Le Stelle nr. 93

  Marzo 2011


In edicola dal 24 Febbraio
Le prove della rotazione della Terra: il pendolo di Foucault nella...
Romano Serra

Il pendolo di Foucault costruito nella Basilica di San Petronio a Bologna, oltre a provare la rotazione della Terra su se stessa, registra anche le mareggiate nel Mare Adriatico

L’uomo, per secoli, ha creduto che al centro dell’Universo vi fosse la Terra e che il cielo le ruotasse attorno. Da Copernico e Galileo in poi, questa certezza cominciò a sgretolarsi, anche sotto i colpi dell’esperienza dell’abate Giovanni Battista Guglielmini, compiuta nel 1791, a Bologna, consistente nella caduta dei gravi dalla Torre degli Asinelli, e successivamente dalla Torre della Specola dell’Università, ma soprattutto dopo la celeberrima esperienza sulla rotazione del piano di oscillazione di un pendolo, posto nel Pantheon di Parigi, a opera di Leon Foucault, nel 1851. Galileo studiò in modo approfondito il moto del pendolo e probabilmente si accorse della rotazione del piano di oscillazione (lo proverebbe uno scritto del suo discepolo Viviani), ma non associò questo movimento alla rotazione della Terra. Galileo aveva di fronte a sé la prova semplice ed elegante che egli cercava per dimostrare che era la Terra a ruotare su se stessa, ma, incredibilmente, non la colse.

L’Universo di Archimede
Alan Hirshfeld

Archimede affrontò il problema delle dimensioni dell’Universo usando dei granelli di sabbia e definendo contemporaneamente un sistema del tutto nuovo per i grandi numeri

Attorno al 216 a.C., poco prima della sua morte, il settantenne Archimede presentò un trattato astronomico a Gelone II, re della sua città nativa Siracusa, in Sicilia. In questa dissertazione piuttosto curiosa, dal titolo “L’Arenario”, Archimede dimostrò grande dimestichezza nel trattare i grandi numeri, calcolando quanti granelli di sabbia sarebbero stati necessari per riempire l’intero Universo. Sì, proprio l’Universo. Nonostante Archimede sia meglio conosciuto per i suoi studi sulla spinta idrostatica e sulle leve, come anche per la sua esclamazione “Eureka” (ho trovato!), egli dimostrò un interesse tutt’altro che estemporaneo per l’astronomia. Suo padre, Fidia, era un astronomo e Archimede è noto per aver misurato il diametro apparente del Sole. Scrisse anche un trattato sulla progettazione e costruzione di alcuni modelli di planetari. Nell’incipit de “L’Arenario”, Archimede sembra avere un tono da imbonitore: “Io tenterò di mostrarvi, attraverso dimostrazioni geometriche che voi potrete seguire, che alcuni dei numeri da noi enunciati non soltanto superano il numero dei granelli di sabbia aventi un volume uguale a quello della Terra, riempita come abbiamo detto, ma anche un volume uguale a quello dell’intero Universo”.

Cile, il paradiso degli astronomi
Cesare Guaita

Il cielo più bello del mondo ha fatto nascere sulle Ande cilene una grande concentrazione di Osservatori Astronomici in un perfetto connubio tra gigantismo e tecnologia. Visitarli direttamente è un’esperienza entusiasmante, che vale assolutamente la pena di raccontare in ogni dettaglio

Sono tre i grandi templi dell’astronomia mondiale in Cile: due (Cerro Tololo- Cerro Pachon e La Silla-Las Campanas) sono collocati non lontano dalla città di La Serena (500 km a Nord di Santiago, nella regione di Coquimbo), il terzo (Cerro Paranal- VLT) si trova 1000 km più a Nord e fa capo alla città di Antofagasta. CERRO TOLOLO E CERRO PACHON Si trovano a circa 80 km a Est da La Serena, nella regione di Vicuña. La cima del Cerro Pachon (2738 m di altezza a 30° 14’ 16,8” S e 70° 44’ 14’’ O) si raggiunge attraverso una lunga strada sterrata, che attraversa un paesaggio desertico e montuoso di grandiosa bellezza. Due cupole dominano la scena: quella classica del SOAR (SOuthern Astrophysical Research Telescope), dotata di uno specchio da 4,1 m altamente tecnologico (ha uno spessore di soli 10 cm “corretto” da ben 120 attuatori) e quella assolutamente innovativa del Gemini Sud (così chiamato perché esiste alle Hawaii uno strumento identico denominato Gemini Nord). Entrambi sono gestiti dall’AURA (Association of Universities for Research in Astronomy) che coinvolge USA, Regno Unito, Canada, Australia, Argentina, Brasile e Cile.

