 miliardi di anni fa, l’atmosfera non conteneva praticamente alcuna traccia di ossigeno libero e probabilmente non raggiunse la moderna concentrazione del 21% se non quando le piante e gli animali cominciarono a diffondersi sulla terraferma meno di mezzo miliardo di anni fa. Una recente ricerca di Lisa Kaltenegger e colleghi (Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics) ha definito alcune tracce spettrali che ipotetici astronomi alieni, alla ricerca di sistemi in transito sui dischi delle rispettive stelle, avrebbero potuto osservare provenire dal nostro pianeta nei suoi diversi stadi evolutivi.

La Creazione senza Dio secondo Stephen Hawking
Piero Bianucci

L’ultimo libro “The grand design” del celebre fisico Stephen Hawking, come in un moderno “Dialogo sopra i due massimi sistemi”, contiene affermazioni che hanno già suscitato molto clamore.

Non c’è bisogno di un Dio Creatore dell’Universo. Basta un sussulto della forza di gravità a generare tutto ciò che osserviamo. Lo dice Stephen Hawking, il più famoso degli astrofisici, per trent’anni titolare (fino al 2009) della cattedra che fu di Isaac Newton all’Università di Cambridge, autore di contributi fondamentali in cosmologia e sulla teoria dei buchi neri. Troviamo questa affermazione nel suo ultimo libro, The grand design, “Il grandioso progetto” in lingua nostrana, scritto in collaborazione con il fisico americano Leonard Mlodinow e uscito in Inghilterra il 9 settembre scorso. Un’opinione che non avrebbe fatto tanto scalpore se non contraddicesse ciò che Hawking sostenne 22 anni fa in un altro suo libro divulgativo, “Breve storia del tempo”, e soprattutto se la pubblicazione del libro non fosse avvenuta quasi in coincidenza con una visita di Papa Benedetto XVI nel Regno Unito. Da mezzo secolo paralizzato su una carrozzina dalla sclerosi laterale amiotrofica, costretto a comunicare per mezzo di un computer e un sintetizzatore vocale, protagonista dei rotocalchi quando nel 1995 lasciò la moglie madre di tre suoi figli per “fuggire” con l’infermiera Elaine Mason che lo assisteva, autore di best seller da 10 milioni di copie come “Dal Big Bang ai buchi neri”, da molto tempo Hawking riflette non solo sulle leggi che regolano l’Universo ma anche sulla possibilità (o necessità?) che all’origine di tutto l’esistente ci sia un Dio.








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