Nuovo Orione nr. 253

  Giugno 2013


In edicola dal 30 maggio
Piccola guida all’astrofotografia di paesaggio
Babak A. Tafreshi

È sorprendentemente facile eseguire riprese panoramiche sotto il cielo notturno. Vediamo insieme come si fa.

Vista da una piccola isola al largo delle coste del Brasile, la Via Lattea sembra appesa sopra le palme da cocco. Dolci onde rompono il silenzio, lavando dolcemente i piccoli granelli della sabbia a riva; se ne trovano milioni e milioni sotto i miei piedi mentre sto vicino alla macchina fotografica, cercando di catturare contemporaneamente lo sconfinato oceano cosmico sopra di me e quello terrestre, tranquillo, che sta al di sotto. Questa tecnica che si propone di catturare la bellezza della Terra e dei cieli è conosciuta come “astrofotografia del paesaggio” (in inglese, nightscape astrophotography). I panorami notturni “costruiti” utilizzando camere e obiettivi commerciali sono di immenso successo per sensibilizzare il pubblico all’astronomia; immagini pittoresche di luoghi terrestri coronati dalle stelle permettono a coloro che le guardano di entrare in sintonia anche con luoghi celesti che altrimenti rimarrebbero astratti. Queste foto a largo campo rivelano spesso sorprendenti fenomeni astronomici e atmosferici impossibili da registrare attraverso il ridotto campo di vista di un telescopio. Spesso pensiamo all’Universo solo come al laboratorio di un astronomo, ma questi ritratti celesti ci ricordano che il cielo notturno è anche una parte essenziale della natura e quindi di noi tutti.


Le prime super-terre abitabili di Kepler
Cesare Guaita

Due dei cinque pianeti che orbitano intorno alla stella Kepler 62 sono simili alla Terra e si trovano nella Fascia di Abitabilità

Abbiamo appena pubblicato un lungo articolo sui “pianeti impossibili” di Kepler (Nuovo Orione n. 252, maggio 2013) e già torniamo a occuparci dei risultati di questa sonda che continua a sorprenderci. Ricordiamo che uno degli scopi primari della missione Kepler è quello di individuare pianeti transitanti di tipo terrestre entro la Fascia di Abitabilità della loro stella, detta anche HZ (Habitable Zone). La HZ è quella regione orbitale (larga circa 1 UA, come la distanza Terra-Sole) entro cui un pianeta di composizione terrestre (o un satellite roccioso in orbita a un pianeta gassoso) può mantenere liquida l’eventuale acqua presente sulla sua superficie. Quindi, nella HZ la temperatura media non scende mai sotto i 0°C né sale mai sopra i 100°C. Le condizioni per la vita La HZ è una regione molto importante, perché la presenza stabile di acqua liquida è una delle condizioni basilari per lo sviluppo di qualche forma di vita. Va aggiunto che il limite inferiore di HZ non è assoluto: un esopianeta troppo freddo potrebbe infatti acquisire “abitabilità” se avesse un’atmosfera sufficientemente densa (di gas neutri come azoto, argo) contenente anche dei “gas serra” come CO2 e CH4 (metano). La posizione della HZ dipende strettamente dalle proprietà della stella centrale, in particolare è proporzionale alla radice quadrata della sua luminosità. Per esempio la HZ del Sistema Solare è centrata attorno all’orbita terrestre, ossia attorno a 1 UA (da circa 0,725 UA a circa 2 UA).


Mobile App, l’astronomia a portata di touch
Mario Dho

Esploriamo l’universo, in continua espansione ed evoluzione, delle applicazioni per dispositivi mobili dedicate all’astronomia