Fotografia e cinema, figli di due astronomi
Piero Bianucci

La prima immagine fissata su una lastra è del 1826 e si deve a Niépce. Daguerre perfezionò l’invenzione. Ma fu Arago a presentarla nel 1839 all’Accademia delle Scienze di Parigi, a farne acquistare il brevetto e a suggerire di applicarla all’osservazione del Sole, della Luna e delle stelle. Anche il cinema è figlio degli astri: nacque quando Janssen ideò il suo “revolver fotografico” per riprendere il transito del pianeta Venere davanti al Sole del 1874. I fratelli Lumière arrivarono solo vent’anni dopo

Due secoli e mezzo dopo il telescopio arriva la fotografia, l’altro grande sussidio dell’astronomia ottica. Grazie a obiettivi ben più grandi della pupilla umana, a partire dai primi decenni del Seicento i telescopi avevano aumentato enormemente la quantità di luce raccolta ma il sensore sul quale la luce delle stelle si concentrava era pur sempre la retina, che, pur essendo molto sensibile, non è in grado di accumulare i fotoni ricevuti. La fotografia, invece, somma un fotone all’altro per tutto il tempo dell’esposizione. Così sorgenti di luce molto deboli, inaccessibili all’occhio anche se munito di telescopio, possono, dopo una lunga posa, lasciare traccia su una lastra fotografica. Un altro vantaggio della fotografia astronomica è la sua “oggettività” e durata nel tempo, fattori che superano l’elusiva osservazione visuale e mettono i dati che l’Universo ci invia a disposizione di future generazioni di astronomi dotate di nuovi strumenti concettuali per interpretarli. La prima fotografia, o meglio la prima immagine disegnata dalla luce, è del 1826 e rappresenta due case e i tetti visti da una finestra sul cortile dell’abitazione di Joseph Nicéphore Niépce a Saint-Loup-de-Varennes, un paese di mille abitanti nella regione della Borgogna.

Come deviare un asteroide pericoloso
Dan Durda

Ecco che cosa si potrebbe fare per evitare un impatto catastrofico, nel caso che gli astronomi dovessero scoprire un asteroide in rotta di collisione con la Terra

Il nostro pianeta vive in un vero e proprio poligono di tiro per proiettili cosmici. Per ricordarcelo basta guardare la superficie della nostra Luna, cosparsa di innumerevoli crateri da impatto. La Terra non è stata in qualche modo magicamente risparmiata da questo bombardamento. Considerato che la Terra ha sia una massa sia delle dimensioni maggiori di quelle del nostro satellite, per ogni cratere da impatto che si vede sulla Luna bisogna immaginare la presenza di una qualche decina di impatti equivalenti sul nostro pianeta. Ma allora, che fine hanno fatto i crateri terrestri? Semplicemente, i crateri da impatto sulla Terra sono stati per la maggior parte cancellati dall’intensa attività geologica del pianeta e, al momento, ne sono noti solo circa 170. La popolazione dei corpi appartenenti al Sistema Solare transitanti vicino alla Terra (noti come Near Earth Objects o NEO), che riempiono questo poligono di tiro cosmico, comprende sia gli asteroidi sia le comete, che raggiungono lo spazio circumterrestre provenendo sia dalla Fascia Principale degli asteroidi sia dalle regioni più esterne del Sistema Solare (come la Fascia di Edgeworth-Kuiper).








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