“App” è un vero e proprio neologismo, abbreviazione del termine inglese application; identifica un’applicazione informatica di tipo essenziale, studiata e realizzata per essere utilizzata su dispositivi mobili di ultima generazione quali tablet o smartphone: iPhone e iPad di Apple, Blackberry, telefonini con sistema operativo Android. Lo sviluppo delle App ha dato vita a veri e propri store, ossia negozi online, in pratica siti web, dai quali si possono scaricare o acquistare. Sul display appaiono come quadratini caratterizzati da proprie cover che costituiscono il loro “pulsante di lancio”. Il mercato delle App Al momento, i sistemi operativi più diffusi al mondo, per dispositivi telefonici mobili, sono iOS e Android. E i due più grandi market di applicazioni sono iTunes (www.apple.com/it/itunes) per iOS e Google Play (https://play.google. com/store/apps?feature=corpus_selectro) per Android. Il sistema iOS è di esclusiva proprietà di iPhone, iPod, iPad ed è gestito interamente da Apple; il sistema Android, invece, è installato su dispositivi realizzati e commercializzati da molti produttori, i quali ne gestiscono gli aggiornamenti (Google supporta solo i dispositivi Nexus).


Attenzione ai bolidi sull’Italia!
Diego Valeri

L’evento Chelyabinsk ci ricorda la necessità di tenere sotto controllo anche il nostro cielo, un’attività alla quale tutti possono partecipare

L’evento del meteoroide disintegratosi sulla Russia il 15 febbraio scorso (vedi il resoconto su Nuovo Orione n. 251 di aprile), ha portato alla ribalta il problema dell’impatto di frammenti asteroidali con la superficie terrestre. Lo scudo atmosferico ci protegge contro oggetti decametrici, come ha dimostrato l’effetto di detonazione del bolide russo, che ha generato frammenti su un’area di diversi chilometri quadrati, ma ha un’efficacia inferiore, se non del tutto assente, nel caso di corpi di maggiori dimensioni. Infatti la loro velocità è tale che giungerebbero al suolo praticamente intatti, cioè prima che le onde d’urto generate dall’impatto con l’atmosfera si siano propagate all’interno di questi corpi per disintegrarli. La caduta di bolidi e superbolidi sulla Terra è più frequente di quanto ci immaginiamo: la maggior parte di questi eventi si verifica in zone oceaniche o desertiche. Ma anche sulle zone abitate passano spesso inosservati, perché avvengono in ore diurne o con il maltempo. Tuttavia è importante monitorare questi fenomeni per capire che cosa succede sulle nostre teste e contribuire a queste attività di studio, spesso condotte con strumentazioni amatoriali, alle quali si può contribuire anche solo segnalando la propria testimonianza visiva di un evento. Vediamo per esempio l’analisi di un evento (meno violento di quello verificatosi a Chelyabinsk!), avvenuto sul nostro Paese alla fine di gennaio di quest’anno.


A colloquio con il driver italiano di Curiosity
Antonio Lo Campo

Paolo Bellutta ci racconta la sua straordinaria esperienza di “pilota” a distanza del rover americano che sta indagando la superficie di Marte

“Non so come sarà il futuro scenario delle esplorazioni spaziali, e di Marte. Ora però ci sono due veicoli straordinari sul Pianeta Rosso (Opportunity e Curiosity, NdR), e io mi diverto a guidarli da qui, sulla Terra”. Paolo Bellutta è ormai noto da tempo come il “pilota dei rover marziani”. D’altra parte, l’espressione deriva proprio da rover driver, il termine ufficiale in inglese. Oggi Bellutta è un cittadino statunitense, ma è ancora “italiano a tutti gli effetti”, come ama sottolineare. Laureatosi all’università di Trento, è stato assunto nel 1999 dal Jet Propulsion Laboratory (JPL) di Pasadena, in California; di Marte si occupa a tempo pieno fin dall’epoca delle sonde che hanno preceduto Curiosity, i veicoli robotizzati della missione Mars Exploration Rover, cioè i celebri Spirit e Opportunity, atterrati sul suolo di Marte a venti giorni di distanza l’uno dall’altro, nel gennaio del 2004. Un lavoro straordinario, che non si deve pensare simile a un gioco di abilità con la playstation. Si tratta di un team di 14 ingegneri specializzati (quasi tutti americani: Bellutta è l’unico italiano), che hanno la responsabilità, tutti i giorni, di pilotare da terra, al Centro NASA JPL di Pasadena, i sofisticati rover che la NASA ha inviato sul Pianeta Rosso.


ALMA: ormai pochi metri sotto il cielo
Piermario Ardizio

Nel deserto di Atacama si sta completando la realizzazione della più grande schiera di antenne radio del mondo per ascoltare l’Universo

Il progetto ALMA (Atacama Large Millimeter/ submillimiter Array) è frutto di una collaborazione internazionale tra diversi continenti: l’Europa con l’ESO (European Southern Observatory), il Nord America con il NRAO (National Radio Astronomy Observatory) e l’Asia dell’est tramite l’agenzia giapponese NAOJ (National Astronomical Observatory of Japan). Quando questo progetto sarà completato, sarà l’Osservatorio più complesso mai realizzato prima e potrà contare su 66 antenne paraboliche, con una schiera principale composta da 50 antenne da 12 m, più un gruppo di 12 antenne da 7 m e le rimanenti quattro ancora da 12 m. Le antenne di ALMA sono collocate su più di 200 rampe, la cui distanza massima può arrivare a 16 km, tutte collegate fra loro con fibre ottiche. Attualmente, terminata la cosiddetta fase 0 (iniziata nel 2011), dove la loro massima distanza arrivava a 400 m, si è passati alla fase 1 (fino a ottobre 2013), dove si useranno almeno 32 antenne del gruppo principale, distanziandole fino a 1 km, con un conseguente notevole incremento della risoluzione.


A caccia di galassie deboli vicine a stelle brillanti
S. Kent Blackwell

Questi oggetti sono facili da trovare, ma non sempre facili da osservare

Con la fine della primavera e l’inizio dell’estate, arrivano temperature miti e un clima gradevole, dopo i freddi mesi invernali. Questo cambio stagionale porta in posizione favorevole anche una quantità di oggetti del cielo profondo, molti dei quali sono galassie remote. Trovare questi oggetti elusivi può rivelarsi impegnativo sia per principianti che per osservatori esperti. Negli anni scorsi ho messo a punto una lista di oggetti del cielo profondo (non solo galassie) che si trovano in prossimità di stelle luminose. Un esempio nel cielo invernale è NGC 2024, la Nebulosa Fiamma, che è vicina alla stella di 2 mag. Alnitak (Zeta Orionis) nella Cintura di Orione. Uno sguardo attraverso un telescopio mostra la nebulosa come un ampio velo luminoso sospeso a nord-est della stella brillante. Sebbene in primavera non si vedano molte stelle luminose come Alnitak, c’è una quantità di stelle più deboli - ma comunque visibili a occhio nudo - che può essere usata come riferimento per trovare gli oggetti del cielo profondo.


Il moto della Terra attorno al Sole non l’ha scoperto Copernico!
Walter Ferreri

Già nel lontano passato alcune menti illuminate erano giunte alla conclusione che fosse la Terra a girare intorno al Sole e non viceversa

Veniamo ora a parlare di quel movimento della Terra per il quale sono stati versati fiumi d’inchiostro, sono state sporte denunce e sono state perfino emesse sentenze di condanna da parte di uomini di “cultura”, alcuni dei quali paludati nella toga del giudice. Basti citare Anassagora di Clazòmene (V secolo a.C.), accusato di empietà per aver collocato il Sole al centro del mondo e per aver fatto della Luna semplicemente il nostro satellite, negando ad esso il carattere divino, poi morto in esilio a Lampsaco; oppure Ipazia (V secolo d.C.) autrice pagana di un commento dell’Almagesto di Tolomeo, forse arrivata perfino a concepire l’ellitticità delle orbite planetarie, linciata ad Alessandria d’Egitto da una folla di fanatici, che alcuni vorrebbero aizzati dal vescovo Cirillo. Le intuizioni degli Antichi In effetti, il moto della Terra attorno al Sole era già stato intuito nell’antichità. Mentre la cosmologia di Aristotele si evolveva e si perfezionava fino a esprimersi completamente nelle teorie della scuola di Alessandria, un grandissimo astronomo, Eraclide Pontico (Eraclea Pontica, 385 a.C. – Atene, 322 a.C. o 310 a.C.), uno degli ultimi pitagorici, sosteneva la rotazione terrestre, anticipando Copernico. Intorno al 350 a.C., con grande scandalo dei contemporanei, Eraclide “mosse la Terra come una trottola da ovest a est, intorno al proprio centro” (Aetius).


Come migliorare la qualità di un riflettore newtoniano
Gary Seronik

Il vostro telescopio Dobson non è all’altezza delle aspettative? La soluzione potrebbe consistere in alcune semplici modifiche.

La conoscenza è potere. Più saprete sul vostro riflettore newtoniano e meglio equipaggiati sarete per raggiungere il massimo delle prestazioni che lo strumento può esprimere. In base alla mia esperienza, un riflettore ben fatto e ben regolato è in grado di non sfigurare nel confronto con un rifrattore apocromatico, uno strumento sinonimo di perfezione ottica. Invece, molti riflettori appaiono di qualità decisamente inferiori. In parte questo è dovuto al fatto che alcuni confronti non sono proponibili. La perfezione ottica ha un costo ed è improbabile che un Dobson da 300 euro possa avere la perfezione ottica di un apocromatico da 3000 euro. Ma, a parte questo aspetto, spesso i riflettori non sono in grado di esprimere tutte le loro potenzialità. Ecco, in base ai miei anni di esperienza nella costruzione e nell’uso dei telescopi, quali sono le cinque principali ragioni per le quali un riflettore si allontana dalla perfezione. L’ordine di esposizione è quello di importanza via via crescente (l’ultima è la più importante!).


Celestron NexStar 127 SLT
Walter Ferreri

Dedicando parte del tempo alle relazioni pubbliche presso l’Osservatorio Astrofisico di Torino, è frequente che mi capiti di rispondere a domande su quale telescopio consigliare. In queste circostanze, la mia prima reazione è quella di capire chi è il destinatario, da dove e per cosa lo userà e – naturalmente - la cifra che intende impegnare. In molti casi, il quadro che scaturisce è quello di una persona che acquista il suo primo telescopio, che ha scarse conoscenze del cielo, ma che desidera poter vedere un po’ di tutto. Spesso è poi importante che lo strumento sia facilmente trasportabile, e il tutto a una spesa sotto i mille euro. In queste indicazioni rientra a pieno titolo lo strumento oggetto della nostra prova, il Celestron NexStar 127 SLT. Si tratta di un Maksutov-Cassegrain dall’apertura già interessante di circa 13 cm con montatura GoTo. Il sistema di puntamento computerizzato è sempre più richiesto e con ragione, visto che esso consente di passare più tempo ad osservare anziché a cercare. L’importante, secondo noi, è che questo non si sostituisca ad una conoscenza di base del cielo, così come le calcolatrici tascabili devono sollevare dalla fatica dei calcoli a mano, ma non essere l’alibi della incapacità di compiere qualsiasi calcolo senza di esse!


La camera CCD QSI 583wsg
Federico Manzini

La progettazione e la produzione di camere scientifiche per applicazioni che richiedono prestazioni superiori nell’imaging astronomico, industriale e per le scienze della vita è veramente impegnativa: poche aziende al mondo possono vantare una produzione eccellente che trova riscontro nel mondo intero! La QSI (Quantum Scientific Imaging) è una ditta americana che nel suo sito (www.qsimaging. com) afferma di essere “orgogliosa di progettare e costruire negli Stati Uniti delle camere CCD di livello mondiale”. L’azienda ha sede e stabilimento di produzione nel sud dello stato del Mississippi, non lontano da New Orleans e dallo Stennis Space Center della NASA. I suoi servizi ingegneristici si trovano in California e nel Mississippi; i circuiti stampati utilizzati nelle camere CCD sono prodotti in Oregon, e la gran parte dei sensori CCD è fornita da Truesense Imaging (già Kodak) nello stato di New York. La lavorazione della struttura metallica delle camere avviene sempre nel Mississippi con torni Haas a controllo numerico, anch’essi fabbricati in California. Insomma, un’azienda perfettamente radicata nel territorio, come ben poche altre possono vantarsi di essere.









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